Lo storico, filosofo ed economista politico francese Bertrand de Jouvenel, come egli stesso afferma al termine dello scritto che propongo di seguito, sembra poco interessato alla dissoluzione dello stato e più persuaso della possibilità – ma anche della necessità – di un suo ridimensionamento. Personalmente dubito che questa eventualità sia effettivamente praticabile, e le conclusioni a cui giunge l’autore alla fine del libro da cui ho estratto alcuni paragrafi mi sembra derivino più dalla sua formazione di intellettuale e galantuomo liberale che da una reale fattibilità della teoria minarchica e nemmeno condivido la sua neutralità di fronte al fenomeno “stato”. Tuttavia, queste mie considerazioni nulla tolgono alla validità della sua lucida e precisa – quindi condivisibile – analisi della genesi e crescita del potere.
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SOPRAVVIVENZA DEL POTERE ASSOLUTO
Ecco davanti a noi un grande mistero. Quando i popoli sono costretti dai re – i loro padroni – a dare il loro contributo alla guerra non cessano un momento di lamentarsene. Alla fine ripudiano quei padroni e, a quel punto, tassano se stessi, ma non più con una parte soltanto del propri redditi, ma con le loro stesse vite!
Un rovesciamento certo singolare! Potremo forse spiegarlo con la rivalità delle nazioni, che avrebbe sostituito quella fra le dinastie? Potremo dire che la volontà del popolo è avida di espansione, desiderosa della guerra, che il cittadino vuole pagare per la guerra e prendere le armi? E, infine, potremo concludere che siamo disposti ad imporre a noi stessi, e con entusiasmo, sacrifici ben più pesanti di quelli ai quali, un tempo, abbiamo acconsentito cosi, malvolentieri?
Ciò significherebbe burlarsi di se stessi.
Quando viene avvisato dall’esattore delle imposte, o convocato dal gendarme, l’uomo è ben lontano dal riconoscere in quell’avviso o in quel foglio di via un effetto della propria volontà, per quanto questa possa essere esaltata e trasfigurata. Quegli atti, al contrario, sono percepiti come decreti di un volere straniero, di un padrone impersonale, che il popolo chiama LORO così come un tempo chiamava gli spiriti maligni. «LORO ci aumentano le imposte, LORO ci mobilitano», cosi parla la saggezza del volgo.
Per il popolo tutto si svolge come se un successore del re scom-parso fosse riuscito a condurre a buon fine l’impresa interrotta dell’assolutismo. Infatti se abbiamo visto crescere sia le dimensioni dell’esercito che quelle delle imposte insieme al potenziamento del Potere monarchico, se è vero che il numero più alto di uomini arruolati e di tributi ha corrisposto al livello più alto di assolutismo, come potremmo allora negare – quando vediamo prolungarsi la curva di questi indici irrefutabili, e quando vediamo che gli stessi effetti si producono altrettanto mostruosamente – che sia operante la stessa causa e che, sotto altra forma, il Potere ha proseguito e prosegue nella sua crescita? È quanto afferma Viollet:
«Lo Stato moderno non è altro che il re degli ultimi secoli il quale continua trionfalmente la propria opera accanita».[13]
La «sala macchine» costituita dalla monarchia non ha fatto altro che perfezionarsi: le sue leve materiali e morali sono diventate progressivamente capaci di penetrare sempre più a fondo nella società e di avvolgere beni e uomini con una presa sempre più irresistibile.
L’unico cambiamento sta nel fatto che questo Potere accresciuto è diventato la posta di un gioco.
Questo potere esecutivo – dice Marx -, con la sua enorme organizzazione burocratica e militare, col suo meccanismo statale complicato e artificiale…, questo spaventoso corpo parassitario che avvolge come un involucro il corpo della società francese e ne ostruisce tutti i pori, si costituì nel periodo della monarchia assoluta, al cadere del sistema feudale, la cui caduta aiutò a rendere più rapida… Tutti i rivolgimenti politici non fecero che perfezionare questa macchina, invece di spezzarla. I partiti che successivamente lottarono per il potere considerarono il possesso di questo enorme edificio dello Stato come il bottino principale del vincitore.[14]
IL MINOTAURO MASCHERATO
Fra il XII e il XVIII secolo il potere pubblico non ha mai cessato di crescere. Il fenomeno veniva avvertito da tutti i contemporanei ed evocava continuamente proteste, reazioni violente.
Da allora, quel potere ha continuato ad accrescersi, a ritmo accelerato, provocando di pari passo l’estensione della guerra. E noi, oggi, non comprendiamo più questo fatto, non protestiamo, non reagiamo più.
Di questa nuova passività il Potere è debitore alle nebbie di cui si circonda. Un tempo esso era visibile, manifesto nella persona stessa del re il quale ammetteva di essere un padrone, e al quale si riconoscevano delle passioni.
Oggi, mascherato dal suo anonimato, il Potere ha la pretesa di non avere alcuna esistenza propria, di non essere altro che lo strumento impersonale e spassionato della volontà generale.
Attraverso una funzione, che altri chiamano astrazione, si afferma che la volontà generale, che in realtà emana dagli individui investiti dal potere politico, emana da un essere collettivo, la Nazione, della quale i governanti non sarebbero altro che gli organi. Costoro, d’altronde, si sono impegnati sempre per far sì che questa idea penetrasse nello spirito dei popoli. Hanno compreso che questo era un mezzo efficace per fare accettare il loro potere o la loro tirannia.[15]
Anche oggi, come sempre, il Potere viene esercitato da un insieme di uomini che dispongono della «sala macchine». Questo insieme costituisce quello che viene chiamato Potere e il suo rapporto con gli uomini è un rapporto di comando.
Ciò che è cambiato, è il fatto che sono stati dati al popolo mezzi comodi per cambiare i principali partecipanti al Potere. In un certo senso quel Potere si trova indebolito da questa circostanza, dal momento che tra le volontà che pretendono di dirigere la vita sociale, in determinate epoche, l’elettorato può compiere la sua scelta.
Ma, nel momento in cui apre la prospettiva del Potere a tutte le ambizioni, questo regime facilita grandemente la sua estensione. Sotto 1′Ancien Régime, infatti, gli spiriti capaci di esercitare un’influenza, dal momento che sapevano che non avrebbero mai preso parte al Potere, erano pronti a denunciare la più piccola usurpazione. Oggi, invece, tutti sono pretendenti, e nessuno, così, ha interesse a diminuire una posizione alla quale spera, un giorno, di accedere, né a paralizzare una macchina che spera di usare a sua volta.[16]
Da ciò deriva il fatto che nei circoli politici della società moderna si può trovare un’ampia complicità favorevole all’estensione del Potere. L’esempio più clamoroso è offerto dai socialisti. La dottrina insegna loro:
Lo Stato non è che una macchina per l’oppressione di una classe da parte di un’altra, e ciò nella repubblica democratica non meno che nella monarchia…[17] Questo apparato burocratico e militare si sviluppa, si perfeziona e si rafforza attraverso le numerose rivoluzioni borghesi di cui 1′Europa è stata teatro dalla caduta del feudalesimo in poi… Tutte le rivoluzioni precedenti non fecero che perfezionare la macchina dello Stato, mentre bisogna spezzarla, demolirla.[18]
E tuttavia con quale favore essi vedono il crescere di quella «macchina per l’oppressione» che essi pensano sempre meno di «spezzare», e sempre più di prendere nelle loro mani. [19]
E nel momento in cui con ragione insorgono contro la guerra, essi non vedono neppure quanto il suo mostruoso amplificarsi sia connesso all’amplificarsi del Potere. Invano Proudhon ha per tutta la vita denunciato la diversione dalla democrazia verso la direzione di una semplice competizione per l’Imperium.
Questa competizione ha prodotto i suoi frutti necessari: un Potere che era nello stesso tempo esteso e debole.
Ma per il Potere non è cosa naturale l’essere debole. Si verificheranno sempre delle circostanze che faranno desiderare al popolo stesso di trovare una volontà forte che si ponga alla sua testa. Un uomo, un’equipe, possono, allora, impadronirsi del Potere, usare le sue leve senza timore.
Costoro servono a rendere manifesta la terribile enormità del Potere. Si crede che essi ne siano gli autori! Ne sono soltanto gli utenti abusivi.
IL MINOTAURO A VOLTO SCOPERTO
La «sala macchine» era già stata costituita, essi non fanno altro che servirsene. Il gigante era già in piedi, essi non fanno altro che prestargli un’anima terribile. Gli artigli e le grinfie che egli fa sentire a quel punto sono cresciuti, in realtà, durante la stagione democratica. Quel gigante mobilita la popolazione, ma il principio dell’obbligo militare generalizzato era stato posto in epoca democratica. Egli si appropria delle ricchezze, ma di tutto l’apparato fiscale e inquisitorio di cui si serve è debitore verso la democrazia. Il plebiscito non potrebbe mai conferire alcuna legittimità al tiranno se non fosse accaduto che la volontà generale era già stata proclamata come fonte sufficiente dell’autorità. Quello strumento di consolidamento del Potere che è il partito è nato dalla stessa competizione per il Potere. La capacità di mettere in riga gli spiriti fin dall’infanzia era stata preceduta dal monopolio, più o meno completo, dell’insegnamento. L’appropriazione da parte dello Stato dei mezzi di produzione è già stata preparata nell’opinione pubblica.
Lo stesso potere poliziesco, che costituisce 1′attributo più insopportabile della tirannia, è cresciuto all’ombra della democrazia. [20] È un potere che l’Ancien Régime ha conosciuto in maniera assai limitata.[21]
È proprio la democrazia quale noi l’abbiamo praticata, la democrazia centralizzatrice, regolamentatrice e assolutista, quella che finisce dunque con l’apparire come il periodo nel quale si è realizzata 1’incubazione della tirannide.
È proprio grazie all’apparente innocenza che essa ha conferito al Potere che questo ha finito con l’assumere quell’ampiezza di cui un dispotismo e una guerra senza precedenti per l’Europa sono riusciti a darci la misura. Proviamo a supporre che Hitler apparisse immediatamente dopo Maria Teresa: possiamo credere che sarebbe riuscito a forgiare tanti moderni strumenti di tirannide? Non era forse necessario che egli li trovasse già pronti?
A mano a mano che le nostre riflessioni si sviluppano in questa direzione, riusciamo a comprendere meglio il problema che va ponendosi al nostro Occidente.
Non possiamo più – ahimè! — credere che sia sufficiente spezzare Hitler e il suo regime per colpire il male alla radice. Nello stesso tempo in cui facciamo ciò, andiamo preparando del piani per il dopoguerra che conferiranno allo Stato la responsabilità della sorte di tutti gli individui e che, necessariamente, metteranno nelle mani del Potere i mezzi adeguati all’immensità del suo compito.
Come non accorgersi che uno Stato che sia messo in grado di legare a se gli uomini con tutti i legami creati dal bisogno e dai sentimenti sarebbe ancor più adatto e in grado di indirizzare quegli uomini, un giorno, al loro destino di guerra? Più grandi saranno le attribuzioni del Potere, più grandi saranno altresì i mezzi materiali a sua disposizione per la guerra; più evidenti saranno i servizi che esso saprà rendere, più pronta sarà l’obbedienza di fronte al suo appello.
E chi oserà mai garantire che questo immenso apparato statale non potrà mai più ricadere nelle mani di un uomo avido di dominio? Forse che la volontà di potenza non fa parte della stessa natura umana, e le virtù insigni connesse necessariamente alle capacità di comando e di controllo di una macchina sempre più pesante non sono spesso compagne dello spirito di conquista?
II MINOTAURO ONNIPRESENTE
Basterebbe — lo abbiamo appena visto e la storia intera ne fa fede – che uno solo degli Stati onnipotenti dell’avvenire trovasse un capo che fosse capace di convertire i poteri assunti per il bene sociale in mezzi di guerra, perché tutti gli altri fossero costretti ad adottare lo stesso comportamento. Infatti, più completa sarà la capacità di presa dello Stato sulle risorse nazionali, più alta, più repentina, più irresistibile sarà l’ondata che potrà abbattersi su una comunità pacifica per opera di una comunità in armi.
È così che noi rischiamo, nel momento in cui concediamo allo Stato una parte crescente di noi stessi – per quanto rassicurante possa essere il suo volto di oggi -, di nutrire la guerra del futuro, di far sì che questa, in un certo senso, stia alla guerra presente come questa sta alle guerre della Rivoluzione.
Non è mio intendimento contrappormi alla crescita del Potere, al gonfiamento dell’influenza dello Stato. Conosco bene tutto ciò che gli uomini si aspettano da esso, e quanto la loro fiducia nel Potere che verrà dopo sia nutrita da tutte le sofferenze inflitte dal Potere che va scomparendo. Gli uomini desiderano appassionatamente una sicurezza sociale. I dirigenti o coloro che aspirano a diventarlo non dubitano affatto che la scienza possa metterli in grado di forgiare gli spiriti e i corpi, di saper collocare ogni individuo nell’alveolo sociale per lui più adatto, e di saper assicurare, grazie alla creazione di servizi interdipendenti, la felicità di tutti. Si tratta di un tentativo che non manca di grandezza; si può anzi dire che esso costituisce il coronamento stesso della storia del1’Occidente.
E se si pensa che, forse, esista qui un eccesso di fiducia, e la troppa presunzione, che le applicazioni premature di una scienza incerta rischino di sfociare in una situazione di crudeltà pressoché sconosciuta ai barbari – testimone ne sia 1’esperienza del razzismo -, che gli errori di manovra su quegli immensi convogli che sono divenute le masse umane saranno necessariamente catastrofici, e che infine la disponibilità di quelle masse nei confronti dell’autorità dei capi sia il preannuncio di conflitti dei quali la guerra attuale costituisce soltanto il presagio, bisognerà allora abbandonarsi al lamento di Geremia?
È una conclusione alla quale non ho creduto, e il mio unico progetto consiste nel ricercare le cause e i modi secondo i quali si è verificato il continue accrescimento del Potere all’interno della società.
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[13] Paul Viollet, Le Roi et ses ministres pendant les trois derniers siècles de la monarchie, Paris 1912, p. VIII.
[14] Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, a cura di G. Giorgetti, trad. Ital. di P. Togliatti, Editori Riuniti, Roma 1964, pp. 205-207.
[15] L. Duguit, L’État, le droit objectif et la loi positive, Paris 1901, t. I, p. 320.
[16] Cfr. Benjamin Constant: «Agli uomini di partito, per quanto pure possano essere le loro intenzioni, ripugna sempre limitare la sovranità. Essi si considerano come i suoi eredi, e così gestiscono la loro proprietà futura, anche quando essa si trova in mano ai loro nemici» (Cours de politique constitutionnelle, Ed. Laboulaye, Paris 1872, t. I, p. 10).
[17] Introduzione di F. Engels (del 1891) a K. Marx, La guerra civile in Francia, Edizioni Samonà e Savelli, Roma 1970, p. 21.
[18] Lenin, Stato e rivoluzione, in Opere scelte, Editori Riuniti, Roma 1970, pp. 870, 872.
[19] «Essi diffidano – affermava ancora Constant – di questa o quella specie di governo, di questa o quella classe di governanti: ma permettete loro di organizzare a modo loro l’autorità, accettate che la affidino a mandatari di loro gradimentoa, e allora essi crederanno di non poterla mai estendere abbastanza» (Benjamin Constant, op. cit.)
[20] Cfr. A. Ullmann, La Police, quatrième pouvoir, Paris 1935.
[21] In una società gerarchizzata, in effetti, il poliziotto teme sempre di dover contrastare persone di alta condizione. Da ciò deriva in lui un timore permanente di mettersi nei guai, che lo umilia e lo paralizza. Ci vuole una società livellata perché la sua funzione lo ponga al di sopra di tutti, e questa gonfiatura morale serve di sostegno al gonfiamento dell’istituzione.


L’ottima introduzione a “Del potere”.
Peccato che anche lui, come Gassett, la linearità di linguaggio di un Mises o di un Rothbard se la sogna.