Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘filosofia’ Category

covercateneHo finalmente trovato il tempo per ultimare la traduzione fatta a quattro mani con l’amico PaxTibi del libello di Wally Conger “La teoria di classe Agorista”, tratto dagli scritti incompleti di Samuel Edward Konkin III. È scaricabile gratuitamente qui e qui
Buona lettura.

Read Full Post »

freetochooseA completamento dell’articolo di Rod Long – che per inciso si conferma uno dei più brillanti pensatori libertari contemporanei
– apparso sul Gongoro, pubblico questo breve saggio di Michael S. Rozeff il quale ci illumina sul concetto di Panarchia.
La Panarchia, concezione di un sistema di convivenza sociale su base volontaria esposta già nel 1860 da Paul Emile De Puydt, rappresenta l’unico sistema che, a dispetto della millantata uguale possibilità in un contesto democratico di fare altrettanto, consente realmente agli individui di  scegliere  liberamente se e a quale ordinamento giuridico aderire, a prescindere dal presupposto della territorialità.

 

Per la libera scelta del governo

di Michael S. Rozeff

Nota: Michael Rozeff è attualmente uno dei più lucidi sostenitori dell’idea e della pratica della panarchia, che è la concezione basata su governi non territoriali scelti liberamente dagli individui. In questo saggio egli sostiene tale posizione con straordinaria chiarezza e vigore. Se qualcuno non è convinto dal suo solido ragionamento in favore di governi volontariamente scelti, è molto probabile che ciò dipenda dal fatto che la persona o è incapace di pensiero razionale o non vuole accettare argomentazioni logiche che andrebbero a distruggere le sue basi di potere e di privilegio ottenute proprio grazie all’esistenza dello stato monopolistico.

__________________________

In un precedente scritto ho argomentato che la scelta del proprio governo è una opzione o decisione che scaturisce direttamente dall’idea che Thomas Jefferson aveva dei diritti e che si trova nella Dichiarazione di Indipendenza; e che sulla scia della logica di Jefferson arriviamo al concetto di panarchia. Ragionare in astratto sui diritti non ha mai convinto nessuno. Perciò in questo articolo non farò uso di tale concetto.

Sorge la domanda: Che cosa è un Governo? Un Governo deve essere definito assegnandogli una specifica caratteristica che lo distingue in maniera univoca da altre realtà che non sono il governo. Quella caratteristica ha a che fare con principi e regole che indirizzano l’azione. Ma di quali regole e di quali azioni si parla? I Governi si differenziano notevolmente nelle finalità delle loro azioni, nei loro metodi di governo e nelle relazioni con i governati.

Esistono parecchi tipi di governo a molti livelli. Per semplificare la discussione, immaginiamo governi nazionali in relazione con Stati. Supponiamo per un momento che il motivo per cui questi governi cambiano è perché le nazioni che essi governano hanno realtà differenti. I Russi hanno una loro forma di governo e i Cinesi un’altra. Questo è, almeno in parte, questione di inclinazioni personali. Anche se questi governi hanno avuto la loro origine in un processo di conquista o altro, essi hanno trovato stabilità, almeno in secoli a noi vicini, governando su un insieme di popolazioni con una qualche sorta di identità o con aspetti essenziali condivisi per quanto riguarda credenze, valori e spesso religione e linguaggio. Nella misura in cui un intero popolo aveva voce riguardo alla forma di governo, quel governo poteva riflettere quella voce. C’è un specie di scelta collettiva di base che è stata effettuata o condivisa in qualche modo oppure generata attraverso la forza e l’abitudine, almeno in una certa qual misura. Non intendo qui affermare che i governi sono nati da una scelta collettiva. Sto solo dicendo che la scelta collettiva gioca una certa parte, ed è per questo che possiamo spiegare la varietà di governi.

In un certo senso, l’esistenza di una varietà di stati e di governi mostra che riconosciamo una pluralità di differenti preferenze nella scelta del governo tra vasti aggregati di persone. Ma se una parte della scelta di un governo è collettiva, allora dovremmo anche riconoscere che la scelta collettiva sorvola sulla grande varietà esistente tra le persone che si aggregano e che prevale sulle preferenze e credenze di ciascuno. Se il governo è un governo di una popolazione di individui, esso sopprime l’espressione delle preferenze per il governo che esistono all’interno di una vasta gamma di sotto-popolazioni e sotto gruppi. Non si può logicamente affermare che un governo nazionale si basa sul consenso dei governati senza riconoscere al tempo stesso che non si poggia sul consenso di sotto-gruppi all’interno dei governati e cioè di coloro che esprimono la preferenza di non essere governati da quel governo nazionale.

Nonostante le differenze tra stato e stato, non vi sono in realtà molti tipi diversi di governo tra cui scegliere. Certamente c’è una grande differenza tra l’essere governati da Mugabe o da Bush. E i singoli governi non hanno lo stesso insieme di programmi; rimane comunque il fatto che se uno cerca di sottrarsi da un paese con un governo molto grande per trovare un altro con un governo molto piccolo, è quasi impossibile farlo senza dover abbandonare la terra in cui si è nati. Scegliere un governo che è davvero diverso da quello sotto cui si vive attualmente risulta essere qualcosa di molto costoso. E ancora più costoso è informare gli altri che non si appartiene ad alcuno Stato o che si rinuncia ad appartenere allo Stato in cui si è nati. I Governi usano la forza per mantenere le persone sotto il loro potere. La forza include anche, nei regimi democratici, l’essere soggetti al potere della maggioranza. I costi da sopportare per sottrarsi al potere della forza sono elevati. Ognuno di noi si è rassegnato a ciò solo per essere lasciato tranquillo. Il risultato è che i governi tendono ad essere più omogenei in apparenza di quanto potrebbero essere e che le nostre scelte tra i governi esistenti non sono così varie di come potrebbero essere.

Il fatto è che se ognuno di noi potesse scegliere di sua propria volontà il governo che vuole senza doversi trasferire o senza dover andare molto lontano o senza emigrare in una terra straniera, la gamma di scelte di governo potrebbe aumentare e probabilmente aumenterebbe in misura sostanziale. Per dirlo in altro modo, gli otto milioni di persone che vivono nella città di New York, se fosse data loro la scelta del governo in quella regione, esprimerebbero probabilmente una gamma di preferenze molto più ampia che non quella di un unico governo come è il caso attualmente. Essi hanno molte idee differenti su quale dovrebbe essere la finalità del governo, quali dovrebbero essere le regole, come dovrebbero essere fatte rispettare le regole, e quali relazioni dovrebbero esistere tra governo e governati. In una nazione di 300 milioni di persone, è ovvio che esiste un numero enormemente più grande di preferenze personali riguardo al governo di quelle che sono espresse dall’esistenza di un solo governo nazionale per tutti. Le preferenze personali per differenti tipi di governo non trovano espressione nelle attuali forme di organizzazione politica. Abbiamo di gran lunga più scelta di succhi di frutta e bibite in un supermercato di quante ne abbiamo riguardo alle forme di governo, eppure la scelta del governo ha un impatto di gran lunga superiore sulle nostre vite del fatto che possiamo scegliere tra succo di uva o succo di mirtillo.

Se tu pensi che sia giusto godere della libera scelta tra confezioni di cereali, tra ragazze che diventeranno tua moglie, tra mezzi di trasporto, tra impieghi lavorativi, o tra fedi religiose, per la semplice ragione che questo è quello che tu vuoi, allo stesso modo dovresti avere la scelta del governo, se questo è ciò che tu vuoi. In tutti questi casi, faccio chiaramente riferimento al fare scelte pacifiche che non opprimono altri. Qui non si tratta necessariamente dei tuoi diritti. Si fa semplicemente riferimento alla tua volontà, cioè all’espressione di chi tu sei. L’essere umano si caratterizza per l’agire, e l’azione comporta la scelta; e scegliere è scegliere liberamente (sempre nel senso di farlo in maniera pacifica). Non voglio dire a questo punto che scegliere ed esprimere la propria personalità umana sia una cosa buona e giusta (sebbene io lo creda e lo affermi nella mia conclusione). Voglio solo dire che se fai una scelta tra diversi prodotti e servizi, e quasi tutti noi la facciamo, allora logicamente si può pensare di scegliere il governo che si vuole, considerando che anche il governo sostiene di fornire vari beni e servizi. Frasi come “il consenso dei governati” e “nessuna tassazione senza elezione dei rappresentanti” esprimono questa scelta. Si dice che votare è una espressione di tale scelta e, anche se non lo è in realtà, l’idea di scegliere il proprio governo è ancora presente nelle ragioni di base per l’esercizio del voto.

In generale, la tua scelta tra confezioni di cereali è differente da quella che fa il tuo vicino ma, dal momento che ognuno sceglie ciò che vuole, ognuno ottiene ciò che vuole senza danneggiare l’altro. Scegliere il governo può essere equiparato a tali comportamenti. Ognuno può migliorare la propria situazione facendo liberamente la propria scelta. Attualmente non è così, ed è difficile immaginare una realtà simile in quanto tu e lui siete entrambi posti di fronte ad un solo tipo di cereali e dovete mangiare quel tipo, che lo vogliate o no. Al massimo tu puoi votare per una persona, ma l’effetto del tuo voto su quell’unica marca di cereali è zero. Questo è tutto ciò che tu e lui avete avuto finora. Tu non scegli un governo o un metodo di governare o regole per governare; tu esprimi il tuo voto, privo di effetti reali, riguardo ad un numero ristretto di persone che possono o non possono governare. Una realtà alternativa e cioè che uno possa scegliere la propria forma di governo, sembra quasi irreale allo stato attuale, sebbene questa sia una cosa del tutto naturale come il fatto che tu e il tuo vicino scelgano di far parte di chiese diverse, o che due membri della stessa chiesa frequentino università differenti. L’America era abitata da centinaia di tribù Indiane con forme diverse di governo, ed anche al giorno d’oggi esistono centinaia di nazioni indiane all’interno dei confini degli Stati Uniti. Se essi possono avere i loro governi, non si vede perché altri gruppi non possano avere i loro.

Le differenze di opinione sul governo tra te e il tuo vicino possono essere sono di gran lunga maggiori che le differenze tra tipi di cereali e questo perché si tratta di problemi più seri a cui ognuno attribuisce un grande valore. Il tuo vicino vorrebbe fare guerra all’Iran, mentre tu vuoi costruire una navicella spaziale per andare su Saturno. Lui è un ardente sostenitore dell’Assistenza Sociale mentre tu vuoi un governo che si occupi di poche cose. Tu potresti volere un re alla testa del governo, mentre lui non vorrebbe alcun governo. Quanto più grandi sono queste differenze, tanto più solida diventa la tesi che ognuno abbia il governo di sua scelta, perché ognuno si troverà in una posizione migliore ottenendo quello che desidera e ognuno sarà isolato dagli effetti negativi di una politica che non condivide.

Ma io non voglio né ingigantire le differenze tra le persone né farle apparire così grandi da rendere la vita impossibile in assenza di un uomo forte che abbia potere su tutti. Il modello esistente di governi statali genera e amplifica le differenze e gioca su di esse. I capi politici degli stati creano situazioni di obbedienza fedele ricercando e sfruttando differenze all’interno dello stato e tra stati. Essi trovano e anche producono e incoraggiano le rivalità tra gruppi e costruiscono le loro fortune sfruttando tali rivalità. Le loro “soluzioni” riguardo le differenze esistenti comportano l’uso della forza, della frode, e allettamenti (economici e psicologici) che li rendono quanto mai indispensabili. Essi sono i sacerdoti esclusivi della loro religione statale che fa apparire loro e lo stato come strumenti insostituibili di cooperazione sociale e di assistenza economica. Essi vogliono farci credere che noi siamo incapaci di cooperare senza di loro e di lavorare tutti assieme in imprese produttive. Il loro sistema di comando si basa sull’inculcare e far crescere in tutti noi la credenza che senza di loro e senza lo stato noi ci sbraneremmo a vicenda. Essi ci presentano due scelte alternative che sono limitative in maniera ingiustificata (e sono quindi false): o lo stato o il disordine. Essi ci addestrano nell’essere isolati e dipendenti da loro per il nostro benessere. Essi giocano sulle nostre insicurezze promettendo generosi pagamenti assistenziali a un prezzo basso e tutto sommato accettabile; ma quelle sono promesse che essi non possono mantenere. Si tratta infatti di schemi alla Ponzi attraverso i quali essi ci restituiscono le nostre contribuzioni dopo aver sottratto quote notevoli di denaro per sé stessi e per l e loro cricche. Questi sono schemi attraverso i quali i ricavi prodotti da un settore della popolazione sono trasferiti ad un altro settore, senza che vi sia alcuna crescita del prodotto da parte dello Stato essendo tutti gli incrementi un risultato del nostro lavoro e sono semplicemente fatti apparire come ricchezze accumulate dallo Stato.

Giudicando la realtà dall’esame della frequenza e gravità delle guerre civili, è del tutto evidente che i disaccordi riguardo al governo sono notevoli. I potenti dello stato si pongono nei confronti delle secessioni e dei movimenti di indipendenza in una posizione di sgomento e di forza. Essi mettono in moto l’opinione pubblica a sostegno dello Stato. Una litania tipica delle giustificazioni pseudo-razionali può essere rinvenuta qui, con Putin che difende gli attacchi dei Russi alla Cecenia. La principale giustificazione è la paura del caos e l’idea contrapposta che lo Stato apporta unità, forza, ordine. Coloro che scrissero la Costituzione Americana usarono argomenti simili, e questo avvenne immediatamente dopo che una confederazione di stati privi di un potere centrale aveva sconfitto una potenza europea tra le più grandi! Che cosa ha la Russia, che già occupa un settimo della superficie della terra, da temere dalla Cecenia? La paura di Putin e di tutti i capi di stato è che una concessione ad una regione separatista o a un gruppo porterà a dover fare ulteriori concessioni ad altri gruppi. La posizione di Putin è chiaramente espressa in quell’articolo. L’esigenza implicita e non espressa apertamente è che lo Stato Russo deve essere mantenuto nella sua interezza. La Russia è un valore in sé stesso, almeno questo è ciò che essi credono. La glorificazione da parte di Lincoln dell’Unione è in ciò simile. Se messi alle strette, gli statisti come Putin non sostengono pacificamente che tutti i Russi avrebbero qualcosa da guadagnare da una Russi unita, e ancor meno presentano questa cosa ai Russi come una scelta volontaria. Invece, fanno ricorso alla forza. I Ceceni (e altri gruppi separatisti in altri paesi) chiaramente non vedono che vantaggio ci sia nel rimanere sotto la sovranità russa. Un movimento di indipendenza lo dice chiaramente. Esso esprime i suoi propri valori. Coloro che lo vorrebbero sopprimere non esprimono alcun valore. Questo è del tutto chiaro. La forza e il successo del pensiero statista è evidentemente notevole se una cosa che è del tutto ovvia ha bisogno di essere espressa apertamente e rimarcata. Il movimento di indipendenza Americano che ruppe con la Gran Bretagna espresse i propri valori, e tra quelli non vi era il valore di essere sottomessi al Re Giorgio. Nessuna argomentazione del Re avrebbe retto contro le preferenze espresse dai ribelli che non avevano dato il loro consenso al suo potere. La Forza non rappresenta una argomentazione. Ad essa si ricorre quando una presunta giustificazione fallisce.

La propaganda degli stati è così forte che fa apparire del tutto stravagante sostenere la possibilità di una governabilità non-territoriale, come pure accordi di gestione che coprano un’area più vasta di possibilità e che sono ancora da scoprire e attuare. Questa è l’idea della panarchia, e cioè, come indicato da John Zube in uno dei suoi scritti: “La realizzazione di molte comunità differenti e autonome quante sono richieste dagli individui secondo le loro libere scelte, comunità che coesistano tutte senza alcun monopolio territoriale, l’una accanto all’altra e mescolate tra loro, sullo stesso territorio o disseminate sulla terra, e al tempo stesso ognuna distinta per leggi, amministrazioni e giurisdizioni, come sono o dovrebbero esserlo differenti chiese.” Se continuiamo a credere nell’idea fittizia inculcataci dallo Stato che non possiamo vivere l’uno accanto all’altro con le nostre differenze, allora risulta difficile persino immaginare la panarchia. Lo Stato è riuscito in tal caso a tagliare alla radice la nostre facoltà di pensiero. Ha rimpiazzato il pensiero indipendente, la scelta volontaria e libera, l’espressione pacifica dei valori personali, e l’associarsi pacificamente con altri, con la violenza, l’inganno, la paura e la falsità. Lo Stato non può logicamente sostenere che è estremamente importante per il benessere di tutti coloro che vivono all’interno delle sue frontiere quando alcune persone all’interno di quelle frontiere dichiarano con estrema chiarezza che la loro situazione è peggiore quando sono sotto il potere dello Stato e che vorrebbero dissociarsi da esso. La forza dello Stato non consiste né nella persuasione né nel ragionamento e neanche nell’espressione di quello che una persona dissenziente apprezza. La forza dello Stato consiste nella soppressione di tale dissenso.

La ragione fondamentale perché il governo dovrebbe essere scelto volontariamente è che, in tal modo, ognuno di noi può ottenere in misura maggiore quello che vuole e in misura più ridotta quello che non vuole. Il fatto che noi personalmente abbiamo idee differenti su cosa è e cosa dovrebbe essere un governo costituisce un motivo in più per essere d’accordo nell’avere governi rivali nello e sullo stesso territorio (con una eccezione notevole a cui si farà cenno tra breve). Il fatto che noi, in una certa qual misura, ci siamo amalgamati con tipi diversi di governo come negli stati-nazione (anche se l’equilibrio è mantenuto attraverso la forza e l’inganno) è una dimostrazione che la cooperazione tra governi rivali è possibile. La terra è un grande territorio che contiene al suo interno molti governi. Non vi è motivo per il quale il territorio degli Stati Uniti o qualsiasi governo non possa contenere molte giurisdizioni indipendenti, fino ad includere la più piccola giurisdizione, che è quella del singolo individuo. Il Governo dovrebbe essere una questione di scelta personale.

La tesi che conviene a ognuno di noi essere d’accordo nell’avere governi in concorrenza tra loro ha una eccezione importante, e cioè che la convenienza viene a cadere per coloro che ricavano un guadagno dal loro potere sopra gli altri. Alcuni di noi vogliono un governo che comandi sugli altri anche quando loro non accetterebbero mai di essere comandati. Alcuni di noi non solo hanno la pretesa di dire agli altri come vivere e comportarsi, essi vogliono anche costringerli a vivere in un certo modo. Questo tipo di persona, sulla base dell’analisi di James Ostrowski, possiamo definirla come un fascista. Questo è quanto dice Ostrowski:

“Come potremmo chiamare questa vasta coalizione basata sul potere dello stato? È chiaro che esistono due prospettive politiche di base: quella libertaria e quella fascista, usando questo secondo termine nel senso colloquiale che si attribuisce a chi voglia imporre la sua volontà sugli altri. Anche una definizione più accademica non si discosta molto dal mio modo di usare il termine. Fascismo consiste nella ‘glorificazione dello stato e nella subordinazione totale ad esso dell’individuo. Lo stato è definito come un tutto organico nel quale gli individui devono essere assorbiti per il loro bene e per quello dello stato.’ (Columbia Encyclopedia, 6th ed.)”

La Panarchia si oppone decisamente all’idea fascista, che consiste nell’imposizione di un governo (o stato) sulla persona che non vuole quel governo. L’idea libertaria illustrata da Ostrowski è altrettanto decisamente opposta all’idea fascista. Se i fascisti non cedono il loro potere monopolistico pacificamente e se non si scoprono modi per sottrarsi al loro giogo, allora non vi è alternativa per i panarchici e i libertari se non fare ricorso agli strumenti di difesa come fecero i rivoluzionari Americani.

Un ideale veramente Americano è quello di Jefferson, che consiste nella scelta volontaria del proprio governo. Questa idea era radicale nel diciottesimo secolo ed è radicale ancora oggi. È l’idea della libertà estesa alla scelta del governo. L’idea della libertà è l’esatto opposto dell’idea di fascismo. L’idea della libertà non è stata ancora realizzata. Ce ne siamo allontanati parecchio, ma davvero, in direzione del fascismo. Forme fasciste di ragionamento sono prevalenti in America, a tal punto che la rinascita della libertà sembra a volte solo un sogno. Eppure la libertà riemergerà perché l’idea fascista è alla base una idea malvagia nella misura in cui, tra le altre cose, cancella l’umanità e gli esseri umani. Il fascismo domina attraverso la forza e l’inganno, ma non potrà resistere una volta smascherata attraverso l’emergere della verità o di aspirazioni a vivere una vita intensa che sono insite in ciascun essere umano. Queste affermazioni sono dettate dalle mie convinzioni in termini di valori. Parlando in termini neutrali, la stessa idea può essere espressa così. Esistono parecchie grandi opportunità irrealizzate quando le persone sono schiacciate e non possono mettere in atto le loro scelte di valore. Le persone possono conseguire risultati ben più elevati attraverso una ri-organizzazione che cancelli l’oppressione. Il sistema attuale che sopprime questi valori e i possibili risultati positivi può continuare a esistere per via dei costi elevati di un cambiamento. Comunque, presto o tardi, le persone oneste di questo mondo troveranno il modo di ridurre quei costi per poter conseguire i risultati positivi. Essi porranno fine o almeno ridurranno il dominio dei fascisti.

Molti di noi sono tenuti prigionieri dallo Stato sotto un governo che non è di nostra preferenza. Faccio riferimento non solo ai libertari o anarchici o mini-anarchici o verdi o socialisti o democratici o repubblicani o a persone di qualsiasi appartenenza politica, definita o vaga, ma a a tutti coloro tra di noi che non sono fascisti. Invece di combatterci l’un l’altro, dovremmo riconoscere che siamo tutti prigionieri rinchiusi nella stessa prigione. Il nostro nemico comune è il fascista che si rifiuta di lasciarci la libertà di scegliere il governo che vogliamo. Il nostro nemico comune è il fascista che insiste nel guidarci come un branco nelle stesse guerre e negli stessi programmi sotto le stesse regole imposte da un governo monopolistico. E quando noi cadiamo nella tentazione di costringere l’altra persona ad avere il tipo di governo che noi vogliamo, allora noi diventiamo fascisti.

Noi dobbiamo continuare a reclamare la nostra libertà e liberarci dal pensiero fascista, qualunque siano le nostre opinioni politiche. Dobbiamo capire che questo non vuo dire imprigionare altri all’interno delle mura delle nostre convinzioni settarie attraverso i vincoli di un governo nazionale monopolistico o di qualsiasi altro monopolio governativo. Cerchiamo di capire che noi non possiamo avere la nostra libertà senza che l’altra persona abbia la sua. Riconosciamo che il nostro nemico è davvero l’idea fascista di “imporre la propria volontà sugli altri.” Non appena noi cerchiamo di governare sugli altri e di creare un sistema nel quale le nostre opinioni prevalgono e impediscono gli altri di effettuare le loro scelte, noi contribuiamo a generare la nostra stessa rovina. Così facendo noi ci rinchiudiamo nelle nostre prigioni e ci alleiamo con i fascisti. E ostacoliamo in maniera intollerante la scelta volontaria del governo.

 

Link all’articolo originale.

Read Full Post »

Iniziata la stagione delle piogge iniziano anche i miei sabato sera ai fornelli. Sono serate in cui mi dedico a proporre menu tipicamente veneti ad ospiti in genere provenienti dai posti più disparati. L’occasione per mangiare bene – dicono che sia un cuoco particolarmente capace – e dar vita a simpatiche conversazioni sui massimi sistemi e altre amenità. Inutile star qui a elencare gli argomenti di cui abbiamo parlato ieri sera, sono effettivamente troppi. E poi due bottiglie di vino, un paio di bicchieri di Torcolato e due grappine renderebbero la cronaca quasi surreale. Butto giù soltanto le impressioni che ho ricevuto dalla discussione che è seguita alla cena e a cui ha partecipato una persona con cui non concordo quasi su nulla, ma che ugualmente mi stimola sempre a riflettere, con conseguenze su di lui a volte benevole, a volte meno.

__________________

Tecnologia, istruzione tecnico-scientifica e alcuni sistemi di valori hanno prodotto una categoria di persone che ragionano in termini di bit e megabyte. A sua volta, questa supposta razionalità scientifica ha dato vita ad una serie di proposte matematico-meccaniche che dovrebbero servire all’organizzazione sociale, politica ed economica degli individui.
Buona parte di queste intricate idee sembrano ispirate ad un’eccessiva adesione al motto cartesiano “penso quindi sono” e spesso se ne fanno portavoce persone la cui attitudine – benché magari nel mondo reale si occupino di tutt’altro – è quella del pigro programmatore di software. Ma, proprio a causa della loro natura empirica, tali sistemi, oltre che astrusi, appaiono come irreparabilmente disconnessi dalla realtà e dalla natura umana.

Essi sono costruiti su dati statistici e matematici i quali, se possono rivelarsi utili per la progettazione di un programma di elaborazione dati o per un esperimento scientifico, non lo sono affatto per descrivere l’umanità, né quindi per l’organizzazione della società. Le chimere sono una cosa seducente e dilettevole, ma non hanno a che fare con il mondo reale e con gli esseri umani più di quanto ce l’abbiano le finzioni romantiche.

Assistendo all’incessante aumento dell’estasi razionalista (nel mondo accademico definita empirismo) viene davvero voglia di implorare l’umanità affinché smetta di essere razionale ed inizi invece ad usare il senso comune – che io continuerei a chiamare ragione, non fosse che facendolo, qui, rischierei di creare inutile confusione.

Gli individui umani sono precisamente definiti come esseri dotati della capacità di pensiero razionale; questo, in definitiva, è il tratto caratteristico che li distingue dagli altri esseri viventi. Tale caratteristica non impedisce la capacità di amare, di provare paura, orgoglio, coraggio, rispetto, dolore, amicizia, invidia o felicità. Al contrario, queste molteplici e multiformi attitudini possono essere comprese ed integrate nel quadro dell’umano senso comune.
È esplicitamente a causa della capacità della ragione di integrare e assimilare facoltà umane altrimenti sconnesse, che il pensiero razionale diventa la nostra caratteristica definitiva e il nostro coronamento. Si tratta di un valore che fa parte del contesto, il contesto dell’umanità.

Se il processo razionale viene avviato meccanicamente e pedissequamente fuori “dal contesto”, per puro amore dell’ordine e della precisione, a seconda della prospettiva su cui uno fonda lo spirito e l’impegno nell’impresa, esso può dar origine a una sorta di nevrosi compulsiva.

La maggior parte delle persone dotate di “mentalità scientifica” riconosce che c’è un punto in cui le loro fantasie razionali si sconrtano con la realtà umana, ma, probabilmente a causa delle priorità educative e culturali attribuite alla saggezza scientifica, tende ugualmente a formulare complessi sistemi meccanici (politici, medici, sociali, economici e architettonici) come soluzione al problema della coesistenza umana.

Tuttavia, io penso che la vera razionalità non abbandona il contesto umano solo per l’apparizione di un sillogismo. La priorità della razionalità è capire – ed accettare – la natura umana, non progettare e rendere noi stessi più concilianti con l’idea di non essere altro che unità da inserire in un sistema di scatole costruite “razionalmente”.
Una simile visione per compartimenti stagni si basa quasi sempre sulla scarsa comprensione o sul deliberato disinteresse – spesso causato dalla convinzione di poter vantare conoscenze superiori – dell’essere umano. Talvolta si dimostrano come il rifiuto di comprendere la condizione umana e quindi a cosa serva realmente la razionalità. Uno sottosviluppo intenzionale delle proprie capacità cognitive.

È possibile usare la razionalità anche per fare il cruciverba, ma non può essere questo lo scopo principale di questo strumento e il motivo per cui lo possediamo. Non ho obiezioni contro chi fa il cruciverba o chi progetta utopie basate su intricate teorie o modelli scientifici empirici.

Immagino che questi obiettivi siano divertenti e consoni per persone così impegnatein simili attività. Mi auguro solo che esse, basandosi su una smisurata cinsiderazione della propria intelligenza, non credano che il resto della società sia tenuto per qualche motivo prenderle sul serio. Spero inoltre che non siano così arditi da cercare di costringere le altre persone ad accettare i loro piani e, nel caso, che le altre persone abbiano abbastanza ragionevolezza da considerare questi scienziati fuori contesto per gli esseri umani sottosviluppati che sono, e non credano che, solo perché non riescono a confutarne dialetticamente le teorie, allora per conclusione logica, gli si deva riconoscere anche il valore umano e “contestuale”.

Il mio non è un problema con la razionalità, ma con il modo in cui essa si applica. Non solo i metodi, i modi e mezzi, quindi, ma il contesto umano, in cui ciò che “è giusto” non può essere facilmente aggirato.

Vado a farmi una minestra.



Read Full Post »


Se il mio carceriere mi colpisce con il bastone, devo obbedire. Se accetto di obbedire perché mi ha colpito, subisco un’ingiustizia, ma mantengo un’esatta cognizione della situazione: sto obbedendo per non farmi picchiare. Faccio cioè questo tipo di valutazione: poiché la mia condizione naturale mi spinge all’auto-preservazione, un semplice calcolo di utilità mi dice che al momento è preferibile contraddire i miei principi morali per evitare di essere picchiato ingiustamente. Ho quindi ancora ben chiaro cosa è giusto e cosa non lo è. Tuttavia, mi sentirò quasi sicuramente terribilmente umiliato, solo e indifeso.
D’altro canto, potrei scegliere di evitare l’umiliazione e il senso di abbandono e solitudine, immaginando che obbedisco non perché vengo colpito, ma che vengo colpito perché disobbedisco. Non è la mia inadempienza alle pretese della guardia il motivo per cui mi piacchiano, ma piuttosto la mia mancanza di virtù morali. La guardia non mi picchia perché è sadica, mi picchia perché io sono il male – cioè egoista, non conforme etc.
Chi mi sorveglia non è responsabile per avermi percosso; sono io il responsabile delle azioni per cui vengo bastonato. La guardia non vuole umiliarmi, ma sta solo cercando di aiutarmi, facendo di me una persona migliore, così come mi aiuta il medico tentando di curarmi e allontanando il male da me. È evidente come l’agonia della corruzione morale può passare da una persona ad un’altra.
Ecco, credo sia esattamente questo il transfer attraverso il quale la maggior parte delle persone si persuade della necessità dello stato. Ed è questa la catena che va spezzata.



Read Full Post »

L’idea di pubblicare alcuni saggi dell’autore più avanti descritto mi è venuta a seguito della scelta di Teo di passare al bosco e non partecipare più alle discussioni su forum Libertarismo di POL
Avendo parlato privatamente con lui di questo curioso personaggio, spero gradirà se ne traduco alcuni brani.

________________

Nei primi anni ‘70, El Ray (più tardi Rayo), era un attivista libertario largamente pubblicato che rappresentava quella che al tempo veniva definita, spesso con disprezzo, la “frangia dei ritirati dal movimento”.

Mentre altri perseguivano la politica elettorale, El Ray esplorava vie più radicali per il raggiungimento della libertà personale ed il compimento di una vita realmente libera.
Fu un grande teorico e, in un certo senso, un antesignano della counter-economics di Samuel Edward Konkin III. Per 10 anni, dal suo caravan accampato chissà dove tra boschi e montagne, scrisse di teoria e strategia libertaria per piccole pubblicazioni come The Innovator, Free Trade, Libertarian Connection e Vonu Life. Poi, nel 1974, se ne andò. Non nel senso che morì. Semplicemente sparì. Alcuni dissero che venne divorato dai cinghiali, altri che indossò giacca e cravatta e per dedicarsi ad una vita ordinaria.
Nessuno seppe mai che fine fece. A trentatrè anni di distanza è più semplice supporre che riposi lontano da occhi indiscreti.

Scritto nel maggio del ’64 per il numero di Liberal Innovator e successivamente ripubblicato nella raccolta dei suoi scritti intitolata Vonu: The Search For Personal Freedom, quello che segue è un breve saggio sulla definizione del termine “libertà”, parola cruciale oggi frequentemente – e ferocemente – molestata, corrotta, spogliata e degradata dalla classe dominante dei parassiti, dei burocrati, dei politicanti, degli imprenditori sostenuti dallo stato, dei sindacalisti e dei  sindacalizzati, dei militaristi, degli storici compiacenti e degli intellettuali adulanti. Ognuno di questi signori ha da dirci in che modo possiamo essere liberi, e ciò chiaramente coincide sempre con la totale devozione al servizio della loro agenda politica. Dobbiamo riprenderci il significato delle parole, aver chiaro il significato del termine libertà e non arrenderci all’imponente operazione di ri-definizione del linguaggio per mano dello statalismo.

 

____________________________________________________________________________

La “libertà” è un concetto utile? Può un ambiente sociale essere significativamente descritto in termini di “libertà”? I fautori dello status quo politico-economico affermano che l’uomo è in larga misura uno “schiavo” del suo ambiente e dei suoi limiti fisici e quindi non è mai veramente libero. Ciò implica che azioni (o minacce) violente inflitte ad un uomo da altri uomini non sono più oppressive delle restrizioni inflitte all’uomo dal suo ambiente fisico; cioè, ad esempio, una legge di stato che impone di pagare le tasse per non finire in galera non è fondamentalmente diversa da una legge biologica che stabilisce la necessità di alimentarsi per non morire di fame.
Se questo punto di vista fosse corretto, allora la libertà sarebbe un mito sociologico e tutti gli argomenti a suo favore non sarebbero che vane parole. Un concetto rilevante di libertà non può includere l’esenzione dai fenomeni naturali. Un uomo non è ovviamente “libero” dal principio della gravità, né è “libero” dalla necessità di dare sostentamento alla propria vita (tanto a lungo quanto egli sceglie di vivere).
Qual’è la differenza sostanziale tra i vincoli imposti a un uomo da parte di altri esseri umani e le esigenze della realtà fisica?
L’ambiente fisico è meccanicistico e non è soggetto ad intenzioni. La capacità dell’uomo di vivere all’interno del proprio ambiente è limitata solo dalla sua intelligenza, dalla sua conoscenza e dalle proprietà fisiche intrinseche dell’ambiente stesso. L’uomo può scegliere di allargare le sue conoscenze ed escogitare modi ingegnosi per superare gli apparenti vincoli ambientali. E l’ambiente continua a funzionare in un modo potenzialmente prevedibile, privo di intenzioni consapevoli.
L’uomo possiede e può utilizzare l’intelligenza per modificare il suo ambiente, ma l’ambiente fisico non ha alcun fine stabilito da opporre all’uomo.
Al contrario, i vincoli imposti ad un uomo da altri uomini possono essere il risultato di una consapevole, calcolata, e volontaria intenzione.
Tentativi risoluti da parte di una vittima della forza di riconquistare la propria libertà possono essere contrastati e negati da determinate contromisure degli agenti coartanti. Uomini piegati con la forza imposta dalle loro richieste possono rappresentare una minaccia e una costrizione molto più gravi per l’azione umana di quanto lo siano le forze inintenzionali della natura.

Per questo motivo, “libertà”, intesa come assenza di forza fisica iniziata da parte di individui coscienti, è un concetto significativo. “Libertà” è una componente essenziale dell’effettiva esistenza umana e del suo compimento.



Read Full Post »

Tra le varie correnti minarchiche interne al libertarismo, quella oggettivista di Ayn Rand è sicuramente la più importante, non fosse altro perché si deve alla filosofa russa la prima formulazione del “Non aggression principle”. Tuttavia, la signora Rand, oltre ad un ego smisurato e ad una personalità alquanto eccentrica, pur definendosi “radicale capitalista”, teneva nei confronti dell’anarchismo di mercato un atteggiamento di totale avversità. A Rothbard imputava di confondere la natura del governo con quella dello stato, non accorgendosi che il merito di Rothbard era proprio l’opposto, cioè quello di tracciare un confine chiarissimo tra i due concetti. Per la Rand, insomma, da buona minarchica (ma anche sostenitrice del big business, della guerra e dell’anti-religiosità), lo stato è sì un male, ma un male da ricondurre a miti consigli.
Senza mai citare i nomi di Rothbard – che pure aveva avuto con lei rapporti abbastanza intensi – e di altri sostenitori radicali della stateless society
, li definiva con sufficienza “giovani confusi sostenitori della libertà”.
La lettera di Roy A. Childs che posto di seguito, tratta dall’antologia “La società senza stato” curata da Nicola Iannello e pubblicata da IBLRubbettinoLeonardo Facco, in cui il giovane ex-discepolo randiano rinfaccia alla scrittrice l’incoerenza delle sue posizioni, sancì ufficialmente l’inizio del Free Market Anarchism come teoria politica compiuta.
Childs, pur ribadendo in più occasioni l’importanza del pensiero oggettivista per i libertari, non ottenne mai una risposta.

_______________________________

Roy A. Childs Jr.

L’anarchismo di libero mercato

 

Gentile signora Rand,

questa lettera ha lo scopo di convertirla all’anarchismo di li­bero mercato. Per quello che so, nessuno le ha mai segnalato in maniera dettagliata gli errori presenti nella sua filosofia politica. È quello che intendo fare io. Ci avevo già provato nel saggio The Contradiction in Objectivism pubblicato nel numero di marzo 1968 del Rampart Journal, ma ora riconosco che la mia argomentazione era debole e inefficace perché non centrava le questioni essenziali. Rimedierò in questa sede.

Per quale motivo sto cercando di convertirla ad un punto di vista che ha ripetutamente e pubblicamente condannato co­me un’ingenua astrazione? Perché è in errore. Io affermo che la sua filosofia politica è contraddittoria perché di fatto sostiene il mantenimento di un’istituzione, lo stato, che rappresenta un male morale. Per una persona che ha stima di sé, queste sono ragioni sufficienti.

Nel mondo sta imperversando uno sconrro tra le forze dell’archia (dello statalismo, del potere politico e dell’autorità) e della sua unica alternativa: l’anarchia, cioè l’assenza di potere politico. Questa lotta è la logica e necessaria conseguenza di quella tra individualismo e collettivismo, tra libertà e stato, tra schiavitù e libertà- Come neIl’etica vi sono solo due posizioni su ogni questione – il bene e il male – così in politica vi so­no solo due posizioni logiche nei confronti dello stato: favorevole o contraria. Ogni tentativo di stare a metà strada è destinato al fallimento, e porta alla frustrazione, se non addirittura allo sfacelo psicologico, coloro che si rifiutano di identificare le cau­se del fallimento e la natura della realtà, così com’è.

Ci sono nel suo sistema tre alternative nell’organizzazione politica: lo statalismo, che e un sistema governamentale dove il governo dà inizio all’uso della forza per perseguire i suoi scopi; il governo limitato, che mantiene un monopolio nella ritorsione ma non dà inizio all’uso o alla minaccia della forza fisica; e l’anarchia, una società dove non c’è alcun governo, intendendo per governo quello che lei ha definito come «un’istituzione che detiene il potere esclusivo di imporre talune regole di condotta sociale nell’ambito di uno specifico territorio». Lei si dichiara favorevole ad un govemo limitato, che non dia inizio all’uso della minaccia della forza fisica contro le persone.

Io sostengo che un governo limitato è un’ingenua astrazione che non si è mai concretizzata nella realtà; che un governo limitato deve o dare inizio all’uso della forza o cessare di essere un governo; che lo stesso concetto di governo limitato rappresenta un tentativo fallito di integrare due elementi reciprocamente contraddittori: lo statalismo e il volontarismo. Se questa tesi può essere dimostrata, la correttezza epistemologica e la coerenza morale impongono di rifiutare totalmente il governo, e accogliere l’anarchismo di libero mercato, cioè una società puramente volontaria.

Perché il governo limitato è un’ingenua astrazione? Perché deve usare per primo la forza oppure cessare di essere un go­verno, come cercherò ora brevemente di dimostrare.

Anche se non concordo con la sua definizione di governo, che considero sbagliata da un punto di vista epistemologico perché non ne identifica le caratteristiche essenziali, la accetterò a beneficio della critica. Una delle caratteristiche principali della sua concezione del governo è il monopolio dell’uso della forza ritorsiva in una determinata area geografica. Ora, ci sono solo due tipi possibili di monopoli: il monopolio coercitivo, che usa per primo la forza allo scopo di conservare il suo monopolio, e il monopolio non coercitivo, che è sempre aperto alla competizione. In una società oggettivista il govemo non è aperto alla concorrenza, e dunque si tratta di un monopolio coercitivo.

Un modo più rapido per dimostrare che un tale governo deve iniziare per primo ad usare la forza o cessare di essere un govemo è il seguente. Supponiamo che io sia scontento dei servizi che mi fornisce il governo in una società oggettivista. Ipotizziamo inoltre che giudichi, nella maniera più razionale possibile, di poter garantire il rispetto dei miei contratti e la restituzione dei beni rubati ad un prezzo più basso e con maggiore efficienza. Supponiamo poi che decida di creare un’istituzione finalizzata a questi scopi, o di aderire ad un’organizzazione fondata da un mio amico o da un mio socio d’affari. Se si riesce a istituire un’agenzia che fornisce tutti i servizi del governo oggettivista e si limitano le attività più efficienti all’uso della ritorsione contro gli aggressori, ci sono solo due alternative per quanto riguarda il “governo”:
a) può usare la forza o la sua minaccia contro la nuova istituzione, allo scopo di mantenere il suo status di monopolista in quel dato territorio, dando inizio in questo modo all’uso o alla minaccia della forza fisica contro qualcuno che non l’aveva usata per primo
. Ovviamente, se il governo scegliesse questa prima altemativa, userebbe per primo la forza: come volevasi di­mostrare. Oppure: b) il governo si trattiene dall’usare per primo la forza, e permette alla nuova organizzazione di svolgere le sue attività senza interferenze. Se si comporta così, allora il “gover­no” oggettivista diventerebbe una vera istituzione di mercato, e non sarebbe più un “governo”.
Ci sarebbero delle agenzie di protezione, difesa e ritorsione in concorrenza tra loro: in breve, l’anarchismo di libero mercato.

Nel caso si verifichi la prima possibilità, il risultato sarebbe lo statalismo. È importante ricordare in questo contesto che lo statalismo si ha tutte le volte in cui un governo usa la forza per primo. Una volta che il governo si è comportato così, rimane da stabilire solo il grado di statalismo. Una volta accettato il principio del dare inizio alla forza, abbiamo posto le premesse per tutti i tipi di statalismo: ed il resto, come lei ha detto in maniera così eloquente, è solo questione di tempo.

Se si verifica invece la seconda possibilità, non avremmo più un governo nel senso proprio del termine, ma l’anarchismo di mercato. Noti che qui non si sta sostenendo che, in concreto, l’agenzia privata di protezione, difesa o ritorsione sarebbe più efficiente del precedente “governo”. II punto è che questo può essere deciso solo dagli individui sulla base del loro razionale interesse personale e del loro giudizio razionale. Se così facendo non danno inizio all’uso della forza, restano entro la sfera dei propri diritti. Se il governo oggettivista, per qualsiasi ragione, de­cide di minacciare o impedire fisicamente a questi individui il perseguimento del loro razionale interesse personale, che lei lo voglia o no, sta usando per primo la forza contro un altro essere umano, pacifico e non aggressivo. Essere a favore di questa eventualità significa, come lei ha detto, «sfrattarsi automaricamente dal regno dei diritti, della moralità e dell’intelletto». Sono sicuro che lei non possa rendersi colpevole di una cosa del genere.

Ora, se la nuova agenzia dovesse di fatto dar inizio all’uso della forza, allora il precedente “governo” – trasrormatosi in agenzia che opera sul mercato – avrebbe naturalmente il diritto di ritorsione contro gli individui responsabili di tali azioni. Ma allo stesso modo, anche la nuova istituzione potrebbe rispondere con la forza al precedente “governo”, se questo dovesse usare per primo la forza.

Affronterò ora alcune delle sue principali “giustiricazioni” del governo, sottolineandone i vizi logici, ma mettendo subito una cosa in chiaro: a quanto mi sembra, ho appena dimostrato in maniera assoluta e irrefutabile che un governo non può esistere senza dare inizio all’uso della forza, o quanto meno minacciandola, contro i dissenzienti. Se questo è vero, e se approvare una qualsiasi istituzione aggressiva è moralmente sbagliato, allora lei ha il dovere morale di ritirare ogni approvazione morale al go­verno statunitense, e al concetto stesso di governo. Nessuno ha l’obbligo di opporsi a tutti i mali del mondo, dato che la vita razionale consiste nel cercare le cose positive, e non solo rifiutare quelle negative. Ma credo che si abbia il dovere morale di op­porsi ad un male così grande come il governo, specialmente quando in precedenza ci si è dichiarati a favore di questo male.

Noti inoltre che la questione di come l’anarchismo di mer­cato funzionerebbe è secondaria rispetto alla questione del ma­le intrinseco del governo. Se un governo limitato, cioè un governo non-sratale, è una contraddizione in termini, allora non lo si può sostenere: punto e basta. Ma poiché non c’è alcun conflitto tra la morale e la pratica, mi sento in obbligo di accennare brevemente ai motivi per cui le sue obiezioni all’anarchismo di mercato sono sbagliate.

Non intendo descrivere nei dettagli il “modello” di una società anarchica di mercato, perché come lei non tratto gli argomenti in questo modo, né sono un pianificatore sociale, né intendo impiegare il mio tempo inventando delle utopie. Parlo so­lo di principi la cui applicazione pratica dovrebbe essere chiara. In ogni caso una discussione molto più completa degli aspetti tecnici delle operazioni che si svolgerebbero in una società interamente volontaria e priva di stato uscirà prossimamente, nel primo capitolo di Power and Market di Murray N. Rothbard, il seguito del suo magistrale trattato economico in due volumi Man, Economy, and State e nel libro di Morris e Linda Tannehill, The Market for Liberty, che si spera verrà pubblicato al più pre­sto. Quest’ultimo affronta il problema partendo dal punto in cui lo lascia Rothbard, discutendo in dettaglio tutte le possibilità. Un capitolo di questo libro, intitolato “Warring Defense Agencies and Organized Crime”, apparirà sul numero 5 di Libertarian Connection, e una breve esposizione della posizione dcgli autori e presentata nel pamphlet Liberty via the Market.
Per affrontare più facilmente i suoi errori, li elencherò nel modo in cui li ha presentati nel suo saggio La natura del governo, aggiungendo le possibili repliche ai punti più importanti e quindi essenziali.

1. «Se una società non fornisse alcuna protezione organizzata contro la forza, essa obbligherebbe ciascun cittadino ad aggirarsi armato per le strade, a trasformare la propria casa in un fortilizio, a sparare ad ogni estraneo che si avvicinasse alla sua porta». 
Questo è un cattivo argomento. Allo stesso modo uno potrebbe affermare che se la “società” (comprendente chi?) non fornisse alcuna produzione organizzata di cibo, obbligherebbe ciascun cittadino ad uscire e coltivare ortaggi nel proprio giardino o a morire di fame. Ma questo è illogico. L’alternativa non è tra l’avere un unico programma monopolistico governativo di produzione del cibo oppure la gente che se lo produce da sola per non morire di fame. Esiste una cosa che si chiama divisione del lavoro, o libero mercaro, che può fornire tutto il cibo di cui c’è bisogno. E anche la protezione dalle aggressioni.

 

2. «Limpiego della forza fisica, anche a scopo di rappresaglia, non può essere lasciato alla discrezione dei singoli cittadini».
Questo argomento contraddice la sua posizione epistemologica ed etica. La mente dell’uomo, cioè dell’individuo, è in grado di comprendere la realtà, e l’uomo può pervenire a delle conclusioni sulla base del suo giudizio razionale e agendo in ba­se al suo auto-interesse razionale. Lei sostiene implicitamenre, senza dichiararlo, che la decisione di un individuo di agire in ritorsione sia in qualche modo soggettiva e arbitraria. L’individuo dovrebbe lasciare allora una tale decisione al governo che è… cosa
? Collettivo e quindi oggettivo? Questo e illogico. Se l’uomo non è in grado di prendere queste decisioni, allora non è in gra­do di prenderle, e neppure un govemo composto da uomini sarà in grado di prenderle. In base a quale criterio epistemologico si può classificare un’azione individuale come “arbitraria”, e quella di un gruppo di individui “oggettiva”?
lo sostengo piuttosto che un individuo deve giudicare e valutare i fatti della realtà in accordo con la logica e il proprio interesse razionale. Lei sta forse dicendo che la mente umana non è in grado di conoscere la realtà? Che gli uomini non dovrebbero giudicare né agire in base al proprio interesse razionale e alla percezione dei fatti della realtà? Affermare questo significherebbe distruggere la radice della filosofia oggettivista; la validità della ragione, la capacità e il diritto dell’uomo di pensare e giudicare con la propria testa.
Naturalmente non sto dicendo che un uomo debba sempre rispondere personalmente
agli aggressori, ma che ha il diritto, benché non l’obbligo, di delegare quel diritto a qualsiasi agenzia legittima. Sto solo criticando il suo errore logico.

3. «L’uso della forza a fini di rappresaglia ha bisogno di norme oggettive sulle prove per stabilire che è stato commesso un delitto e per provare la colpevolezza di chi lo ha commesso, così co­me di norme oggettive per definire la pena e le procedure per applicarla».
Nessuno nega il bisogno di regole oggettive. Ma guardiamo il problema in questo modo: c’è bisogno di regole oggettive anche per produrre una tonnellata di acciaio, un’automobile, un acro di grano. Tutte queste attività dovrebbero allora essere organizzate in un monopolio coercitivo? Penso di no. In base a quale contorcimento logico lei sta suggerendo che il mercato, a differenza del governo coercitivo, non sarebbe in grade di pro­durre queste regole oggettive? Mi sembra ovvio che l’uomo abbia bisogno di regole oggettive in ogni attività della sua vita, e non solamente in relazione all’uso della ritorsione. Il mercato, per quanto strano possa sembrare, è comunque in grado di pro­durre tali regole. Mi pare che lei stia superficialmente dando per scontato che le agenzie private di proteztone non seguirebbero regole oggettive, etc., ma questo è indimostrato. Quale pratica epistemologica ha introdotto nella sua coscienza, se crede che le cose stiano in questo modo senza aver alcun fondamento razionale?

4. «Tutte le leggi devono essere oggettive (e oggettivamente giustificabili): prima di intraprendere una qualsiasi azione gli uomini devono conoscere chiaramente ciò che la legge proibisce (e per quale motivo), cosa costituisca un delitto e in quale pena incorrerebbero qualora lo commettessero».
Questa non è, propriamente parlando, un’obiezione all’anarchismo. La risposta a questo problema di “leggi oggettive” è molto facile: in ogni società volontaria sarebbe vietato solo dar inizio alla forza fisica, o ottenere un vantaggio attraverso sostituti della forza come la frode. Se una persona decide di ottenere un vantaggio usando per prima la forza, allora questo atto ag­gressivo genera l’obbligo di riparare il danno alla vittima e di risarcire gli ulteriori danni. Non c’è nulla di particolarmente dif­ficile in tutto questo, e non c’è ragione di pensare che il libero mercato non possa sviluppare delle istituzioni attorno a questo concetto di giustizia.                        

5. Arriviamo all’aspetto principale della sua critica verso I’anarchismo di mercato, contenuta nello stesso saggio. Non citerò i paragrafi per intero. 
È sufficiente dire che non ha dimostrato che l’anarchia è un’ingenua astrazione, né che una società priva di governo sarebbe alla mercé del primo criminale di passaggio (questo è fal­so, perché con tutta probabilità le agenzie private di protezione svolgerebbero più efficientemente lo stesso servizio che si suppone sia fornito dal “governo”), né che le regole oggettive non potrebbero essere osservate da queste agenzie. Non ha mai detto che il governo dovrebbe avocare a sé la produzione dell’acciaio, dato che questa attività necessita di regole oggettive. Perché allora lo sostiene a proposiro dell’attività di protezione, difesa e ritorsione? Se è solo la necessità di avere leggi oggettive che rende necessario il governo, possiamo concludere che se un mercato di agenzie protettive può osservare tali regole proprio come il mercato dei produttori di acciaio, allora non c’è alcun bisogno del governo.

Noi «giovani sostenitori della libertà», per inciso, non ci siamo “confusi” con la nostra teoria anarchica. Noi non sosteniamo la teoria dei «governi in concorrenza», dato che un governo è un monopolio coercitivo. Siamo invece a favore della concorrenza fra agenzie di protezione, difesa e ritorsione; in breve, riteniamo che il libero mercato possa venire incontro a tutti i bisogni dell’uomo, inclusi la protezione e la difesa dei suoi beni. Noi non accettiamo, nella maniera più risoluta, le premesse fondamentali dei moderni statalisti, e non confondiamo la forza con la produzione. Riconosciamo la protezione, la difesa e la ritorsione solamente per quello che sono: servizi scarsi che, proprio perché scarsi, possono essere offerti sul mercato ad un certo prezzo. Consideriamo immorale usare la forza contro qualcuno per impedirgli di scegliere il proprio sistema di tribunali, e così via. Le sue restanti osservazioni su questo argomento sono indegne di lei. Lei travisa gli argomenti di Murray Rothbard e di altri, senza neanche nominarli per impedire a coloro che sono interessati alla questione di giudicare direttamente dalle fonti. Poichè comprendiamo la natura del governo, non vogliamo governi in concorrenza; desideriamo piuttosto la distruzione e l’abolizione dello stato, il quale, dando regolarmente inizio all’uso della forza, è un’organizzazione criminale. Tra l’altro, la con­correnza tra tribunali e polizie e già stata concretamente teorizzata dall’anarchico individualista Benjamin Tucker circa 80 anni fa, da Murray Rothbard e da una schiera di studiosi meno inportanti.
Prendiamo il suo esempio che spiegherebbe perché un si­stema di tribunali e polizie in competiztone non potrebbe funzionare:

Immaginate che il signor Smith, cliente del governo A, sospetti di essere stato derubato dal suo vicino di casa, il signor Jones, cliente del governo B. Una squadra della polizia A si presenta presso l’abitazione del signor Jones, ma incontra sulla porta di casa una squadra della polizia B, che dichiara di non accettare la validità dell’accusa del signor Smith e di non riconoscere l’autorità del governo A. Cosa può accadere in tal caso? Potete immaginarvelo da soli.

Sfortunatamente, benché sembri un argomento convincente, si tratta di una caricatura del sistema anarchico di libero mer­cato; sarebbe come se io usassi la Germania nazista come esem­pio storico di una società oggettivista.

La questione principale cui rispondere a questo punto è: pensa che sarebbe nell’auto-interesse razionale di entrambe le agenzie permettere che avvenga questo conflitto nelle strade, come lei sembra implicare? No? E allora quale concezione della natura umana la porta a presupporre che si verifichi sempre un tale esito? Una legittima risposta alla sua affermazione é questa: dato che lei si sta in effetti chiedendo «cosa accade quando le agenzie di protezione decidono di agire irrazionalmente?», mi permetta di porle una domanda molto più importante: «cosa acca­de quando il suo governo agisce irrazionalmente?» – evento quantomeno possibile. In aggiunta, cosa è più probabile; la violazione dei diritti da parte di un burocrate o un politico che ha ottenuto l’impiego imbrogliando la gente alle elezioni, vere e proprie gare a spacciare falsità tra il pubblico (non c’è che dire: una maniera molto oggettiva e razionale di scegliere la persona più adatta per un certo lavoro), oppure la violazione di diritti da parte di uno scaltro uomo d’affari, che ha dovuto guadagnarsi la sua posizione? La sua obiezione contro le agenzie in competizione è quindi molto più valida nei confronti del suo “governo limitato”.

Esistono naturalmeme un gran numero di modi con cui questi scontri feroci possono essere evitati da degli imprenditori razionali: contratti o “trattati” tra le agenzie concorrenti finalizzati alla risoluzione pacifica delle dispute, per fare un semplice esempio. Crede che le persone siano così cieche da non comportarsi in questo modo?

Un altro interessante argomento contro la sua posizione è il seguente: già oggi c’è anarchia tra cittadini di paesi differenti, ad esempio tra un canadese è un americano sui due lati del confine canadese-americano. Non c’è infatti nessun governo che presieda su entrambi. Se, come lei afferma, c’è bisogno di un governo per risolvere le dispute tra gli individui, dovrebbe allora valutare le conseguenze logiche di questo argomento: non c’è dunque bisogno di un super-governo per risolvere le dispute tra governi? Naturalmente l’implicazione è ovvia: in teoria, il risultato ul­timo di questo processo di sovraordinazione di un governo all’altro è un governo per l’intero universo. E l’effetto pratico, per il momento, è quantomeno un governo mondiale.

Dovrebbe inoltre rendersi conto che così come potrebbero verificarsi dei contlitti tra le agenzie di mercato, allo stesso mo­do potrebbero scoppiare dei conflitti tra i governi: ciò si chiama GUERRA, ed e mille volte più terribile. Attribuire ad un’agenzia di protezioone il monopolio in una certa area non riduce per nulla questi conflitti, ma li rende solo più terrificanti e distruttivi, aumentando il numero delle vittime innocenti.
È desiderabile tutto questo?

È sufficiente dire che tutti i suoi argomenti contro l’anarchismo di mercato non sono validi; e che dunque ha l’obbligo morale di accoglierlo, essendole stato dimostrato che un governo non può esistere se non iniziando l’uso della forza. I quesiti riguardanti il funzionamento di un sistema di tribunali in concorrenza sono di natura tecnica, non morale. La rimando quindi agli scritti di Murray Rothbard e Morris G. Tannehill, che hanno entrambi risolto il problema. In futuro, se è interessata, solleverò diverse altre questioni in ordine alla sua filosofia politica, come una discussione sui problemi epistemologici di definizione e formazione dei con­cetti riguardanti lo stato; una discussione sulla natura della Costituzione degli Stati Uniti, da un punto di vista etico e storico; e una discussione sulla natura della Guerra Fredda. Credo che la sua incomprensione storica di questi ultimi due aspetti sia responsabile di molti errori di giudizio, sempre più evidenti nei suoi commenti sulle questioni d’attualità. Infine vorrei sollevare una questione cruciale: perché dovrebbe abbracciare l’anarchismo di libero mercato dopo aver sostenuto lo stato per tanti anni? Fondamentalmente, per la stessa ragione per cui su The Objectivist ha ritirato il suo appoggio a Nathaniel Branden: lei cioè non falsifica la realtà né lo farà mai. Se la sua reputazione dovesse soffrirne per la conversione al volontarismo integrale dell’anarchismo di mercato, cosa sarà in confronto all’orgoglio di essere coerente – di aver correttamente identificato i fatti della realtà e di aver agito di conseguenza? La via degli espedienti è psicologicamente distruttiva per una persona dotata di autostima; questa rischierà di perdere il proprio orgoglio, oppure di commettere quell’autentico tradimento filosofico e suicidio psicologico che è la rimozione: il deliberato rifiuto di prendere in considerazione una questione, o di integrare le proprie conoscenze. Lei dice che l’oggettivismo è un sistema filosofico del tutto coerente, e io concordo che porenzialmente lo sia: ma solo un oggettivismo senza lo stato.

 

Consideri inoltre la questione basilare della distruttività dello stato in sé. Nessuno può negare che, storicamente, lo stato sia un mostro assetato di sangue, responsabile di più violenze, spargimento di sangue e odio di ogni altra istituzione conosciuta dall’uomo. II suo approccio alla questione finora non è  stato radicale: è l’esistenza stessa dello stato che dev’essere sfidata dai nuovi radicali. Occorre comprendere che lo stato è un ma­le non necessario, che regolarmente usa per primo la forza e che di fatto tenta di conquistare quello che razionalmente può essere definito come monopolio del crimine in un dato territorio. Dunque il governo non è mai stato niente di più e niente di meno che una banda di criminali di professione. Se dunque il go­verno è stato la causa più tangibile della maggior parte della crudeltà dell’uomo verso i suoi simili, allora, come ha detto Morris Tannehill, «identifichiamolo per quello che è invece di tentare di cancellare le sue macchie. Impedendo che venga riconosciuta da tutti l’idea che il govemo è intrinsecamente un male faremo so­lo un regalo agli statalisti […]. La “vacca sacra” del rispetto verso il governo (che molte persone hanno) deve essere distrutta. Quello strumento di sofisticata ferocia non possiede alcuna qualità redentrice.
Il libero mercato invece sì, per questo lo dobbiamo riscattare identificando il suo più grande nemico: l’idea stessa di governo (con tutte le sue ramificazioni)».

Questa e l’unica alternativa a secoli di continuo statalismo e a tutti i cavilli sui gradi di male che siamo disposti a tollerare. Io credo che questi mali non debbano essere tollerati, punto e basta. In realtà ci sono solo due alternative: il potere politico, o archia, che significa: la condizione d’esistenza sociale in cui alcuni uomini usano l’aggressione per dominare o comandare gli altri; o l’anarchia, cioè l’assenza di inizio dell’uso della forza, l’assenza del dominio politico, l’assenza dello stato. Dobbiamo sostituire lo stato con il libero mercato, e gli uomini per la prima volta nella loro storia sarebbero in grado di vivere senza temere in ogni momento che qualcuno scateni la violenza su larga scala contro di loro – specialmente l’oscena distruzione provocata da un aggressore armato di armi nucleari e gas nervini.
Dobbiamo sostituire lo statalismo con il volontarismo, cioè con una società dove tutte le relazioni umane siano volontarie e non costrittive. E dove gli uomini siano liberi di agire secondo il loro razionale interesse personale, perfino se questo dovesse significare la presenza di agenzie di protezione concorrenti.
Mi lasci concludere la lettera ripetendole quelle sue gloriose parole, con le quali John Galt si indirizzava al suo mondo morente: «Questo è il futuro che potete conquistarvi. Richiede una lotta, come tutti i valori umani. Tutta la vita è una lotta con uno scopo, e l’unica scelta che vi resta è la scelta dello scopo. Volete continuare la battaglia del vostro presente o volete combattere per il mio mondo? […]. Questa è la scelta che vi attende. Fate che a decidere siano la vostra mente e il vostro amore per la vita».

Andiamo avanti alla luce del sole, signora Rand. Lei è dei nostri.

Suo, nella libertà

R.A. Childs, Jr.

Read Full Post »

Non sapevo nulla di Osho, tranne per averlo notato in libreria, sempre ben esposto ed affettuosamente apprezzato da individui che emanano odore di gelsomino, dall’occhiale appannato e la manica del maglione sempre troppo lunga.
Oggi, un caro amico mi ha scritto una mail chiedendomi scherzosamente se noi anarchici di mercato siamo così “di mercato” da condividere la filosofia di una star dello scaffale come Osho, il quale, definitosi anarchico, avrebbe precisato che il suo anarchismo più che politico è spirituale.
Ho curiosato ed ho trovato questo:

L’uomo non è ancora giunto al punto in cui i governi possono essere eliminati. Anarchici come Kropotkin erano contro lo stato e le leggi. Volevano dissolverli. Sono anch’io anarchico, ma in modo completamente opposto a Kropotkin.

Voglio alzare la coscienza degli esseri umani fino al punto in cui il governo diventa inutile, i tribunali rimangono vuoti, nessuno viene ucciso, nessuno viene violentato, nessuno viene torturato o molestato. Vedete la differenza? L’obiettivo di Kropotkin era distruggere i governi. Il mio è alzare la coscienza degli esseri umani al punto dove i governi diventano spontaneamente inutili; al punto in cui i tribunali inizieranno a chiudere, e la polizia scomparirà perché non c’è lavoro e ai giudici verrà detto “Trovatevi un altro lavoro”. Sono anarchico da una prospettiva molto diversa. Prima lasciate che le persone siano pronte, ed i governi scompariranno da soli. Non sono a favore della distruzione degli stati perché tutto sommato soddisfano ancora alcune necessità. L’uomo è così barbaro, così cattivo, che se non è preventivamente tenuto a bada con la forza, la società intera precipiterà nel caos.

Non voglio il caos. Voglio che la società umana diventi un insieme armonioso, una comune grande come il mondo dove le persone meditano e non commettono reati, vivono con grande serenità, in silenzio; le persone gioiscono, ballano, cantano; dove le persone non hanno voglia di competere con nessuno ed hanno abbandonato l’idea di essere speciali e per provarlo hanno bisogno di diventare presidente degli Stati Uniti d’America; dove le persone non dovranno più soffrire di alcun complesso di inferiorità, perché nessuno vorrà essere superiore, e nessuno si vanta della propria grandezza.

I governi evaporeranno come le gocce di rugiada al sole del mattino. Ma questa è una storia diversa con un approccio completamente diverso. Finché quel momento non verrà, i governi saranno necessari.

Ok, Osho vuole prseguire l’utopia di un’evoluzione mentale che coinvolga tutta l’umanità, al punto di credere che nessuno commetterà mai più crimini. E questo è un errore perché è antiumano pensare solo all’ipotesi di un mutamento psicologico collettivo. Antiumano, ma ingenuo, se vogliamo. Quello che c’è di esiziale nel suo pensiero è la convinzione che lo stato sia l’unico modo per evitare il caos. Osho ignora l’esistenza di una teoria coerente e compiuta capace di sostenere e dimostrare che è possibile (possibile perché naturale, aggettivo a cui un animo immacolato come il suo non può essere insensibile) ottenere giustizia e protezione molto efficientemente e volontariamente attraverso il mercato.

La soluzione è quella offerta dai coniugi Tannehills nel loro Market for Liberty:

Non invochiamo un’Utopia in cui nessun uomo proverà mai ad aggredirne un altro.
Finché gli uomini saranno umani, saranno liberi di scegliere se agire in modo irrazionale ed immorale contro i loro simili e probabilmente ci sarà sempre qualcuno che pronto ad agire come un bruto, imponendo la sua volontà sugli altri con la forza. Quello che proponiamo è un sistema per trattare con tali uomini decisamente superiore rispetto al nostro attuale sistema governativo – un sistema che rende la violazione della libertà individuale molto più difficile, che non ha remore per chi decide di vivere come un bruto, e completamente impossibile per quelli che vogliono fare i politici.

Questo è lo scopo degli anarchici di mercato: spazzare via il caos provocato dallo stato e consentire all’ordine di instaurarsi in una società di scambi volontari. Anche noi siamo contro il caos. Vogliamo la società più razionale, giusta e morale – vogliamo la società senza stato.

Read Full Post »

Older Posts »