Ho tradotto il saggio con cui Keith Preston ha vinto il mese scorso il Libertarian Alliance Essay Competition. Lo reputo un testo molto interessante, benché personalmente non ne condivida per intero il contenuto, in quanto mette in luce un aspetto che a mio avviso, e chiaramente anche a parere dell’autore, molto spesso i libertari e sostenitori del libero mercato tendono a sottovalutare: il ruolo delle élites plutocratiche in quello che, erroneamente, viene definito “sistema capitalista”. Tale sistema dovrebbe infatti essere il prodotto della libera imprenditorialità in cui ogni agente investe capitali (denaro, tempo, competenze o beni) al fine di conseguire un profitto. Ciò chiaramente lo espone a dei rischi che tuttavia tendono ad essere più limitati, quanto più il mercato è sgombero da imposizioni arbitrarie che distorcono il naturale processo scaturito dall’incontro di domanda e offerta.
Stando così le cose, sembrerebbe inutile sottolineare che oggigiorno tutto siamo tranne che una società capitalista. Il sistema politico-economico in cui viviamo, perlomeno in occidente, si potrebbe infatti descrivere come fascismo-sociale o più propriamente corporativismo. Un sistema cioè dove non è la capacità di impresa a determinare il successo dell’azione economica, bensì una fitta trama di leggi e interventi statali finalizzati a favorire determinati soggetti a scapito di altri. I beneficiari di tali privilegi possono pertanto considerarsi élites plutocratiche, le quali, con il pretesto dello “sviluppo” e inseguendo la folle chimera della “crescita” ad ogni costo, si sono imposte come la vera classe dominante.
Questo saggio ha l’indubbio pregio di fornire una lettura alternativa della storia economica e politica delle società moderne, riuscendo a dimostrare come probabilmente si sarebbe potuto creare un sistema economico davvero sostenibile se non fosse stato per il flagello statalista che si è abbattuto sull’umanità.
L’obiettivo dell’autore è chiaramente quello di esortare i libertari, tutti i libertari, a riscoprire la loro originaria funzione di radicali e intransigenti oppositori allo status quo.
Degna di segnalazione è anche la ricca bibliografia, in parte reperibile in italiano, e l’accurata sezione di note al testo, in cui peraltro trovo i principali argomenti con cui non sono d’accordo.
Come dice Preston, però, non è necessario condividere in toto ogni singola proposta qui avanzata (in particolare mi riferisco alla teoria sui diritti di proprietà esplicata da K. Carson) per riconoscere la sincera vocazione libertaria di cui esse sono portatrici.
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Un libertario politico, secondo la definizione diffusa, è colui il quale vuole ridurre drasticamente il ruolo dello Stato nella vita sociale umana, al fine di massimizzare la libertà individuale di pensiero, di azione e di associazione. Il naturale corollario dell’anti-statalismo libertario è la difesa del libero mercato in ambito economico. Molti libertari e non pochi conservatori, almeno nei paesi anglofoni, ritengono di essere convinti fautori della libera impresa. Eppure questa difesa è spesso piuttosto selettiva e timida, per non dire altro.
Libertari e conservatori per il libero mercato danno voce all’opposizione verso le imprese statalizzate, i servizi di assistenza sociale e la sanità pubblica, gli istituti educativi sovvenzionati e gestiti dallo stato, gli uffici e le agenzie di controllo, come quelli che regolano il mondo del lavoro, le relazioni tra i gruppi razziali, etnici e di genere, o quelli decidono in materia ambientale.
Tra le molte critiche libertarie, conservatrici o di libero mercato sugli interventi da parte dello Stato nella società, mancano, stranamente, quelle sulla miriade di modi in cui il governo agisce per assistere, tutelare e, quindi, imporre a titolo definitivo, un ordine economico mantenuto per il beneficio delle élites plutocratiche ad esso politicamente collegate. Naturalmente, il riconoscimento di questo fatto ha indotto alcuni a sinistra a fare facile ironia sui libertari, a cui spesso si riferiscono, non proprio affettuosamente, definendoli “repubblicani che si drogano”, o “conservatori permissivi con i gay”, e altri cliché simili.
Alcuni sostenitori della libera impresa risponderanno a tali accuse dichiarando indignatamente la loro opposizione ai tentativi dello stato di salvare dalla bancarotta le corporazioni o di sovvenzionare le imprese con l’apparente scusa della ricerca e dello sviluppo.
Tuttavia, per amore di sostenere un ordinamento economico dominato dalle corporazioni, tali difese sottostimeranno spesso il grado in cui lo stato interviene per creare deformazioni nel mercato. Tali distorsioni derivanti da una pletora di interventi includono non solo bailout e sovvenzioni, ma anche la fittizia infrastruttura giuridica del “soggetto” corporativo, la responsabilità legale limitata, i contratti collettivi, gli appalti pubblici, i prestiti, le garanzie, l’acquisto di beni, il controllo dei prezzi, i privilegi normativi, le sovvenzioni dei monopoli, le tariffe protezionistiche e le politiche commerciali, il diritto fallimentare, l’intervento militare per ottenere l’accesso ai mercati internazionali e per proteggere gli investimenti stranieri, la regolamentazione o il divieto di attività lavorative organizzate, l’esproprio per pubblica utilità, la tassazione discriminatoria, ignorando infine i reati societari e innumerevoli altre forme di favori e privilegi imposte dallo stato. [1]
Forse, il regalo decisivo dello stato all’attuale ordine corporativo è stato ciò che Kevin Carson definisce “la sovvenzione della storia”, un riferimento al processo attraverso il quale gli abitanti indigeni ed i possessori di proprietà terriere furono originariamente espropriati durante il corso della costruzione delle società tradizionali feudali e la successiva trasformazione del feudalesimo in ciò che è ora viene chiamato “capitalismo”, ovvero le società corporativiste e plutocratiche che ci ritroviamo oggi.
Contrariamente ai miti a cui alcuni credono, inclusi molti libertari, l’evoluzione del capitalismo a partire del vecchio ordine feudale non è stata quella in cui la libertà ha prevalso sul privilegio, bensì quella in cui il privilegio si è affermato in nuove e sofisticate forme. Come spiega Carson:
Ci sono due modi in cui il Parlamento potrebbe avere abolito il feudalesimo e riformato i titoli di proprietà. Potrebbe aver trattato i diritti correnti al possesso dei contadini come veri e propri titoli di proprietà nel senso moderno, e quindi abolito le loro rendite. Ma ciò che fece realmente, fu invece trattare i “diritti di proprietà” artificiali delle aristocrazie terriere, nella teoria giuridica feudale, alla stregua di reali diritti di proprietà come li intendiamo oggi; le classi latifondiste ebbero pieno titolo giuridico e i contadini furono trasformati in usufruttuari a tempo determinato senza che alcuna restrizione sulle rendite potesse essere addebitata …
Nelle colonie europee in cui già viveva una vasta classe contadina, gli stati talvolta garantivano titoli quasi feudali alle élites terriere consentendo loro di accumulare rendite grazie a chi già viveva e coltivava la terra; un buon esempio è il latifondismo, che tutt’oggi prevale in America Latina. Un altro esempio è l’Africa orientale britannica. L’autorità coloniale cacciò i contadini locali e sottrasse loro la parte più fertile del Kenya, il venti per cento dell’intero paese, in modo che il terreno potesse essere utilizzato dai coloni bianchi come pagamento-coltivazione (ovviamente, utilizzando il lavoro dei contadini cacciati, obbligati a lavorare la propria ex-terra). Quanto a coloro che rimasero sulla propria terra, essi furono “incoraggiati” ad inserirsi nel mercato del lavoro a salario grazie ad una rigida tassa che doveva essere pagata in contanti. Moltiplicate questi esempi per centinaia di volte e otterrete un briciolo della rapina su grande scala avvenuta negli ultimi 500 anni.
… I proprietari delle fabbriche non erano esenti da colpe in tutto questo. Mises sosteneva che gli investimenti in capitali su cui il sistema industriale è stato costruito in gran parte provenivano dal duro e parsimonioso lavoro di operai che risparmiarono i propri guadagni come capitale d’investimento. In realtà, tuttavia, essi furono piccoli partner dell’élite terriera, con gran parte dei loro investimenti di capitale provenienti sia dall’oligarchia terriera Whig, sia dai frutti del mercantilismo praticato oltremare, dalla schiavitù e dal colonialismo.
Inoltre, i datori di lavoro dell’industria erano soggetti a severe misure autoritarie da parte del governo al fine di tenere sotto controllo i lavoratori e ridurre il loro potere contrattuale. In Inghilterra le leggi di insediamento agivano come una sorta di sistema di passaporto interno, impedendo ai lavoratori di viaggiare al di fuori della loro circoscrizione natale senza il permesso del governo. Pertanto ai lavoratori fu impedito di “votare con i piedi”, alla ricerca di posti di lavoro più remunerativi. Potreste pensare che ciò sarebbe andato a svantaggio dei datori di lavoro nelle aree meno popolate, come Manchester e altri settori industriali del nord. Ma non temete: lo Stato corse in aiuto dei datori di lavoro. Poiché ai lavoratori era vietato migrare di propria iniziativa alla ricerca di una migliore retribuzione, i datori di lavoro erano esonerati dalla necessità di offrire salari sufficientemente elevati per attirare gli agenti liberi; al contrario, furono messi nelle condizioni di “assumere” lavoratori venduti all’asta dalle autorità della Legge dei Poveri della circoscrizione nei termini stabiliti dalla collusione tra autorità e datori di lavoro. [2]
La nazione centroamericana di El Salvador fornisce un ottimo esempio del modo in cui “il capitalismo realmente esistente” è nato. Il popolo indigeno di El Salvador, conosciuto come indiani Pipil, venne sottomesso nei primi anni del sedicesimo secolo dai conquistadores spagnoli. Non fu prima del 1821 che El Salvador ottenne la propria indipendenza dalla Spagna, per poi successivamente diventare una nazione indipendente nel 1839. Il sistema della proprietà terriera nella società salvadoregna era, sul finire del diciottesimo secolo, originariamente comunitario, con diritti di proprietà relegati alle singole città e villaggi Pipil. I prodotti agricoli primari forniti dai contadini erano bovini, indigo, mais, fagioli e caffè. I Pipil essenzialmente praticavano una sorta di lavoro autonomo-collettivo.
Come il mercato internazionale del caffé si estese, alcuni fra i più ricchi e potenti dei commercianti e proprietari terrieri, iniziarono a fare pressione sul governo di El Salvador affinché intervenisse sulla struttura economica della nazione, al fine di rendere l’accumulo della ricchezza personale più rapido mediante l’istituzione di più grandi piantagioni private e attraverso una maggiore irregimentazione della forza lavoro. Di conseguenza, il governo iniziò a distruggere il sistema tradizionale dei diritti di proprietà detenuti da città e villaggi, al fine di stabilire singole piantagioni di proprietà di quelli provenienti dalle classi privilegiate che già possedevano i mezzi di acquisizione del credito. Questo cambiamento fu attuato in diverse fasi. Nel 1846, ai proprietari terrieri con più di 5.000 piante di caffé veniva concesso per sette anni l’esonero dal pagamento dei dazi sull’esportazione e dal pagamento di imposte per un periodo di dieci anni. Le piantagioni di proprietà del governo salvadoregno furono anche trasferite ad individui privati collegati politicamente. Nel 1881, i diritti terrieri comunali posseduti per secoli dai Pipil furono revocati, rendendo l’autosufficienza per gli indiani impossibile. Il governo successivamente rifiutò di concedere anche appezzamenti di sussistenza ai Pipil non appena El Salvador passò sotto il controllo dei grandi proprietari delle piantagioni.
Questa escalation di repressione economica si scontrò con la resistenza e cinque diverse ribellioni contadine si verificarono durante la fine del diciannovesimo secolo. Dalla metà del ventesimo secolo, le piantagioni di caffé salvadoregne, chiamate fincas, producevano il novantacinque per cento delle esportazioni del paese ed erano controllate da una piccola oligarchia di famiglie proprietarie terriere. [3]
La frase “mezzi l’acquisizione di credito” del precedente paragrafo è particolarmente significativa in quanto lo scopo del controllo statale sul sistema bancario e di emissione di denaro serve a limitare selettivamente la fornitura di linee di credito, e ciò a sua volta rende l’imprenditorialità inaccessibile alla maggioranza della popolazione in generale. Infatti, Murray Rothbard sosteneva che i banchieri come classe “sono intrinsecamente propensi allo statalismo” [4] in quanto essi sono generalmente coinvolti in pratiche sbagliate, come la riserva frazionaria del credito, che porterà successivamente alle richieste di assistenza da parte dello Stato, o perché derivano gran parte del loro business dal coinvolgimento diretto con lo Stato, per esempio, attraverso la sottoscrizione di titoli di Stato. Pertanto, la classe bancaria diventa il braccio finanziario dello Stato non solo per sottoscrivere specificamente le attività dello Stato, come la guerra, il saccheggio e la repressione, ma anche servendo a creare e a mantenere una plutocrazia formata da uomini d’affari, produttori, élites politicamente collegate e altri, in grado di ottenere l’accesso alla limitata fornitura di credito nel contesto delle distorsioni del mercato generate dal monopolio dello Stato sulla moneta. [5]
Il processo mediante il quale il “capitalismo”, come è effettivamente praticato nei moderni paesi sviluppati per mezzo di una partenership tra le forze satali e del capitale, piuttosto che attraverso un vero e proprio libero mercato è già stato, molto brevemente, descritto. Resta la questione del modo in cui questo rapporto è stato successivamente mantenuto nel corso degli ultimi due secoli. Il fondamentale studio di Gabriel Kolko sullo storico rapporto tra Stato e capitale fa risalire lo sviluppo di questa simbiosi dall’America del “complesso ferroviario statale” di metà del XIX secolo attraverso la presunta “riforma” della cosiddetta Progressive Era, alla cartelizzazione del lavoro, dell’industria e del governo per mezzo del New Deal [6] di Franklin Roosevelt. In ogni fase dello sviluppo di questo capitalismo di stato americano, i membri della “classe capitalista” – banchieri, industriali, costruttori, imprenditori – essendone direttamente coinvolti, spingevano inflessibilmente per la creazione di un’economia gestita dallo stato il cui effetto sarebbe stato quello di scudo verso i concorrenti più piccoli e meno collegati politicamente, di cooptare i sindacati e generare una fonte di protezione monopolistica e un’entrata libera da costi da parte dello Stato. Simili, se non identici, paralleli si possono trovare nello sviluppo del capitalismo di Stato negli altri paesi moderni. [7]
Infatti, i paralleli possono anche essere tracciati tra le strutture del capitalismo di Stato contemporaneo e il feudalesimo storico, in quanto il governo dell’Alto Medio Evo è stato trasformato dalla sua prima identificazione con una persona specifica o più persone, in un’entità corporativa dotate di una vita ed un’identità proprie oltre a quelle dei suoi singoli membri individuali. [8]
Al di là di questo processo di trasformazione da governo personale a governo societario, l’evoluzione di un sistema di privilegio di stato-capitalista che ha soppiantato il privilegio feudale, la crescente interazione e co-dipendenza tra le élites plutocratiche e i servitori dello Stato e una più ampia integrazione del lavoro organizzato, grazie alla democrazia di massa, ha generato gruppi di interesse politico e un’espansione senza precedenti del settore pubblico che fece emergere un ordine politico-economico che si potrebbe definire “nuova signoria”. Queste “nuova signoria,” è la moltitudine delle entità burocratiche che mantiene un’identità istituzionale propria, anche se gli individui al suo interno possono cambiare con il passare del tempo, ed esiste in primo luogo per il bene della propria auto-conservazione, a prescindere dalle finalità originarie per cui esse stesse furono apparentemente istituite. La “nuova signoria” può comporsi di enti istituzionali che agiscono di diritto in qualità di armi dello Stato, come gli uffici pubblici, la polizia e le altre agenzie giudiziarie, i servizi sociali statali o le strutture educative, o possono comprendere armi de facto dello Stato, come ad esempio le banche e le imprese la cui posizione di privilegio, anzi, la cui esistenza stessa, dipende da un intervento statale. [9] Oltre all’ordine interno di questo stato-capitalista è emerso un ordine superiore internazionale radicato principalmente nella classe capitalista di stato americana e nella classe dei suoi partner-junior di determinate altre nazioni sviluppate. Ecco come Hans Hermann Hoppe descrive questo accordo:
In una prospettiva globale, inoltre, l’umanità è più vicina che mai all’istituzione di un governo mondiale. Anche prima della dissoluzione dell’Impero sovietico, gli Stati Uniti avevano conquistato l’egemonia sull’Europa occidentale e sui paesi affacciati sul Pacifico, come indicato dalla presenza di truppe americane e di basi militari, dal ruolo del dollaro americano come ultima moneta di riserva internazionale e dal sistema della Federal Reserve come ultima fonte si credito per l’intero sistema bancario occidentale, nonché da istituzioni come il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio. Inoltre, sotto l’egemonia americana, l’integrazione politica dell’Europa occidentale ha compiuto costanti progressi. Con la recente istituzione di una Banca centrale europea e una moneta unica europea (EURO), l’Unione europea è prossima alla completa unità politica. Allo stesso tempo, l’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA) rappresenta un passo significativo verso l’integrazione politica del continente americano. Con la scomparsa dell’impero sovietico e della minaccia militare che rappresentava, gli Stati Uniti sono rimasti l’unica e indiscussa superpotenza militare al mondo e il suoi “migliori poliziotti”. [10]
Questo è ciò su cui il “big business” ha puntato. Un simile imperialismo è agli antipodi dei principi libertari del governo locale e della libera impresa, come poco altro potrebbe esserlo. Finora, in questa discussione, la superficie è stata graffiata solo riguardo la distorsione del naturale processo del mercato, di ciò che esso potrebbe essere stato altrimenti se non fosse intervenuto lo stato e il corrispettivo sistema di regole corporativo-plutocratiche.
Nessuna menzione è stata fatta circa privilegio monopolistico inerente alle leggi sui brevetti e al concetto giuridico di “proprietà intellettuale”. Il ruolo delle sovvenzioni al trasporto nella centralizzazione della ricchezza e la distruzione dei piccoli concorrenti del big business non è stato trattato.
Effettivamente, un esempio pertinente può essere il fatto che senza le sovvenzioni dirette o indirette a sistemi di trasporto come quello aereo, navale o di terra a lunga distanza, necessari per la coltivazione e la gestione dei mercati internazionali, il modello dominante di vendita al dettaglio odierno e i mercati dell’alimentazione commerciale praticati da entità di gargantuesche come Wal-Mart, McDonald, ‘Tesco e altri, sarebbero probabilmente impossibili. [11]
Nessuno ha osato sfidare l’opinione comune per quanto riguarda la legittimità dei titoli di proprietà sulla terra, contrapponendovi opinioni contrarie, come quelle radicate nei principi dell’usufrutto o geoisti. [12]
Non vi è stata alcuna discussione, come invece potrebbe esserci, sul ruolo dello stato nella creazione del sottoproletariato delle società contemporanee e delle patologie sociali relative – una situazione le cui radici sono ben più profonde della semplice “cultura della dipendenza” piantate dai conservatori convenzionali e da alcuni libertari. [13] Del ruolo dello Stato nella spoliazione della popolazione agricola indigena agli inizi dello sviluppo capitalista occidentale e nel Terzo mondo contemporaneo si è discusso, ma spoliazioni continuano a verificarsi anche nella società moderna. [14]
Le implicazioni di queste intuizioni per la strategia libertaria sono quindi piuttosto profonde. Se il libertarismo deve essere identificato nell’opinione pubblica come l’apologia dello status quo dominato dalle grandi corporazioni e se i libertari procedono come se i “conservatori” apologeti delle grandi imprese fossero i loro alleati naturali, insistendo sul fatto che un mondo libertario sarebbe quello governato da gente del calibro di Boeing, Halliburton, Tesco, Microsoft, o Dupont, allora il libertarismo non sarà mai nulla di più di un’appendice alla sovrastruttura ideologica che le moderne classi intellettuali usano per legittimare il dominio plutocratico. [15] Tuttavia, se il libertarismo afferma se stesso come un nuovo radicalismo, il polo opposto del “conservatorismo” filo-plutocratico, più radicale di tutto ciò che viene offerto dalla sempre più moribonda e arcaica sinistra, allora il libertarismo può, a ragione, ispirare nuove generazioni di militanti a prendere di mira lo status quo statalista. Il libertarismo può diventare il sistema di pensiero guida per i radicali e i riformatori di tutto il mondo come il liberalismo lo è stato nel diciottesimo e diciannovesimo secolo e come lo è stato il socialismo per le successive generazioni. [16]
Per quanto riguarda la questione di ciò che un’economia liberata dal dominio corporativo, plutocratico e statalista potrebbe effettivamente sembrare, ci si può aspettare che con la rimozione degli ostacoli imposti all’ottenimento del credito, l’imprenditorialità e l’autosufficienza economica (in contrapposizione alla dipendenza dalle burocrazie aziendali e per l’occupazione, le assicurazioni e i servizi sociali) sarebbero simili a quelli in cui l’idea di Colin Ward di una società di “lavoratori autonomi” verrebbe in gran parte realizzata. [17] Non più l’uomo medio sottomesso alla volontà delle varie Chase Manhattan, Home Depot, General Motors, ‘Tesco o Texaco per la propria sussistenza e sostentamento. Al contrario, egli avrà finalmente acquisito i mezzi per sostenersi economicamente e la dignità di individuo auto-sufficiente in una comunità di pari in cui il privilegio è il risultato del merito e l’uguale libertà è prerogativa inalienabile di tutti.
All’inizio del ventesimo secolo vi erano una serie di movimenti che difendevano il piccolo produttore indipendente e la gestione cooperativa delle grandi imprese, tra cui l’anarco-sindacalismo all’estrema sinistra e il distributismo della destra reazionaria cattolica. [18] Queste tendenze tuttora esistono ai margini esterni del pensiero politico-economico. Non è necessario essere d’accordo con tutti i punti dell’analisi o con ogni proposta avanzata da queste scuole di pensiero per riconoscere gli aspetti libertari della loro visione. Esistono attualmente numerose forme di accordo economico che offrono spunti riguardo cosa le istituzioni produttive post-stataliste e post-plutocratiche potrebbero essere.
Una di queste è la Cooperativa Mondragon Corporation, un gruppo industriale di proprietà dei lavoratori e da essi gestito nella regione basca della Spagna. In vigore dal 1941, le cooperative Mondragon inizialmente istituirono una “banca popolare” del tipo proposto originariamente dal padre dell’anarchismo classico, Pierre Joseph Proudhon [19], che aiutò lo sviluppo di ulteriori imprese, che oggi ammontano a più di 150 compresa L’Università privata degli Studi di Mondragon. La sua divisione supermercati è la terza della Spagna per numero di punti vendita e la più grande a proprietà spagnola. Ogni singola cooperativa ha un consiglio dei lavoratori proprio, e l’intera federazione di cooperative è disciplinata da un congresso di lavoratori provenienti da diverse imprese. [20]
Ancora, un altro esempio molto interessante è la società brasiliana Semco SA. Anche se di proprietà privata, come una struttura a conduzione familiare, la Semco pratica una radicale forma di democrazia industriale. Sotto la guida di Ricardo Semler, che ha ereditato l’azienda dal padre, Semco mantiene una struttura manageriale in cui i lavoratori si autogestiscono e fissano i propri obiettivi di produzione e di bilancio con una retribuzione basata sulla produttività, l’efficienza e sul rapporto costi-benefici. I lavoratori ricevono il 25% per cento dei profitti dalla divisione degli incassi. Il management intermedio è stato sostanzialmente eliminato. I lavoratori hanno il diritto di veto sulle spese della società. Le mansioni dei lavoratori cambiano spesso a rotazione e anche il ruolo del CEO è condiviso da sei persone, compreso il proprietario Semler, che operano sei mesi in qualità di capo esecutivo. L’azienda ora ha oltre 3000 dipendenti, un fatturato annuo di oltre 200 milioni di dollari e un tasso di crescita del quaranta per cento annuo. [21]
Un’economia organizzata sulla base di industrie di proprietà e gestite dai lavoratori, sulle banche popolari, le mutue, le cooperative di consumo, i sindacati anarco-sindacalisti, le imprese individuali e familiari, le piccole aziende agricole e le associazioni artigianali impegnate nella produzione locale per uso locale, le istituzioni caritatevoli volontarie, i land trusts, o i collettivi volontari, le comuni e kibbutzim potrebbero sembrare inverosimili per alcuni, ma non più di quanto – e probabilmente meno – lo sia un’economia industriale moderna tecnologicamente avanzata in cui la classe mercantile è la classe dominante e la classe produttiva è spesso una classe media benestante come sarebbe parsa agli abitanti della società feudale pre-moderna.
Se l’espansione dell’economia di mercato, della specializzazione, della divisione del lavoro, dell’industrializzazione e del progresso tecnologico può portare verso gli obiettivi delle società moderne riguardanti l’eliminazione delle malattie, dell’inedia, della mortalità infantile e della morte prematura, uno può solo chiedersi quale sia l’autentico sistema di libera impresa che si può perseguire e che avremmo già conseguito se non fosse stato per il flagello dello statalismo e relativa plutocrazia.
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Note al testo:
[1] Kevin A. Carson, The Iron Fist Behind the Invisible Hand: Corporate-Capitalism As a State-Guaranteed System of Privilege. Red Lion Press, 2001.
[2] Kevin A. Carson, “The Subsidy of History”, The Freeman, Vol. 58, N. 5, giugno 2008.
[3] Raymond Bonner, Weakness and Deceit: U.S. Policy and El Salvador. New York: Times Books, 1984, ppgg. 19- 23.
[4] Murray N. Rothbard, “Wall Street, Banks and American Foreign Policy”. World Market Perspective, 1984.
[5] Rothbard, Ibid.; Kevin A. Carson, “Tucker’s Big Four: The Money Monopoly”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five: Section B. Archiviato qui. Hans Hermann Hoppe, “Banking, Nation-States and International Politics: A Sociological Reconstruction of the Present Economic Order” The Economics and Ethics of Private Property. Boston/Dordrecht/London: Kluwer Academic Publishers, 1993, ppgg. 61-92. Benjamin R. Tucker, “Part II: Money and Interest”, Instead Of A Book, By A Man Too Busy To Write One, 1897. Archiviato qui.
[6] Gabriel Kolko, The Triumph of Conservatism, MacMillan, 1963.
[7] Terry Arthur, “Free Enterprise: Left or Right? Neither!”, Libertarian Alliance, 1984.
[8] Martin Van Creveld, The Rise and Decline of the State. Cambridge University Press, 1999.
[9] James Burnham, La rivoluzione manageriale, Bollati Boringhieri, 1980. Questo classico della letteratura conservatrice sostiene che le società moderne non sono né “capitaliste” né “socialiste”, nel significato storicamente attribuito a tali termini. Al contrario, un nuovo tipo di ordine politico-economico è emerso in epoca moderna, in cui il dominio politico ed economico è nelle mani di una “classe manageriale” di burocrati che presiedono organizzazioni di governo delle masse ed relativi uffici ed agenzie, corporazioni e istituzioni finanziarie, eserciti, partiti politici, sindacati, università, mezzi di comunicazione, fondazioni e simili. L’appartenenza ai livelli superiori di queste entità è spesso a rotazione in modo che gli stessi individui passano di volta in volta nei vari settori della classe manageriale, per esempio, da rappresentati eletti del governo ai consigli di amministrazione delle grandi corporazioni, dai ruoli chiave nei media o nelle fondazioni dell’élite a posizioni di rilievo nella burocrazia.
[10] Hans Hermann Hoppe, Democrazia: il Dio che ha fallito. Liberilibri, ppgg. 168-169.
[11] Kevin A. Carson, “Transportation Subsidies”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five, Section E. Archiviato qui.
[12] Tra gli antistatalisti radicali, esiste un’ampia divergenza di opinioni riguardo il modo in cui i diritti di proprietà sulla terra dovrebbero essere definiti. Molti libertari “classici” sostengono una versione lockeana del diritto di proprietà mentre altri libertari più radicali (mutualisti, anarco-sindacalisti, anarco-comunisti) assieme ad alcuni distributisti ritengono che i diritti di proprietà dovrebbero essere definiti in accordo con i principi di occupazione e utilizzo. Altri ancora aderiscono alla visione di Herny George (georgismo o geolibertarismo) secondo il qualela proprietà dovrebbe essere soggetta ad un’unica tassa uguale per tutti. Per una discussione su questa controversia tra libertari, vedi Kevin A. Carson, “Tucker’s Big Four: The Land Monopoly”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five: Section B. Archiviato qui. Carson sintetizza la questione altrove: “Nel capitolo V di Mutualist Political Economy, ho incluso un’estesa argomentazione sulla teoria dei diritti di proprietà ispirata principalmente ai commenti pubblicati su “Hogeye Bill” dall’opinionista anarco-capitalista Bill Orton in varie discussioni. Secondo Orton, nessuna particolare teoria dei diritti di proprietà può essere logicamente dedotta dall’assioma di proprietà di se stessi. Piuttosto, la proprietà di se stessi può interagire con diversi modelli di diritto alla proprietà per produrre ordini economici alternativi in una società senza stato. Quindi, se la legittima proprietà di un terreno è determinata da principi lockeani, mutualisti, georgisti o sindacalisti è una questione di convenzioni locali. Questioni a riguardo della coercizione possono essere approntate solo qualora tale questione sia stata inquadrata. E poiché non c’è alcun principio a priori da cui poter dedurre un particolare sistema di regole, noi possiamo procedere attraverso di essi solo sul terreno del consequenzialismo: quali altri importanti valori vogliamo promuovere o contrastare? Dunque, è del tutto concepibile che concepibile che parti non separabili e non negoziabili di un’impresa a proprietà collettiva potrebbero dipendere non dal contratto stipulato tra i membri, ma sulla concezione convenzionale dei diritti di proprietà della comunità locale. Dire che un tale accordo rappresenta “coercizione” significa mendicare la questione se il principio lockeano di appropriazione originaria e trasferimento della proprietà sia l’unico vero auto-evidente.” Carson, “Socialist Definitional Free-for-All, Part I”. Archiviato qui.
[13] Senza dubbio molte critiche sul welfare-state creatore di perversi incentivi per comportamenti anti-sociali, come la disgregazione famigliare, la criminalità e l’impedimento per la creazione di un’etica del lavoro, sono corrette e penetranti. Tuttavia, molte delle patologie sociali associate al sottoproletariato delle popolazioni delle città americane ed europee sono riconducibili ai dannosi interventi statali che vanno ben oltre ai tradizionali sistemi di protezione sociale. Un discreto numero di opere libertarie e non, hanno documentato il processo mediante il quale l’organico della vita sociale e culturale è stato distrutto tra queste popolazioni grazie ad una vasta gamma di interventi, la maggior parte dei quali sono stati imposti per amore di assecondare gli interessi plutocratci. Vedi Kevin A. Carson, “Reparations: Cui Bono?” Archiviato qui; Charles Johnson, “Scratching By: How Government Creates Poverty As We Know It”, The Freeman, Vol. 57, No. 10, dicembre 2007; Keith Preston, “The Political Economy of the War on Drugs”, American Revolutionary Vanguard, 2001), archiviato qui; Thomas J. Sugrue, The Origins of the Urban Crisis: Race and Inequality in Postwar Detroit, Princeton University Press, 1996, 2005; Walter E. Williams, The State Against Blacks, McGraw-Hill, 1982.
[14] Per un’illuminante dibattito sul ruolo dell’intervento statale nella spoliazione delle popolazioni rurali e agricole nel cuore dell’America negli anni ’80 e ’90, vedi James Bovard, Farm Fiasco, ICS Press, 1989 e Joel Dyer, Raccolti di rabbia. La minaccia neonazista nell’America rurale, Fazi Editore, 1980.
[15] Il ruolo della classe intellettuale intesa sia come gruppo costituente, sia come creatrice della sovrastruttura ideologica dello statalismo è affrontato da Hans Hermann Hoppe in “Élites naturali, intellettuali e lo stato”, archiviato qui. Di certo, il cocetto di una sovrastruttura ideologica usata per legittimare un particolare sistema di dominio di classe è più strettamente associato all’analisi marxista. Per un esame delle differenze come anche dei punti in comune tra marxisti e libertari, vedi “L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola Austriaca”, archiviato qui.
[16] Murray Rothbard collocava i libertari all’estrema sinistra dello spettro politico, con i “conservatori”, vale a dire i fautori di un ordine autoritario basato sulla gerarchia, sullo status sociale e il privilegio (e giustificato con appelli alla tradizione) all’estrema destra; marxisti e altri socialisti rappresentano invece un incoerente via di mezzo. Vedi Murray N. Rothbard, Left and Right: The Prospects for Liberty, Cato Institute, 1979. L’esaustiva analisi del pensiero dei primi socialisti ad opera dell’anarchico di sinistra Larry Gambone, indica che l’obiettivo originario del socialismo non era l’economia a guida statale associata al socialismo nel dibattito politico contemporanea, ma un’economia fondata sulla base di un sistema di imprese cooperative e decentralizzate. Larry Gambone, “The Myth of Socialism as Statism”, Porcupine Blog, 6 maggio 2006. Archiviato qui.
[17] Colin Ward, “A Self-Employed Society”, Anarchy In Action, London: Freedom Press, 1982, ppgg. 95-109.
[18] Rudolf Rocker, Anarcho-Syndicalism, Martin Secker and Warburg, Ltd., 1938; Hilaire Belloc, Lo Stato servile, Liberilibri, 1980; G. K. Chesterton, The Outline of Sanity, HIS Press, 2002; Anthony Cooney, Distributism, Third Way Movement Ltd., 1998).
[19] Larry Gambone, Proudhon and Anarchism: Proudhon’s Libertarian Thought and the Anarchist Movement, Red Lion Press, 1996.
[20] William Whyte, Making Mondragon: The Growth and Dynamics of the Worker Cooperative Complex, ILR Press, 1991.
[21] Ricardo Semler, Maverick, Arrow Press, 1993.
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Link all’articolo originale.



Lo Stato,il potere costituito, continua a non essere,nonostante le Costituzioni moderne, amico dei cittadini,nè delle imprese,è amico solo di se stesso:è dal secolo scorso che l’economista-filosofo Albert Jay Nock(1870-1945,IL NOSTRO NEMICO, LO STATO,e vedi anche H.Spencer,ma anche F.Bastiat, E.Burke, col suo elogio della giustizia sommaria,oggi P.Salin sul fisco,ed altri ) osserva come si presuma” che lo Stato sia una istituzione sociale, laddove si tratta invece di una istituzione antisociale;lo Stato è interessato principalmente alla ingiustizia, e la sua funzione è quella di mantenere un regime di iniquità.”
Suonano quindi stonate le ricorrenti illusioni di elettori che si esaltano ,credendo ,e credendo di contare, dietro le varie campagne elettorali e promesse di candidati …inutili ,o più spesso dannosi ,primi subordinati dei poteri forti che hanno scelto,deciso ,e pagato le loro ..campagne elettorali.Contro abusi del potere sociale, sotto la attuale forma di organizzazione politica,anche occidentale, non c’è nessun altro a cui rivolgersi,purtroppo, se non lo Stato,quello delle criticità di cui sopra,ma se gli …eletti pagassero integralmente i danni degli errori ed abusi amministrativi,forse qualcosa migliorerebbe?.
Caro Busilli, gli autori che hai citato siedono, l’uno accanto all’altro, nel pantheon di questo blog.
Come dicevo nell’introduzione al post, non condivido tutto ciò che l’autore propone come soluzione. La pars destruens, tuttavia, unitamente all’analisi storica, la sottoscrivo ad occhi bendati.
Non capisco però la logica del tuo ragionamento: lo stato è il male, ma ad esso dobbiamo affidarci per limitare…il male? Scusa ma non ti seguo.
E ritengo sia una mera illusione anche pensare che gli eletti risarciscano integralmente per il loro errori, non fosse altro perché gli errori che commettono causano danni di proporzioni smisuratamente maggiori di quelli che tutta la ricchezza del mondo può compensare.
Molto interessante come sempre. Anche a me alcune delle soluzioni proposte dall’autore lasciano un po’ perplesso, in particolare quelle contenute nella nota 12, però sono aspetti sui quali in parte si potrebbe discutere. Condivido anche la tua perplessità a proposito dell’affidarsi al male per limitare il male.
In effetti Enrico quella è la nota dolente.
Chi conosce Preston, però, non avrà problemi a riconoscere che nel complesso, la sua non è affatto una lettura strumentale della storia. E la dimostrazione è proprio nel fatto che le conclusioni che se ne traggono possono essere molto differenti tra loro.
Ciao.
PS: senza contare che la storia della Mandragon, che sconoscevo totalmente, è molto intrigante.
Articolo estremamente interessante.
Siamo di fatto, come nota Massimo Fini, alla negazione della democrazia, ad una sorta di neofeufalesimo plutocratico, con l’ordine di oligarchia delegata.
La meglio gioventu? No, il peggio vecchiume.
Direi che più che alla negazione della democrazia, siamo al suo compimento, dato che chiaramente essa reca in sé il seme del potere oligarchico.
Una lettura al saggio “ Proprietà privata e proprietà pubblica dello stato in Hans-Hermann Hoppe “ di Filippo Matteucci , pubblicato su:
http://www.filosofiapolitica.net/showArticle.asp?ID=03-02-09-Hoppe&IDArea=2&dateReview=03-02-2009&typeMenu=0&showMenu=true&showComments=true
Proprietà privata e proprietà pubblica dello stato in Hans-Hermann Hoppe
“Uno stato è un monopolio territoriale della coercizione, un’agenzia che può dedicarsi a continue violazioni istituzionalizzate dei diritti di proprietà e allo sfruttamento dei proprietari privati tramite esproprio, tassazione e regolamentazione.” Con queste stesse parole Hans-Hermann Hoppe apre i suoi due saggi “Élites naturali, intellettuali e Stato” e “L’economia politica della monarchia e della democrazia, e l’idea di un ordine naturale”. Nella definizione proposta da Hoppe lo stato viene visto come soggetto, come una entità autonoma rispetto agli individui e alle famiglie che agiscono in esso e tramite esso. Nel prosieguo dei due scritti lo stato verrà poi considerato come oggetto di un diritto – potere, quello di proprietà. Tuttavia già nel concetto anglosassone di “agency” viene adombrata quella strumentalità dello stato, caratteristica essenziale della concezione e identificazione dello stato come apparato o insieme di apparati.
In “Élites naturali, intellettuali e Stato”, l’apertura incentrata sulla definizione di stato porta l’Autore a ripercorrere le teorie sull’origine degli stati. Hoppe sembra voler aderire alla teoria della genesi endogena dello stato di Bertrand De Jouvenel, secondo la quale le relazioni socioeconomiche naturalmente creano una élite di individui e famiglie. La genesi di tale gerarchia è meritocratica, riconducibile a una spontanea conquista di autorità e diffuso rispetto, mediata dal riconoscimento sociale di virtù quali talento, saggezza, coraggio, risultati superiori in termini di ricchezza, lungimiranza ed esemplare condotta personale. La transizione verso lo stato viene imperniata sulla monopolizzazione della funzione giudiziaria da parte dei membri più influenti di tale élite, funzione precedentemente ad essi spontaneamente attribuita dalla comunità. Sono ovviamente assenti in De Jouvenel considerazioni sui rapporti etologici tra soggetto dominante e soggetto dominato. L’etologia prescinde da valutazioni etiche o di merito, e focalizza unicamente la finalità della migliore sopravvivenza e conservazione della specie, finalità per lo più raggiunta finché si rimane nell’ambito delle motivazioni istintuali, spesso fallita quando intervengono l’autocoscienza umana e i prodotti dell’autocoscienza medesima. Pur tuttavia gli elementi essenziali del rapporto etologico dominante – dominato sono visibilissimi nelle relazioni umane, e chiarissimi ed immediatamente evidenti nelle interazioni primitive o infantili. Di fatto, il rapporto dominante – dominato è un rapporto di potere.
Nella definizione che Hoppe fa dello stato sono presenti concetti elementari del potere: coercizione, sfruttamento, tassazione, ma lo stato stesso viene visto come soggetto agente: è lo stato che attua coercizioni, sfrutta, tassa, espropria mediante inflazione. Eppure nella definizione del potere lo stato è irrilevante, non necessario. Il potere viene esercitato dal dominante sul dominato e consiste nella possibilità per il dominante di imporre al dominato prestazioni fisiche e/o prestazioni patrimoniali. Le prestazioni fisiche possono andare dalla mera schiavizzazione alle antiche corvé medioevali, dal servizio militare al lavoro dipendente sottopagato di oggi. Le prestazioni patrimoniali tipiche sono la tassazione, il pizzo, l’inflazione. Entrambe le tipologie di imposizione costringono il dominato a destinare parte delle risorse della sua vita, soprattutto tempo ed energie, a vantaggio di un estraneo. Per detenere il potere il dominante deve ideare e porre in essere forme di controllo sul dominato, e queste forme di controllo possono concretizzarsi ed essere organizzate in apparati, anche, ma non solo, statuali. In questa accezione il concetto di controllo vale come possibilità di indirizzamento delle risposte dei dominati a pulsioni rilevanti, per giungere alla pianificazione delle esistenze dei dominati stessi. E’ lo stato come apparato, e quindi come strumento di controllo sui dominati, che può essere a sua volta oggetto di controllo, identificando in quest’ultima diversa accezione il concetto di controllo con quello di proprietà usato dall’Autore. Lo stato rende comodo l’esercizio del potere.
Alla teoria sulla genesi dello stato di De Jouvenel, ripresa da Hoppe, manca una esplicita considerazione dell’instaurazione di un potere basato sulla maggiore forza fisica di un individuo su altri, e/o sulla forza intimidatoria e predatoria del gruppo, foss’anche esso un branco non organizzato di uguali unificato solo dalla finalità di razzia. Mi sembra invece di estrema rilevanza l’accentuazione sulle virtù concausanti la diversa genesi spontanea, non imposta, dell’élite, della nobiltà, evidenziazione penalizzata però dall’omessa riconduzione dei meriti anche alle virtù guerriere, difensive, essenziali nelle comunità, non solo antiche. Il nobile guerriero che combatte in difesa o comunque a favore della comunità è colui che permette alla comunità stessa un’esistenza sicura e prospera, e quindi il suo rango e i conseguenti privilegi gli vengono ben volentieri riconosciuti dalla sua gente. E’ qui d’obbligo il ricordo delle radici della morale aristocratica europea, radici che possiamo rinvenire già nell’Iliade di Omero: “E volto a Glauco d’Ippoloco figliuol, Glauco, gli disse, perché siam noi di seggio, e di vivande e di ricolme tazze innanzi a tutti nella Licia onorati ed ammirati pur come numi? Ond’è che lungo il Xanto una gran terra possediam d’ameno sito, e di biade fertili e di viti? Certo acciocché primieri andiam tra’ Licii nelle calde battaglie, onde alcun d’essi gridar s’intenda: Glorïosi e degni son del comando i nostri re: squisita è lor vivanda, e dolce ambrosia il vino, ma grande il core, e nella pugna i primi. Se il fuggir dal conflitto, o caro amico, ne partorisse eterna giovinezza, non io certo vorrei primo di Marte i perigli affrontar, ned invitarti a cercar gloria ne’ guerrieri affanni. Ma mille essendo del morir le vie, né scansar nullo le potendo, andiamo: noi darem gloria ad altri, od altri a noi” recita l’insuperato incitamento di Sarpedonte a Glauco nel Canto XII. Nell’ambito di una morale aristocratica così delineata l’autocoscienza umana, invece di ostacolare la migliore sopravvivenza della specie, è presa d’atto e indifferente accettazione della morte, inevitabile, e consapevolezza della quasi onnipotenza del nobile guerriero prima di essa. Il non aver paura della morte, propria e dei propri cari, e la conseguente disponibilità al rischio estremo a difesa della comunità, fanno sì che la comunità così tutelata spontaneamente offra e riconosca ai guerrieri le migliori terre, i migliori cibi, le migliori donne, e obbedisca ai loro comandi. La differenza fra spontaneità e imposizione nel riconoscimento del potere, fra il nobile guerriero omerico riverito dalla sua gente e il razziatore del branco indisciplinato è una differenza essenziale e, soprattutto, è una differenza qualitativa. Stiamo quindi parlando di qualità del dominante.
Abbiamo perciò una diversificazione dell’uso della forza e delle armi incentrata su distinte e opposte finalità; da una parte i nobili guerrieri che combattono a tutela, o comunque a vantaggio di una comunità riconoscente, dall’altra un branco dedito alla razzia, della propria comunità come di comunità estranee. L’omessa chiarificazione di tale distinzione porta Hoppe a focalizzare solo aspetti parziali del potere, quali le funzioni di pacificatore, legislatore, giudice che nei saggi in oggetto egli vede progressivamente monopolizzate dai monarchi. Un’ulteriore contraddizione che si riscontra nei saggi in oggetto, in parte collegata alla ora detta focalizzazione parziale, è quella tra la spontaneità del conferimento del potere al dominante, basata sul riconoscimento delle sue qualità, e l’asserita opposizione di altri membri dell’élite che l’Autore fa assurgere a causa dell’imposizione del potere. Una qualità riconosciuta non dovrebbe incontrare opposizione, non dovrebbe richiedere imposizione. Si rende quindi necessaria una definizione ed una misurabilità del concetto stesso di qualità del dominante, ma anche una individuazione della qualità e delle finalità degli oppositori. Hoppe, dopo aver individuato nella monopolizzazione delle funzioni giudiziarie da parte del monarca la causa del passaggio dalla gratuità alla onerosità fiscale della legge e della sua applicazione, sembra voler ascrivere l’opposizione al re al deterioramento della qualità della legge: “Invece di sostenere gli antichi diritti di proprietà ed applicare universali e immutabili principi di giustizia, un giudice monopolista, che ora non temeva più di perdere clienti con un comportamento meno imparziale, cominciò a tradire le leggi esistenti a suo vantaggio [...] altri membri dell’élite naturale opponevano resistenza a tentativi del genere, ma ciò avvenne perché il re solitamente si schierava assieme al “popolo” o all’“uomo comune”. Appellandosi al sempre diffuso sentimento di invidia, i re promettevano al popolo una giustizia migliore e più a buon mercato facendo pagare il conto, attraverso la tassazione, alle aristocrazie (i competitori del re). In secondo luogo, le monarchie si procurarono l’aiuto della classe intellettuale.”. Questo passo mi sembra centrale e necessita di un commento approfondito. Preliminarmente vi è da notare che l’assoggettamento al tributo, quale elemento essenziale del rapporto di potere tra dominante e dominato, non può trovare la sua genesi nell’onerosità della legge e della sua applicazione, poiché pre-esiste ad essa. L’opposizione frondista al re potrebbe originare anche da quella parte di potenti non spontaneamente riconosciuti dalla comunità, i discendenti dei razziatori del branco, privi del senso della comunità estesa. Proprio il re e la comunità potrebbero aver in precedenza ridimensionato la dominanza imposta con la forza bruta di tali potenti di infima qualità. E costoro, i razziatori, vanno tenuti ben distinti dai vari Glauco della storia, i guerrieri fedeli al re, poi ricompensati per il loro valore e il loro coraggio sia dal re che dal popolo con beni e onori. Che il conto lo abbiano pagato solo le aristocrazie è discutibile; tuttavia una cosa è certa: ogni qual volta un monarca di qualità non eccelsa, affetto da paure frondiste, ha colpito il potere e il ruolo di una aristocrazia a lui sufficientemente fedele ha firmato la condanna per se stesso.
Ogni rivoluzione moderna ha visto furbi e spregiudicati razziatori tirare le fila nell’ombra, spingendo avanti una rozza e ottusa plebaglia sanculotta a versare il sangue per eliminare fisicamente i re e la nobiltà ai re fedele. Sono questi razziatori di un nuovo tipo, banchieri e appartenenti all’alta borghesia, che intendono impadronirsi dello stato-apparato e in particolare del fisco per aumentare enormemente le proprie ricchezze a spese di tutti gli altri membri della comunità. Razziatori che sanno avvalersi di una sleale mistificazione della realtà utilizzando a tale scopo intellettuali prezzolati per far apparire al popolo la menzogna come verità. Acutamente Hoppe afferma: “C’erano coloro che giustamente riconoscevano che il problema stava nel monopolio e non nell’esistenza di élites o di nobiltà. Ma questi si trovavano di gran lunga in inferiorità rispetto a quanti, erroneamente, davano la colpa al carattere elitario del governo e, volendo mantenere il monopolio della legge e della sua applicazione, proponevano la semplice sostituzione del re e della vistosa pompa reale con il “popolo” e la presunta morigeratezza dell’“uomo comune”. Da qui il successo storico della democrazia.”. Vorrei sintetizzare che il problema stava nello scadimento qualitativo sia del re monopolista, sia dell’aristocrazia. L’esempio classico di ciò è il Re Sole, Luigi XIV di Francia. Un re la cui opera per l’accrescimento del potere e della ricchezza del regno non ha dato risultati. Un re timoroso della fronda nobiliare, che per abbattere un’aristocrazia potenzialmente competitiva nei suoi confronti, la obbliga a corte, la trasforma in uno stuolo di lacchè, le affida i servaggi più intimi a favore della sua persona: guerrieri trasformati in maschere, dissoluti, arroganti e inutili. Le provincie e i feudi, privati così dei governatori naturali, cadono in mano ad amministratori e fattori, per loro intrinseca natura disonesti e, per dirla con l’Autore, rivolti al presente, alla possibilità presente di razzia. Costoro arricchiscono rubando sia all’aristocratico assente sia al popolo, e la ricchezza dà potere.
Una delle più notevoli e apprezzabili affermazioni di Hoppe è quella del peggioramento delle condizioni del popolo a seguito della transizione dal potere monarchico a quello democratico e della sostituzione della sovranità del re con quella, formalmente, del popolo stesso. E’ forse questo tema il nodo cruciale di “Élites naturali, intellettuali e Stato”, tema ripreso e ampliato in “L’economia politica della monarchia e della democrazia, e l’idea di un ordine naturale”. Hoppe rovescia la generalizzata credenza migliorista secondo cui l’umanità marcia progressivamente verso stadi di sviluppo sempre più elevati. Il passaggio dalla monarchia alla democrazia formale rappresenta in realtà un passo indietro nella civilizzazione, gravido di conseguenze nefaste per la qualità della vita dei governati. Viene da chiedersi a cosa è dovuta quella diffusa credenza migliorista. In primis al progresso tecnico; progresso che sarebbe però avvenuto anche sotto governi monarchici, forse in forme più rispettose della centralità dell’uomo e dell’ambiente in cui l’umanità vive. In secondo luogo, alla rarefazione delle guerre nei (soli) paesi avanzati, rarefazione dovuta però non alla democrazia formale, ma all’inutilizzabilità delle armi atomiche e alla presenza in quei paesi di impianti produttivi troppo costosi per poter essere distrutti. Le condizioni di pace e di progresso tecnico dell’Occidente non sono quindi meriti della democrazia formale, ma conseguenze inevitabili di assetti di diversa natura venutisi a creare, e da soli insufficienti a garantire qualità di vita. L’Autore ben individua alcuni aspetti del reale regresso di civilizzazione avveratosi col passaggio alla democrazia: “Si creò così una “tragedia dei beni collettivi”. Ognuno ora, non solo il re, divenne autorizzato ad impossessarsi della proprietà privata altrui. Le conseguenze furono un maggior sfruttamento da parte del governo (più tassazione); lo scadimento del diritto fino al punto da far scomparire l’idea di un corpo di principi di giustizia universali ed immutabili, rimpiazzati con l’idea che il diritto consistesse nella legislazione (legge creata, invece che scoperta ed eternamente “data”); ed un aumento nel tasso di preferenza temporale sociale (più orientato al presente).”
In realtà, in cosa consiste la differenza tra proprietà privata e proprietà pubblica dello stato? Hoppe nota che “Un re possedeva il territorio e poteva passarlo a suo figlio, per cui almeno cercava di preservarne il valore. Un governante democratico, invece, era, ed è, solo un temporaneo gestore che cerca di massimizzare qualsiasi tipo di entrata corrente del governo a spese del valore capitale che viene così sprecato.” La proprietà privata del monarca sullo stato è ereditaria, quindi familiare. Parliamo perciò di una famiglia di proprietari – dominanti regi. Questa famiglia regia sa che è, e molto probabilmente sarà, proprietaria dello stato territorio e dello stato comunità. Territorio e comunità sono sue proprietà, quindi vanno curate, ben amministrate, rese più prospere e più potenti. E’ naturale che ogni essere umano, ogni famiglia abbia a cuore e curi le sue proprietà, soprattutto quando è quasi certa di potersele tramandare di generazione in generazione. Chiunque collabori in questa opera di cura con la famiglia regia può essere premiato con un avanzamento sociale, garantendo quella mobilità verticale tra le classi misconosciuta dall’Autore. Con ciò non voglio certo negare l’esistenza storica di re e principi che sembrano discendere, piuttosto che dai nobili guerrieri, dai razziatori di cui parlavo sopra: è quest’ultima specie di monarchi che depreda e impoverisce i sudditi per finanziare inutili guerre di confine; storicamente ne sono un esempio i signori italiani, dal Rinascimento in poi. Hoppe focalizza efficacemente la temporaneità della gestione del governante democratico, e quindi il suo interesse alla razzia immediata. Tuttavia vi è da chiedersi: chi è il governante democratico? Esiste, può esistere una proprietà dello stato veramente pubblica?
Nella tradizione giuspubblicistica europea la forma monarchica viene contrapposta solitamente alla res publica, che letterelmente vuol dire “cosa di tutti”. Hoppe sottolinea giustamente l’essenza altamente elitaria delle poche democrazie comparse nella storia antecedentemente alla prima guerra mondiale. Ma proprietà elitaria è concetto opposto a res publica, proprietà pubblica, di tutti. L’intuizione marcusiana della funzione di controllo sui dominati attribuibile alla distorsione del significato delle parole richiede un approfondimento su tale contraddizione. Democrazia letteralmente vuol dire comando del popolo, potere al popolo. Ma se eccettuiamo i rarissimi casi storici di democrazia diretta, rinvenibili ad esempio nella ecclesia ateniese, è proprio vero che la democrazia delegata, elettiva, rappresentativa, concreta un effettivo potere del popolo votante, quindi delegante? Chi delega potere perde potere a favore del delegato, così come, nell’amministrazione di affari e patrimoni privati, chi delega la gestione degli stessi impoverisce facendo arricchire l’amministratore, il delegato. In fondo, è questa la sorte subita da buona parte della nobiltà, attratta nella capitale, a corte, in una vita dannunziana, mentre il furbo e avido fattore lasciato ad amministrare le grandi proprietà terriere piano piano se ne appropria. Come il fattore tratterà i contadini? Viene da interrogarsi sulle qualità di governante di tale soggetto, perché sarà poi proprio lui, il fattore arricchito, a comprarsi i voti per farsi eleggere in democratici parlamenti. La democrazia elettiva postula l’incertezza, la precarietà e quindi la temporaneità del potere, e la necessità di comprarsi il consenso, l’acquiescenza. Per le famiglie discendenti dal banchiere che manda avanti i sanculotti o dal fattore profittatore il potere sullo stato dipende dalla ricchezza, dalla possibilità economica di comprare consenso. Tali nuove famiglie dominanti non possono contare sul riconoscimento spontaneo di autorità da parte del popolo. Le masse urbanizzate, operaizzate, costrette a sopravvivere in condizioni abitative e lavorative spaventose, o i braccianti agricoli sfruttati, odiano tali famiglie dominanti. Queste famiglie devono quindi risolvere il problema della continuità del potere, e l’unica garanzia di sopravvivenza quali famiglie dominanti diviene il poter mettere le mani sugli apparati dello stato, in particolare sul fisco. Questo permette di socializzare i costi del consenso, cioè di far pagare alla maggioranza di oppositori o di disinteressati il costo sia delle rendite distribuite ai clientes sia dei copiosi sussidi che le famiglie al potere ritagliano per se stesse, camuffandoli sotto le più varie forme e con le più varie modalità. Ovviamente, a tal fine, più disinteressati e distratti ci sono fra il popolo, meglio è. Nel passato le forme di controllo erano prevalentemente fisiche, coercitive e punitive, dalla frusta alla forca. Oggi le forme di controllo sono essenzialmente mentali, si avvalgono dei mass media, e mirano alla pianificazione delle esistenze dei dominati e alla canalizzazione e deviazione del loro pensiero: il dominante dice al dominato cosa deve volere nella vita. Le odierne forme di controllo mentale sono complementari al ricatto lavorativo – reddituale tipico del clientelismo, consistente ad esempio nella concessione del posto di lavoro solo alle famiglie di servi di provata fedeltà e obbedienza. Ciò nonostante rimane l’altro problema, quello del non riconoscimento spontaneo di autorità, generalmente espresso come odio. La soluzione a tale secondo problema viene trovata nella non visibilità del potere effettivo.
Il potere viene esercitato su di un territorio, un comune, una provincia, una regione, uno stato, più stati, da una famiglia o da gruppi di famiglie in vario modo alleate tra loro. Nel passato caratteristica del potere era la visibilità: tutti dovevano sapere quale famiglia o gruppo di famiglie comandava sul territorio: funzionali alla visibilità erano i simboli del potere, scettri, corone, emblemi, sigilli, stemmi sui palazzi, effigi sulle monete e quant’altro. Il potere era quindi manifesto, dichiarato; oggi invece si nasconde dietro la formale e ovviamente fittizia dichiarazione di appartenenza della sovranità al popolo. Oggi il potere vuole (o deve) essere invisibile: pochissimi sanno quali famiglie controllano anche solo il comune in cui vivono; eppure quelle famiglie di dominanti determinano qualitativamente le esistenze dei residenti. Strumentale alla non visibilità è l’esercizio del potere attraverso prestanomi, politici e amministratori pubblici, schermi tra le famiglie al potere e le famiglie dei dominati: questi prestanomi non hanno alcun potere proprio, eseguono gli ordini delle famiglie dominanti e gestiscono le briciole e le elemosine del clientelismo. Possono essere facilmente preposti a quelle cariche dalle famiglie dominanti: esse finanziano questi politici di professione come propri dipendenti, gli unici destinati a entrare nelle liste di candidati, o comunque gli unici ad avere possibilità di essere eletti.
Tuttavia le soluzioni suddette escogitate dalle famiglie di dominanti per mantenersi al potere in un regime formalmente democratico, come facilmente si intuisce dalla loro stessa natura e dalla macchinosità dei meccanismi loro strumentali, non hanno certo quella longevità garantita da un consenso ottenuto, gratuitamente, in base ai meriti. Quindi rimane validissima la descrizione di Hoppe del comportamento del governante democratico, orientato al presente, e dei suoi effetti principali: aumento della spesa pubblica, del disavanzo pubblico, della tassazione e dell’inflazione, e forzata rimozione mentale dei più elementari diritti naturali. Tali effetti sono con maggior dettaglio descritti nel saggio “L’economia politica della monarchia e della democrazia, e l’idea di un ordine naturale”, leggendo il quale non si può non ammirare, oltre alla chiarezza, una libertà di giudizio, opinione ed espressione generalmente impensabile in un docente universitario europeo. L’Autore comprova la sua tesi di scadimento della qualità dei dominanti a seguito del passaggio dalla proprietà privata monarchica dello stato alla res publica democratica, a partire dalla fine del primo conflitto mondiale, con i dati sull’innalzamento degli indici di sfruttamento e di orientamento al presente.
In primis la tassazione: fino alla seconda metà del XIX secolo il potere pubblico non gestisce più dell’8% del reddito nazionale; la prima tassazione del reddito viene instaurata nel Regno Unito solo nel 1843; perfino all’inizio della prima guerra mondiale le spese totali del governo non salgono sopra il 10% del PIL. Oggi lo stato toglie ai cittadini, solo con la tassazione, e senza considerare l’inflazione, ben oltre il 50% della nuova ricchezza da loro prodotta e quote consistenti dello stock di ricchezza privata esistente. L’impiego pubblico, strumento di punta del clientelismo e della socializzazione dei costi del consenso, aumenta a dismisura: fino alla fine del XIX secolo l’occupazione nel settore statale raramente eccede il 3% del totale della forza lavoro; oggi siamo sopra al 15%. L’inflazione è il più pesante e il più subdolo tributo che le famiglie dominanti possono imporre ai cittadini. Durante l’era monarchica vi è una moneta – merce, con un valore intrinseco dato dalla preziosità del metallo di cui è composta, per lo più oro e argento, e quindi largamente sottratta al controllo governativo: in tale condizione, il livello dei prezzi viene generalmente calando e il potere d’acquisto aumentando, salvo che nei periodi di guerra o di scoperta di nuovi giacimenti dei detti metalli. La ricchezza mobiliare dei cittadini, il valore dei loro risparmi, vengono quindi tutelati e preservati. Dopo la prima guerra mondiale e fino ai giorni nostri, in era di repubbliche democratiche, con l’imposizione del corso forzoso della moneta cartacea, stampabile praticamente a costo zero e priva di valore intrinseco, e col concomitante progressivo abbandono del gold standard, cioè della convertibilità in oro della cartamoneta, gli indici dei prezzi moltiplicano paurosamente i loro valori, bruciando i risparmi della gente a tutto vantaggio degli stati e delle famiglie di dominanti che traggono la loro ricchezza dall’uso strumentale, a loro favore, dello stato e della spesa pubblica. Di fatto, l’inflazione è stata negli scorsi decenni e continua ad essere ancor più oggi lo strumento di una gigantesca depredazione dei patrimoni di chi non è al potere. Durante l’era monarchica il debito pubblico era essenzialmente debito di guerra, e nei periodi di pace i monarchi tendevano a diminuire i propri debiti. Dall’inizio dell’era democratica il debito pubblico non fa che aumentare, e letteralmente esplode con l’avvento del regime di pura carta moneta non convertibile. Per il cittadino è come se un estraneo si fosse arrogato il diritto di prestarsi somme da una banca in nome e per conto del cittadino medesimo: i soldi li prende e li usa l’estraneo, il debito dovrà pagarlo il cittadino con gli interessi. Il passaggio dallo ius naturalis, un insieme di principi e di regole naturali, intrinseche a ogni essere umano e quindi universalmente riconosciute, rispettate anche dai sovrani in quanto a loro preesistenti, al diritto positivo, unilateralmente e arbitrariamente posto, o meglio imposto da un legislatore privato appropriatosi dello stato, passaggio già di per sé distruttivo di possibilità ed aspettative di convivenza, vede in era democratica un aggravamento nell’ inflazione legislativa, nella produzione alluvionale di decine di migliaia di leggi e regolamenti. Con uno sviluppo del tutto simile a quello della democratizzazione della moneta, cioè della sostituzione di carta moneta governativa alla moneta merce privata dotata di valore intrinseco con conseguente inflazione e incertezza finanziaria, l’alluvione legislativa porta al progressivo deprezzamento di tutte le leggi e all’ incertezza giuridica. Le più insignificanti minime attività umane vengono minuziosamente e inutilmente regolamentate, a dimostrazione del potere totalitario di un governo formalmente democratico. Invece, complici una magistratura statalista di bassa qualità, selezionata clientelarmente, e un allungamento temporale dei processi, vengono di fatto scarsamente o per nulla tutelati proprio i diritti naturali fondamentali, quelli all’incolumità della propria persona, al rispetto della proprietà privata individuale e familiare, alla libertà di opinione, alla libera iniziativa economica, alla salute, alla vivibilità dell’ambiente e delle città.
Hoppe vede ulteriori indici di orientamento al presente e di deterioramento qualitativo. Nota il sistematico incremento degli indicatori di disintegrazione familiare, del numero di famiglie disfunzionali e ritiene in buona parte responsabile di ciò la spesa sociale e il progressivo sollevamento dei dominati dalla responsabilità di provvedere alla propria salute, alla propria vecchiaia. La sistematica riduzione della sfera e dell’orizzonte temporale dell’azione previdente privata porta alla perdita di valore del matrimonio, della famiglia, dei figli, del risparmio privato, e al calo del tasso di natalità. Crescono rapidamente invece i divorzi, i figli illegittimi, i genitori non sposati, i single, gli aborti. Come effetto del discredito della legge causato dall’inflazione legislativa, e della collettivizzazione delle responsabilità creata dalle politiche di formale welfare, aumenta sistematicamente la criminalità: “…una sistematica relazione tra alta preferenza temporale e crimine esiste, perché per guadagnarsi un reddito sul mercato è necessario un minimo di pianificazione, pazienza e sacrificio. […] Di contro, la maggior parte delle attività criminali […] non richiedono una tale disciplina. Il compenso per l’aggressore è immediato e tangibile, mentre il sacrificio – la possibile punizione – è futuro e incerto.”
La proprietà degli stati storicamente esistiti è stata sostanzialmente privata. Stati di formale proprietà pubblica, di democrazia formale delegata, hanno camuffato sostanziali tirannie oligarchiche di famiglie di potentati di qualità discutibile, caratterizzati e differenziati dall’orientamento al presente.
Come già notato, Hoppe lascia irrisolte alcune altre contraddizioni; vediamo se una loro visione da un diverso profilo ci permette di dar loro una maggiore chiarezza. Hoppe annovera l’inflazione tra gli indici e strumenti di sfruttamento; tuttavia l’inflazione non è solo questo. Essa è anche strumento di blocco della mobilità verticale tra le classi e di eliminazione di potenziali e competitivi concorrenti. Pratichiamo per un attimo una assunzione di ruolo e immedesimiamoci nelle ansie delle famiglie dominanti il regime di democrazia delegata, invisibili e temporanei proprietari molto privati di uno stato formalmente di pubblica proprietà. Chiediamoci chi realmente costoro temano, in ciò non differenti da qualsiasi dominante (monarchi compresi) di bassa qualità. La risposta ce la dà lo stesso Autore, nel momento in cui descrive la necessità per il monarca di monopolizzare le funzioni di giudice e pacificatore, per sottrarle ad altri membri dell’élite, quindi contro altri membri dell’élite. Questi ultimi, se appartenenti alla genìa dei meritevoli, e come tali riconosciuti dal popolo, hanno capacità e virtù; se invece sono della specie dei razziatori hanno comunque la forza bruta, la determinazione ad usarla, e sanno come usarla. Sono quindi soggetti e famiglie competitivi rispetto al dominante, e potrebbero surclassarlo o annientarlo. La competitività di un monarca, di una dinastia regia, come di qualsiasi altro dominante, tende nella maggior parte dei casi a scadere nel tempo, con l’età del singolo individuo o col passaggio del potere di generazione in generazione. Il combattere a volto scoperto e ad armi pari su quello che possiamo definire il libero mercato sociale diventa un rischio, ovviamente da evitare, truccando le regole naturali del gioco, finché si ha il potere per farlo. Il diritto positivo e la creazione e l’utilizzo di uno stato – apparato clientelare e assistenzialista sono le scorciatoie più comode per realizzare questo imbroglio, per bloccare nella comunità la mobilità verticale e il ricambio delle élites. Il diritto positivo calpesta lo ius naturalis e quindi soffoca l’emergere spontaneo di élites naturali, rifacendosi ad ideologie elaborate da intellettuali prezzolati, che vengono imposte come verità ad un popolo lasciato senza reali strumenti culturali, strumenti che permetterebbero alle masse di confutare e riconoscere come false e formali le ideologie medesime. Storicamente l’applicazione innaturale, forzosa di tali ideologie alle scelte di governo e di organizzazione sociale ha sempre, immancabilmente, portato a catastrofi e sofferenze, anche di dimensioni continentali se non planetarie (si pensi, per tutte, alla ideologia comunista). Sotto il profilo economico, sia il diritto positivo, con il prescrivere contro la natura del mercato la burocratizzazione del mercato medesimo e la scomparsa della libera concorrenza, sia la tassazione, ovvero l’assoggettamento al tributo, sia infine il controllo sull’emissione della moneta e la conseguente voluta inflazione, permettono ai dominanti di stroncare sul nascere l’accumulazione di ricchezze da parte di famiglie concorrenti. Viene così impedita la costruzione di patrimoni a quelle élites che, in assenza di tali vessazioni, sarebbero emerse naturalmente per i loro meriti e le loro capacità, probabilmente ben maggiori di quelli dei dominanti stessi.
Hoppe perde un’occasione di affondare il coltello nella piaga nel momento in cui non approfondisce il formalismo dell’economia keynesiana, l’economia del clientelare e parassitario tassa e spendi, l’economia di carta dei contabili, degli esattori, dei ragionieri di regime. Il keynesianesimo è la trasposizione nel campo delle scienze economiche dell’orientamento al presente che caratterizza le tirannie oligarchiche travestite da democrazie formali delegate. Dopo Keynes la scienza economica è divenuta una scienza formale, mistificante, inducente all’errore. L’architettura keynesiana sia della scienza economica sia dei sistemi economici è stata ufficializzata, accademizzata, assurta al rango di principio scientifico, e adottata perfino dai suoi detrattori, venendo così a costituire una sorta di trappola mentale, di blindatura del pensiero ossequiente. Eppure nulla è più contrario alla realtà della fondamentale equazione keynesiana ricchezza uguale reddito. Ma l’economia vera, sostanziale, è una scienza riservata alla nobilitas naturalis di cui parla Hoppe, a quegli individui e a quelle famiglie che ogni giorno combattono liberamente sul mercato. Proprietà privata e libero mercato sono ragioni di vita che trascendono le possibilità e le stesse esistenze di esattori, contabili e ragionieri, più o meno prezzolati, certo improduttivi.
Rimane anche irrisolta la contraddizione tra indipendenza e mercenarizzazione, intrinseca all’essenza dell’intellettuale. Tuttavia Hoppe sembra in qualche modo rendersene conto nel momento in cui attribuisce un ruolo futuro salvifico più alle élites naturali che a quelle intellettuali. Aggiungo a commento che trovo errato usare il termine élite per designare il ceto intellettuale: la storia la fa sempre chi agisce, non chi si limita a pensare. La funzione dell’intellettuale mi sembra meramente strumentale e assimilabile a quella del manager del settore pubblicitario. La qualità dell’intellettuale può riscattarsi solo nel momento in cui egli svolge esclusivamente opera di deformalizzazione di falsità imposte come verità, per rendere chiara e svelata la sostanza dei rapporti di forza e di depredazione tra dominanti e dominati. Ciò nonostante, l’effetto del suo pensiero si riduce a nulla se le élites naturali, che in quel momento storico stanno subendo i tentativi di depredazione da parte di quelle famiglie di dominanti che si sono appropriate dello stato, non reagiscono. E solo tali élites naturali possono reagire, perché solo loro hanno il know-how necessario per reagire con continuità, accanimento e successo: dalla massa abulica e sapientemente istupidita del popolo, della plebe priva di identità familiare, non ci si può aspettare nulla.
L’ultima cosa da chiedersi è se queste élites naturali esistono oggi o esisteranno più nell’immediato futuro. Hoppe descrive magistralmente la storia recente e il destino odierno delle élites naturali, cioè di quelle élites riconosciute spontaneamente dal popolo per i loro meriti. Con la democratizzazione si ha la definitiva distruzione delle élite naturali e della nobiltà. “I patrimoni delle grandi famiglie vennero dissipati, in vita e nel momento della morte, attraverso la confisca delle tasse. Le tradizioni di indipendenza economica delle casate, di lungimiranza intellettuale, di guida morale e spirituale si persero e furono dimenticate. Di uomini ricchi ve ne sono oggi, ma è frequente che essi debbano le loro fortune direttamente o indirettamente all’apparato statuale. Per cui sono spesso più dipendenti dai continui favori politici di quanto lo siano molti di gran lunga meno facoltosi. Essi non sono più, come una volta, capi di antiche famiglie eminenti, bensì “nouveaux riches”. La loro condotta non è caratterizzata da virtù, saggezza, dignità o gusto, ma è un riflesso della stessa cultura proletaria di massa orientata al presente, dell’opportunismo e dell’edonismo che il ricco e il famoso condividono con chiunque altro. […] La democrazia ha realizzato ciò che Keynes aveva solo sognato: l’“eutanasia della classe dei rentier”. […] Invece di nobilitare i proletari, la democrazia ha proletarizzato le élites ed ha sistematicamente corrotto il pensiero e il giudizio delle masse.”
Un’accurata indagine sociologica sull’origine, la genesi dinastica, e sulle modalità di arricchimento e di conquista della proprietà dello stato da parte delle attuali famiglie dominanti sarebbe di estrema utilità per capire e valutare l’infima qualità dei dominanti medesimi, nonché il loro distruttivo (e autodistruttivo) orientamento al presente.
Temo inoltre che la fossilizzazione delle gerarchie stataliste, ivi comprese quelle originanti dall’economia dei traffici illeciti, blocchi non solo la mobilità verticale ma la stessa possibilità di nuova generazione di élites naturali valide. Rovescerei al riguardo il rapporto causa – effetto proposto da Hoppe: a mio avviso l’esistenza di una élite naturale volontariamente riconosciuta – una nobilitas naturalis – richiede come presupposto sociologico l’esistenza di un’economia basata sulla proprietà privata e sul libero scambio. E questo proprio perché il risultato naturale delle transazioni tra proprietari privati è non ugualitario ed elitario: per effetto della diversità dei talenti umani e grazie alla loro maggior capacità, coraggio, ordine, diligenza, precisione, alcuni individui, alcune famiglie possono raggiungere lo status di élite ed acquisire un’autorità naturale riconosciuta dai loro simili. O meglio, possono farlo se hanno l’ambiente adatto: l’economia di libero mercato. Non possono farlo in un sistema – paese nel quale famiglie dominanti di infima qualità depredano e stroncano sul nascere i possibili competitors tramite l’inflazione e la tassazione, quando non tramite le persecuzioni giudiziarie.
Per concludere, porrei l’accento proprio sulla situazione in cui si trova il dominato consapevole nella società formalmente democratica, e mi piace farlo riprendendo la perfetta descrizione resane da Hoppe: “In contrasto col diritto di autodifesa riconosciuto in caso di attacco criminale, la vittima di aggressioni statali ai diritti di proprietà non può legittimamente difendersi. L’imposizione di una tassa sulla proprietà o sul reddito viola i diritti di un proprietario o di un produttore allo stesso modo del furto. In entrambi i casi la quantità di beni del proprietario o del produttore viene diminuita contro la loro volontà e senza il loro consenso. La creazione di cartamoneta statale (di liquidità) implica una espropriazione della proprietà altrui non meno fraudolenta dell’attività di una banda di falsari. Allo stesso modo, ogni regolamentazione statale che ingiunga ad un proprietario di fare o non fare qualche cosa con i propri beni – oltre la regola che nessuno può danneggiare la proprietà altrui, e che tutti gli scambi devono essere volontari e contrattuali – implica un “esproprio” della proprietà altrui paragonabile ai peggiori atti di estorsione, rapina o distruzione. Ma la tassazione, l’inflazione di cartamoneta e le regolamentazioni statali, diversamente dalle loro equivalenti attività criminali, sono considerate legittime, e la vittima di un’aggressione governativa, a differenza della vittima di un crimine, non ha diritto a difendere e proteggere fisicamente la propria proprietà.”
Cos’altro aggiungere, se non che in Italia, la patria statalista della più alta tassazione e della più alta inflazione, è misconosciuta perfino l’autodifesa contro il crimine, non è permesso il libero porto d’armi agli incensurati, le forze dell’ordine sono volutamente tenute in condizione di non nuocere ai traffici della nuova economia, quella criminale, che sparge soldi in giro…
La responsabilità del nostro sprofondare nell’anti-civiltà, nella povertà, del nostro non pensare e non agire, del nostro non reagire, è solo e interamente nostra.
Immersi in questo regresso di civiltà, non potremo più pensare ad altro, divagarci, rimuovere dalla mente ciò che è sgradevole, perché i nostri patrimoni sono svalutati e indifesi, perché la povertà incombe e troppe famiglie non arrivano più alla fine del mese, troppe imprese chiudono o delocalizzano, troppi immigrati vengono qui ad appropriarsi di ciò che non è loro. In quella che lo Schmerb, nel suo “Il XIX Secolo: Apogeo dell’espansione europea”, definiva “la migliore probabilità di vittoria nella corsa allo sfruttamento delle ricchezze del globo”, altre nazioni, ben serrate nella loro escludente identità, e altri continenti si appropriano del rango di world masters, contro di noi, contro noi sognatori illusi, che divenuti incapaci di costruire per noi un paradiso naturale e umano al tempo stesso, ci rifugiamo in quelli artificiali inesistenti.
Dovremo ricominciare dalla base, dalla nostra mente, dal nostro modo di concepire la vita, dal nostro nucleo identitario individuale, dalla nostra famiglia, dai nostri figli, dal nostro condominio, dalla nostra via, dal nostro quartiere, dal nostro comune…
Dovremo farlo, non vi sono alternative.
( Filippo Matteucci )