Una bella replica di Carlo Lottieri all’ultimo libro di Giulio Tremonti, probabile ministro del prossimo governo Berlusconi. Il libro non l’ho letto, né penso lo leggerò, dato che, conoscendo il personaggio, ho come il presentimento ci siano scritte un bel po’ di puttanate.
Lottieri mi sembra pensi la stessa cosa, solo che lo dice in maniera più elegante.
Caro Tremonti, la nostra Europa declina per carenza di mercatismo
di Carlo LottieriC’è una tradizione politica italiana “creativa”, anche sul piano linguistico (un nome per tutti, Gabriele D’Annunzio). E in questa tradizione è possibile collocare lo stesso Giulio Tremonti, che nel suo ultimo libro – intitolato |I|La paura e la speranza|/I|, edito da Mondadori – torna ad opporre liberalismo e “mercatismo”, individuando con questo neologismo “una versione degenerata del liberismo”. L’inventiva è sempre apprezzabile, ma è pur vero che liberismo è una contrazione ottocentesca di libero-scambismo, ovvero proprio di quel mercatismo al centro degli strali tremontiani. Eppure, a ben guardare, un illustre precedente del “liberismo non liberista” è rivenibile nelle riflessioni sviluppate due secoli fa da un pastore inglese, il reverendo Thomas Malthus, che pur favorevole all’economia liberale lanciò allarmi preoccupati sulla crescita demografica, colpevole di consegnarci a un futuro di povertà: data l’insuperabile limitatezza delle risorse naturali. Tremonti sviluppa un ragionamento analogo, ma non chiede meno bambini: gli basterebbe infatti che cinesi e indiani smettessero di combattere vittoriosamente la loro quotidiana battaglia contro la miseria. O almeno fossero lasciati bollire nel loro brodo da dazi di ogni sorta.
Il ragionamento di Tremonti-Malthus è però fallace per più ragioni, ma soprattutto perché ignora quello che, nei decenni scorsi, fu magistralmente spiegato da Julian Simon: e cioè che la prima risorsa è l’uomo. Il petrolio non era nulla fino a quando qualcuno non ne ha intuito le potenzialità, e questo è vero anche per le risorse che utilizzeranno i nostri figli e nipoti. Molti secoli fa, in Inghilterra, si scrisse che mai l’isola britannica avrebbe potuto ospitare dieci milioni di persone, perché tutte le foreste non sarebbero bastate a vincere il freddo invernale. Nessuno, allora, immaginava la possibilità che vi sarebbero stati altri modi di scaldare le case. Per giunta, dispiacersi perché la globalizzazione ha “portato in vita” più di un miliardo di asiatici significa ignorare la realtà quotidiana delle nostre aziende, che senza quei mercati oggi si troverebbero davvero a mal partito. Il libro contiene molto altro, certo, e tocca temi differenti, rappresentando lo sforzo di dare una piattaforma al costituendo Popolo della libertà e mescolando quindi dirigismo, patriottismo ed europeismo, insieme a qualche valida considerazione sulla necessità di recuperare valori importanti: famiglia, responsabilità, identità, ecc. Ma il punto cruciale resta il rigetto della globalizzazione.
Sono dibattiti interessanti, sia chiaro, però non certo nuovi. Gli stessi argomenti contro il mercato e a difesa di un ruolo accresciuto dei politici si erano sentiti negli anni Settanta, quando di fronte all’ascesa economica del Giappone gli americani si divisero tra quanti erano contenti della cosa e quanti, invece, prospettavano scenari tragici. Chi abbia avuto ragione lo sappiamo bene.
Il ragionare di Tremonti è per giunta non privo di falle, anche sul piano logico. Non è possibile in effetti accusare di ogni male il mercatismo (inquinamento, aumento dei prezzi, insicurezza, ecc.) e al tempo stesso lamentare il fatto che l’Africa non sia stata toccata dalla crescita che ha interessato il Terzo Mondo nell’ultimo quindicennio, e ciò in primo luogo perché le barriere occidentali in ambito agricolo hanno escluso tanta parte del mondo da ogni apertura del mercato. E anche quando si esaminano i problemi ecologici bisognerebbe capire che essi derivano non già da un eccesso di liberismo, ma dal fatto che in tale ambito manca ogni protezione della proprietà.Sarebbe sicuramente sbagliato ritenere che tutto va bene. Sebbene non sia il caso di accogliere le tesi catastrofiste del volume, è sicuramente vero che l’Europa è un continente socialista che perde opportunità di continuo: anche a causa del radicarsi di solidi orientamenti variamente no-global e anti-mercatisti. Può pure darsi che le previsioni di Tremonti sui disastri a venire siano corrette, sebbene in generale sia bene astenersi dal leggere i fondi di caffè. (Lo stesso Tremonti candidamente ammette che in un suo libro del decennio scorso non aveva previsto che la Cina sarebbe entrata così presto nel Wto e che la globalizzazione avrebbe bruciato tante tappe. Chissà fra dieci anni, allora, in quale mondo vivremo e quali altre sfide, oggi ignote, dovremo fronteggiare).
La profezia del declino potrà allora essere valida, ma è la cura suggerita che rischia d’aggravare la situazione.


Anche secondo me il libro di tremonti puzza di malthusianesimo copiaticcio, senza nemmeno bisogno di aprirlo (http://www.lacittafutura.it/public/blog/index.php?2008/03/14/38-tremonti-e-la-destra-malthusiana). Con corollari reazionari preoccupanti. Secondo un suo simpatizzante, sarebbe stato Lyndon Larouche a ispirare a Tremonti le sue “teorie” (http://ginosalvi.blogspot.com/2008/03/giulio-tremonti-chiede-la-nuova-bretton.html): e perché non Scaramella, già che ci siamo? E tutti i nostri giornali a dire di Tremonti che è un grande intellettuale…. provinciali che spingono altri provinciali…
Dagli intellettuali ci guardi Dio.