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Archive for the ‘Individualismo’ Category

Ricevo e pubblico questa bella recensione di un disco dalle inaspettate nuances individualiste. Inaspettate per un panorama musicale come quello nostrano ancora incrostato di stereotipi nazional-popolari da “festival della canzone italiana”, e per un genere come l’hip-hop he quando ha provato a smarcarsi dallo sterile edonismo e dal nichilismo che da sempre lo affliggono, come con i Tribe Called Quest, gli Arrested Developement o il francese Mc Solaar, ha finito invariabilmente per abbracciare le istanze altermondiste, collettiviste e multiculturaliste del peggior progressismo.

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di Orso

È bizzarro rendersi conto di trovare, in questa generazione decadente, un flebile raggio di speranza in due artisti rap. Soprattutto per chi scrive, che ha sempre visto nel rap il segmento deteriore della musica moderna, fatta di falsi profeti, vanterie, orgoglio nigga e tamarro a seconda dei casi. Sarà perché gli Uochi Toki, duo alessandrino, rap vero e proprio non ne fanno. Piuttosto si tratta di parole in libertà, in senso «futurista», accompagnate da basi scelte con attenzione all’estetica noise.
I pregi degli UT non sono solo musicali; più di tutti a sorprendere sono i testi, intelligenti, accuratissimi, scritti (non improvvisati), e animati soprattutto da una vena individualistica che fa di Napo (al secolo Matteo Palma, l’autore del duo) l’erede naturale di Thoreau. Come l’autore del Walden, l’ex «Laze Biose» ama i boschi, e vagando tra gli alberi traggono l’ispirazione per i suoi testi, a confermare l’indissolubile legame tra le selve e il disprezzo per le astrazioni collettiviste. «Il cinico», pezzo che apre il loro ultimo disco, «Libro Audio» è un interessante manifesto:
«Il fatto che io non abiti in città non vuol dire che sottointendo che la mia scelta diventi un esempio, una necessità per gli altri. Per farti un esempio, sappi che io ho la necessità di vedere il cielo intero, di sentire tutte quante le direzioni del vento, di poter aprire la porta e raggiungere un bosco di notte quelle poche volte in cui faccio fatica a prender sonno. Ho bisogno di vedere i flussi di acqua corrente, di ricordarmi che sono piccolo così anche i miei problemi sono piccoli e risolvibili, così non devo lanciare a tutti i costi lanciare accuse a me o ad altri, perdere tempi con le colpe o i meriti».
Troppo New Age? Allora sentite cosa Napo riesce a dire nel più politico «I Mangiatori di Patate» in cui racconta gli espedienti e le ristrettezze a cui la crisi economica ci ha abituati. Si comincia con una stoccatina ai fattoni, personaggi ben noti a chi frequenta le stazioni del Nord Italia:
»Quando vedo in stazione un ragazzo col suo cane, mi verrebbe da interpellarlo, da dirgli: “No ma scusa ti stai sbagliando, con quello che spendi in droga ci paghi l’affitto, ci fai una spesa al supermercato, anzi tre o quattro”, anche se di solito sono io quello che viene interpellato perché vesto un po’ meno sbrindellato e mi si chiede una moneta per un biglietto del treno che era stato calcolato. “Ti sei messo in viaggio senza sapere se disponevi dei soldi per tornare, ma sapendo che saresti tornato? Saresti un genio, ma il tuo è un ripiego collaudato”. Siete in migliaia, non in quattro. Se chiedere elemosine fosse un metodo funzionale, ci sarebbero meno morti di fame che morti di spade – anzi, scusate – di bottigliette di plastica bruciacchiate, che fanno meno male. Io e il mio compare ci spariamo in vena le teorie keynesiane, inaliamo la disperazione del crack del ‘29.»
Probabilmente involontario, anche l’accostamento droga – Keynes mi piace parecchio.
Il declamatore, dunque, dichiara di aver ben chiaro ciò che è davvero importante nella vita:
«Riesco a capire quello che conta veramente: case, rapporti, disegni, economia, contante»
D’altronde che altro ci si deve aspettare da due che si definiscono: «Fanatici dell’oikos» in quanto si divertono ad abitare: «Stare in casa è qualcosa di spettacolare. A quelli che mi ostracizzano dalle case auguro una morte innaturale perché io amo le case.»
La weltanschauung anarco-individualista, emerge ancora più chiaramente in «Il Nonno, il Bisnonno», che personalmente ritengo un piccolo capolavoro. La storia attraversa tre generazioni: la prima è quella dell’attivista anarchico Cesare (il bisnonno), che prima diserta la guerra procurandosi una ferita sparandosi su una gamba poi, scoperto, accetta il salvacondotto offertogli da un prete: sposarsi e battezzare i suoi quattro figli, anche se questo va contro i suoi principi. Napo trae la seguente lezione:
« uno – quando c’è da pensare alle persone Che Guevara va nel cestino; due – il fucile rivolto contro sé stessi può portare a vivere meglio» (NB: la frase ha letteralmente sconvolto il pubblico di indie-rockers, notoriamente sinistri ortodossi). C’è poi la storia del nonno, Ennio, che pur di suonare entra nelle fila del gruppo universitario fascista, rischiando di incorrere nell’ira di sua padre.
«Cosa imparo questa volta? Niente è più importante di quel che voglio fare, che ci sia la guerra di mezzo, il giudizio di mio padre o di un uomo comune, di un opinionista, lavoratore, pendolare, centro sociale. Adesso parlami di saggezza e politica di alte sfere o popolare, raccontami quello che hai letto nei libri: vedrai che a me vengono i brividi perché posseggo desideri ibridi».
Il pezzo che segue, «Il Ballerino», è apprezzabile solo per il concept: un j’accuse al mondo del calcio, passatempo mainstream, degli adolescenti, ancora una volta un grido contro l’omologazione, un inno alla libertà nel quotidiano.
Che gli Uochi Toki condividano «i semi del verbo» agorista lo si evince anche da una lunghissima intervista riportata nel sito specializzato OndaRock:
D: E quando però ve le chiedono, le opinioni politiche, voi che dite?
Napo.: Io annullo la scheda.
D: Ma così ti salvi sempre!
N.: No, no. Io dico esattamente quello che faccio. Quando poi mi dicono che bisogna dare il voto al meno peggio, e io dico “Sei un cretino perché non è esprimere una preferenza”.
Rico (autore delle basi, ndr): È una pistola puntata alla tempia, scegliere il meno peggio.
N.: Anche qui prevale la questione del “si è sempre fatto così e allora va fatto così”. Votare è un diritto eccetera eccetera, però tutte le cose che sono state messe sopra al votare non vengono neanche tenute in considerazione. Quindi per me votare non è esprimere un diritto o una preferenza. Quando bisogna scegliere tra quello che c’è, io di solito cerco dei modi di fare in modo diverso.

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washington-booker-tNon so se altri feticisti oltre a me hanno seguito la discussione su TakiMag, uno dei periodici di riferimento del pensiero paleo-libertario, incentrata sul tema del razzismo.

Semplificando drasticamente, Jared Taylor sostiene che il fattore razziale sia determinante nella creazione di una società volontaria, mentre i migliori paleo, come Justin Raimondo (oltre all’amico Orso che in una conversazione privata opporunamente me lo fatto notare – e che comunque rientra nella categoria), hanno ricordato come, al contrario, nella società volontaria il problema razza sia già stato abbondantemente superato, e quindi da ritenere fondamentalmente ininfluente.

In effetti, seguendo il ragionamento di Taylor, io dovrei sentirmi più affine all’Average Joe wasp dell’Arkansas che sconosce totalmente le caratteristiche del posto in cui vivo, anziché all’immigrato del Mali che vive qui da trent’anni, lavora e affronta le questioni che la comunità di cui bene o male fa parte, mano a mano gli presenta. Il discorso, ovviamente, non fila.

Così, anche per mitigare il clima inquietante dei post recenti, ho pensato di tradurre questo breve articolo di Gary Galles, in cui racconta la vicenda di Booker T. Washington, ex schiavo americano divenuto imprenditore ed educatore di chiara connotazione libertaria, un personaggio a cui ricordavo Rothbard dedica parole profonde in una delle sue opere, e la cui biografia non è dissimile da quella di Marcus Garvey, altro protagonista di quei rari fotogrammi di libertà nell’orrendo film della schiavitù. Al di là del tema, che magari ai più sembrerà scontato e demodé, si tratta di un piccolo messaggio di speranza. Fatalmente, una delle poche cose concrete su cui oggi può contare chi vorrebbe solo essere libero.

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Molti dei quotidiani che ho letto in febbraio pubblicavano articoli in onore del Black History Month. Ma tra quelli che rumorosamente invocano più stato (quindi più coercizione) come soluzione dei problemi sociali che affrontano i neri, un articolo su George Washington Carver mi ha colpito per il forte contrasto. I suoi creativi sforzi scientifici (compreso lo sviluppo di prodotti derivati dalle arachidi, dalle patate dolci e dalle noci di Pecan) beneficiarono i neri, così come molti altri, senza coercizione.
Interessatomi alla vicenda, ho iniziato una ricerca su Carver, scoprendo che il suo impegno fu decisivo per lo sviluppo economico del sud. Quasi subito però sono entrato in connessione con Booker T. Washington e il Tuskegee Institute da lui fondato e diretto (entrambi, sono sepolti l’uno accanto all’altro nel campus di Tuskegee). Nella vita ugualmente ispirata di Washington e nella sua più ampia opera scritta, ho scoperto un uomo dotato della comprensione dei mezzi di gran lunga più etici per il successo – autoemancipazione di cui hanno beneficiato anche altri attraverso accordi volontari – delle proposte stataliste che altri avanzavano allora, e ancora più avanzano oggi.

Booker T. Washington, nato schiavo, aveva setta anni quando l’Emancipation Proclamation fu annunciata. All’età di undici anni, ricevette il suo primo libro e gli fu insegnato a leggere.
Egli pensò “entrare in una scuola e studiare, sarebbe come entrare in paradiso”.
A sedici anni si iscrisse all’Hampton Insitute in Virginia – cinquecento miglia da casa – con nient’altro che un dollaro e mezzo nel portafogli, e lì seguiva le lezioni di giorno e lavorava la sera per pagarsi vitto e alloggio.
Dopo la laurea, Hampton fece di lui un insegnante. Nel 1881 fondò e poi diresse quello che oggi è il Tuskgee Institute, insistendo su come la formazione rappresenti la più solida base dell’etica del lavoro.

La più completa libertà compatibile con la libertà degli altri.
Booker T. Washington

Washington è stato un’instancabile educatore e sostenitore dell’auto emancipazione dei neri,
Al Tuskegee, insegnava agli alunni a dotarsi delle abilità tecniche necessarie a guadagnare un buon standard di vita. Premeva sui valori della responsabilità individuale, della dignità del lavoro e della perdurante necessità di un carattere etico come miglior strumento per gli ex schiavi che iniziavano con il solo sudore della fronte ad avere successo.

Sosteneva fossero il business, l’impresa e l’intraprendenza, anziché che l’agitazione politica, il più solido fondamento del successo. Diede vita alla National Negro Business Ligue. Comprese e modellò lo spirito capitalista, riconoscendo che chi sa servire meglio gli altri, otterrà egli stesso un beneficio da ciò.

Washington riconobbe, partendo da nient’altro che l’esperienza della schiavitù subita dal governo, che per i neri, al fine di progredire, ulteriore coercizione non sarebbe stata la risposta. Al contrario, che il successo non poteva essere trovato, se non attraverso l’autoemancipazioine e gli accordi volontari. Questo perché, indipendentemente dalle ingiustizie del passato, solo accordi volontari potevano prevenire che altre ingiustizie venissero commesse, e “che nessuna questione è mai definitivamente risolta fino a quando non è risolta nei principi della più alta giustizia”.

Sull’inadeguatezza della coercizione:
… ogni volta che le persone agiscono in base all’idea che lo svantaggio di un uomo è un vantaggio per un altro, lì c’è schiavitù.

Non è possibile trattenere un uomo in una fosse senza soffermarsi nella fossa con lui.

Ci sono due modi per esercitare la propria forza: uno è spingere in basso, l’altro è spingere in alto.

Accordatevi con voi stessi se ad una razza così disposta a morire per il proprio paese non dovrebbe essere conferita la piena possibilità di vivere per il proprio paese.

Non ho mai visto uno che non vuole essere libero, o uno che ritorna allo stato di schiavitù.

La schiavitù ha rappresentato un problema di distruzione; la libertà uno di costruzione.

… commetteremmo un errore fatale se cedessimo alla tentazione di credere che la mera opposizione ai nostri torti, e la semplice esternazione di denuncia, prenderanno il posto dell’azione progressiva e costruttiva, che sono il vero fondamento della civiltà.

[anziché la politica]… vorrei contribuire in modo più sostanziale contribuendo alla costruzione delle fondamenta della razza attraverso una generosa educazione della mani, della testa e del cuore.

Sull’autoemancipazione
Non ho mai avuto molta pazienza con la moltitudine di persone smpre pronte a spiegare il motivo per cui non hanno avuto successo. Ho sempre avuto grande considerazione per uomo che potrebbe rivelarmi come riuscirci.

Ciascuno dovrebbe ricordare che c’è una possibilità anche per lui.

Nessuno può degradarci tranne noi stessi.

Niente merita di essere posseduto, tranne il prodotto del duro lavoro.

Né dobbiamo consentire alle nostre rimostranze di adombrare le nostre opportunità.

Ho imparato che il successo si misura non tanto nella posizione che hai raggiunto nella vita, quanto nella quantità di ostacoli che hai dovuto superare per ottenerlo.

Poche cose aiutano un individuo come affidargli responsabilità facendogli sapere che vi fidate di lui.

Il carattere, non le circostanze, fanno l’uomo.

Solo i piccoli uomini serbano lo spirito dell’odio.

Non permetterò a nessuno uomo di ridurre e degradare la mio animo facendosi odiare.

Se vuoi elevarti, eleva qualcun altro con te.

Credo che la vita di ogni uomo si riempirà di un’inaspettata forza, se saprà tenere a mente di dover dare il meglio ogni giorno.

Il successo nella vita si fonda sull’attenzione che diamo… alle cose di tutti i giorni a noi vicine piuttosto che a quelle lontane e insolite.

… in condizioni di libertà, assieme agli elementi specifici di un determinato settore, si è avuto modo di avere a che fare con un altro elemento, che è quello dell’intelligenza, dell’istruzione.

… la libertà, nel suo senso più ampio e alto, non è mai stata una concessione, ma una conquista.
Uno sforzo costruttivo nella direzione del progresso cancella più ingiuste discriminazioni di tutti i lamenti del mondo.

Sulla libertà di accordo volontario
… il più completo miglioramento per ogni essere umano può avvenire solo attraverso il suo essere autorizzato ad esercitare la più completa libertà compatibile con la libertà degli altri.

La nostra repubblica è la conseguenza del desiderio di libertà che connaturato ad ogni uomo… libertà del corpo, della mente e dell’anima, e la più completa garanzia della sicurezza della vita e della proprietà.

… in fondo, l’interesse dell’umanità e quello dell’individuo sono gli stessi…

In condizioni di libertà e saggezza, [l’uomo] rende la più alta ed utile forma di servizio [agli altri].

Il mondo si interessa poco di quelo che un uomo sa; è quel che sa fare ciò che conta.

Nessun uomo che con costanza aggiunge qualcosa di materiale, intellettuale o morale benessere al posto in cui vive sarà lasciato a lungo senza un’adeguata ricompensa.

Nessuna razza che contribuisce con qualcosa nel mercato del mondo è a lungo ostracizzata.

L’individuo che può fare qualcosa per ciò che vuole il mondo, alla fine, troverà la sua strada indipendentemente dalla razza.

I più attenti studiosi del problema della razza iniziano ad accorgersi che il business e l’impresa costituiscono ciò che potremmo chiamare il punto strategico della sua soluzione.

… quelli che si sono resi colpevoli di critiche così dure [al ricco], non sanno quante persone sarebbero povere, e quanta sofferenza ne risalerebbe, le persone ricche avessero spartito in una sola volta la loro ricchezza smembrando e sciogliendo le grandi imprese commerciali.

Leggendo le parole di Booker T. Washington, ho trovato qualcuno che ha saputo ispirarmi sia con le azioni che con il suo carattere. L’enfasi posta sul rifiuto della coercizione sugli altri, e la fiducia invece nell’autoemancipazione e negli accordi volontari è esattamente ciò che noi, come genitori, a prescindere dalla razza, cerchiamo di insegnare ai nostri figli oggi, mentre li prepariamo a dare il meglio nella loro vita. E nonostante il fatto si tratti di un duro lavoro e di un sacrificio (come ogni vero successo), che lo rende un messaggio che molti non vogliono sentire, è vero e prezioso tanto oggi quanto lo era durante gli anni di Booker. T. Washington

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no beansUn classico dell’astensionismo libertario, “Astenersi dai fagioli” (Abstain from beans) di Robert LeFevre, fondatore della Freedom School in Colorado, istituto con il quale collaborò, fra gli altri, anche il nostro Bruno Leoni. Il discorso venne pronunciato durante una conferenza, nel 1970.

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Nell’antica Atene, i seguaci della filosofia individualista dello stoicismo avevano fatto proprio un motto: “Astenersi dai fagioli”. La frase aveva un riferimento preciso. Significava “non votare”, perché lo scrutinio, all’epoca, avveniva depositando fagioli di vari colori in un recipiente.

Votare equivale ad esprimere una preferenza. Non vi è nulla di implicitamente sbagliato nell’esprimere una preferenza. Tutti noi nel corso della nostra vita quotidiana votiamo a favore o contro decine di prodotti e servizi. Quando votiamo a favore (acquistiamo) un qualsiasi bene o servizio, ne consegue che, con un semplice rifiuto, avremo votato contro quei beni e quei servizi che abbiamo scelto di non acquistare. Il grande vantaggio di scegliere sul mercato, sta nel fatto che nessuno è vincolato dalle scelte delle altre persone. Io posso scegliere la marca X, ma questo non impedisce a voi di scegliere la marca Y.

La scelta all’interno del contesto politico, tuttavia, è cosa ben diversa. Quando esprimiamo una preferenza politica, infatti, lo facciamo proprio perché abbiamo intenzione di assoggettare gli altri alla nostra volontà. Il voto politico è il metodo legale che abbiamo adottato e lodato al fine di ottenere monopolio di potere, ed esso non è altro che il presupposto necessario a legittimarlo. Esiste la presunzione che qualsiasi decisione voluta dalla maggioranza di coloro che esprimono una preferenza deve essere desiderabile, e tale inferenza si spinge fino a presumere che chiunque non accetti il punto di vista della maggioranza è ingiusto o immorale.

Eppure la storia in molte occasioni dimostra la follia delle masse e l’irrazionalità delle maggioranze. L’unica cosa positiva rintracciabile nella regola della maggioranza, risiede nel fatto che se si ottiene il monopolio delle decisioni da questo processo, si coarterà un numero minor di persone rispetto a quante ne coarteremmo se permettessimo alla minoranza di imporre alla maggioranza la propria volontà. Ma implicita a tutte le votazioni politiche è la necessità di costringere alcuni individui in modo che siano posti sotto il controllo di altri. L’indirizzo ideologico preso da chi esercita il controllo è di scarsa rilevanza pratica, mentre il controllo come monopolio nelle mani dello stato è fondamentale.

In tempi come questi, spetta agli uomini liberi rivedere le vecchie convinzioni a cui si sentono affezionati. C’è solo una posizione veramente morale che una persona onesta può prendere. Egli deve astenersi da costringere i suoi simili. Ciò significa che egli deve rifiutare di partecipare al processo mediante il quale alcuni uomini ottengono il potere sugli altri.
Se date un valore al vostro diritto alla vita, alla libertà ed alla proprietà, allora ovviamente avete validie ragioni per astenervi dall’usare uno strumento concepito per togliere la vita, la libertà e la proprietà ad ogni altra persona. Ed il voto non è che il mezzo per ottenere il potere giuridico necessario a costringere gli altri.

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Metafisicamente, l’individualismo sostiene che la persona è unica, non una parte della massa, possedendo la sua peculiarità ed essendo fedele al suo Creatore, non al suo ambiente. In ragione della sua origine e della sua stessa esistenza la persona è dotata di diritti inalienabili, che gli altri hanno il dovere di rispettare, così come essa ha il dovere di rispettare quelli degli altri; tra questi diritti vi sono la vita, la libertà e la proprietà: da queste premesse segue che la società non ha alcuna autorità di invadere questi diritti, neanche con il pretesto di rafforzarli.
~ Frank Chodorov
Fugitive Essays, What Individualism Is Not

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Un altro breve saggio di El Ray tratto dalla raccolta Vonu: The Search For Personal Freedom.

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I libertari che cercano di ottenere la propria libertà individuale, si ritrovano spesso ad essere accusati di “anti-intellettualismo” da altri libertari. L’accusa è:

«Lo statalismo è principalmente un problema intellettuale che richiede una soluzione intellettuale: la libertà non può essere raggiunta finché il comportamento delle persone non diventa compatibile con la libertà. La via per ottenere la libertà non è quella di “uscire” dalla società, ma quella di seminare idee razionali dentro la società».

Questa critica è piuttosto ingannevole perché è una mezza verità: lo statalismo è sicuramente un problema intellettuale e come tale richiede una soluzione intellettuale. Ma esso non è esclusivamente un problema intellettuale; è invece la simbiosi fra l’inganno filosofico e la violenza istituzionalizzata che si sostengono vicendevolmente. Né è solo la causa dell’oppressione, ma entrambe: causa ed effetto.

I governi coercitivi controllano ampiamente i mezzi di comunicazione di massa; direttamente, attraverso la gestione della scuola pubblica e, indirettamente, attraverso le radio e le tv autorizzate per mezzo delle intimidazioni fatte agli editori sotto la minaccia delle tasse e delle leggi che regolano il settore. I mezzi di comunicazione controllati, infine, inoculano disinformazione e predisposizione alla coercizione istituzionalizzata.

Ugualmente importante, ma non altrettanto ben compreso, è il fatto che la maggior parte delle persone non accetta la propaganda statalista semplicemente perché ha subito il lavaggio del cervello, ma perché vuole credere.
Le persone si sentono impotenti ed incapaci di cambiare la società da sole ed anche di liberarsi esse stesse dalla massa – “Non puoi lottare contro la comunità”- e, quindi, preferiscono credere che comportandosi in modo conforme agli altri tutto andrà per il meglio. E più il sistema è dispotico, più grande è la loro ingenuità. La maggior parte degli internati nei campi di concentramento tedeschi era pateticamente propensa a credere alle “spiegazioni” dei nazisti contro ogni evidenza del contrario.
La maggior parte degli schiavi dei regimi comunisti credevano che le violazioni della loro libertà fossero necessarie; l’opposizione, se c’era, era riservata ai dettagli nella realizzazione dei cambiamenti che sapevano già essere possibili.

Ognuno può constatarlo da sé; la maggior parte delle persone che incontriamo non è semplicemente ingannata, essa vuole essere ingannata e si risente amaramente di fronte ad un qualsiasi tentativo di demolire la loro razionalizzazione dello status quo. Certamente la libertà non può essere conseguita uniformemente per tutta la società finché il comportamento popolare non diventa compatibile con la libertà. Ma è ugualmente vero il contrario; cambiare il comportamento popolare è impossibile fintanto che la libertà non è realizzata o appare perlomeno imminente. Insieme queste due constatazioni conducono alla conclusione: un sistema filosofico e politico-economico non può essere radicalmente cambiato dal suo interno con nessun mezzo.
Le istituzioni possono evolversi, ma principalmente in risposta agli sviluppi esterni al sistema.

Sono dell’avviso che la liberazione sia possibile soltanto a partire dal piano individuale e soltanto cambiando contemporaneamente comportamento e modello di vita. Il rifiuto della propaganda statalista e l’uscita dalla società devono andare di pari passo. Cercare l’auto-liberazione non è essere “anti-intellettuali”. È, piuttosto, l’integrazione dell’intelletto con la realtà e il tentativo di far seguire l’azione al pensiero.



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L’idea di pubblicare alcuni saggi dell’autore più avanti descritto mi è venuta a seguito della scelta di Teo di passare al bosco e non partecipare più alle discussioni su forum Libertarismo di POL
Avendo parlato privatamente con lui di questo curioso personaggio, spero gradirà se ne traduco alcuni brani.

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Nei primi anni ‘70, El Ray (più tardi Rayo), era un attivista libertario largamente pubblicato che rappresentava quella che al tempo veniva definita, spesso con disprezzo, la “frangia dei ritirati dal movimento”.

Mentre altri perseguivano la politica elettorale, El Ray esplorava vie più radicali per il raggiungimento della libertà personale ed il compimento di una vita realmente libera.
Fu un grande teorico e, in un certo senso, un antesignano della counter-economics di Samuel Edward Konkin III. Per 10 anni, dal suo caravan accampato chissà dove tra boschi e montagne, scrisse di teoria e strategia libertaria per piccole pubblicazioni come The Innovator, Free Trade, Libertarian Connection e Vonu Life. Poi, nel 1974, se ne andò. Non nel senso che morì. Semplicemente sparì. Alcuni dissero che venne divorato dai cinghiali, altri che indossò giacca e cravatta e per dedicarsi ad una vita ordinaria.
Nessuno seppe mai che fine fece. A trentatrè anni di distanza è più semplice supporre che riposi lontano da occhi indiscreti.

Scritto nel maggio del ’64 per il numero di Liberal Innovator e successivamente ripubblicato nella raccolta dei suoi scritti intitolata Vonu: The Search For Personal Freedom, quello che segue è un breve saggio sulla definizione del termine “libertà”, parola cruciale oggi frequentemente – e ferocemente – molestata, corrotta, spogliata e degradata dalla classe dominante dei parassiti, dei burocrati, dei politicanti, degli imprenditori sostenuti dallo stato, dei sindacalisti e dei  sindacalizzati, dei militaristi, degli storici compiacenti e degli intellettuali adulanti. Ognuno di questi signori ha da dirci in che modo possiamo essere liberi, e ciò chiaramente coincide sempre con la totale devozione al servizio della loro agenda politica. Dobbiamo riprenderci il significato delle parole, aver chiaro il significato del termine libertà e non arrenderci all’imponente operazione di ri-definizione del linguaggio per mano dello statalismo.

 

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La “libertà” è un concetto utile? Può un ambiente sociale essere significativamente descritto in termini di “libertà”? I fautori dello status quo politico-economico affermano che l’uomo è in larga misura uno “schiavo” del suo ambiente e dei suoi limiti fisici e quindi non è mai veramente libero. Ciò implica che azioni (o minacce) violente inflitte ad un uomo da altri uomini non sono più oppressive delle restrizioni inflitte all’uomo dal suo ambiente fisico; cioè, ad esempio, una legge di stato che impone di pagare le tasse per non finire in galera non è fondamentalmente diversa da una legge biologica che stabilisce la necessità di alimentarsi per non morire di fame.
Se questo punto di vista fosse corretto, allora la libertà sarebbe un mito sociologico e tutti gli argomenti a suo favore non sarebbero che vane parole. Un concetto rilevante di libertà non può includere l’esenzione dai fenomeni naturali. Un uomo non è ovviamente “libero” dal principio della gravità, né è “libero” dalla necessità di dare sostentamento alla propria vita (tanto a lungo quanto egli sceglie di vivere).
Qual’è la differenza sostanziale tra i vincoli imposti a un uomo da parte di altri esseri umani e le esigenze della realtà fisica?
L’ambiente fisico è meccanicistico e non è soggetto ad intenzioni. La capacità dell’uomo di vivere all’interno del proprio ambiente è limitata solo dalla sua intelligenza, dalla sua conoscenza e dalle proprietà fisiche intrinseche dell’ambiente stesso. L’uomo può scegliere di allargare le sue conoscenze ed escogitare modi ingegnosi per superare gli apparenti vincoli ambientali. E l’ambiente continua a funzionare in un modo potenzialmente prevedibile, privo di intenzioni consapevoli.
L’uomo possiede e può utilizzare l’intelligenza per modificare il suo ambiente, ma l’ambiente fisico non ha alcun fine stabilito da opporre all’uomo.
Al contrario, i vincoli imposti ad un uomo da altri uomini possono essere il risultato di una consapevole, calcolata, e volontaria intenzione.
Tentativi risoluti da parte di una vittima della forza di riconquistare la propria libertà possono essere contrastati e negati da determinate contromisure degli agenti coartanti. Uomini piegati con la forza imposta dalle loro richieste possono rappresentare una minaccia e una costrizione molto più gravi per l’azione umana di quanto lo siano le forze inintenzionali della natura.

Per questo motivo, “libertà”, intesa come assenza di forza fisica iniziata da parte di individui coscienti, è un concetto significativo. “Libertà” è una componente essenziale dell’effettiva esistenza umana e del suo compimento.



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Vi siete mai chiesti perché la mediocrità, la slealtà e l’ipocrisia, a dispetto degli sforzi dei migliori individui della società, riescono sempre a raggiungere i vertici del potere?
In un articolo del febbraio del 1998, Lawrence W. Reed, economista e scrittore presidente della Mackinac Center for Public Policy, ce lo spiega analizzando due fatti di cronaca politica internazionale dell’epoca, interpretandoli secondo la lettura del libro di F.A. von Hayek La via della schiavitù.

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Nonostante la considerevole libertà e il progresso globale degli ultimi anni – dal crollo dell’impero sovietico all’aumento delle “privatizzazioni”-, non vi è ancora alcun segnale di una diminuzione di statisti a capo di regimi stupidi e distruttivi. La migliore spiegazione del perché e del per come tali persone ottengono posizioni di potere è ancora presente in “Perché emergono i peggiori”, che è il capitolo 10 del capolavoro di Frederick von Hayek, La via della schiavitù”.
Quando Hayek nel 1944 scrisse il suo libro più famoso, il mondo era affascinato dal concetto socialista della pianificazione centralizzata. Mentre quasi tutti in Europa e in America deprecavano la brutalità del nazismo, del fascismo e del comunismo, l’opinione pubblica era plasmata e modellata da un’intellighenzia che dichiarava che questi “eccessi” del socialismo erano evitabili eccezioni. Se solo ci assicurassimo di mettere in carica le persone giuste, dicevano gli intellettuali statalisti, il pugno di ferro si trasformerebbe in guanto di velluto.

Quelli che, seguendo Hayek, “pensano che non è il sistema ciò di cui dobbiamo aver paura, ma il pericolo che esso possa essere gestito da uomini cattivi”, sono ingenui utopisti che rimarranno sempre delusi dagli esiti del socialismo.

In effetti, questa è la storia dello statalismo del ventesimo secolo: l’infinita ricerca di un luogo in cui poter realizzare il sogno, stabilendo un posto fino a che il disastro non sarà vergognosamente palese a tutti, quindi accusando le persone, piuttosto che il sistema, e infine svolazzando via, alla prossima inevitabile delusione.

Forse un giorno, nella definizione di “statista” dei dizionari potremo leggere: “Colui che non impara nulla dalla natura umana, dall’economia o dall’esperienza, e ripete continuamente gli stessi errori senza mai preoccuparsi dei diritti e della vita delle persone che calpesta con le sue buone intenzioni”.

Anche le peggiori caratteristiche della realtà statalista, ha dimostrato Hayek, “non sono sottoprodotti accidentali”, ma fenomeni che fanno parte integrante dello statalismo stesso.
Con grande lungimiranza egli ha sostenuto che “i privi di scrupoli e i disinibiti saranno probabilmente quelli di maggior successo” in ogni società in cui lo stato è visto come la risposta alla maggior parte dei problemi.
Essi sono precisamente il tipo di persone che più elevano il potere della persuasione, della forza contro la cooperazione. Lo stato, per definizione possessore del monopolio legale e politico dell’uso della forza, li attira come lo sterco attira le mosche. In ultima analisi, è l’apparato di governo che consente loro di generare devastazione attorno a noi.
Mezzo secolo dopo che Hayek ne ha scritto, difficilmente passa giorno che i giornali non riescano a fornire nuovi esempi di “peggiori che emergono”.
Due recenti esempi dai due estremi del globo mi permetteranno di illustrare la saggezza Hayek.
In Francia il 10 ottobre 1997, il primo ministro socialista Lionel Jospin propose una legge per ridurre obbligatoriamente le ore di lavoro settimanali. Entro il 2000, i datori di lavoro avrebbero dovuto ridurre le ore di lavoro dei loro dipendenti da 39 a 35, senza relativa diminuzione della retribuzione. Jospin demagogicamente promise al popolo francese che la legge avrebbe creato “un sacco di posti di lavoro”.

Ovviamente, questa non era un’amichevole richiesta ai datori di lavoro della Francia, bensì un obbligo, il che significa che i datori di lavoro che cercavano di trovare un accordo con i loro lavoratori per più di 35 ore dovevano essere multati, imprigionati, o entrambe le cose. Il primo ministro non ha fatto menzione al fatto che uno degli stati sociali più regolamentati e onerosi d’Europa aveva posto il costo del lavoro francese fuori mercato e prodotto quell’elevato tasso di disoccupazione che ora prometteva di ridurre.

In Malaysia, nel corso della stessa settimana di ottobre, il Primo Ministro Mahathir Mohamad attaccava indistintamente “disonesti”, “stolti” e “neocolonialisti” accusandoli della perdita di valore della moneta malese, il ringgit. Ricordando i potenti impazziti del recente passato, disse inoltre che i problemi economici della Malaysia erano il risultato “dell’agenda ebraica”. Egli chiese non di porre fine alla politica inflazionista del suo governo che stampava continuamente carta priva di valore, ma piuttosto di vietare lo scambio di moneta perché “inutile, improduttivo, e immorale”.

La convinzione di Jospin che si sarebbero creati posti di lavoro rendendo illegale lavorare più di 35 ore e obbligando i datori di lavoro a pagare i lavoratori per minori prestazioni, ovviamente, è ridicola. Essa era condannata fin dall’inizio a produrre più disoccupazione, non di meno, perché rendeva ciascun dipendente più costoso per il suo datore di lavoro.

Così come è ridicolo il tentativo di Mahathir di imputare colpe a tutti tranne che ai suoi precedenti interventi. Forse egli pensava a se stesso come ad un moderno Canuto il Grande, che ordina alle onde di valuta di fermarsi, per risolvere i problemi al posto suo. Certo, come fu per Canuto, le onde continueranno ad andare da Mahathir, ma molte teste potrebbero saltare in questo processo.

Questi due ottenebrati personaggi del palcoscenico politico internazionale non lo sanno, ma essi sono descritti nel libro di Hayek. Nel capitolo “Perché emergono i peggiori”, del pianificatore centrale o del “dittatore potenziale”, Hayek dice “…Potrà ottenere il sostegno di tutti gli arrendevoli e i creduloni che non hanno forti convinzioni proprie e sono predisposti ad accettare un sistema pre-costituito di valori, se solo questo viene continuamente martellato nelle loro orecchie con forza sufficiente”.
In ultima analisi, gli arrendevoli ed i creduloni sono tenuti all’angolo da Jospin e Mahathir.

Lo statista demagogo, asserisce Hayek, si appella “all’odio per un nemico” e “all’invidia per i migliori” per ottenere “la fedeltà senza riserve di masse enormi”. Per Jospin, è l’avidità dei datori di lavoro privati; per Mahathir, sono gli ebrei. Il peggiore ama servirsi dell’ipocrisia per segnare punti sulla strada dell’accumulo del potere politico.

Hayek rileva “una crescente tendenza tra gli uomini moderni a immaginare se stessi come morali perché hanno delegato i propri vizi a gruppi sempre più grandi. Agire a nome di un gruppo sembra liberi la gente da molte delle restrizioni morali che tengono a bada i comportamenti individuali all’interno del gruppo”.
Forse, entrambi i primi ministri si opporrebbero personalmente ad un individuo che costringe in punta di pistola il suo capo ad aumentargli la retribuzione, o ad un individuo che umilia pubblicamente un commerciante di valuta, ma essi non si fanno problemi a fare di queste pratiche la loro politica nazionale.

Date allo stato grande potere e le persone stupide e intolleranti della la vita e delle opinioni altrui si metteranno in fila per ottenere un posto di lavoro dal governo. Quelli che rispettano gli altri, che lasciano le altre persone in pace e desiderano essi stessi essere lasciati in pace, si dedicheranno ad altro – ossia, al lavoro produttivo nel settore privato.
Così come ci ha avvertiti Hayek nel 1944, più il governo diviene grande, più i peggiori elementi della società saliranno la sua cima.

Il francese e il malese sono solo due fra le molte persone che se in questo momento leggessero il capitolo dieci de “La via della schiavitù”, troverebbero F.A. Hayek che descrive con precisione il deplorevole corso che hanno scelto di adottare.

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Sullo stesso argomento vedi anche “La voce del Gongoro” e Tra Cielo e Terra

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