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Fanatici dell’oikos

Ricevo e pubblico questa bella recensione di un disco dalle inaspettate nuances individualiste. Inaspettate per un panorama musicale come quello nostrano ancora incrostato di stereotipi nazional-popolari da “festival della canzone italiana”, e per un genere come l’hip-hop he quando ha provato a smarcarsi dallo sterile edonismo e dal nichilismo che da sempre lo affliggono, come con i Tribe Called Quest, gli Arrested Developement o il francese Mc Solaar, ha finito invariabilmente per abbracciare le istanze altermondiste, collettiviste e multiculturaliste del peggior progressismo.

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di Orso

È bizzarro rendersi conto di trovare, in questa generazione decadente, un flebile raggio di speranza in due artisti rap. Soprattutto per chi scrive, che ha sempre visto nel rap il segmento deteriore della musica moderna, fatta di falsi profeti, vanterie, orgoglio nigga e tamarro a seconda dei casi. Sarà perché gli Uochi Toki, duo alessandrino, rap vero e proprio non ne fanno. Piuttosto si tratta di parole in libertà, in senso «futurista», accompagnate da basi scelte con attenzione all’estetica noise.
I pregi degli UT non sono solo musicali; più di tutti a sorprendere sono i testi, intelligenti, accuratissimi, scritti (non improvvisati), e animati soprattutto da una vena individualistica che fa di Napo (al secolo Matteo Palma, l’autore del duo) l’erede naturale di Thoreau. Come l’autore del Walden, l’ex «Laze Biose» ama i boschi, e vagando tra gli alberi traggono l’ispirazione per i suoi testi, a confermare l’indissolubile legame tra le selve e il disprezzo per le astrazioni collettiviste. «Il cinico», pezzo che apre il loro ultimo disco, «Libro Audio» è un interessante manifesto:
«Il fatto che io non abiti in città non vuol dire che sottointendo che la mia scelta diventi un esempio, una necessità per gli altri. Per farti un esempio, sappi che io ho la necessità di vedere il cielo intero, di sentire tutte quante le direzioni del vento, di poter aprire la porta e raggiungere un bosco di notte quelle poche volte in cui faccio fatica a prender sonno. Ho bisogno di vedere i flussi di acqua corrente, di ricordarmi che sono piccolo così anche i miei problemi sono piccoli e risolvibili, così non devo lanciare a tutti i costi lanciare accuse a me o ad altri, perdere tempi con le colpe o i meriti».
Troppo New Age? Allora sentite cosa Napo riesce a dire nel più politico «I Mangiatori di Patate» in cui racconta gli espedienti e le ristrettezze a cui la crisi economica ci ha abituati. Si comincia con una stoccatina ai fattoni, personaggi ben noti a chi frequenta le stazioni del Nord Italia:
»Quando vedo in stazione un ragazzo col suo cane, mi verrebbe da interpellarlo, da dirgli: “No ma scusa ti stai sbagliando, con quello che spendi in droga ci paghi l’affitto, ci fai una spesa al supermercato, anzi tre o quattro”, anche se di solito sono io quello che viene interpellato perché vesto un po’ meno sbrindellato e mi si chiede una moneta per un biglietto del treno che era stato calcolato. “Ti sei messo in viaggio senza sapere se disponevi dei soldi per tornare, ma sapendo che saresti tornato? Saresti un genio, ma il tuo è un ripiego collaudato”. Siete in migliaia, non in quattro. Se chiedere elemosine fosse un metodo funzionale, ci sarebbero meno morti di fame che morti di spade – anzi, scusate – di bottigliette di plastica bruciacchiate, che fanno meno male. Io e il mio compare ci spariamo in vena le teorie keynesiane, inaliamo la disperazione del crack del ‘29.»
Probabilmente involontario, anche l’accostamento droga – Keynes mi piace parecchio.
Il declamatore, dunque, dichiara di aver ben chiaro ciò che è davvero importante nella vita:
«Riesco a capire quello che conta veramente: case, rapporti, disegni, economia, contante»
D’altronde che altro ci si deve aspettare da due che si definiscono: «Fanatici dell’oikos» in quanto si divertono ad abitare: «Stare in casa è qualcosa di spettacolare. A quelli che mi ostracizzano dalle case auguro una morte innaturale perché io amo le case.»
La weltanschauung anarco-individualista, emerge ancora più chiaramente in «Il Nonno, il Bisnonno», che personalmente ritengo un piccolo capolavoro. La storia attraversa tre generazioni: la prima è quella dell’attivista anarchico Cesare (il bisnonno), che prima diserta la guerra procurandosi una ferita sparandosi su una gamba poi, scoperto, accetta il salvacondotto offertogli da un prete: sposarsi e battezzare i suoi quattro figli, anche se questo va contro i suoi principi. Napo trae la seguente lezione:
« uno – quando c’è da pensare alle persone Che Guevara va nel cestino; due – il fucile rivolto contro sé stessi può portare a vivere meglio» (NB: la frase ha letteralmente sconvolto il pubblico di indie-rockers, notoriamente sinistri ortodossi). C’è poi la storia del nonno, Ennio, che pur di suonare entra nelle fila del gruppo universitario fascista, rischiando di incorrere nell’ira di sua padre.
«Cosa imparo questa volta? Niente è più importante di quel che voglio fare, che ci sia la guerra di mezzo, il giudizio di mio padre o di un uomo comune, di un opinionista, lavoratore, pendolare, centro sociale. Adesso parlami di saggezza e politica di alte sfere o popolare, raccontami quello che hai letto nei libri: vedrai che a me vengono i brividi perché posseggo desideri ibridi».
Il pezzo che segue, «Il Ballerino», è apprezzabile solo per il concept: un j’accuse al mondo del calcio, passatempo mainstream, degli adolescenti, ancora una volta un grido contro l’omologazione, un inno alla libertà nel quotidiano.
Che gli Uochi Toki condividano «i semi del verbo» agorista lo si evince anche da una lunghissima intervista riportata nel sito specializzato OndaRock:
D: E quando però ve le chiedono, le opinioni politiche, voi che dite?
Napo.: Io annullo la scheda.
D: Ma così ti salvi sempre!
N.: No, no. Io dico esattamente quello che faccio. Quando poi mi dicono che bisogna dare il voto al meno peggio, e io dico “Sei un cretino perché non è esprimere una preferenza”.
Rico (autore delle basi, ndr): È una pistola puntata alla tempia, scegliere il meno peggio.
N.: Anche qui prevale la questione del “si è sempre fatto così e allora va fatto così”. Votare è un diritto eccetera eccetera, però tutte le cose che sono state messe sopra al votare non vengono neanche tenute in considerazione. Quindi per me votare non è esprimere un diritto o una preferenza. Quando bisogna scegliere tra quello che c’è, io di solito cerco dei modi di fare in modo diverso.

Ma, più autarchicamente, Nuovo Ordine Mondiale.
Il progetto della moneta globale, obiettivo da raggiungere entro il 2015, infatti, parla italiano.

Rai.TV – TG1 – TG1 ed. 13.30 27.07 moneta globale, un progetto italiano

Nella speranza che anche il più scettico critico del cospirazionismo inizi ad aprire gli occhi.

“Datemi il controllo sul denaro di una nazione e non mi preoccuperò di chi ne fa le leggi”
— M.A. Rothschild

(Notizia segnalata da Luca F. su Snow Crash).

Daily dose of reality

Reality Chec_qjpreviewthOggi ho fatto due incontri interessanti, il primo, un albergatore, ex dipendente di Poste Italiane, il quale nel 2005, licenziatosi dalla società, ha riconsegnato il tesserino di promotore finanziario perché “ormai mi vergognavo per le truffe rifilate alla gente”.
Nel pomeriggio, l’ex direttore marketing di un grosso gruppo italiano della grande distribuzione organizzata che invece ha lasciato la professione in quanto “disgustato da un marketing che tende sempre più alla sociologia disumanizzante delle multinazionali”.
Quest’ultimo, ad un certo punto della conversazione, ha aggiunto: “non si può negare l’evidenza”.
Ho pensato: “Vero, però neanche la si deve accettare a scatola chiusa. Molte delle cose che la maggior parte delle persone danno per scontate, nella realtà non sono affatto evidenti, ma solo il frutto di cattive informazioni, pigrizia, conformismo”.

Siamo una società ultra informata, ma moriremo di ignoranza, come direbbe Rubén Blades.

Stavolta le fonti non sono bizzarri urlatori nel megafono, ma più banalmente la Libera Enciclopedia. Ognuno tragga le proprie conclusioni. 1, 2, 3.

copywrongCosì almeno ripete l’MPAA all’infinito. Tranne che non sia uno dei suoi membri a farlo. In quel caso, non è un crimine, bensì la reinterpretazione creativa di un contratto:

J.R.R. Tolkien vendette i diritti per la realizzazione di un film del suo “Il Signore degli anelli” quarant’anni fa per il 7,5% dei futuri ricavi. Tre film e sei miliardi di dollari dopo, i suoi eredi non hanno visto un centesimo dalla Time Warner Inc.

…In base al contratto, New Line doveva pagare una percentuale su tutte le entrate lorde, dopo aver dedotto 2,6 volte i costi di produzione, più le spese per la promozione eccedenti un certo importo, secondo Eskenazi.

Gli eredi, tra cui i figli di Tolkien Christopher e Priscilla, sostengono che New Line abbia gonfiato le spese ed escluso le entrate dai suoi calcoli, il che significa che la famiglia “non vedrà mai riconosciuto ciò che le spetta”, stando alla denuncia. Inoltre, sostengono sempre i successori, la New Line avrebbe consentito che alcuni documenti venissero distrutti.

Quindi, la prossima volta che sentite uno di questi autonominati campioni della difesa del copyright dichiarare che c’è bisogno di leggi più severe – e la prossima volta che vedete la loro propaganda fare i loro interessi prima di un film che avete pagato per guardare – ricordate esattamente quanto lontano si estende il loro sostegno alla proprietà intellettuale ed al riconoscimento per le opere creative. Non un millimetro più in là dei loro portafogli.

Via WendyMcElroy.com

Vademecum

PJ-AN060_pjTAXR_20080819173855Elaborate dal pool legale della LIFE e tratte da varie leggi e riprese anche dal recente libro di Leonardo Facco.

Via PIR

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Le 20 regole auree quando si ha a che fare con le Fiamme Gialle

1. Richiedere il tesserino. Loro lo esibiscono e se lo tengono in mano. Voi ricopiate i dati su un foglio.

2. Nel caso si rifiutino, chiamate subito, sempre senza aprire, il 112, denunciando che ci sono delle persone che vogliono entrare e, poiché rifiutano di identificarsi, voi pensate che siano dei truffatori.

3. Richiedere carta o foglio di servizio. Fotocopiatelo. È questo il documento basilare di tutte le ispezioni. Essi devono attenersi esclusivamente a quanto indicato sul foglio.

4. Spulciare la lista dei nomi scritta sul foglio di servizio.

5. Col foglio di servizio in mano, telefonate all’Ente che li ha inviati e chiedete che i nomi vengano confermati uno per uno.

6. Chiamare subito almeno due testimoni. I testimoni non devono mai parlare. Muti come pesci seguono da vicino i controllori.

7. Avere sempre una macchina fotografica o una telecamera. Non possono toccarvela: lo strumento di prova non può essere pignorato.

8. Se avete da fare, sia voi che i vostri dipendenti continuate a fare. Se ve lo impediscono potete sempre denunciarli per “turbativa di lavoro”.

9. Non mettete a loro disposizione scrivanie o sedie. Che se le portino o che stiano in piedi: li aiuta a crescere.

10. Non permettete loro di usare il vostro telefono o fax.

11. Non siate gentili: non serve a niente!

12. Devono attenersi esclusivamente a quanto scritto sul loro foglio di servizio.

13. Non possono rovistare fra la vostra biancheria o altri effetti personali e neppure fra quei documenti che non sono attinenti al controllo. Le vostre agende private non dategliele. A meno che ciò non sia espressamente previsto nel loro foglio di servizio.

14. Non firmate mai alcun verbale.

15. Possono ispezionarvi soltanto durante l’orario di lavoro.

16. Non possono stare tra i piedi per più di trenta giorni lavorativi.

17. Il magazzino se lo spostino loro. Non prestategli operai o muletti. Se ci sono ragnatele o topi, che si arrangino.

18. Mentre loro fanno, scrivete un vostro verbale con l’indicazione esatta dell’ora e del minuto di ogni operazione.

19. Non prendete paura perché sono solo uomini.

20. State rilassati, non succede niente: adesso cominciate a divertirvi.

Via dalla schiavitù

washington-booker-tNon so se altri feticisti oltre a me hanno seguito la discussione su TakiMag, uno dei periodici di riferimento del pensiero paleo-libertario, incentrata sul tema del razzismo.

Semplificando drasticamente, Jared Taylor sostiene che il fattore razziale sia determinante nella creazione di una società volontaria, mentre i migliori paleo, come Justin Raimondo (oltre all’amico Orso che in una conversazione privata opporunamente me lo fatto notare – e che comunque rientra nella categoria), hanno ricordato come, al contrario, nella società volontaria il problema razza sia già stato abbondantemente superato, e quindi da ritenere fondamentalmente ininfluente.

In effetti, seguendo il ragionamento di Taylor, io dovrei sentirmi più affine all’Average Joe wasp dell’Arkansas che sconosce totalmente le caratteristiche del posto in cui vivo, anziché all’immigrato del Mali che vive qui da trent’anni, lavora e affronta le questioni che la comunità di cui bene o male fa parte, mano a mano gli presenta. Il discorso, ovviamente, non fila.

Così, anche per mitigare il clima inquietante dei post recenti, ho pensato di tradurre questo breve articolo di Gary Galles, in cui racconta la vicenda di Booker T. Washington, ex schiavo americano divenuto imprenditore ed educatore di chiara connotazione libertaria, un personaggio a cui ricordavo Rothbard dedica parole profonde in una delle sue opere, e la cui biografia non è dissimile da quella di Marcus Garvey, altro protagonista di quei rari fotogrammi di libertà nell’orrendo film della schiavitù. Al di là del tema, che magari ai più sembrerà scontato e demodé, si tratta di un piccolo messaggio di speranza. Fatalmente, una delle poche cose concrete su cui oggi può contare chi vorrebbe solo essere libero.

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Molti dei quotidiani che ho letto in febbraio pubblicavano articoli in onore del Black History Month. Ma tra quelli che rumorosamente invocano più stato (quindi più coercizione) come soluzione dei problemi sociali che affrontano i neri, un articolo su George Washington Carver mi ha colpito per il forte contrasto. I suoi creativi sforzi scientifici (compreso lo sviluppo di prodotti derivati dalle arachidi, dalle patate dolci e dalle noci di Pecan) beneficiarono i neri, così come molti altri, senza coercizione.
Interessatomi alla vicenda, ho iniziato una ricerca su Carver, scoprendo che il suo impegno fu decisivo per lo sviluppo economico del sud. Quasi subito però sono entrato in connessione con Booker T. Washington e il Tuskegee Institute da lui fondato e diretto (entrambi, sono sepolti l’uno accanto all’altro nel campus di Tuskegee). Nella vita ugualmente ispirata di Washington e nella sua più ampia opera scritta, ho scoperto un uomo dotato della comprensione dei mezzi di gran lunga più etici per il successo – autoemancipazione di cui hanno beneficiato anche altri attraverso accordi volontari – delle proposte stataliste che altri avanzavano allora, e ancora più avanzano oggi.

Booker T. Washington, nato schiavo, aveva setta anni quando l’Emancipation Proclamation fu annunciata. All’età di undici anni, ricevette il suo primo libro e gli fu insegnato a leggere.
Egli pensò “entrare in una scuola e studiare, sarebbe come entrare in paradiso”.
A sedici anni si iscrisse all’Hampton Insitute in Virginia – cinquecento miglia da casa – con nient’altro che un dollaro e mezzo nel portafogli, e lì seguiva le lezioni di giorno e lavorava la sera per pagarsi vitto e alloggio.
Dopo la laurea, Hampton fece di lui un insegnante. Nel 1881 fondò e poi diresse quello che oggi è il Tuskgee Institute, insistendo su come la formazione rappresenti la più solida base dell’etica del lavoro.

La più completa libertà compatibile con la libertà degli altri.
Booker T. Washington

Washington è stato un’instancabile educatore e sostenitore dell’auto emancipazione dei neri,
Al Tuskegee, insegnava agli alunni a dotarsi delle abilità tecniche necessarie a guadagnare un buon standard di vita. Premeva sui valori della responsabilità individuale, della dignità del lavoro e della perdurante necessità di un carattere etico come miglior strumento per gli ex schiavi che iniziavano con il solo sudore della fronte ad avere successo.

Sosteneva fossero il business, l’impresa e l’intraprendenza, anziché che l’agitazione politica, il più solido fondamento del successo. Diede vita alla National Negro Business Ligue. Comprese e modellò lo spirito capitalista, riconoscendo che chi sa servire meglio gli altri, otterrà egli stesso un beneficio da ciò.

Washington riconobbe, partendo da nient’altro che l’esperienza della schiavitù subita dal governo, che per i neri, al fine di progredire, ulteriore coercizione non sarebbe stata la risposta. Al contrario, che il successo non poteva essere trovato, se non attraverso l’autoemancipazioine e gli accordi volontari. Questo perché, indipendentemente dalle ingiustizie del passato, solo accordi volontari potevano prevenire che altre ingiustizie venissero commesse, e “che nessuna questione è mai definitivamente risolta fino a quando non è risolta nei principi della più alta giustizia”.

Sull’inadeguatezza della coercizione:
… ogni volta che le persone agiscono in base all’idea che lo svantaggio di un uomo è un vantaggio per un altro, lì c’è schiavitù.

Non è possibile trattenere un uomo in una fosse senza soffermarsi nella fossa con lui.

Ci sono due modi per esercitare la propria forza: uno è spingere in basso, l’altro è spingere in alto.

Accordatevi con voi stessi se ad una razza così disposta a morire per il proprio paese non dovrebbe essere conferita la piena possibilità di vivere per il proprio paese.

Non ho mai visto uno che non vuole essere libero, o uno che ritorna allo stato di schiavitù.

La schiavitù ha rappresentato un problema di distruzione; la libertà uno di costruzione.

… commetteremmo un errore fatale se cedessimo alla tentazione di credere che la mera opposizione ai nostri torti, e la semplice esternazione di denuncia, prenderanno il posto dell’azione progressiva e costruttiva, che sono il vero fondamento della civiltà.

[anziché la politica]… vorrei contribuire in modo più sostanziale contribuendo alla costruzione delle fondamenta della razza attraverso una generosa educazione della mani, della testa e del cuore.

Sull’autoemancipazione
Non ho mai avuto molta pazienza con la moltitudine di persone smpre pronte a spiegare il motivo per cui non hanno avuto successo. Ho sempre avuto grande considerazione per uomo che potrebbe rivelarmi come riuscirci.

Ciascuno dovrebbe ricordare che c’è una possibilità anche per lui.

Nessuno può degradarci tranne noi stessi.

Niente merita di essere posseduto, tranne il prodotto del duro lavoro.

Né dobbiamo consentire alle nostre rimostranze di adombrare le nostre opportunità.

Ho imparato che il successo si misura non tanto nella posizione che hai raggiunto nella vita, quanto nella quantità di ostacoli che hai dovuto superare per ottenerlo.

Poche cose aiutano un individuo come affidargli responsabilità facendogli sapere che vi fidate di lui.

Il carattere, non le circostanze, fanno l’uomo.

Solo i piccoli uomini serbano lo spirito dell’odio.

Non permetterò a nessuno uomo di ridurre e degradare la mio animo facendosi odiare.

Se vuoi elevarti, eleva qualcun altro con te.

Credo che la vita di ogni uomo si riempirà di un’inaspettata forza, se saprà tenere a mente di dover dare il meglio ogni giorno.

Il successo nella vita si fonda sull’attenzione che diamo… alle cose di tutti i giorni a noi vicine piuttosto che a quelle lontane e insolite.

… in condizioni di libertà, assieme agli elementi specifici di un determinato settore, si è avuto modo di avere a che fare con un altro elemento, che è quello dell’intelligenza, dell’istruzione.

… la libertà, nel suo senso più ampio e alto, non è mai stata una concessione, ma una conquista.
Uno sforzo costruttivo nella direzione del progresso cancella più ingiuste discriminazioni di tutti i lamenti del mondo.

Sulla libertà di accordo volontario
… il più completo miglioramento per ogni essere umano può avvenire solo attraverso il suo essere autorizzato ad esercitare la più completa libertà compatibile con la libertà degli altri.

La nostra repubblica è la conseguenza del desiderio di libertà che connaturato ad ogni uomo… libertà del corpo, della mente e dell’anima, e la più completa garanzia della sicurezza della vita e della proprietà.

… in fondo, l’interesse dell’umanità e quello dell’individuo sono gli stessi…

In condizioni di libertà e saggezza, [l’uomo] rende la più alta ed utile forma di servizio [agli altri].

Il mondo si interessa poco di quelo che un uomo sa; è quel che sa fare ciò che conta.

Nessun uomo che con costanza aggiunge qualcosa di materiale, intellettuale o morale benessere al posto in cui vive sarà lasciato a lungo senza un’adeguata ricompensa.

Nessuna razza che contribuisce con qualcosa nel mercato del mondo è a lungo ostracizzata.

L’individuo che può fare qualcosa per ciò che vuole il mondo, alla fine, troverà la sua strada indipendentemente dalla razza.

I più attenti studiosi del problema della razza iniziano ad accorgersi che il business e l’impresa costituiscono ciò che potremmo chiamare il punto strategico della sua soluzione.

… quelli che si sono resi colpevoli di critiche così dure [al ricco], non sanno quante persone sarebbero povere, e quanta sofferenza ne risalerebbe, le persone ricche avessero spartito in una sola volta la loro ricchezza smembrando e sciogliendo le grandi imprese commerciali.

Leggendo le parole di Booker T. Washington, ho trovato qualcuno che ha saputo ispirarmi sia con le azioni che con il suo carattere. L’enfasi posta sul rifiuto della coercizione sugli altri, e la fiducia invece nell’autoemancipazione e negli accordi volontari è esattamente ciò che noi, come genitori, a prescindere dalla razza, cerchiamo di insegnare ai nostri figli oggi, mentre li prepariamo a dare il meglio nella loro vita. E nonostante il fatto si tratti di un duro lavoro e di un sacrificio (come ogni vero successo), che lo rende un messaggio che molti non vogliono sentire, è vero e prezioso tanto oggi quanto lo era durante gli anni di Booker. T. Washington