Non so se altri feticisti oltre a me hanno seguito la discussione su TakiMag, uno dei periodici di riferimento del pensiero paleo-libertario, incentrata sul tema del razzismo.
Semplificando drasticamente, Jared Taylor sostiene che il fattore razziale sia determinante nella creazione di una società volontaria, mentre i migliori paleo, come Justin Raimondo (oltre all’amico Orso che in una conversazione privata opporunamente me lo fatto notare – e che comunque rientra nella categoria), hanno ricordato come, al contrario, nella società volontaria il problema razza sia già stato abbondantemente superato, e quindi da ritenere fondamentalmente ininfluente.
In effetti, seguendo il ragionamento di Taylor, io dovrei sentirmi più affine all’Average Joe wasp dell’Arkansas che sconosce totalmente le caratteristiche del posto in cui vivo, anziché all’immigrato del Mali che vive qui da trent’anni, lavora e affronta le questioni che la comunità di cui bene o male fa parte, mano a mano gli presenta. Il discorso, ovviamente, non fila.
Così, anche per mitigare il clima inquietante dei post recenti, ho pensato di tradurre questo breve articolo di Gary Galles, in cui racconta la vicenda di Booker T. Washington, ex schiavo americano divenuto imprenditore ed educatore di chiara connotazione libertaria, un personaggio a cui ricordavo Rothbard dedica parole profonde in una delle sue opere, e la cui biografia non è dissimile da quella di Marcus Garvey, altro protagonista di quei rari fotogrammi di libertà nell’orrendo film della schiavitù. Al di là del tema, che magari ai più sembrerà scontato e demodé, si tratta di un piccolo messaggio di speranza. Fatalmente, una delle poche cose concrete su cui oggi può contare chi vorrebbe solo essere libero.
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Molti dei quotidiani che ho letto in febbraio pubblicavano articoli in onore del Black History Month. Ma tra quelli che rumorosamente invocano più stato (quindi più coercizione) come soluzione dei problemi sociali che affrontano i neri, un articolo su George Washington Carver mi ha colpito per il forte contrasto. I suoi creativi sforzi scientifici (compreso lo sviluppo di prodotti derivati dalle arachidi, dalle patate dolci e dalle noci di Pecan) beneficiarono i neri, così come molti altri, senza coercizione.
Interessatomi alla vicenda, ho iniziato una ricerca su Carver, scoprendo che il suo impegno fu decisivo per lo sviluppo economico del sud. Quasi subito però sono entrato in connessione con Booker T. Washington e il Tuskegee Institute da lui fondato e diretto (entrambi, sono sepolti l’uno accanto all’altro nel campus di Tuskegee). Nella vita ugualmente ispirata di Washington e nella sua più ampia opera scritta, ho scoperto un uomo dotato della comprensione dei mezzi di gran lunga più etici per il successo – autoemancipazione di cui hanno beneficiato anche altri attraverso accordi volontari – delle proposte stataliste che altri avanzavano allora, e ancora più avanzano oggi.
Booker T. Washington, nato schiavo, aveva setta anni quando l’Emancipation Proclamation fu annunciata. All’età di undici anni, ricevette il suo primo libro e gli fu insegnato a leggere.
Egli pensò “entrare in una scuola e studiare, sarebbe come entrare in paradiso”.
A sedici anni si iscrisse all’Hampton Insitute in Virginia – cinquecento miglia da casa – con nient’altro che un dollaro e mezzo nel portafogli, e lì seguiva le lezioni di giorno e lavorava la sera per pagarsi vitto e alloggio.
Dopo la laurea, Hampton fece di lui un insegnante. Nel 1881 fondò e poi diresse quello che oggi è il Tuskgee Institute, insistendo su come la formazione rappresenti la più solida base dell’etica del lavoro.
La più completa libertà compatibile con la libertà degli altri.
— Booker T. Washington
Washington è stato un’instancabile educatore e sostenitore dell’auto emancipazione dei neri,
Al Tuskegee, insegnava agli alunni a dotarsi delle abilità tecniche necessarie a guadagnare un buon standard di vita. Premeva sui valori della responsabilità individuale, della dignità del lavoro e della perdurante necessità di un carattere etico come miglior strumento per gli ex schiavi che iniziavano con il solo sudore della fronte ad avere successo.
Sosteneva fossero il business, l’impresa e l’intraprendenza, anziché che l’agitazione politica, il più solido fondamento del successo. Diede vita alla National Negro Business Ligue. Comprese e modellò lo spirito capitalista, riconoscendo che chi sa servire meglio gli altri, otterrà egli stesso un beneficio da ciò.
Washington riconobbe, partendo da nient’altro che l’esperienza della schiavitù subita dal governo, che per i neri, al fine di progredire, ulteriore coercizione non sarebbe stata la risposta. Al contrario, che il successo non poteva essere trovato, se non attraverso l’autoemancipazioine e gli accordi volontari. Questo perché, indipendentemente dalle ingiustizie del passato, solo accordi volontari potevano prevenire che altre ingiustizie venissero commesse, e “che nessuna questione è mai definitivamente risolta fino a quando non è risolta nei principi della più alta giustizia”.
Sull’inadeguatezza della coercizione:
… ogni volta che le persone agiscono in base all’idea che lo svantaggio di un uomo è un vantaggio per un altro, lì c’è schiavitù.Non è possibile trattenere un uomo in una fosse senza soffermarsi nella fossa con lui.
Ci sono due modi per esercitare la propria forza: uno è spingere in basso, l’altro è spingere in alto.
Accordatevi con voi stessi se ad una razza così disposta a morire per il proprio paese non dovrebbe essere conferita la piena possibilità di vivere per il proprio paese.
Non ho mai visto uno che non vuole essere libero, o uno che ritorna allo stato di schiavitù.
La schiavitù ha rappresentato un problema di distruzione; la libertà uno di costruzione.
… commetteremmo un errore fatale se cedessimo alla tentazione di credere che la mera opposizione ai nostri torti, e la semplice esternazione di denuncia, prenderanno il posto dell’azione progressiva e costruttiva, che sono il vero fondamento della civiltà.
[anziché la politica]… vorrei contribuire in modo più sostanziale contribuendo alla costruzione delle fondamenta della razza attraverso una generosa educazione della mani, della testa e del cuore.
Sull’autoemancipazione
Non ho mai avuto molta pazienza con la moltitudine di persone smpre pronte a spiegare il motivo per cui non hanno avuto successo. Ho sempre avuto grande considerazione per uomo che potrebbe rivelarmi come riuscirci.Ciascuno dovrebbe ricordare che c’è una possibilità anche per lui.
Nessuno può degradarci tranne noi stessi.
Niente merita di essere posseduto, tranne il prodotto del duro lavoro.
Né dobbiamo consentire alle nostre rimostranze di adombrare le nostre opportunità.
Ho imparato che il successo si misura non tanto nella posizione che hai raggiunto nella vita, quanto nella quantità di ostacoli che hai dovuto superare per ottenerlo.
Poche cose aiutano un individuo come affidargli responsabilità facendogli sapere che vi fidate di lui.
Il carattere, non le circostanze, fanno l’uomo.
Solo i piccoli uomini serbano lo spirito dell’odio.
Non permetterò a nessuno uomo di ridurre e degradare la mio animo facendosi odiare.
Se vuoi elevarti, eleva qualcun altro con te.
Credo che la vita di ogni uomo si riempirà di un’inaspettata forza, se saprà tenere a mente di dover dare il meglio ogni giorno.
Il successo nella vita si fonda sull’attenzione che diamo… alle cose di tutti i giorni a noi vicine piuttosto che a quelle lontane e insolite.
… in condizioni di libertà, assieme agli elementi specifici di un determinato settore, si è avuto modo di avere a che fare con un altro elemento, che è quello dell’intelligenza, dell’istruzione.
… la libertà, nel suo senso più ampio e alto, non è mai stata una concessione, ma una conquista.
Uno sforzo costruttivo nella direzione del progresso cancella più ingiuste discriminazioni di tutti i lamenti del mondo.Sulla libertà di accordo volontario
… il più completo miglioramento per ogni essere umano può avvenire solo attraverso il suo essere autorizzato ad esercitare la più completa libertà compatibile con la libertà degli altri.La nostra repubblica è la conseguenza del desiderio di libertà che connaturato ad ogni uomo… libertà del corpo, della mente e dell’anima, e la più completa garanzia della sicurezza della vita e della proprietà.
… in fondo, l’interesse dell’umanità e quello dell’individuo sono gli stessi…
In condizioni di libertà e saggezza, [l’uomo] rende la più alta ed utile forma di servizio [agli altri].
Il mondo si interessa poco di quelo che un uomo sa; è quel che sa fare ciò che conta.
Nessun uomo che con costanza aggiunge qualcosa di materiale, intellettuale o morale benessere al posto in cui vive sarà lasciato a lungo senza un’adeguata ricompensa.
Nessuna razza che contribuisce con qualcosa nel mercato del mondo è a lungo ostracizzata.
L’individuo che può fare qualcosa per ciò che vuole il mondo, alla fine, troverà la sua strada indipendentemente dalla razza.
I più attenti studiosi del problema della razza iniziano ad accorgersi che il business e l’impresa costituiscono ciò che potremmo chiamare il punto strategico della sua soluzione.
… quelli che si sono resi colpevoli di critiche così dure [al ricco], non sanno quante persone sarebbero povere, e quanta sofferenza ne risalerebbe, le persone ricche avessero spartito in una sola volta la loro ricchezza smembrando e sciogliendo le grandi imprese commerciali.
Leggendo le parole di Booker T. Washington, ho trovato qualcuno che ha saputo ispirarmi sia con le azioni che con il suo carattere. L’enfasi posta sul rifiuto della coercizione sugli altri, e la fiducia invece nell’autoemancipazione e negli accordi volontari è esattamente ciò che noi, come genitori, a prescindere dalla razza, cerchiamo di insegnare ai nostri figli oggi, mentre li prepariamo a dare il meglio nella loro vita. E nonostante il fatto si tratti di un duro lavoro e di un sacrificio (come ogni vero successo), che lo rende un messaggio che molti non vogliono sentire, è vero e prezioso tanto oggi quanto lo era durante gli anni di Booker. T. Washington


Proprio in questi giorni leggevo in un commento a un libro di Hoppe (non proprio un comunista relativista, insomma) un’interessante riflessione. Senza l’idea di un governo di popolo (che esiste sia nelle democrazie sia nei totalitarismi) non è possibile il razzismo. Il razzismo, infatti è richiesto da quei regimi che richiedono la nozione di “Popolo” (tra le tante finzioni sociali) per giustificarsi. Non è un caso che città-stato, monarchie ereditarie e imperi dell’antichità fossero – relativamente – inclusivi. Poi, va bene, il problema dell’integrazione coatta è l’altra faccia della medaglia, ma mi sembra che nessun libertario, né tantomeno Raimondo sembri in qualche modo difenderla…
Bella scoperta, Booker Washington, ignoravo totalmente la sua esistenza
Concordo con Orso.
Non se ci hai mai fatto caso, ma nei dipinti di Vittore Carpazio, a mio parere il più grande pittore della Serenissima, i mori indossano sempre abiti aristocratici.
B.T.W. lo ricordavo perché quando ne lessi, lo associai appunto a M. Garvey, di cui conoscevo la storia.
Ieri però ho ripassato indice dei nomi e bibliografie di tutti i libri di Rothbard che possiedo, ma non sono riuscito a trovarlo.
Eppure sono certo di averlo scoperto tramite lui.
PS.: su Mises.org ci sono anche un paio di articoli di Lew Rockwell
che ne parlano.
Proprio in questi giorni leggevo in un commento a un libro di Hoppe (non proprio un comunista relativista, insomma) un’interessante riflessione. Senza l’idea di un governo di popolo (che esiste sia nelle democrazie sia nei totalitarismi) non è possibile il razzismo. Il razzismo, infatti è richiesto da quei regimi che richiedono la nozione di “Popolo” (tra le tante finzioni sociali) per giustificarsi.
ecco, punto fondamentale, sono d’accrodo, il razzismo e la discrminazione oggettiva cioè quella che non rispecchia il prinicpio di non aggressione è nata nell’800 quando all’idea totalitaria di monarchia, si sostituì l’idea totalitaria e demagogica di sovranità del popolo, ecco che naque la nazione, come interesse di stato e naque il nazionalismo… e lo stato il creatore e il fautore di questa piaga antilibertaria e discrimatorie e farlo capire a certi antistatalisti ”classici” è di una difficoltà abnorme. ma alla fine un certo successo lo si ottiene, e D. penso che abbia capito……. vero? (anche se c’è molto da fare…..)
farlo capire a certi antistatalisti ”classici” è di una difficoltà abnorme.
Ammiro la tua vocazione al martirio, ma secondo me più che difficile è impossibile, da momento tutta la loro teoria è pesantemente compromessa dall’eredità marxista.
In realtà molti degli “antistatalisti classici” sono solo degli statalisti più intransigenti degli altri, perché ritengono la loro l’unica visione possibile di ordinamento sociale.
A rigore, quindi, benché oggettivamente difficile, è più probabile farlo capire ad uno “mild statism oriented”, cioè colui che ha già metabolizzato alcune nozioni fondamentali di libertà.
Ran, mah, può essere, ma la cosa assicuro affascina, perchè tutti i ”classici” devono rifiutare per cultura e per ‘’supremazia di libertà” marxe il marxismo, il problema è tutto lì. Ma se Pietro Adamo o Nico Berti storici dell’anarchismo arrivano a scrivere articoli con quale io mi riconosco al 100% e scrivono che la libertà di avere una proprietà come il mercato è cosa fondamentale, penso che un bel passo si è fatto….
e trovalo un marxista che dice: se il capitalismo ha una forza libertaria è giusto sostenerlo ( più o meno questa è una frase di un articolo di Nico berti) mentre pietro Adamo ricorda che anche se passeremo come nuovi liberisti (e accettare il termine liberisti non è una rivolione culturale? ) dobbiamo sempre distiunguercui da quelli presunti ( giustissimo l’ho scritto anche io questo). Parlare di mercato, di libero scambio ma non per propaganda son cose a cui veramente crediamo è imporante anche nella sinistra antiautoritaria. d’altronte la società senza stato la sognano anche loro. L’agorismo si inseirà una meraviglia tra loro, ci lavorerò.
il problema è tutto lì
Inezie, in effetti.
Ma se Pietro Adamo o Nico Berti…
Difatti, sono stati prontamente bollati come infami traditori in odore di fascismo… facciano una scelta chiara, Berti ed Adamo, dicano chiaramente che l’anarchismo classico europeo è una ciofeca che non ha nulla a che vedere con la libertà (non mi riferisco tanto ai pensatori, il cui lavoro, in minima parte, si può anche salvare, bensì ai movimenti e all’humus culturale che si sono creati attorno a loro). Io francamente certe ambiguità non le digerisco.
accettare il termine liberisti non è una rivolione culturale?
No, è accettare l’esiziale distinzione tra libertà civili e libertà economiche introdotta da uno che di liberalismo non ci aveva capito una mazza.
Parlare di mercato, di libero scambio ma non per propaganda son cose a cui veramente crediamo è imporante anche nella sinistra antiautoritaria.
Una sinistra antiautoritaria non esiste in questo paese: se si è contrari alla proprietà privata si è autoritari, se al contrario si è di sinistra ma aperti al mercato che pure “non va lasciato a briglie sciolte”, si è ugualmente autoritari.
L’agorismo si inseirà una meraviglia tra loro, ci lavorerò.
Guarda, da quel che mi capita di leggere ultimamente, inizio a pensare che l’agorismo, tra la maggior parte dei libertari nostrani, sia stato profondamente male interpretato, distorto ed incompreso.
Farlo accettare ad anarcocomunisti e affini, inoltre, essendo l’opposto di ciò che essi professano, li costringerebbe a rinnegare anni di militanza, il che mi pare irrealistico.
Nella migliore delle ipotesi, verrebbe accolto da conformisti superficiali che subiscono il fascino di termini come “sinistra”, “rivoluzione” e più in generale dell’iconografia leftish konkiniana. Ma questo non farebbe che prolungarne e peggiorarne l’agonia mistificatrice.
Comincio a prendere in considerazione l’idea di non definirmi più tale, pur continuando a condividerne la strategia. Quindi ti auguro buon lavoro, ma temo dovrai prepararti all’eventualità che, se mai l’impresa dovesse riuscirti, ti ritroverai fra le mani un figlio bastardo.
Scusami, ma chiuderei qui l’OT, non perché l’argomento non meriti di essere discusso, ma perché vorrei mantenere integro il mood ottimista di questo post.
cosi sia…..
x Domenico ( che mi ha citato) : concordo con Ran, am se capita a suon di insulti spero possano capire.Ma meglio vis a vis a sto punto.Ciao
Invece per quanto riguarda il sangue io non credo che non sia così importante, così come il radicamento alla propria terra.
Il problema è che Hoppe dice una cosa insensata.LA proprietà è mia e da me onn entra il negro: ok.
un nazione si stipula tra già cinesi e dicono : il negro non può entrare perché le loro proprietà son l’insieme della nazione.
Così va bene.
Ma rimane un problema della nazione per concenso secondo me.
-il fatto che l’eredità debba potersi esprimere e ridiscutere i valori indetti
-il fatto che detta nazione permetta la secesisone dei protestatari
MA c’è dell’altro perché alla fine a questo si poteva trovar accordo.
Io invece vado dicendo anche che i cinesi che dicono il negro onn può entrare sono libertari in modo sbagliato, ed anzi, si può stare certi che il maturamento di una mentalità occlusa porti all’imperialismo od all’invasione.
PErhcé ritengo che tale vizio è deleterio.
Come chi si ubriaca è improduttivo ed una nazione per conceso di ubriaconi li farà mori di fame, così una nazione per consenso di esclujsivisti tra sé-gli altri no puzzano- è una nazione che romperà il cazzo, antipatica prima e poi non si sa…( si sa che lo vedemo sempre ).
Tutte ste manfrine che poi vengano risolte con il solito: la tecnologia, le aziende il nap fato rispettare non c’è senso al resto…mi sà di fideismo e di scollamento dalla realtà odierna.
il sangue è un fattore importante che non sottovaluterei, ma se si vuol accettare il vizio perché è gisuto farlo, è bene ricordarsi che la virtù tiene la libertà, il vizio quando così si chiama ormai, è già una breccia “statalista”.
a Block per essere libertario doc gli manca solo di dire: la strategia rivoluzionaria dels ecessionismo hoppiano deve essere accompagnata dall’agorismo
cmq vedo un po’ di esprimere una qualcosa di meno superficiale e più pregnate.
ciao
Ecco cosa. cioè la Virtù è data ed il vizio pure ( fumare bere on sono vizi diamine ma l’abuso il vizio, ossia il disordine)
Sono dati per tutti come quando il NAp è per tutti.
Una nazione che non ponga limiti al bere o ponga limiti al sesso ( quando tali limiti sono solo nella natura deller elazioni volontarie e dei contratti in cui ci si impegna ) già ha preposto seppur nel consenso di tale massima decisa come sana e da tutti avallata un fattore di disuguaglianza dagli altri poiché non una nazione può dire: chi scopa con gli uomini fa schifo, ma l’individuo solo.
Quando una nazione lo dice, già c’è l’astrazione nel riconosciumento del comune sentire.
Ossia un comunitarismo magari non economico ( ma come fa a non essere econmico se il boicottoaggio tornasse ad essere la vera arma libera e sana economicamente? ) o etico ma di valori( virtù )
cos’è allora la virtù? non è l’atto la virtù…non lo scopare con l’uomo è la virtù invece che con la donna.
la vritù è il comprendere ciò che si fa e farlo in rispetto e conformità del vero.Ma ci vuole una definizione di virtù più snella.
Come non esistono azioni buone in sé…così non esistono azioni cattive in sé . Si deve per forza vedere l’interno e l’intenzione. E’ complicato.
Tutto ciò per dire che in una nazione è proprio il comune a farla nascere…la terra…i cibi comuni…il clima comune…il sangue comune…MA una nazione che esclude comunità diverse e sovrapponibili già ha i propdromi dellos tatalismo.
( un po’ come hoppe quando dice…i cristiani prima e i musulmani poi vengano giudicati secondo il diritto comune e pi secondo quello della propria religione il che tutto può starci nella stessa nazione )…
Enclavi federati con cocmunità diversissime tra di loro all’interno…questa forse può esser la nazione.
Un po’ di getto…
So quanto detesti la Rand, ma più o meno sosteneva la stessa tesi di Ron Paul sul razzismo. Esso si manifesta in corrispondenza dello spostamento dei valori dall’individualismo verso il collettivismo. Poi dal collettivismo all’idea del “governo di popolo” la distanza è breve.
Ah, dimenticavo, il personaggio lo conoscevo. Lo avevo scoperto casualmente perché il suo ritratto compare a rotazione, assieme ad altri advocates of liberty, sulla home di http://www.heartland.org/
C’è anche un altro nero che ho scoperto sempre grazie a quel sito: Crispus Attuks:
http://en.wikipedia.org/wiki/Crispus_Attucks
d., secondo me la corretta chiave di lettura è quella già esposta dagli altri qui, ovvero, quella rigorosamente individualista. Le conseguenze economiche del segregazionismo del resto sono infelici e facilmente dimostrabili.
Oltretutto, nella visione nazionalista (per consenso oppure no), popolare e in definitiva collettivista, manca sempre il punto di vista del negro.
Perlomeno, dal momento che gli agenti sono due, sarebbe opportuno definire le intenzioni di entrambi.
Quello che fa Washington, infatti, non è altro che suggerire un atteggiamento positivo per chi parte in una condizione svantaggiata. Più che di libertarismo strictu sensu, forse sarebbe più corretto parlare di quella che i mericani chiamano filosofia self-help.
Una nazione in teoria non è qualcosa di possibile libertariamente a meno che non la si definisca chiaramente e secondo Principi.
Singolarmente credo che il nazionalitarismo si ponga su questi termini possibili e fondati quindi.
Per il resto, una qualunque associazione od enclave o comunità è un insieme di privati in cui la collettività si crea e giustamente.Una famiglia non è più individualismo, quando la si fa, volontariamente ci si sottomette in cambio di quel qualcosa. L’individualismo sfrenato od atomistico è giustamente stigmatizzato.
Per quanto rigaurda i negri ma ancor di più i nativi americani, non credo che ci sia soluzione.
E cercarla tramite le tecniche moderne ( mio tarlo fisso e noioso me ne rendo conto ) è strambo.
Sottolineavo che un’identità culturale quando accoglie troppo si uccide, e quando viene dimenticata si uccide.
Chi si uccide è già vizioso, ed il visioso è il pericolo per il crimine.
Ed il vizio non è una qualsiasi cosa da fare, ma una mentalità, come lo stato non è il nemico, ma la sistematizzazione che i nemici si son dati per incularci…
I dispiace molto per gli afroamericani, ma ancor di più per i nativi.