L’età barbarica.
Marzo 24, 2008 di rantasipi
L’unico neo? La pessima operazione di marketing che ha imposto questa penosa traduzione del titolo. Il vero titolo de “L’età barbarica”, infatti, sarebbe “L’Âge des ténèbres”, espressione perfettamente traducibile in italiano che a mio parere doveva essere mantenuta. Invece, i distributori italiani hanno pensato di infarloccare lo spettatore illudendolo si trattasse de “Le invasioni barbariche 2”. Il che in parte è vero, dato che entrambi i film hanno come obiettivo una dura critica della società postmoderna, ma “L’età” è molto più maturo e “politico” delle Invasioni . Inoltre, la citazione tolkeniana, anche solo per buongusto e rispetto verso la “più grande opera letteraria contemporanea”, suggeriva di lasciare il titolo invariato. Pazienza.
Per il resto, il regista Denys Arcand conferma quanto già accennato nelle invasioni: ha chiaramente in odio la deresponsabilizzazione degli individui causata da uno stato che ci vorrebbe proteggere “dalla culla alla tomba”. Lo sconosciuto Marc Labreche, attore protagonista de “L’età barbarica”, d’altra parte, è perfetto, meglio di qualunque altra star finto depressa à la Sean Penn (cui comunque devo riconoscere che il suo ultimo Into the Wild si può tranquillamente ascrivere tra i “bellissimi”).
Per usare un francesismo, peraltro congeniale alla collocazione geografica del film, Labreche possiede a pieno titolo il proverbiale physique du rôle: smunto e flaccido al punto giusto, incarnato ceruleo e movenze indolenti. È la dotazione indispensabile per un impiegato pubblico da manuale.
“L’età barbarica” propone il tema della disintegrazione sociale dovuta al welfare state , ma, rispetto al precedente film di Arcand, lo fa con maggiore accento critico contro la follia politicamente corretta e attraverso riflessioni più penetranti su temi economici, guerra, global warming, stato e tutto il resto dell’armamentario positivista e costruttivista che ci distruggerà.
Nuances onirico-distopiche si alternano in un crescendo di situazioni assurde e inquietanti, ma sempre intrise di quell’umorismo crudo e realistico che poi è la cifra del grande cinema di denuncia.
La storia parla di Jean Marc Lablache, un uomo medio - o un mezz’uomo -, tipico impiegato ministeriale, economicamente soddisfatto e umanamente a pezzi. Marc ascolta per professione lamentele di ogni tipo a cui risponde evasivo nel classico burocratese che dice tutto e non spiega nulla, tentando senza successo di esorcizzare la consapevolezza di essere parte in causa della sofferenza di quei disgraziati illusi di trovare in lui una soluzione ai loro guai; ha inoltre una moglie stronza e in carriera sempre attaccata al cellulare, che non lo degna di attenzioni e non conosce la differenza tra stare ed essere; due figlie adolescenti rimbambite dall’iPod che fanno sesso orale con i figli dei vicini e lo trattano come la più fantozziana delle merdacce; ma anche una madre in fin di vita che Marc va a trovare in ospedale nei fine settimana, sottoponendosi ad un rituale masochistico che dovrebbe espiare la vergogna per aver abbandonato l’anziana donna al terrore della morte. La società in cui vive è sclerotica ed ipocrita mentre lo stato, per dar da mangiare a una masnada di sociologi da strapazzo, ha bandito fumo e parole “scorrette” come negro.
Nell’ordalia collettivista in chiave salutistico/new-age, gli impiegati pubblici sono sottoposti a ridicole sedute di terapia a base di biodanza, feng shui e stronzate simili.
C’è n’è abbastanza per esplodere nel Canada descritto da altri come un paradiso di civiltà.
Marc invece pensa di trovare la soluzione spazzando la polvere sotto il tappeto, e sogna di non essere se stesso, di essere uno scrittore di successo o un samurai taglia teste di cazzo, di far sodomizzare la capo ufficio che lo umilia da due giganti africani, oppure di essere circondato da ammiratrici che lo vogliono in ogni momento e lo costringono a rapporti sessuali nelle situazioni più impensabili.
Ci sono anche due amici-colleghi a condividere con lui questa sorta di thoreauniana “quieta disperazione”; sono una lesbica ed un negro, due “diversi” resi “uguali” per legge, quindi dei diversi istituzionalizzati, con cui Marc fuma clandestinamente e riflette rassegnato sulla miseria della loro comune condizione.
C’è però sempre quella madre a riportarlo alla realtà, la cui figura incarna simbolicamente la morte come elemento distintivo della vita, il dato oggettivo, il traguardo ineluttabile cui non è dato mancare e che costringe a riflettere su quello che siamo e su quello che stiamo facendo. Non è facile fare i conti con se stessi, ma dura poco: una corsa in treno e Marc si ritrova in pochi minuti nel gorgo delle tenebre, legittimato a riprendere la fuga da sé.
Ma accade un fatto, prevedibile quanto rivelatore. La moglie se ne va di casa decretando il fallimento dell’esistenza di Marc, il quale per compensare si invaghisce di una ragazza malata di modernismo come e più lui. Solo che lei non sogna un altro mondo, lei vive in un altro mondo.
Un mondo puro, giusto e virtuoso, la terra di mezzo, con duelli e cavalieri bianchi e neri d’ordinanza, popolata da tanti poveri disperati come lei che dopo aver smesso i panni degli alienati sociali, si ritrovano in un lucido delirio passatista pa depurarsi dai mali dell’era contemporanea.
Marc inizialmente apprezza ma sceglie di non partecipare; è un gioco irrazionale quanto la realtà che lo circonda, un gioco che non cambia di una virgola lo stato delle cose.
Inizia una presa di coscienza che lo spinge a decidere di lasciare il lavoro. Nel frattempo la madre muore e per Marc, dopo il tracollo, le cose iniziano a farsi chiare.
Così decide di darsi ad una vita idilliaca ritirandosi nell’elegante chalet in riva al mare lasciatogli dal padre e lavorando in una arcadica comunità agricola sembra ritrovare un senso alla sua vita.
Ma qui arriva l’affondo del regista. In questa fase del film, infatti, Arcand non simpatizza affatto col protagonista, ma sembra piuttosto volerci dire che il ritorno alla natura non basta, specie se riguarda solo chi può permetterselo in accordo a particolari condizioni di privilegio.
Memorabili diverse battute, una su tutte quella di Marc che dopo essersi licenziato se ne va dall’ufficio con la faccia di uno che si è appena tolto un macigno dallo stomaco e incrociando quei poveracci in attesa di esporre le proprie sventure al sordo burocrate di turno, li invita a tornarsene a casa dicendo “Non abbiamo risposte per voi, le vostre vite sono troppo complicate”.
Cioè a dire: lo stato non è la soluzione, ma il problema. La soluzione siete voi.