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Archive for the ‘libertà’ Category

washington-booker-tNon so se altri feticisti oltre a me hanno seguito la discussione su TakiMag, uno dei periodici di riferimento del pensiero paleo-libertario, incentrata sul tema del razzismo.

Semplificando drasticamente, Jared Taylor sostiene che il fattore razziale sia determinante nella creazione di una società volontaria, mentre i migliori paleo, come Justin Raimondo (oltre all’amico Orso che in una conversazione privata opporunamente me lo fatto notare – e che comunque rientra nella categoria), hanno ricordato come, al contrario, nella società volontaria il problema razza sia già stato abbondantemente superato, e quindi da ritenere fondamentalmente ininfluente.

In effetti, seguendo il ragionamento di Taylor, io dovrei sentirmi più affine all’Average Joe wasp dell’Arkansas che sconosce totalmente le caratteristiche del posto in cui vivo, anziché all’immigrato del Mali che vive qui da trent’anni, lavora e affronta le questioni che la comunità di cui bene o male fa parte, mano a mano gli presenta. Il discorso, ovviamente, non fila.

Così, anche per mitigare il clima inquietante dei post recenti, ho pensato di tradurre questo breve articolo di Gary Galles, in cui racconta la vicenda di Booker T. Washington, ex schiavo americano divenuto imprenditore ed educatore di chiara connotazione libertaria, un personaggio a cui ricordavo Rothbard dedica parole profonde in una delle sue opere, e la cui biografia non è dissimile da quella di Marcus Garvey, altro protagonista di quei rari fotogrammi di libertà nell’orrendo film della schiavitù. Al di là del tema, che magari ai più sembrerà scontato e demodé, si tratta di un piccolo messaggio di speranza. Fatalmente, una delle poche cose concrete su cui oggi può contare chi vorrebbe solo essere libero.

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Molti dei quotidiani che ho letto in febbraio pubblicavano articoli in onore del Black History Month. Ma tra quelli che rumorosamente invocano più stato (quindi più coercizione) come soluzione dei problemi sociali che affrontano i neri, un articolo su George Washington Carver mi ha colpito per il forte contrasto. I suoi creativi sforzi scientifici (compreso lo sviluppo di prodotti derivati dalle arachidi, dalle patate dolci e dalle noci di Pecan) beneficiarono i neri, così come molti altri, senza coercizione.
Interessatomi alla vicenda, ho iniziato una ricerca su Carver, scoprendo che il suo impegno fu decisivo per lo sviluppo economico del sud. Quasi subito però sono entrato in connessione con Booker T. Washington e il Tuskegee Institute da lui fondato e diretto (entrambi, sono sepolti l’uno accanto all’altro nel campus di Tuskegee). Nella vita ugualmente ispirata di Washington e nella sua più ampia opera scritta, ho scoperto un uomo dotato della comprensione dei mezzi di gran lunga più etici per il successo – autoemancipazione di cui hanno beneficiato anche altri attraverso accordi volontari – delle proposte stataliste che altri avanzavano allora, e ancora più avanzano oggi.

Booker T. Washington, nato schiavo, aveva setta anni quando l’Emancipation Proclamation fu annunciata. All’età di undici anni, ricevette il suo primo libro e gli fu insegnato a leggere.
Egli pensò “entrare in una scuola e studiare, sarebbe come entrare in paradiso”.
A sedici anni si iscrisse all’Hampton Insitute in Virginia – cinquecento miglia da casa – con nient’altro che un dollaro e mezzo nel portafogli, e lì seguiva le lezioni di giorno e lavorava la sera per pagarsi vitto e alloggio.
Dopo la laurea, Hampton fece di lui un insegnante. Nel 1881 fondò e poi diresse quello che oggi è il Tuskgee Institute, insistendo su come la formazione rappresenti la più solida base dell’etica del lavoro.

La più completa libertà compatibile con la libertà degli altri.
Booker T. Washington

Washington è stato un’instancabile educatore e sostenitore dell’auto emancipazione dei neri,
Al Tuskegee, insegnava agli alunni a dotarsi delle abilità tecniche necessarie a guadagnare un buon standard di vita. Premeva sui valori della responsabilità individuale, della dignità del lavoro e della perdurante necessità di un carattere etico come miglior strumento per gli ex schiavi che iniziavano con il solo sudore della fronte ad avere successo.

Sosteneva fossero il business, l’impresa e l’intraprendenza, anziché che l’agitazione politica, il più solido fondamento del successo. Diede vita alla National Negro Business Ligue. Comprese e modellò lo spirito capitalista, riconoscendo che chi sa servire meglio gli altri, otterrà egli stesso un beneficio da ciò.

Washington riconobbe, partendo da nient’altro che l’esperienza della schiavitù subita dal governo, che per i neri, al fine di progredire, ulteriore coercizione non sarebbe stata la risposta. Al contrario, che il successo non poteva essere trovato, se non attraverso l’autoemancipazioine e gli accordi volontari. Questo perché, indipendentemente dalle ingiustizie del passato, solo accordi volontari potevano prevenire che altre ingiustizie venissero commesse, e “che nessuna questione è mai definitivamente risolta fino a quando non è risolta nei principi della più alta giustizia”.

Sull’inadeguatezza della coercizione:
… ogni volta che le persone agiscono in base all’idea che lo svantaggio di un uomo è un vantaggio per un altro, lì c’è schiavitù.

Non è possibile trattenere un uomo in una fosse senza soffermarsi nella fossa con lui.

Ci sono due modi per esercitare la propria forza: uno è spingere in basso, l’altro è spingere in alto.

Accordatevi con voi stessi se ad una razza così disposta a morire per il proprio paese non dovrebbe essere conferita la piena possibilità di vivere per il proprio paese.

Non ho mai visto uno che non vuole essere libero, o uno che ritorna allo stato di schiavitù.

La schiavitù ha rappresentato un problema di distruzione; la libertà uno di costruzione.

… commetteremmo un errore fatale se cedessimo alla tentazione di credere che la mera opposizione ai nostri torti, e la semplice esternazione di denuncia, prenderanno il posto dell’azione progressiva e costruttiva, che sono il vero fondamento della civiltà.

[anziché la politica]… vorrei contribuire in modo più sostanziale contribuendo alla costruzione delle fondamenta della razza attraverso una generosa educazione della mani, della testa e del cuore.

Sull’autoemancipazione
Non ho mai avuto molta pazienza con la moltitudine di persone smpre pronte a spiegare il motivo per cui non hanno avuto successo. Ho sempre avuto grande considerazione per uomo che potrebbe rivelarmi come riuscirci.

Ciascuno dovrebbe ricordare che c’è una possibilità anche per lui.

Nessuno può degradarci tranne noi stessi.

Niente merita di essere posseduto, tranne il prodotto del duro lavoro.

Né dobbiamo consentire alle nostre rimostranze di adombrare le nostre opportunità.

Ho imparato che il successo si misura non tanto nella posizione che hai raggiunto nella vita, quanto nella quantità di ostacoli che hai dovuto superare per ottenerlo.

Poche cose aiutano un individuo come affidargli responsabilità facendogli sapere che vi fidate di lui.

Il carattere, non le circostanze, fanno l’uomo.

Solo i piccoli uomini serbano lo spirito dell’odio.

Non permetterò a nessuno uomo di ridurre e degradare la mio animo facendosi odiare.

Se vuoi elevarti, eleva qualcun altro con te.

Credo che la vita di ogni uomo si riempirà di un’inaspettata forza, se saprà tenere a mente di dover dare il meglio ogni giorno.

Il successo nella vita si fonda sull’attenzione che diamo… alle cose di tutti i giorni a noi vicine piuttosto che a quelle lontane e insolite.

… in condizioni di libertà, assieme agli elementi specifici di un determinato settore, si è avuto modo di avere a che fare con un altro elemento, che è quello dell’intelligenza, dell’istruzione.

… la libertà, nel suo senso più ampio e alto, non è mai stata una concessione, ma una conquista.
Uno sforzo costruttivo nella direzione del progresso cancella più ingiuste discriminazioni di tutti i lamenti del mondo.

Sulla libertà di accordo volontario
… il più completo miglioramento per ogni essere umano può avvenire solo attraverso il suo essere autorizzato ad esercitare la più completa libertà compatibile con la libertà degli altri.

La nostra repubblica è la conseguenza del desiderio di libertà che connaturato ad ogni uomo… libertà del corpo, della mente e dell’anima, e la più completa garanzia della sicurezza della vita e della proprietà.

… in fondo, l’interesse dell’umanità e quello dell’individuo sono gli stessi…

In condizioni di libertà e saggezza, [l’uomo] rende la più alta ed utile forma di servizio [agli altri].

Il mondo si interessa poco di quelo che un uomo sa; è quel che sa fare ciò che conta.

Nessun uomo che con costanza aggiunge qualcosa di materiale, intellettuale o morale benessere al posto in cui vive sarà lasciato a lungo senza un’adeguata ricompensa.

Nessuna razza che contribuisce con qualcosa nel mercato del mondo è a lungo ostracizzata.

L’individuo che può fare qualcosa per ciò che vuole il mondo, alla fine, troverà la sua strada indipendentemente dalla razza.

I più attenti studiosi del problema della razza iniziano ad accorgersi che il business e l’impresa costituiscono ciò che potremmo chiamare il punto strategico della sua soluzione.

… quelli che si sono resi colpevoli di critiche così dure [al ricco], non sanno quante persone sarebbero povere, e quanta sofferenza ne risalerebbe, le persone ricche avessero spartito in una sola volta la loro ricchezza smembrando e sciogliendo le grandi imprese commerciali.

Leggendo le parole di Booker T. Washington, ho trovato qualcuno che ha saputo ispirarmi sia con le azioni che con il suo carattere. L’enfasi posta sul rifiuto della coercizione sugli altri, e la fiducia invece nell’autoemancipazione e negli accordi volontari è esattamente ciò che noi, come genitori, a prescindere dalla razza, cerchiamo di insegnare ai nostri figli oggi, mentre li prepariamo a dare il meglio nella loro vita. E nonostante il fatto si tratti di un duro lavoro e di un sacrificio (come ogni vero successo), che lo rende un messaggio che molti non vogliono sentire, è vero e prezioso tanto oggi quanto lo era durante gli anni di Booker. T. Washington

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facesIl professor Thomas Szasz, è docente di psichiatria presso la SUNY – Upstate Medical University di Syracuse, NY. In qualità di insider, porta avanti da anni una battaglia di sensibilizzazione sui pericoli legati all’esercizio della professione psichiatrica, la quale, potendo vantare di un presunto status di disciplina scientifica garantito dalle leggi, in realtà si muove senza una bussola, disponendo arbitrariamente della vita e della libertà delle persone. Spesso, gli psichiatri, svolgono per lo stato la funzione di controllo della società, rimuovendo o neutralizzando con la forza e con la pretesa di saperne prevedere il comportamento futuro, quei soggetti che semplicemente dimostrano di avere comportamenti insoliti rispetto agli altri. Tutto ciò è chiaramente l’aberrazione di una professione che, sostiene Szasz, è di fatto una pseudoscienza il cui compito è la “cura dell’anima” degli individui, i cui comportamenti, per definizione, non sono prevedibili né classificabili. Ecco il suo ultimo affondo.

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In risposta al mio articolo del 2009, il professore di economia della George Mason University, Bryan Caplan, ha commentato: “Negli ultimi due decenni, un sacco di persone hanno chiesto scusa per i crimini del passato commessi dai gruppi con i quali esse si identificano: gli Stati Uniti per l’internamento giapponese, la Chiesa per Galileo, i banchieri svizzeri per il riciclaggio del denaro sporco nazista e anche i giapponesi (alcuni giapponesi) per i loro crimini di guerra. Mi piacerebbe vedere gli psichiatri fare lo stesso e riconoscere che gli atteggiamenti inusuali delle persone non sono “malattia”, affermare che è sbagliato sottoporre a trattamenti le persone contro la loro volontà e girare le spalle ai “grandi” della loro professione che hanno creduto e praticato terapie coercitive”.

Sono grato a Caplan per aver richiamato l’attenzione su un problema che la maggior parte delle persone preferisce ignorare. La sua speranza, tuttavia, non può essere soddisfatta, ed è importante capire il perché. La rivendicazione di possedere competenze astronomiche e facoltà di incarcerare gli eretici non è parte integrante dell’identità della Chiesa cattolica. Al contrario, sostenere di avere competenze nella previsione della “pericolosità” e la facoltà di incarcerare individui che si presume siano così a causa di una “malattia mentale” è parte integrante dell’impresa psichiatrica. Wikipedia definisce il ricovero coatto (TSO in Italia N.d.t.) come “la pratica di utilizzare mezzi o procedure legali come applicazione di una legge sulla salute mentale, internando una persona in un ospedale psichiatrico, in un manicomio o in un reparto psichiatrico contro la sua volontà e/o proteste… Un motivo comune per cui si ricorre al ricovero coatto è quello di evitare situazioni di pericolo per l’individuo o la società”.

A fasi alterne, gli psichiatri negano e apprezzano il fatto di essere in possesso di particolari competenze professionali con cui possono individuare la “pericolosità” futura e che conferiscono loro il diritto allo speciale potere di incarcerare persone che condannano al carcere mascherato da ospedale. Il sistema giuridico americano fa un uso pesante delle perizie psichiatriche sulla pericolosità, a causa del quale un gran numero di americani sono privati della libertà e, allo stesso tempo, della possibilità di dimostrare l’ingiustizia della loro detenzione. Gli esempi abbondano.

Kafka in tribunale

Nel marzo 2004 Susan Lindauer è stata arrestata nel Maryland, e accusata di “agire come un agente non riconosciuto di un governo straniero”. È stata condannata a 25 anni di detenzione. Anziché processarla, gli psichiatri del governo hanno dichiarato la Lindauer mentalmente inadeguata a stare in aula e l’hanno incarcerata al Carswell Federal Medical Center in Texas, una struttura definita “di servizi medici per la salute mentale di criminali femmine”. Ma la Lindauer non era una criminale. Era un’americana innocente.

Dopo aver “ospedalizzato” la Lindauer per diciotto mesi, i suoi torturatori “medici” conclusero che, benché fosse ancora mentalmente malata e inadeguata a subire un processo, non aveva più bisogno di “cure” psichiatriche. Revocato l’arresto, rientrò nel Maryland dove il tribunale federale la segnalò ad una struttura privata per una perizia. Secondo la mozione presentata dal suo avvocato e tutore, il Dott. Bruke Tadessah disse: “Il referto diagnostica un disturbo da stress post traumatico dovuto all’esperienza di Carswell”. Lo scorso gennaio il governo federale ha chiuso il caso contro la Lindauer “in quanto non più di interesse per la giustizia legale”, il che implica che la sua è stata un persecuzione nell’interesse della giustizia.

Incarcerazione a tempo indeterminato

Quando Donald Schmidt aveva 16 anni, molestò ed annegò una bimba di 3 anni. Ai sensi della legge della California sui reati minorili, chi commette gravi delitti può essere detenuto nel sistema carcerario solo fino ai 25 anni. Ma la detenzione di Schmidt venne estesa in conformità al codice statale che consente “di continuare la detenzione se una giuria ritiene che il soggetto soffre di un disturbo mentale o presenta deviazioni e anomalie che gli creano serie difficoltà a controllare i suoi comportamenti pericolosi”.

Cosa dovrebbe fare Schmidt per ottenere il divorzio dai suoi “medici” e riguadagnare la libertà? Ogni due anni può presentare una richiesta di rilascio e sperare che un giudice indica un “processo” incaricando i giurati di decidere se egli rappresenta ancora un pericolo per la società.

Avanzando un’altra ipotesi, il procuratore distrettuale di Santa Cruz County Bob Lee ha dichiarato “Noi crediamo sia uno psicopatico”. Richard A. Starrett, un medico psicologo, convenne sul fatto che Schmidt fosse ancora un pericolo, anche se “non uno psicopatico”. Krisberg Barry, presidente del Consiglio Nazionale sulla Criminalità e la Delinquenza di Oakland, California, ha definì invece il caso Schmidt “uno su un milione”

L’affermazione secondo cui la sentenza psichiatrica a tempo indeterminato di Schmidt è insolita, è tipica della falsità e della depravazione intrinseca alla psichiatria forense. John Hinckley, Jr., non è mai stato condannato per un crimine, ma sconta la sua pena a 28 anni di reclusione psichiatrica. Evidentemente i più grandi psichiatri del governo hanno bisogno di più tempo per la cura della sua pericolosità.

La psichiatria è la legittimazione politica della detenzione di persone innocenti sulla base pronostici psichiatrici, una pratica che sembra godere dell’approvazione quasi universale delle persone nella società moderna. Il riconoscimento del fatto che la psichiatria non coercitiva è un ossimoro, è oscurato dalla concomitante pratica apparentemente consensuale della “terapia”. Dico “apparentemente”, perché il professionista della salute mentale detiene l’obbligo e il privilegio di privare della libertà il suo paziente, se costui “rappresenta un pericolo per se stesso o gli altri”.
Di conseguenza, gli psichiatri e la stampa, regolarmente invocano “riforme” della psichiatria, mentre i “medici” impegnano se stessi in sempre più raffinate forme di depravazione psichiatrica, con il sostegno della indiscussa e indiscutibile premessa che la “pericolosità” giustifica la reclusione chiamata “ospedalizzazione”.

Nella relazione pubblicata di un seminario del 1981 intitolato Scienza Comportamentale e Servizi Segreti, sponsorizzato dal prestigioso Institute of Medicine, Robert Michels, professore di medicina e psichiatria al Weill Cornell Medical College di New York, ha affermato che “la maggior parte dei professionisti della salute mentale ritiene che non vi sia un grande dilemma etico se è nell’interesse del paziente violare la sua riservatezza, e che è in generale del paziente (così come della società) interesse di evitare una grave violenza”. L’affermazione che “la maggior parte dei professionisti della salute mentale ritiene” che la violazione del diritto dell’imputato ad un processo garantito dal Sesto Emendamento serve al suo interesse, è la prova della depravazione psichiatrica, non moralità.

Per peggiorare le cose, poche pagine dopo, il relatore del seminario ci informa che “Alcuni congressisti, compresi gli psichiatri Robert Michels e Loren Roth [un’importante psichiatra forense e docente presso l’Università di Pittsburgh], hanno messo in dubbio l’utilità di determinare definitivamente la pericolosità di qualcuno, in quanto tali decisioni in qualsiasi momento possono rivelarsi altamente inaffidabili e quindi non valide… I professionisti della salute mentale, in generale, non hanno dimostrato di essere meglio di chiunque altro a fare previsioni circa il comportamento che potrebbe verificarsi in un futuro lontano sotto mutevoli condizioni”.

Nessuna di queste evidenze intacca la pretesa della professione psichiatrica di essere una disciplina medica etica e scientifica. La psichiatria è così profondamente radicata nel controllo sociale e così fortemente sostenuta dalla magia pseudoscientifica e dal pregiudizio che gli psichiatri devono serrare i ranghi e giustificare in qualche modo le misure coercitive a cui ricorrono, o ripudiare e abolire la loro professione così come ora la conosciamo.

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Come sempre un ottimo articolo di Michael S. Rozeff, preso dal come sempre ottimo Panarchy.org che, informo, è tornato finalmente online.

Nota: Nel corso di questo scritto Michael Rozeff ripete in vari modi lo stesso messaggio: libertà di gestione. Il fatto che una richiesta così semplice e ragionevole (già contenuta nella dichiarazione di Indipendenza Americana: “il governo … che deriva il suo potere legittimo dal consenso dei governati”) debba essere reiterata in maniera così insistente rende perplessi in che pazzo mondo noi viviamo attualmente. Allora è sufficiente ricordarsi il famoso slogan: la Guerra è Pace, la Libertà è Schiavitù, l’Ignoranza è Forza, e capiamo immediatamente che siamo ancora nello stato di Oceania, in conflitto permanente con lo stato di Estasia e lo stato di Eurasia.
Ecco perché testi come quello che qui si presenta sono necessari, in modo da accelerare il momento in cui il Grande Fratello (lo stato territoriale monopolistico) scomparirà dalla faccia della terra e con esso avrà termine un incubo mostruoso.

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Che cosa è un governo? È uno strumento organizzativo attraverso il quale gli individui sperano di dare ordine a talune loro interazioni. Il governo è la struttura e l’insieme dei mezzi attraverso cui le persone si gestiscono. La gestione, o regolamentazione di certe interazioni, è il bene essenziale a cui mira la gente quando istituisce un governo.

La libertà nelle scelte gestionali ha le sue radici nella libertà di un essere umano di decidere il corso della sua vita. Io considero la libertà di gestione come un bene in sé stesso e come un qualcosa di strumentalmente buono sia per le persone che per i gruppi. L’idea di base della panarchia in relazione al governo è che una persona esprima il suo consenso su tutti gi aspetti gestionali che lo riguardano. L’ideale della panarchia è l’avere il tipo di gestione che ciascuno si è scelto. La libertà nella scelta della struttura di gestione è il fondamento della panarchia, il che è l’opposto della tirannia, cioè l’essere forzati a vivere sotto un governo scelto da altri.

Le idee sulla costrizione variano da persona a persona. Esiste la possibilità di una vasta serie di modi di gestione, e la storia mostra un certo numero di realizzazioni diverse. Quello che una persona considera come un obbligo potrebbe essere visto da un altro come un fattore di libertà. La panarchia accetta una varietà di differenti forme di gestione esistenti l’una accanto all’altra.

Quando una persona formula affermazioni riguardo alla natura della struttura governativa o come debba essere costituita, quella persona sta esprimendo un parere del tutto personale rispetto al quale altri potrebbero pensarla diversamente. Se John Adams dicesse che abbiamo bisogno di una costituzione e ne redigesse una per il Massachusetts, o sostenesse che dovrebbe essere approvata a maggioranza, o che dovrebbe garantire determinati diritti, o che dovrebbe valere in perpetuità, o che un particolare gruppo di persone dovrebbe votare al riguardo, e così via, ciò significherebbe che egli sta limitando i possibili schemi organizzativi e anche la loro evoluzione nel tempo. Così facendo egli sta decidendo a priori chi sono le persone di rilievo che faranno parte del gruppo che prenderà le decisioni e persino che peso avranno i loro voti. Ciò è contrario alla panarchia.

Il panarchico non cerca di imporre una forma di governo agli altri, sebbene egli possa di certo sostenere che alcune forme sono preferibili ad altre, non solo per sé stesso ma anche per altri. Io mi definisco un anarchico (come pure un panarchico) perché la mie preferenza personale è per nessun-governo-come-lo-conosciamo-attualmente. Ciò che io voglio è la libera gestione. Io penso che non si possa fare a meno della gestione organizzativa in tutti i casi in cui le persone vivono assieme. La forma della gestione, a mio avviso, dovrebbe essere talmente decentralizzata e aperta alla scelta personale che molto difficilmente si potrebbe qualificare col nome di governo. Le mie opinioni anarchiche non coincidono con la mia posizione panarchica. La concezione panarchica svolge una funzione più elevata in quanto è una teoria sociale generale. Logicamente essa precede la scelta di una particolare forma di gestione.

Parlando da anarchico, ho criticato frequentemente il governo-come-lo-conosciamo-attualmente. E continuo a criticarlo. In questo sono come uno che vuole la libertà e cerca di persuadere altri a volerla. Ma desidero distinguere chiaramente le mie preferenze rispetto a coloro che sono favorevoli all’attuale forma di governo. Il fatto di essere obbligato a vivere sotto un potere che mi domina, mi porta a non considerarlo affatto come un governo. Io non ho alcuna intenzione di farmi manipolare dalle parole. Per cui quello che al giorno d’oggi si chiama “governo” io non lo nobilito con l’uso di tale termine in quanto si tratta di una tirannia. Sono le persone consapevoli di vivere sotto una tirannia che sono impedite dallo scegliere la loro forma di governo. Per esse, il “governo” non è affatto un governo: è una frusta, una catena, una prigione. È un potere che li deruba della loro umanità. Io definisco governo solamente quello che è reso legittimo dal consenso dei governati. Essere “governato” da una banda di delinquenti o da un dittatore o da un tiranno, senza il consenso personale, non ha nulla in comune con un governo legittimo. È una contraddizione terminologica affermare si è governati da un tiranno. Una persona non è governata da un tiranno, è comandata. Certi affari sociali possono essere gestiti da una organizzazione senza essere dominati da un potere sovrano. Essere controllati dalla forza bruta non è lo stesso che essere gestiti da una forma legittima di governo. Nel primo caso si tratta di un affare criminale, nell’altro di un sistema pacifico basato sul consenso. Fare confusione tra questi due tipi di relazioni ottunde il senso morale e pone sullo stesso piano aspetti del tutto distinti. Questo modo di pensare lo abbiamo ereditato da Aristotele e lo abbiamo perpetuato fino ai giorni nostri. È tempo di seppellirlo.

In che cosa la panarchia si differenzia dall’anarco-capitalismo? Dal momento che l’anarco-capitalismo è una forma di anarchismo, esso esprime una preferenza personale per una particolare forma di gestione e di governo. Sarebbe una digressione e un compito troppo grandi discutere che cosa sia l’anarco-capitalismo. Per convenienza, utilizzo una citazione da Wikipedia: “L’anarco-capitalismo (conosciuto anche come anarchia del libero mercato) è una filosofia politica individualista e anarchica che si prefigge l’eliminazione dello stato e la promozione dell’individuo sovrano nell’ambito di un mercato libero.”

Se lo stato fosse solo una tirannia, come credo lo vedano e lo qualifichino alcuni sostenitori di rilievo dell’anarco-capitalismo, allora ci sarebbe, a questo riguardo, concordanza di vedute tra la panarchia e l’anarco-capitalismo. Ma, lo stato non è solo tirannia. Molte persone sono a favore dello stato. Molti votano a sostegno dello stato e dei suoi programmi. Esiste un certo ammontare di consenso e di appoggio per lo stato e per quello che esso fa. Esiste una domanda di vari tipi di stato, come appare chiaro da una ricognizione geografia e storica. La varietà stessa degli stati indica una serie diversa di richieste. Osserviamo questa varietà di richieste nel fatto che alcuni di coloro che sono insoddisfatti degli attuali governi mastodontici vorrebbero ritornare ai governi più snelli del passato. Prefiggersi l’eliminazione dello stato, come indicato dalla citazione precedente sull’anarco-capitalismo, equivale a sostenere l’imposizione su altri delle proprie preferenze riguardo alla forma di gestione. Non tutti vogliono il libero mercato applicato a qualsiasi transazione o l’eliminazione totale dello stato. Un panarchico non ha come obiettivo l’eliminazione dello stato come sua preoccupazione generale, anche se come anarchico quella rappresenta la sua preferenza personale o anche se egli cerca di persuadere altri a preferire di vivere con uno stato notevolmente ridotto o addirittura senza alcun apparato statale.

Il panarchico non si propone di rendere qualsiasi individuo sovrano nell’ambito di un libero mercato. Personalmente uno potrebbe volere una società con relazioni sociali di un certo tipo, come potrei volere anche io, ma un panarchico non si prefigge che i cambiamenti coinvolgano anche altri, ma solo lui assieme ad altri che hanno gli stessi suoi desideri.

La finalità del panarchico è la libertà di gestione.

Fin qui non ho mai menzionato la parola territorio. È implicito nell’idea della panarchia che i confini territoriali che sono stati eretti dagli uomini, in maniera più o meno arbitraria o con la forza delle armi o con altri simili mezzi e non in maniera legittima quale potrebbe essere l’avere coltivato un pezzo di terra, non possono costituire una base per raggruppare assieme le persone contro la loro volontà o senza il loro consenso. In realtà, non si può imporre dall’esterno un criterio arbitrario e conservare al tempo stesso la libertà di gestione. Il territorio costituisce un esempio di simili criteri ma ce ne sono altri quali la tribù, il colore della pelle, la religione, l’etnia, la classe, la densità di popolazione, l’età, il sesso e così via.

L’anarco-capitalista che si prefigge la scomparsa dello stato assume implicitamente che tutte le persone che vivono in un dato territorio che lo stato ha proclamato come suo formino un popolo che dovrebbe essere liberato dalla presenza dello stato e di tutti i suoi interventi e programmi. Il libertario che vuole la libertà nell’uso delle droghe si immagina implicitamente una giurisdizione territoriale dove godere di questa libertà. L’esperto di problemi monetari che propone l’introduzione del gold standard dà implicitamente per scontata l’esistenza di un territorio in cui esso è operativo. Allo stesso modo, quando John Adams propone una costituzione per il Massachusetts, egli ha in mente tutte le persone che vivono all’interno di un determinato confine. In tutti questi casi e in altri ancora, il difensore della libertà sta introducendo le sue personali preferenze. Questa persona sta in realtà indicando come vorrebbe vivere e come pensa che altri dovrebbero vivere, e le sue preferenze sono definite con il termine libertà. Com’è naturale, questo approccio è rifiutato da coloro che vogliono che siano in vigore alcuni aspetti dello stato. Ci sono quelli che vogliono che le droghe siano vietate o che l’aborto sia vietato o che il governo assicuri l’assistenza sociale. Dal loro punto di vista la “libertà” sostenuta da un libertario o da un anarchico costituisce una imposizione. Essa minaccia lo stile di vita da loro preferito.

Cercando di conseguire la libertà per tutti, il libertario o anarchico ne diventa il nemico peggiore. Egli allontana tutti coloro che si sentono minacciati da alcuni aspetti del suo programma di libertà che essi non approvano. Per di più, l’anarchico libertario discute continuamente con altri libertari e anarchici sul 25 per cento di questioni su cui non vi è accordo.

Il panarchico, sostenendo la libertà di gestione, implicitamente non basa la gestione che riguarda gli altri su nulla che abbia a che fare con il territorio, con la religione, con l’etnia o con altri criteri simili. Coloro che danno vita alla loro forma di gestione potrebbero scegliere uno di questi criteri per sé stessi, ma l’idea panarchica non li include tra i suoi presupposti.

Se coloro che sono a favore della libertà conseguiranno successi significativi nel conseguimento di un grado di libertà più elevato, essi non possono lasciare che le loro preferenze personali riguardo ad una esistenza libera li portino a ignorare che la panarchia è la sola idea logica che è in sintonia con qualsiasi tipo e colore di preferenze personali.

Non ci sarà mai un movimento capace di lottare con successo per la libertà se non quando ci sarà un accordo comune su un ideale singolo di alto livello; l’essere divisi equivale all’essere sconfitti. La libertà di gestione è tale ideale. Il tema unificatore deve avere a che fare con il significato della libertà. I libertari, gli anarchici e i panarchici non possono conseguire il successo se non si uniscono sotto uno striscione o una richiesta comune che è, a mio avviso: Libertà di Gestione. Ciò significa libertà di formare un gruppo o di associarsi dappertutto sulla terra, incluso il fatto di disperdersi sulla superficie terrestre; significa inoltre che all’interno di quel gruppo esiste il consenso volontario dei governati al tipo di gestione prescelto.

Ci sono parecchi libertari in America, forse la maggioranza, che vogliono cambiare la costituzione o ritornare alla sua natura originaria o altre cose simili, oppure che vogliono cambiare la legge sotto la quale noi viviamo. Nel perseguire tali cambiamenti, danno per scontato che miglioreranno la condizione degli altri dando loro la libertà. A quel punto però si scontrano con una enorme resistenza, per il fatto che esiste una pluralità notevole di preferenze personali che non possono essere risolte sotto nessuna forma di governo, inclusa la forma libertaria che vuole portare a tutti la sua versione di libertà. L’insieme di questo sforzo tende a realizzare i nostri destini collettivi all’interno di un unico schema di gestione uguale per tutti. La qual cosa può essere solamente tirannica in quanto molti si oppongono a quello schema e rifiutano di dare il loro assenso.

Se la strategia per conseguire la libertà fosse mirata al raggiungimento di un fine generale di livello superiore – la libertà di gestione – queste difficoltà si scioglierebbero come neve al sole. Se tutti coloro che cercano la libertà facessero chiarezza sul fatto che essi vogliono solo governare sé stessi in maniera volontaria, essi sarebbero più prossimi alla concezione espressa dai coloni americani quando si separarono dalla Gran Bretagna. In tal modo coloro che vogliono la libertà si unirebbero e avrebbero una probabilità di successo di gran lunga maggiore nello sviluppo della libertà. Essi non costituirebbero più una minaccia per lo stile di vita degli altri, e la resistenza da parte di questi non avrebbe più senso e ragione di esistere. Essi si porrebbero inoltre su un piano morale più elevato; infatti chi potrebbe validamente criticare qualcuno che vuole per sé la libertà di gestione? Chi potrebbe muovere obiezioni al fatto che il governo dovrebbe avere il consenso dei governati? Se questi principi sono accettati, allora le sole riserve e critiche riguardano la pratica. Le persone si domandano come tutto ciò potrebbe essere realizzato. Come funzionerebbe in realtà. Questi problemi possono essere sempre risolti un volta che si è d’accordo sulla questione di principio, che è l’aspetto più importante. E il principio è il seguente: Libertà di gestione. Libertà nella scelta di chi gestisce senza introdurre restrizioni territoriali o qualsiasi altro criterio imposto, e promuovendo la libertà delle persone di associarsi in gruppi, o di rimanere separati, il tutto sulla base di libere scelte personali.

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Sulla vicenda di Michael Phelps, campione olimpico di nuoto immortalato mentre, con la disinvoltura di chi sa esattamente quel che sta facendo, fumava erba da un bong, temo di non essere per nulla d’accordo con la campagna di solidarietà nei suoi confronti che ha preso il via, anche grazie a militanti libertari d’oltreoceano, nei vari circuiti di social networking.

Edmund Burke sosteneva che tutto ciò che è necessario affinché il male si affermi è che gli uomini buoni non facciano nulla. E difatti, il campione olimpico, che in qualità di personaggio pubblico può influenzare la cultura popolare in modo positivo o negativo, ha scelto la seconda opzione. E non perché ha fumato marijuana, inteso, ma perché ha chiesto scusa pubblicamente.

Patty Pravo, ai suoi tempi, fermata con un po’ d’hashish all’aeroporto Marco Polo di Venezia, dando prova della proverbiale assholeinsofferenza dei veneti verso le inutili procedure burocratiche statali, alla domanda dei ligi compilatori di verbali in divisa se l’artista avesse qualcosa da dichiarare in sua difesa, ebbe almeno il coraggio di rispondere: “Quanto casino che fate per un tocco di fumo”.

Phelps non stava facendo nulla di male, stava semplicemente usando il proprio corpo ed il proprio tempo in un’innocua attività che non lede minimamente la libertà altrui di fare altrettanto. Insomma, i vizi non sono crimini. Allora perché chiedere scusa per qualcosa che nemmeno al diretto interessato – dato che evidentemente non era la prima volta – ha impedito di vincere ben 14 medaglie olimpiche? Perché piegarsi dinanzi alla cultura della criminalizzazione di comportamenti che di criminoso hanno nulla?

Le idee idiote vanno demolite, le leggi cattive devono essere spazzate via e le istituzioni sfidate fino a quando chi le occupa non capirà che le altre persone non sono di loro proprietà. Phelps probabilmente temeva più per la sua reputazione che per eventuali grane giudiziarie. Ma alla sua reputazione avrebbe sicuramente giovato di più una reazione a testa alta, con argomentazioni chiare e logiche che spiegassero come il biasimo generale per il suo gesto sia infondato come sono infondati tutti i tabù.

Michael Phelps dovrebbe vergognarsi non per quello che ha fatto, ma per quello che non ha fatto: cioè sfruttare la sua immagine per tentare di far capire quante risorse preziose si buttano inutilmente -dato che  risultati, ad oggi, non se ne vedono – nel perseguire legalmente comportamenti del tutto innocui o che comunque non ledono i diritti di nessuno.

Per quelli invece che ancora pensano all’erba come a qualcosa di pericoloso e dannoso, il consiglio è di farsi una canna, rilassarsi e fare un po’ di stetching finché non si diventa sufficientemente agili da tirare fuori la testa dal buco del culo.

Sì, perché se la “War on drugs” da punto di vista giudiziario ha fatto più danno che altro, dal punto di vista culturale rischia di fare anche peggio a causa dell’emarginazione di persone normalissime che di tanto in tanto si concedono una breve vacanza orientale e poi riprendono a sgobbare la maggior parte del loro tempo, è bene ricordarlo, per i parassiti dello stato che  le criminalizza.

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freetochooseA completamento dell’articolo di Rod Long – che per inciso si conferma uno dei più brillanti pensatori libertari contemporanei
– apparso sul Gongoro, pubblico questo breve saggio di Michael S. Rozeff il quale ci illumina sul concetto di Panarchia.
La Panarchia, concezione di un sistema di convivenza sociale su base volontaria esposta già nel 1860 da Paul Emile De Puydt, rappresenta l’unico sistema che, a dispetto della millantata uguale possibilità in un contesto democratico di fare altrettanto, consente realmente agli individui di  scegliere  liberamente se e a quale ordinamento giuridico aderire, a prescindere dal presupposto della territorialità.

 

Per la libera scelta del governo

di Michael S. Rozeff

Nota: Michael Rozeff è attualmente uno dei più lucidi sostenitori dell’idea e della pratica della panarchia, che è la concezione basata su governi non territoriali scelti liberamente dagli individui. In questo saggio egli sostiene tale posizione con straordinaria chiarezza e vigore. Se qualcuno non è convinto dal suo solido ragionamento in favore di governi volontariamente scelti, è molto probabile che ciò dipenda dal fatto che la persona o è incapace di pensiero razionale o non vuole accettare argomentazioni logiche che andrebbero a distruggere le sue basi di potere e di privilegio ottenute proprio grazie all’esistenza dello stato monopolistico.

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In un precedente scritto ho argomentato che la scelta del proprio governo è una opzione o decisione che scaturisce direttamente dall’idea che Thomas Jefferson aveva dei diritti e che si trova nella Dichiarazione di Indipendenza; e che sulla scia della logica di Jefferson arriviamo al concetto di panarchia. Ragionare in astratto sui diritti non ha mai convinto nessuno. Perciò in questo articolo non farò uso di tale concetto.

Sorge la domanda: Che cosa è un Governo? Un Governo deve essere definito assegnandogli una specifica caratteristica che lo distingue in maniera univoca da altre realtà che non sono il governo. Quella caratteristica ha a che fare con principi e regole che indirizzano l’azione. Ma di quali regole e di quali azioni si parla? I Governi si differenziano notevolmente nelle finalità delle loro azioni, nei loro metodi di governo e nelle relazioni con i governati.

Esistono parecchi tipi di governo a molti livelli. Per semplificare la discussione, immaginiamo governi nazionali in relazione con Stati. Supponiamo per un momento che il motivo per cui questi governi cambiano è perché le nazioni che essi governano hanno realtà differenti. I Russi hanno una loro forma di governo e i Cinesi un’altra. Questo è, almeno in parte, questione di inclinazioni personali. Anche se questi governi hanno avuto la loro origine in un processo di conquista o altro, essi hanno trovato stabilità, almeno in secoli a noi vicini, governando su un insieme di popolazioni con una qualche sorta di identità o con aspetti essenziali condivisi per quanto riguarda credenze, valori e spesso religione e linguaggio. Nella misura in cui un intero popolo aveva voce riguardo alla forma di governo, quel governo poteva riflettere quella voce. C’è un specie di scelta collettiva di base che è stata effettuata o condivisa in qualche modo oppure generata attraverso la forza e l’abitudine, almeno in una certa qual misura. Non intendo qui affermare che i governi sono nati da una scelta collettiva. Sto solo dicendo che la scelta collettiva gioca una certa parte, ed è per questo che possiamo spiegare la varietà di governi.

In un certo senso, l’esistenza di una varietà di stati e di governi mostra che riconosciamo una pluralità di differenti preferenze nella scelta del governo tra vasti aggregati di persone. Ma se una parte della scelta di un governo è collettiva, allora dovremmo anche riconoscere che la scelta collettiva sorvola sulla grande varietà esistente tra le persone che si aggregano e che prevale sulle preferenze e credenze di ciascuno. Se il governo è un governo di una popolazione di individui, esso sopprime l’espressione delle preferenze per il governo che esistono all’interno di una vasta gamma di sotto-popolazioni e sotto gruppi. Non si può logicamente affermare che un governo nazionale si basa sul consenso dei governati senza riconoscere al tempo stesso che non si poggia sul consenso di sotto-gruppi all’interno dei governati e cioè di coloro che esprimono la preferenza di non essere governati da quel governo nazionale.

Nonostante le differenze tra stato e stato, non vi sono in realtà molti tipi diversi di governo tra cui scegliere. Certamente c’è una grande differenza tra l’essere governati da Mugabe o da Bush. E i singoli governi non hanno lo stesso insieme di programmi; rimane comunque il fatto che se uno cerca di sottrarsi da un paese con un governo molto grande per trovare un altro con un governo molto piccolo, è quasi impossibile farlo senza dover abbandonare la terra in cui si è nati. Scegliere un governo che è davvero diverso da quello sotto cui si vive attualmente risulta essere qualcosa di molto costoso. E ancora più costoso è informare gli altri che non si appartiene ad alcuno Stato o che si rinuncia ad appartenere allo Stato in cui si è nati. I Governi usano la forza per mantenere le persone sotto il loro potere. La forza include anche, nei regimi democratici, l’essere soggetti al potere della maggioranza. I costi da sopportare per sottrarsi al potere della forza sono elevati. Ognuno di noi si è rassegnato a ciò solo per essere lasciato tranquillo. Il risultato è che i governi tendono ad essere più omogenei in apparenza di quanto potrebbero essere e che le nostre scelte tra i governi esistenti non sono così varie di come potrebbero essere.

Il fatto è che se ognuno di noi potesse scegliere di sua propria volontà il governo che vuole senza doversi trasferire o senza dover andare molto lontano o senza emigrare in una terra straniera, la gamma di scelte di governo potrebbe aumentare e probabilmente aumenterebbe in misura sostanziale. Per dirlo in altro modo, gli otto milioni di persone che vivono nella città di New York, se fosse data loro la scelta del governo in quella regione, esprimerebbero probabilmente una gamma di preferenze molto più ampia che non quella di un unico governo come è il caso attualmente. Essi hanno molte idee differenti su quale dovrebbe essere la finalità del governo, quali dovrebbero essere le regole, come dovrebbero essere fatte rispettare le regole, e quali relazioni dovrebbero esistere tra governo e governati. In una nazione di 300 milioni di persone, è ovvio che esiste un numero enormemente più grande di preferenze personali riguardo al governo di quelle che sono espresse dall’esistenza di un solo governo nazionale per tutti. Le preferenze personali per differenti tipi di governo non trovano espressione nelle attuali forme di organizzazione politica. Abbiamo di gran lunga più scelta di succhi di frutta e bibite in un supermercato di quante ne abbiamo riguardo alle forme di governo, eppure la scelta del governo ha un impatto di gran lunga superiore sulle nostre vite del fatto che possiamo scegliere tra succo di uva o succo di mirtillo.

Se tu pensi che sia giusto godere della libera scelta tra confezioni di cereali, tra ragazze che diventeranno tua moglie, tra mezzi di trasporto, tra impieghi lavorativi, o tra fedi religiose, per la semplice ragione che questo è quello che tu vuoi, allo stesso modo dovresti avere la scelta del governo, se questo è ciò che tu vuoi. In tutti questi casi, faccio chiaramente riferimento al fare scelte pacifiche che non opprimono altri. Qui non si tratta necessariamente dei tuoi diritti. Si fa semplicemente riferimento alla tua volontà, cioè all’espressione di chi tu sei. L’essere umano si caratterizza per l’agire, e l’azione comporta la scelta; e scegliere è scegliere liberamente (sempre nel senso di farlo in maniera pacifica). Non voglio dire a questo punto che scegliere ed esprimere la propria personalità umana sia una cosa buona e giusta (sebbene io lo creda e lo affermi nella mia conclusione). Voglio solo dire che se fai una scelta tra diversi prodotti e servizi, e quasi tutti noi la facciamo, allora logicamente si può pensare di scegliere il governo che si vuole, considerando che anche il governo sostiene di fornire vari beni e servizi. Frasi come “il consenso dei governati” e “nessuna tassazione senza elezione dei rappresentanti” esprimono questa scelta. Si dice che votare è una espressione di tale scelta e, anche se non lo è in realtà, l’idea di scegliere il proprio governo è ancora presente nelle ragioni di base per l’esercizio del voto.

In generale, la tua scelta tra confezioni di cereali è differente da quella che fa il tuo vicino ma, dal momento che ognuno sceglie ciò che vuole, ognuno ottiene ciò che vuole senza danneggiare l’altro. Scegliere il governo può essere equiparato a tali comportamenti. Ognuno può migliorare la propria situazione facendo liberamente la propria scelta. Attualmente non è così, ed è difficile immaginare una realtà simile in quanto tu e lui siete entrambi posti di fronte ad un solo tipo di cereali e dovete mangiare quel tipo, che lo vogliate o no. Al massimo tu puoi votare per una persona, ma l’effetto del tuo voto su quell’unica marca di cereali è zero. Questo è tutto ciò che tu e lui avete avuto finora. Tu non scegli un governo o un metodo di governare o regole per governare; tu esprimi il tuo voto, privo di effetti reali, riguardo ad un numero ristretto di persone che possono o non possono governare. Una realtà alternativa e cioè che uno possa scegliere la propria forma di governo, sembra quasi irreale allo stato attuale, sebbene questa sia una cosa del tutto naturale come il fatto che tu e il tuo vicino scelgano di far parte di chiese diverse, o che due membri della stessa chiesa frequentino università differenti. L’America era abitata da centinaia di tribù Indiane con forme diverse di governo, ed anche al giorno d’oggi esistono centinaia di nazioni indiane all’interno dei confini degli Stati Uniti. Se essi possono avere i loro governi, non si vede perché altri gruppi non possano avere i loro.

Le differenze di opinione sul governo tra te e il tuo vicino possono essere sono di gran lunga maggiori che le differenze tra tipi di cereali e questo perché si tratta di problemi più seri a cui ognuno attribuisce un grande valore. Il tuo vicino vorrebbe fare guerra all’Iran, mentre tu vuoi costruire una navicella spaziale per andare su Saturno. Lui è un ardente sostenitore dell’Assistenza Sociale mentre tu vuoi un governo che si occupi di poche cose. Tu potresti volere un re alla testa del governo, mentre lui non vorrebbe alcun governo. Quanto più grandi sono queste differenze, tanto più solida diventa la tesi che ognuno abbia il governo di sua scelta, perché ognuno si troverà in una posizione migliore ottenendo quello che desidera e ognuno sarà isolato dagli effetti negativi di una politica che non condivide.

Ma io non voglio né ingigantire le differenze tra le persone né farle apparire così grandi da rendere la vita impossibile in assenza di un uomo forte che abbia potere su tutti. Il modello esistente di governi statali genera e amplifica le differenze e gioca su di esse. I capi politici degli stati creano situazioni di obbedienza fedele ricercando e sfruttando differenze all’interno dello stato e tra stati. Essi trovano e anche producono e incoraggiano le rivalità tra gruppi e costruiscono le loro fortune sfruttando tali rivalità. Le loro “soluzioni” riguardo le differenze esistenti comportano l’uso della forza, della frode, e allettamenti (economici e psicologici) che li rendono quanto mai indispensabili. Essi sono i sacerdoti esclusivi della loro religione statale che fa apparire loro e lo stato come strumenti insostituibili di cooperazione sociale e di assistenza economica. Essi vogliono farci credere che noi siamo incapaci di cooperare senza di loro e di lavorare tutti assieme in imprese produttive. Il loro sistema di comando si basa sull’inculcare e far crescere in tutti noi la credenza che senza di loro e senza lo stato noi ci sbraneremmo a vicenda. Essi ci presentano due scelte alternative che sono limitative in maniera ingiustificata (e sono quindi false): o lo stato o il disordine. Essi ci addestrano nell’essere isolati e dipendenti da loro per il nostro benessere. Essi giocano sulle nostre insicurezze promettendo generosi pagamenti assistenziali a un prezzo basso e tutto sommato accettabile; ma quelle sono promesse che essi non possono mantenere. Si tratta infatti di schemi alla Ponzi attraverso i quali essi ci restituiscono le nostre contribuzioni dopo aver sottratto quote notevoli di denaro per sé stessi e per l e loro cricche. Questi sono schemi attraverso i quali i ricavi prodotti da un settore della popolazione sono trasferiti ad un altro settore, senza che vi sia alcuna crescita del prodotto da parte dello Stato essendo tutti gli incrementi un risultato del nostro lavoro e sono semplicemente fatti apparire come ricchezze accumulate dallo Stato.

Giudicando la realtà dall’esame della frequenza e gravità delle guerre civili, è del tutto evidente che i disaccordi riguardo al governo sono notevoli. I potenti dello stato si pongono nei confronti delle secessioni e dei movimenti di indipendenza in una posizione di sgomento e di forza. Essi mettono in moto l’opinione pubblica a sostegno dello Stato. Una litania tipica delle giustificazioni pseudo-razionali può essere rinvenuta qui, con Putin che difende gli attacchi dei Russi alla Cecenia. La principale giustificazione è la paura del caos e l’idea contrapposta che lo Stato apporta unità, forza, ordine. Coloro che scrissero la Costituzione Americana usarono argomenti simili, e questo avvenne immediatamente dopo che una confederazione di stati privi di un potere centrale aveva sconfitto una potenza europea tra le più grandi! Che cosa ha la Russia, che già occupa un settimo della superficie della terra, da temere dalla Cecenia? La paura di Putin e di tutti i capi di stato è che una concessione ad una regione separatista o a un gruppo porterà a dover fare ulteriori concessioni ad altri gruppi. La posizione di Putin è chiaramente espressa in quell’articolo. L’esigenza implicita e non espressa apertamente è che lo Stato Russo deve essere mantenuto nella sua interezza. La Russia è un valore in sé stesso, almeno questo è ciò che essi credono. La glorificazione da parte di Lincoln dell’Unione è in ciò simile. Se messi alle strette, gli statisti come Putin non sostengono pacificamente che tutti i Russi avrebbero qualcosa da guadagnare da una Russi unita, e ancor meno presentano questa cosa ai Russi come una scelta volontaria. Invece, fanno ricorso alla forza. I Ceceni (e altri gruppi separatisti in altri paesi) chiaramente non vedono che vantaggio ci sia nel rimanere sotto la sovranità russa. Un movimento di indipendenza lo dice chiaramente. Esso esprime i suoi propri valori. Coloro che lo vorrebbero sopprimere non esprimono alcun valore. Questo è del tutto chiaro. La forza e il successo del pensiero statista è evidentemente notevole se una cosa che è del tutto ovvia ha bisogno di essere espressa apertamente e rimarcata. Il movimento di indipendenza Americano che ruppe con la Gran Bretagna espresse i propri valori, e tra quelli non vi era il valore di essere sottomessi al Re Giorgio. Nessuna argomentazione del Re avrebbe retto contro le preferenze espresse dai ribelli che non avevano dato il loro consenso al suo potere. La Forza non rappresenta una argomentazione. Ad essa si ricorre quando una presunta giustificazione fallisce.

La propaganda degli stati è così forte che fa apparire del tutto stravagante sostenere la possibilità di una governabilità non-territoriale, come pure accordi di gestione che coprano un’area più vasta di possibilità e che sono ancora da scoprire e attuare. Questa è l’idea della panarchia, e cioè, come indicato da John Zube in uno dei suoi scritti: “La realizzazione di molte comunità differenti e autonome quante sono richieste dagli individui secondo le loro libere scelte, comunità che coesistano tutte senza alcun monopolio territoriale, l’una accanto all’altra e mescolate tra loro, sullo stesso territorio o disseminate sulla terra, e al tempo stesso ognuna distinta per leggi, amministrazioni e giurisdizioni, come sono o dovrebbero esserlo differenti chiese.” Se continuiamo a credere nell’idea fittizia inculcataci dallo Stato che non possiamo vivere l’uno accanto all’altro con le nostre differenze, allora risulta difficile persino immaginare la panarchia. Lo Stato è riuscito in tal caso a tagliare alla radice la nostre facoltà di pensiero. Ha rimpiazzato il pensiero indipendente, la scelta volontaria e libera, l’espressione pacifica dei valori personali, e l’associarsi pacificamente con altri, con la violenza, l’inganno, la paura e la falsità. Lo Stato non può logicamente sostenere che è estremamente importante per il benessere di tutti coloro che vivono all’interno delle sue frontiere quando alcune persone all’interno di quelle frontiere dichiarano con estrema chiarezza che la loro situazione è peggiore quando sono sotto il potere dello Stato e che vorrebbero dissociarsi da esso. La forza dello Stato non consiste né nella persuasione né nel ragionamento e neanche nell’espressione di quello che una persona dissenziente apprezza. La forza dello Stato consiste nella soppressione di tale dissenso.

La ragione fondamentale perché il governo dovrebbe essere scelto volontariamente è che, in tal modo, ognuno di noi può ottenere in misura maggiore quello che vuole e in misura più ridotta quello che non vuole. Il fatto che noi personalmente abbiamo idee differenti su cosa è e cosa dovrebbe essere un governo costituisce un motivo in più per essere d’accordo nell’avere governi rivali nello e sullo stesso territorio (con una eccezione notevole a cui si farà cenno tra breve). Il fatto che noi, in una certa qual misura, ci siamo amalgamati con tipi diversi di governo come negli stati-nazione (anche se l’equilibrio è mantenuto attraverso la forza e l’inganno) è una dimostrazione che la cooperazione tra governi rivali è possibile. La terra è un grande territorio che contiene al suo interno molti governi. Non vi è motivo per il quale il territorio degli Stati Uniti o qualsiasi governo non possa contenere molte giurisdizioni indipendenti, fino ad includere la più piccola giurisdizione, che è quella del singolo individuo. Il Governo dovrebbe essere una questione di scelta personale.

La tesi che conviene a ognuno di noi essere d’accordo nell’avere governi in concorrenza tra loro ha una eccezione importante, e cioè che la convenienza viene a cadere per coloro che ricavano un guadagno dal loro potere sopra gli altri. Alcuni di noi vogliono un governo che comandi sugli altri anche quando loro non accetterebbero mai di essere comandati. Alcuni di noi non solo hanno la pretesa di dire agli altri come vivere e comportarsi, essi vogliono anche costringerli a vivere in un certo modo. Questo tipo di persona, sulla base dell’analisi di James Ostrowski, possiamo definirla come un fascista. Questo è quanto dice Ostrowski:

“Come potremmo chiamare questa vasta coalizione basata sul potere dello stato? È chiaro che esistono due prospettive politiche di base: quella libertaria e quella fascista, usando questo secondo termine nel senso colloquiale che si attribuisce a chi voglia imporre la sua volontà sugli altri. Anche una definizione più accademica non si discosta molto dal mio modo di usare il termine. Fascismo consiste nella ‘glorificazione dello stato e nella subordinazione totale ad esso dell’individuo. Lo stato è definito come un tutto organico nel quale gli individui devono essere assorbiti per il loro bene e per quello dello stato.’ (Columbia Encyclopedia, 6th ed.)”

La Panarchia si oppone decisamente all’idea fascista, che consiste nell’imposizione di un governo (o stato) sulla persona che non vuole quel governo. L’idea libertaria illustrata da Ostrowski è altrettanto decisamente opposta all’idea fascista. Se i fascisti non cedono il loro potere monopolistico pacificamente e se non si scoprono modi per sottrarsi al loro giogo, allora non vi è alternativa per i panarchici e i libertari se non fare ricorso agli strumenti di difesa come fecero i rivoluzionari Americani.

Un ideale veramente Americano è quello di Jefferson, che consiste nella scelta volontaria del proprio governo. Questa idea era radicale nel diciottesimo secolo ed è radicale ancora oggi. È l’idea della libertà estesa alla scelta del governo. L’idea della libertà è l’esatto opposto dell’idea di fascismo. L’idea della libertà non è stata ancora realizzata. Ce ne siamo allontanati parecchio, ma davvero, in direzione del fascismo. Forme fasciste di ragionamento sono prevalenti in America, a tal punto che la rinascita della libertà sembra a volte solo un sogno. Eppure la libertà riemergerà perché l’idea fascista è alla base una idea malvagia nella misura in cui, tra le altre cose, cancella l’umanità e gli esseri umani. Il fascismo domina attraverso la forza e l’inganno, ma non potrà resistere una volta smascherata attraverso l’emergere della verità o di aspirazioni a vivere una vita intensa che sono insite in ciascun essere umano. Queste affermazioni sono dettate dalle mie convinzioni in termini di valori. Parlando in termini neutrali, la stessa idea può essere espressa così. Esistono parecchie grandi opportunità irrealizzate quando le persone sono schiacciate e non possono mettere in atto le loro scelte di valore. Le persone possono conseguire risultati ben più elevati attraverso una ri-organizzazione che cancelli l’oppressione. Il sistema attuale che sopprime questi valori e i possibili risultati positivi può continuare a esistere per via dei costi elevati di un cambiamento. Comunque, presto o tardi, le persone oneste di questo mondo troveranno il modo di ridurre quei costi per poter conseguire i risultati positivi. Essi porranno fine o almeno ridurranno il dominio dei fascisti.

Molti di noi sono tenuti prigionieri dallo Stato sotto un governo che non è di nostra preferenza. Faccio riferimento non solo ai libertari o anarchici o mini-anarchici o verdi o socialisti o democratici o repubblicani o a persone di qualsiasi appartenenza politica, definita o vaga, ma a a tutti coloro tra di noi che non sono fascisti. Invece di combatterci l’un l’altro, dovremmo riconoscere che siamo tutti prigionieri rinchiusi nella stessa prigione. Il nostro nemico comune è il fascista che si rifiuta di lasciarci la libertà di scegliere il governo che vogliamo. Il nostro nemico comune è il fascista che insiste nel guidarci come un branco nelle stesse guerre e negli stessi programmi sotto le stesse regole imposte da un governo monopolistico. E quando noi cadiamo nella tentazione di costringere l’altra persona ad avere il tipo di governo che noi vogliamo, allora noi diventiamo fascisti.

Noi dobbiamo continuare a reclamare la nostra libertà e liberarci dal pensiero fascista, qualunque siano le nostre opinioni politiche. Dobbiamo capire che questo non vuo dire imprigionare altri all’interno delle mura delle nostre convinzioni settarie attraverso i vincoli di un governo nazionale monopolistico o di qualsiasi altro monopolio governativo. Cerchiamo di capire che noi non possiamo avere la nostra libertà senza che l’altra persona abbia la sua. Riconosciamo che il nostro nemico è davvero l’idea fascista di “imporre la propria volontà sugli altri.” Non appena noi cerchiamo di governare sugli altri e di creare un sistema nel quale le nostre opinioni prevalgono e impediscono gli altri di effettuare le loro scelte, noi contribuiamo a generare la nostra stessa rovina. Così facendo noi ci rinchiudiamo nelle nostre prigioni e ci alleiamo con i fascisti. E ostacoliamo in maniera intollerante la scelta volontaria del governo.

 

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plutocracyHo tradotto il saggio con cui Keith Preston ha vinto il mese scorso il Libertarian Alliance Essay Competition. Lo reputo un testo molto interessante, benché personalmente non ne condivida per intero il contenuto, in quanto mette in luce un aspetto che a mio avviso, e chiaramente anche a parere dell’autore, molto spesso i libertari e sostenitori del libero mercato tendono a sottovalutare: il ruolo delle élites plutocratiche in quello che, erroneamente, viene definito “sistema capitalista”. Tale sistema dovrebbe infatti essere il prodotto della libera imprenditorialità in cui ogni agente investe capitali (denaro, tempo, competenze o beni) al fine di conseguire un profitto. Ciò chiaramente lo espone a dei rischi che tuttavia tendono ad essere più limitati, quanto più il mercato è sgombero da imposizioni arbitrarie che distorcono il naturale processo scaturito dall’incontro di domanda e offerta.

Stando così le cose, sembrerebbe inutile sottolineare che oggigiorno tutto siamo tranne che una società capitalista. Il sistema politico-economico in cui viviamo, perlomeno in occidente, si potrebbe infatti descrivere come fascismo-sociale o più propriamente corporativismo. Un sistema cioè dove non è la capacità di impresa a determinare il successo dell’azione economica, bensì una fitta trama di leggi e interventi statali finalizzati a favorire determinati soggetti a scapito di altri. I beneficiari di tali privilegi possono pertanto considerarsi élites plutocratiche, le quali, con il pretesto dello “sviluppo” e inseguendo la folle chimera della “crescita” ad ogni costo, si sono imposte come la vera classe dominante.

Questo saggio ha l’indubbio pregio di fornire una lettura alternativa della storia economica e politica delle società moderne, riuscendo a dimostrare come probabilmente si sarebbe potuto creare un sistema economico davvero sostenibile se non fosse stato per il flagello statalista che si è abbattuto sull’umanità.

L’obiettivo dell’autore è chiaramente quello di esortare i libertari, tutti i libertari, a riscoprire la loro originaria funzione di radicali e intransigenti oppositori allo status quo.

Degna di segnalazione è anche la ricca bibliografia, in parte reperibile in italiano, e l’accurata sezione di note al testo, in cui peraltro trovo i principali argomenti con cui non sono d’accordo.
Come dice Preston, però, non è necessario condividere in toto ogni singola proposta qui avanzata (in particolare mi riferisco alla teoria sui diritti di proprietà esplicata da K. Carson) per riconoscere la sincera vocazione libertaria di cui esse sono portatrici.  

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Un libertario politico, secondo la definizione diffusa, è colui il quale vuole ridurre drasticamente il ruolo dello Stato nella vita sociale umana, al fine di massimizzare la libertà individuale di pensiero, di azione e di associazione. Il naturale corollario dell’anti-statalismo libertario è la difesa del libero mercato in ambito economico. Molti libertari e non pochi conservatori, almeno nei paesi anglofoni, ritengono di essere convinti fautori della libera impresa. Eppure questa difesa è spesso piuttosto selettiva e timida, per non dire altro.
Libertari e conservatori per il libero mercato danno voce all’opposizione verso le imprese statalizzate, i servizi di assistenza sociale e la sanità pubblica, gli istituti educativi sovvenzionati e gestiti dallo stato, gli uffici e le agenzie di controllo, come quelli che regolano il mondo del lavoro, le relazioni tra i gruppi razziali, etnici e di genere, o quelli decidono in materia ambientale.
Tra le molte critiche libertarie, conservatrici o di libero mercato sugli interventi da parte dello Stato nella società, mancano, stranamente, quelle sulla miriade di modi in cui il governo agisce per assistere, tutelare e, quindi, imporre a titolo definitivo, un ordine economico mantenuto per il beneficio delle élites plutocratiche ad esso politicamente collegate. Naturalmente, il riconoscimento di questo fatto ha indotto alcuni a sinistra a fare facile ironia sui libertari, a cui spesso si riferiscono, non proprio affettuosamente, definendoli “repubblicani che si drogano”, o “conservatori permissivi con i gay”, e altri cliché simili.
Alcuni sostenitori della libera impresa risponderanno a tali accuse dichiarando indignatamente la loro opposizione ai tentativi dello stato di salvare dalla bancarotta le corporazioni o di sovvenzionare le imprese con l’apparente scusa della ricerca e dello sviluppo.
Tuttavia, per amore di sostenere un ordinamento economico dominato dalle corporazioni, tali difese sottostimeranno spesso il grado in cui lo stato interviene per creare deformazioni nel mercato. Tali distorsioni derivanti da una pletora di interventi includono non solo bailout e sovvenzioni, ma anche la fittizia infrastruttura giuridica del “soggetto” corporativo, la responsabilità legale limitata, i contratti collettivi, gli appalti pubblici, i prestiti, le garanzie, l’acquisto di beni, il controllo dei prezzi, i privilegi normativi, le sovvenzioni dei monopoli, le tariffe protezionistiche e le politiche commerciali, il diritto fallimentare, l’intervento militare per ottenere l’accesso ai mercati internazionali e per proteggere gli investimenti stranieri, la regolamentazione o il divieto di attività lavorative organizzate, l’esproprio per pubblica utilità, la tassazione discriminatoria, ignorando infine i reati societari e innumerevoli altre forme di favori e privilegi imposte dallo stato. [1]

Forse, il regalo decisivo dello stato all’attuale ordine corporativo è stato ciò che Kevin Carson definisce “la sovvenzione della storia”, un riferimento al processo attraverso il quale gli abitanti indigeni ed i possessori di proprietà terriere furono originariamente espropriati durante il corso della costruzione delle società tradizionali feudali e la successiva trasformazione del feudalesimo in ciò che è ora viene chiamato “capitalismo”, ovvero le società corporativiste e plutocratiche che ci ritroviamo oggi.
Contrariamente ai miti a cui alcuni credono, inclusi molti libertari, l’evoluzione del capitalismo a partire del vecchio ordine feudale non è stata quella in cui la libertà ha prevalso sul privilegio, bensì quella in cui il privilegio si è affermato in nuove e sofisticate forme. Come spiega Carson:

Ci sono due modi in cui il Parlamento potrebbe avere abolito il feudalesimo e riformato i titoli di proprietà. Potrebbe aver trattato i diritti correnti al possesso dei contadini come veri e propri titoli di proprietà nel senso moderno, e quindi abolito le loro rendite. Ma ciò che fece realmente, fu invece trattare i “diritti di proprietà” artificiali delle aristocrazie terriere, nella teoria giuridica feudale, alla stregua di reali diritti di proprietà come li intendiamo oggi; le classi latifondiste ebbero pieno titolo giuridico e i contadini furono trasformati in usufruttuari a tempo determinato senza che alcuna restrizione sulle rendite potesse essere addebitata …
Nelle colonie europee in cui già viveva una vasta classe contadina, gli stati talvolta garantivano titoli quasi feudali alle élites terriere consentendo loro di accumulare rendite grazie a chi già viveva e coltivava la terra; un buon esempio è il latifondismo, che tutt’oggi prevale in America Latina. Un altro esempio è l’Africa orientale britannica. L’autorità coloniale cacciò i contadini locali e sottrasse loro la parte più fertile del Kenya, il venti per cento dell’intero paese, in modo che il terreno potesse essere utilizzato dai coloni bianchi come pagamento-coltivazione (ovviamente, utilizzando il lavoro dei contadini cacciati, obbligati a lavorare la propria ex-terra). Quanto a coloro che rimasero sulla propria terra, essi furono “incoraggiati” ad inserirsi nel mercato del lavoro a salario grazie ad una rigida tassa che doveva essere pagata in contanti. Moltiplicate questi esempi per centinaia di volte e otterrete un briciolo della rapina su grande scala avvenuta negli ultimi 500 anni.
… I proprietari delle fabbriche non erano esenti da colpe in tutto questo. Mises sosteneva che gli investimenti in capitali su cui il sistema industriale è stato costruito in gran parte provenivano dal duro e parsimonioso lavoro di operai che risparmiarono i propri guadagni come capitale d’investimento. In realtà, tuttavia, essi furono piccoli partner dell’élite terriera, con gran parte dei loro investimenti di capitale provenienti sia dall’oligarchia terriera Whig, sia dai frutti del mercantilismo praticato oltremare, dalla schiavitù e dal colonialismo.
Inoltre, i datori di lavoro dell’industria erano soggetti a severe misure autoritarie da parte del governo al fine di tenere sotto controllo i lavoratori e ridurre il loro potere contrattuale. In Inghilterra le leggi di insediamento agivano come una sorta di sistema di passaporto interno, impedendo ai lavoratori di viaggiare al di fuori della loro circoscrizione natale senza il permesso del governo. Pertanto ai lavoratori fu impedito di “votare con i piedi”, alla ricerca di posti di lavoro più remunerativi. Potreste pensare che ciò sarebbe andato a svantaggio dei datori di lavoro nelle aree meno popolate, come Manchester e altri settori industriali del nord. Ma non temete: lo Stato corse in aiuto dei datori di lavoro. Poiché ai lavoratori era vietato migrare di propria iniziativa alla ricerca di una migliore retribuzione, i datori di lavoro erano esonerati dalla necessità di offrire salari sufficientemente elevati per attirare gli agenti liberi; al contrario, furono messi nelle condizioni di “assumere” lavoratori venduti all’asta dalle autorità della Legge dei Poveri della circoscrizione nei termini stabiliti dalla collusione tra autorità e datori di lavoro. [2]

La nazione centroamericana di El Salvador fornisce un ottimo esempio del modo in cui “il capitalismo realmente esistente” è nato. Il popolo indigeno di El Salvador, conosciuto come indiani Pipil, venne sottomesso nei primi anni del sedicesimo secolo dai conquistadores spagnoli. Non fu prima del 1821 che El Salvador ottenne la propria indipendenza dalla Spagna, per poi successivamente diventare una nazione indipendente nel 1839. Il sistema della proprietà terriera nella società salvadoregna era, sul finire del diciottesimo secolo, originariamente comunitario, con diritti di proprietà relegati alle singole città e villaggi Pipil. I prodotti agricoli primari forniti dai contadini erano bovini, indigo, mais, fagioli e caffè. I Pipil essenzialmente praticavano una sorta di lavoro autonomo-collettivo.

Come il mercato internazionale del caffé si estese, alcuni fra i più ricchi e potenti dei commercianti e proprietari terrieri, iniziarono a fare pressione sul governo di El Salvador affinché intervenisse sulla struttura economica della nazione, al fine di rendere l’accumulo della ricchezza personale più rapido mediante l’istituzione di più grandi piantagioni private e attraverso una maggiore irregimentazione della forza lavoro. Di conseguenza, il governo iniziò a distruggere il sistema tradizionale dei diritti di proprietà detenuti da città e villaggi, al fine di stabilire singole piantagioni di proprietà di quelli provenienti dalle classi privilegiate che già possedevano i mezzi di acquisizione del credito. Questo cambiamento fu attuato in diverse fasi. Nel 1846, ai proprietari terrieri con più di 5.000 piante di caffé veniva concesso per sette anni l’esonero dal pagamento dei dazi sull’esportazione e dal pagamento di imposte per un periodo di dieci anni. Le piantagioni di proprietà del governo salvadoregno furono anche trasferite ad individui privati collegati politicamente. Nel 1881, i diritti terrieri comunali posseduti per secoli dai Pipil furono revocati, rendendo l’autosufficienza per gli indiani impossibile. Il governo successivamente rifiutò di concedere anche appezzamenti di sussistenza ai Pipil non appena El Salvador passò sotto il controllo dei grandi proprietari delle piantagioni.
Questa escalation di repressione economica si scontrò con la resistenza e cinque diverse ribellioni contadine si verificarono durante la fine del diciannovesimo secolo. Dalla metà del ventesimo secolo, le piantagioni di caffé salvadoregne, chiamate fincas, producevano il novantacinque per cento delle esportazioni del paese ed erano controllate da una piccola oligarchia di famiglie proprietarie terriere. [3]

La frase “mezzi l’acquisizione di credito” del precedente paragrafo è particolarmente significativa in quanto lo scopo del controllo statale sul sistema bancario e di emissione di denaro serve a limitare selettivamente la fornitura di linee di credito, e ciò a sua volta rende l’imprenditorialità inaccessibile alla maggioranza della popolazione in generale. Infatti, Murray Rothbard sosteneva che i banchieri come classe “sono intrinsecamente propensi allo statalismo” [4] in quanto essi sono generalmente coinvolti in pratiche sbagliate, come la riserva frazionaria del credito, che porterà successivamente alle richieste di assistenza da parte dello Stato, o perché derivano gran parte del loro business dal coinvolgimento diretto con lo Stato, per esempio, attraverso la sottoscrizione di titoli di Stato. Pertanto, la classe bancaria diventa il braccio finanziario dello Stato non solo per sottoscrivere specificamente le attività dello Stato, come la guerra, il saccheggio e la repressione, ma anche servendo a creare e a mantenere una plutocrazia formata da uomini d’affari, produttori, élites politicamente collegate e altri, in grado di ottenere l’accesso alla limitata fornitura di credito nel contesto delle distorsioni del mercato generate dal monopolio dello Stato sulla moneta. [5]

Il processo mediante il quale il “capitalismo”, come è effettivamente praticato nei moderni paesi sviluppati per mezzo di una partenership tra le forze satali e del capitale, piuttosto che attraverso un vero e proprio libero mercato è già stato, molto brevemente, descritto. Resta la questione del modo in cui questo rapporto è stato successivamente mantenuto nel corso degli ultimi due secoli. Il fondamentale studio di Gabriel Kolko sullo storico rapporto tra Stato e capitale fa risalire lo sviluppo di questa simbiosi dall’America del “complesso ferroviario statale” di metà del XIX secolo attraverso la presunta “riforma” della cosiddetta Progressive Era, alla cartelizzazione del lavoro, dell’industria e del governo per mezzo del New Deal [6] di Franklin Roosevelt. In ogni fase dello sviluppo di questo capitalismo di stato americano, i membri della “classe capitalista” – banchieri, industriali, costruttori, imprenditori – essendone direttamente coinvolti, spingevano inflessibilmente per la creazione di un’economia gestita dallo stato il cui effetto sarebbe stato quello di scudo verso i concorrenti più piccoli e meno collegati politicamente, di cooptare i sindacati e generare una fonte di protezione monopolistica e un’entrata libera da costi da parte dello Stato. Simili, se non identici, paralleli si possono trovare nello sviluppo del capitalismo di Stato negli altri paesi moderni. [7]

Infatti, i paralleli possono anche essere tracciati tra le strutture del capitalismo di Stato contemporaneo e il feudalesimo storico, in quanto il governo dell’Alto Medio Evo è stato trasformato dalla sua prima identificazione con una persona specifica o più persone, in un’entità corporativa dotate di una vita ed un’identità proprie oltre a quelle dei suoi singoli membri individuali. [8]

Al di là di questo processo di trasformazione da governo personale a governo societario, l’evoluzione di un sistema di privilegio di stato-capitalista che ha soppiantato il privilegio feudale, la crescente interazione e co-dipendenza tra le élites plutocratiche e i servitori dello Stato e una più ampia integrazione del lavoro organizzato, grazie alla democrazia di massa, ha generato gruppi di interesse politico e un’espansione senza precedenti del settore pubblico che fece emergere un ordine politico-economico che si potrebbe definire “nuova signoria”. Queste “nuova signoria,” è la moltitudine delle entità burocratiche che mantiene un’identità istituzionale propria, anche se gli individui al suo interno possono cambiare con il passare del tempo, ed esiste in primo luogo per il bene della propria auto-conservazione, a prescindere dalle finalità originarie per cui esse stesse furono apparentemente istituite. La “nuova signoria” può comporsi di enti istituzionali che agiscono di diritto in qualità di armi dello Stato, come gli uffici pubblici, la polizia e le altre agenzie giudiziarie, i servizi sociali statali o le strutture educative, o possono comprendere armi de facto dello Stato, come ad esempio le banche e le imprese la cui posizione di privilegio, anzi, la cui esistenza stessa, dipende da un intervento statale. [9] Oltre all’ordine interno di questo stato-capitalista è emerso un ordine superiore internazionale radicato principalmente nella classe capitalista di stato americana e nella classe dei suoi partner-junior di determinate altre nazioni sviluppate. Ecco come Hans Hermann Hoppe descrive questo accordo:

In una prospettiva globale, inoltre, l’umanità è più vicina che mai all’istituzione di un governo mondiale. Anche prima della dissoluzione dell’Impero sovietico, gli Stati Uniti avevano conquistato l’egemonia sull’Europa occidentale e sui paesi affacciati sul Pacifico, come indicato dalla presenza di truppe americane e di basi militari, dal ruolo del dollaro americano come ultima moneta di riserva internazionale e dal sistema della Federal Reserve come ultima fonte si credito per l’intero sistema bancario occidentale, nonché da istituzioni come il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio. Inoltre, sotto l’egemonia americana, l’integrazione politica dell’Europa occidentale ha compiuto costanti progressi. Con la recente istituzione di una Banca centrale europea e una moneta unica europea (EURO), l’Unione europea è prossima alla completa unità politica. Allo stesso tempo, l’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA) rappresenta un passo significativo verso l’integrazione politica del continente americano. Con la scomparsa dell’impero sovietico e della minaccia militare che rappresentava, gli Stati Uniti sono rimasti l’unica e indiscussa superpotenza militare al mondo e il suoi “migliori poliziotti”. [10]

Questo è ciò su cui il “big business” ha puntato. Un simile imperialismo è agli antipodi dei principi libertari del governo locale e della libera impresa, come poco altro potrebbe esserlo. Finora, in questa discussione, la superficie è stata graffiata solo riguardo la distorsione del naturale processo del mercato, di ciò che esso potrebbe essere stato altrimenti se non fosse intervenuto lo stato e il corrispettivo sistema di regole corporativo-plutocratiche.
Nessuna menzione è stata fatta circa privilegio monopolistico inerente alle leggi sui brevetti e al concetto giuridico di “proprietà intellettuale”. Il ruolo delle sovvenzioni al trasporto nella centralizzazione della ricchezza e la distruzione dei piccoli concorrenti del big business non è stato trattato.
Effettivamente, un esempio pertinente può essere il fatto che senza le sovvenzioni dirette o indirette a sistemi di trasporto come quello aereo, navale o di terra a lunga distanza, necessari per la coltivazione e la gestione dei mercati internazionali, il modello dominante di vendita al dettaglio odierno e i mercati dell’alimentazione commerciale praticati da entità di gargantuesche come Wal-Mart, McDonald, ‘Tesco e altri, sarebbero probabilmente impossibili. [11]

Nessuno ha osato sfidare l’opinione comune per quanto riguarda la legittimità dei titoli di proprietà sulla terra, contrapponendovi opinioni contrarie, come quelle radicate nei principi dell’usufrutto o geoisti. [12]
Non vi è stata alcuna discussione, come invece potrebbe esserci, sul ruolo dello stato nella creazione del sottoproletariato delle società contemporanee e delle patologie sociali relative – una situazione le cui radici sono ben più profonde della semplice “cultura della dipendenza” piantate dai conservatori convenzionali e da alcuni libertari. [13] Del ruolo dello Stato nella spoliazione della popolazione agricola indigena agli inizi dello sviluppo capitalista occidentale e nel Terzo mondo contemporaneo si è discusso, ma spoliazioni continuano a verificarsi anche nella società moderna. [14]

Le implicazioni di queste intuizioni per la strategia libertaria sono quindi piuttosto profonde. Se il libertarismo deve essere identificato nell’opinione pubblica come l’apologia dello status quo dominato dalle grandi corporazioni e se i libertari procedono come se i “conservatori” apologeti delle grandi imprese fossero i loro alleati naturali, insistendo sul fatto che un mondo libertario sarebbe quello governato da gente del calibro di Boeing, Halliburton, Tesco, Microsoft, o Dupont, allora il libertarismo non sarà mai nulla di più di un’appendice alla sovrastruttura ideologica che le moderne classi intellettuali usano per legittimare il dominio plutocratico. [15] Tuttavia, se il libertarismo afferma se stesso come un nuovo radicalismo, il polo opposto del “conservatorismo” filo-plutocratico, più radicale di tutto ciò che viene offerto dalla sempre più moribonda e arcaica sinistra, allora il libertarismo può, a ragione, ispirare nuove generazioni di militanti a prendere di mira lo status quo statalista. Il libertarismo può diventare il sistema di pensiero guida per i radicali e i riformatori di tutto il mondo come il liberalismo lo è stato nel diciottesimo e diciannovesimo secolo e come lo è stato il socialismo per le successive generazioni. [16]

Per quanto riguarda la questione di ciò che un’economia liberata dal dominio corporativo, plutocratico e statalista potrebbe effettivamente sembrare, ci si può aspettare che con la rimozione degli ostacoli imposti all’ottenimento del credito, l’imprenditorialità e l’autosufficienza economica (in contrapposizione alla dipendenza dalle burocrazie aziendali e per l’occupazione, le assicurazioni e i servizi sociali) sarebbero simili a quelli in cui l’idea di Colin Ward di una società di “lavoratori autonomi” verrebbe in gran parte realizzata. [17] Non più l’uomo medio sottomesso alla volontà delle varie Chase Manhattan, Home Depot, General Motors, ‘Tesco o Texaco per la propria sussistenza e sostentamento. Al contrario, egli avrà finalmente acquisito i mezzi per sostenersi economicamente e la dignità di individuo auto-sufficiente in una comunità di pari in cui il privilegio è il risultato del merito e l’uguale libertà è prerogativa inalienabile di tutti.

All’inizio del ventesimo secolo vi erano una serie di movimenti che difendevano il piccolo produttore indipendente e la gestione cooperativa delle grandi imprese, tra cui l’anarco-sindacalismo all’estrema sinistra e il distributismo della destra reazionaria cattolica. [18] Queste tendenze tuttora esistono ai margini esterni del pensiero politico-economico. Non è necessario essere d’accordo con tutti i punti dell’analisi o con ogni proposta avanzata da queste scuole di pensiero per riconoscere gli aspetti libertari della loro visione. Esistono attualmente numerose forme di accordo economico che offrono spunti riguardo cosa le istituzioni produttive post-stataliste e post-plutocratiche potrebbero essere.
Una di queste è la Cooperativa Mondragon Corporation, un gruppo industriale di proprietà dei lavoratori e da essi gestito nella regione basca della Spagna. In vigore dal 1941, le cooperative Mondragon inizialmente istituirono una “banca popolare” del tipo proposto originariamente dal padre dell’anarchismo classico, Pierre Joseph Proudhon [19], che aiutò lo sviluppo di ulteriori imprese, che oggi ammontano a più di 150 compresa L’Università privata degli Studi di Mondragon. La sua divisione supermercati è la terza della Spagna per numero di punti vendita e la più grande a proprietà spagnola. Ogni singola cooperativa ha un consiglio dei lavoratori proprio, e l’intera federazione di cooperative è disciplinata da un congresso di lavoratori provenienti da diverse imprese. [20]

Ancora, un altro esempio molto interessante è la società brasiliana Semco SA. Anche se di proprietà privata, come una struttura a conduzione familiare, la Semco pratica una radicale forma di democrazia industriale. Sotto la guida di Ricardo Semler, che ha ereditato l’azienda dal padre, Semco mantiene una struttura manageriale in cui i lavoratori si autogestiscono e fissano i propri obiettivi di produzione e di bilancio con una retribuzione basata sulla produttività, l’efficienza e sul rapporto costi-benefici. I lavoratori ricevono il 25% per cento dei profitti dalla divisione degli incassi. Il management intermedio è stato sostanzialmente eliminato. I lavoratori hanno il diritto di veto sulle spese della società. Le mansioni dei lavoratori cambiano spesso a rotazione e anche il ruolo del CEO è condiviso da sei persone, compreso il proprietario Semler, che operano sei mesi in qualità di capo esecutivo. L’azienda ora ha oltre 3000 dipendenti, un fatturato annuo di oltre 200 milioni di dollari e un tasso di crescita del quaranta per cento annuo. [21]

Un’economia organizzata sulla base di industrie di proprietà e gestite dai lavoratori, sulle banche popolari, le mutue, le cooperative di consumo, i sindacati anarco-sindacalisti, le imprese individuali e familiari, le piccole aziende agricole e le associazioni artigianali impegnate nella produzione locale per uso locale, le istituzioni caritatevoli volontarie, i land trusts, o i collettivi volontari, le comuni e kibbutzim potrebbero sembrare inverosimili per alcuni, ma non più di quanto – e probabilmente meno – lo sia un’economia industriale moderna tecnologicamente avanzata in cui la classe mercantile è la classe dominante e la classe produttiva è spesso una classe media benestante come sarebbe parsa agli abitanti della società feudale pre-moderna.

Se l’espansione dell’economia di mercato, della specializzazione, della divisione del lavoro, dell’industrializzazione e del progresso tecnologico può portare verso gli obiettivi delle società moderne riguardanti l’eliminazione delle malattie, dell’inedia, della mortalità infantile e della morte prematura, uno può solo chiedersi quale sia l’autentico sistema di libera impresa che si può perseguire e che avremmo già conseguito se non fosse stato per il flagello dello statalismo e relativa plutocrazia.

 

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Note al testo: 

 

[1] Kevin A. Carson, The Iron Fist Behind the Invisible Hand: Corporate-Capitalism As a State-Guaranteed System of Privilege. Red Lion Press, 2001.
[2] Kevin A. Carson, “The Subsidy of History”, The Freeman, Vol. 58, N. 5, giugno 2008.
[3] Raymond Bonner, Weakness and Deceit: U.S. Policy and El Salvador. New York: Times Books, 1984, ppgg. 19- 23.
[4] Murray N. Rothbard, “Wall Street, Banks and American Foreign Policy”. World Market Perspective, 1984.
[5] Rothbard, Ibid.; Kevin A. Carson, “Tucker’s Big Four: The Money Monopoly”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five: Section B. Archiviato qui. Hans Hermann Hoppe, “Banking, Nation-States and International Politics: A Sociological Reconstruction of the Present Economic Order” The Economics and Ethics of Private Property. Boston/Dordrecht/London: Kluwer Academic Publishers, 1993, ppgg. 61-92. Benjamin R. Tucker, “Part II: Money and Interest”, Instead Of A Book, By A Man Too Busy To Write One, 1897. Archiviato qui.
[6] Gabriel Kolko, The Triumph of Conservatism, MacMillan, 1963.
[7] Terry Arthur, “Free Enterprise: Left or Right? Neither!”, Libertarian Alliance, 1984.
[8] Martin Van Creveld, The Rise and Decline of the State. Cambridge University Press, 1999.
[9] James Burnham, La rivoluzione manageriale, Bollati Boringhieri, 1980. Questo classico della letteratura conservatrice sostiene che le società moderne non sono né “capitaliste” né “socialiste”, nel significato storicamente attribuito a tali termini. Al contrario, un nuovo tipo di ordine politico-economico è emerso in epoca moderna, in cui il dominio politico ed economico è nelle mani di una “classe manageriale” di burocrati che presiedono organizzazioni di governo delle masse ed relativi uffici ed agenzie, corporazioni e istituzioni finanziarie, eserciti, partiti politici, sindacati, università, mezzi di comunicazione, fondazioni e simili. L’appartenenza ai livelli superiori di queste entità è spesso a rotazione in modo che gli stessi individui passano di volta in volta nei vari settori della classe manageriale, per esempio, da rappresentati eletti del governo ai consigli di amministrazione delle grandi corporazioni, dai ruoli chiave nei media o nelle fondazioni dell’élite a posizioni di rilievo nella burocrazia.
[10] Hans Hermann Hoppe, Democrazia: il Dio che ha fallito. Liberilibri, ppgg. 168-169.
[11] Kevin A. Carson, “Transportation Subsidies”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five, Section E. Archiviato qui.
[12] Tra gli antistatalisti radicali, esiste un’ampia divergenza di opinioni riguardo il modo in cui i diritti di proprietà sulla terra dovrebbero essere definiti. Molti libertari “classici” sostengono una versione lockeana del diritto di proprietà mentre altri libertari più radicali (mutualisti, anarco-sindacalisti, anarco-comunisti) assieme ad alcuni distributisti ritengono che i diritti di proprietà dovrebbero essere definiti in accordo con i principi di occupazione e utilizzo. Altri ancora aderiscono alla visione di Herny George (georgismo o geolibertarismo) secondo il qualela proprietà dovrebbe essere soggetta ad un’unica tassa uguale per tutti. Per una discussione su questa controversia tra libertari, vedi Kevin A. Carson, “Tucker’s Big Four: The Land Monopoly”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five: Section B. Archiviato qui. Carson sintetizza la questione altrove: “Nel capitolo V di Mutualist Political Economy, ho incluso un’estesa argomentazione sulla teoria dei diritti di proprietà ispirata principalmente ai commenti pubblicati su “Hogeye Bill” dall’opinionista anarco-capitalista Bill Orton in varie discussioni. Secondo Orton, nessuna particolare teoria dei diritti di proprietà può essere logicamente dedotta dall’assioma di proprietà di se stessi. Piuttosto, la proprietà di se stessi può interagire con diversi modelli di diritto alla proprietà per produrre ordini economici alternativi in una società senza stato. Quindi, se la legittima proprietà di un terreno è determinata da principi lockeani, mutualisti, georgisti o sindacalisti è una questione di convenzioni locali. Questioni a riguardo della coercizione possono essere approntate solo qualora tale questione sia stata inquadrata. E poiché non c’è alcun principio a priori da cui poter dedurre un particolare sistema di regole, noi possiamo procedere attraverso di essi solo sul terreno del consequenzialismo: quali altri importanti valori vogliamo promuovere o contrastare?  Dunque, è del tutto concepibile che concepibile che parti non separabili e non negoziabili di un’impresa a proprietà collettiva potrebbero dipendere non dal contratto stipulato tra i membri, ma sulla concezione convenzionale dei diritti di proprietà della comunità locale. Dire che un tale accordo rappresenta “coercizione” significa mendicare la questione se il principio lockeano di appropriazione originaria e trasferimento della proprietà sia l’unico vero auto-evidente.” Carson, “Socialist Definitional Free-for-All, Part I”. Archiviato qui.
[13] Senza dubbio molte critiche sul welfare-state creatore di perversi incentivi per comportamenti anti-sociali, come la disgregazione famigliare, la criminalità e l’impedimento per la creazione di un’etica del lavoro, sono corrette e penetranti. Tuttavia, molte delle patologie sociali associate al sottoproletariato delle popolazioni delle città americane ed europee sono riconducibili ai dannosi interventi statali che vanno ben oltre ai tradizionali sistemi di protezione sociale. Un discreto numero di opere libertarie e non, hanno documentato il processo mediante il quale l’organico della vita sociale e culturale è stato distrutto tra queste popolazioni grazie ad una vasta gamma di interventi, la maggior parte dei quali sono stati imposti per amore di assecondare gli interessi plutocratci. Vedi Kevin A. Carson, “Reparations: Cui Bono?” Archiviato qui; Charles Johnson, “Scratching By: How Government Creates Poverty As We Know It”, The Freeman, Vol. 57, No. 10, dicembre 2007; Keith Preston, “The Political Economy of the War on Drugs”, American Revolutionary Vanguard, 2001), archiviato qui; Thomas J. Sugrue, The Origins of the Urban Crisis: Race and Inequality in Postwar Detroit, Princeton University Press, 1996, 2005; Walter E. Williams, The State Against Blacks, McGraw-Hill, 1982.
[14] Per un’illuminante dibattito sul ruolo dell’intervento statale nella spoliazione delle popolazioni rurali e agricole nel cuore dell’America negli anni ’80 e ’90, vedi James Bovard, Farm Fiasco, ICS Press, 1989 e Joel Dyer, Raccolti di rabbia. La minaccia neonazista nell’America rurale, Fazi Editore, 1980.
[15] Il ruolo della classe intellettuale intesa sia come gruppo costituente, sia come creatrice della sovrastruttura ideologica dello statalismo è affrontato da Hans Hermann Hoppe inÉlites naturali, intellettuali e lo stato”, archiviato qui. Di certo, il cocetto di una sovrastruttura ideologica usata per legittimare un particolare sistema di dominio di classe è più strettamente associato all’analisi marxista. Per un esame delle differenze come anche dei punti in comune tra marxisti e libertari, vedi “L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola Austriaca”, archiviato qui. 
[16] Murray Rothbard collocava i libertari all’estrema sinistra dello spettro politico, con i “conservatori”, vale a dire i fautori di un ordine autoritario basato sulla gerarchia, sullo status sociale e il privilegio (e giustificato con appelli alla tradizione) all’estrema destra; marxisti e altri socialisti rappresentano invece un incoerente via di mezzo. Vedi Murray N. Rothbard, Left and Right: The Prospects for Liberty, Cato Institute, 1979. L’esaustiva analisi del pensiero dei primi socialisti ad opera dell’anarchico di sinistra Larry Gambone, indica che l’obiettivo originario del socialismo non era l’economia a guida statale associata al socialismo nel dibattito politico contemporanea, ma un’economia fondata sulla base di un sistema di imprese cooperative e decentralizzate. Larry Gambone, “The Myth of Socialism as Statism”, Porcupine Blog, 6 maggio 2006. Archiviato qui.
[17] Colin Ward, “A Self-Employed Society”, Anarchy In Action, London: Freedom Press, 1982, ppgg. 95-109.
[18] Rudolf Rocker, Anarcho-Syndicalism, Martin Secker and Warburg, Ltd., 1938; Hilaire Belloc, Lo Stato servile, Liberilibri, 1980; G. K. Chesterton, The Outline of Sanity, HIS Press, 2002; Anthony Cooney, Distributism, Third Way Movement Ltd., 1998). 
[19] Larry Gambone, Proudhon and Anarchism: Proudhon’s Libertarian Thought and the Anarchist Movement, Red Lion Press, 1996.
[20] William Whyte, Making Mondragon: The Growth and Dynamics of the Worker Cooperative Complex, ILR Press, 1991.
[21] Ricardo Semler, Maverick, Arrow Press, 1993.

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Nel brano di Ignazio Silone che riprendo da Panarchy.org, traspare un’insistenza anticlericale a tratti decisamente pleonastica. Si trovano però anche osservazioni dissacranti riguardo la grettezza e il sostanziale razzismo di una cultura, o un culto, che ha elevato i tabù statalisti al rango della volontà di un Ente Supremo, creando così l’illusione che non sia più necessario prestare attenzione al vero significato delle cose. Allo statalista basta una ferrea condotta consacrata a rituali sfacciatamente mondani e materiali per sentirsi autorizzato a disprezzare e ostracizzare qualunque forma di dissenso, specie quando rivolto alle più assurde simbologie leviataniche. In fondo, cos’è questa se non la peggiore delle religioni, quella dell’uomo che vuole sbarazzarsi di Dio per prendere il suo posto?

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Prof. Pickup. Vorreste far violenza alla natura umana, signor Cinico? Non dimenticate, vi prego, che la libertà di coscienza è stata sempre l’appannaggio d’una ristretta élite e presuppone una ricchezza di pensiero quale le masse non potranno mai possedere. Le masse possono ricevere il loro nutrimento spirituale solo sotto forma di pillole da inghiottire a occhi chiusi.

Tommaso il Cinico. La storia prova caso mai il contrario. Prova che non v’è stato progresso politico e sociale d’una qualche importanza che non sia dovuto alle lotte delle classi cosiddette inferiori. Ma per non allontanarci troppo dal tema, voglio ora particolarmente insistere sul fatto che l’istruzione, anche l’istruzione superiore, non è affatto incompatibile con la credulità e la superstizione. Conosco un famoso professore di matematiche il quale trema, se, andando all’università, incontra un gatto nero. Le superstizioni più pericolose sono quelle abituali, che noi non avvertiamo nemmeno come tali. A molte di esse neppur avrei fatto caso, se un mio amico papuasiano non me le avesse additate. Permettetemi di raccontarvi la sua storia.

Egli aveva avuto la ventura di essere raccolto da un missionario presso una delle tribù più arretrate della Nuova Guinea olandese e condotto a Roma in un collegio della Propaganda Fide per esservi liberato dalle native superstizioni e istruito cristianamente. Benché d’ingegno vivace, egli non aveva mai mosso obiezioni di sorta alle verità del Vangelo, e sembrava già maturo per essere rispedito come missionario indigeno presso la sua antica tribù, quando il caso, o la Provvidenza, volle ch’egli incontrasse, in una visita al giardino zoologico della Città Eterna, un magnifico vecchio canguro. Il canguro era ed è l’animale totemico del clan d’origine di quel giovane, e non potete immaginarvi quale fosse la sua emozione nel ritrovare il suo sacro antenato nella città straniera. Nessun dubbio ch’esso vi fosse arrivato per via soprannaturale e per ammonirlo a non dimenticare le sue origini, restando fedele agli avi. Inutilmente i maestri cattolici cercarono di distogliere il giovane convertito da quel postumo accesso di superstizione, ricorrendo a tutte le risorse dell’apologetica cristiana. Per finire essi misero l’impenitente pagano alla porta del collegio, in cui era diventato motivo di scandalo. Egli vagò triste e sconsolato per varie città e alcun tempo dopo venne in Svizzera. Io ho avuto occasione d’incontrarlo per caso e di fare la sua conoscenza nel giardino zoologico di Zurigo, mentre egli si aggirava eccitatissimo attorno al reparto dei canguri. Avendogli mostrato d’avere qualche conoscenza degli studi apparsi negli ultimi anni sul mondo mitico delle tribù australiane e papuasiane, egli se ne è uscito in iscandescenze. Codesti vostri scienziati che anch’io ho letto, si è messo a protestare, sono dei cretini. Nelle loro scritture pretenziose essi dissertano sui nostri alchera, ungud, Kugi, dema, come se si trattasse di oggetti inanimati di laboratorio. Nel colmo dell’agitazione egli ha estratto un quaderno da una tasca e m’ha imposto di leggerlo. Qui è la mia vendetta, m’ha detto. Il quaderno recava scritto sulla copertina a guisa di titolo:

Le incredibili superstizioni delle tribù europee”.

Vi confesso d’aver letto il quaderno d’un fiato. Il giovane papuasiano è riuscito a scoprire, con i suoi vergini occhi, una quantità inimmaginabile di feticci idoli totem e tabù che dominano gli atti più importanti della nostra vita civile, direi quasi, senza che noi ce ne accorgiamo. Il quaderno era redatto in forma aneddotica, rendendo conto delle scoperte nella successione in cui esse erano avvenute. Come voi potete immaginare, tutta la liturgia cattolica, coi suoi incensi ceri lampade oli ceneri reliquie vi prendeva il posto d’onore. Ma non mancavano osservazioni bizzarre sulla nostra vita privata. Ricordo particolarmente una discussione tra il papuasiano e una donna romana che traeva all’anulare un cerchietto d’oro, la fede matrimoniale. Dalle domande sulle funzioni di quella fede aurea, il giovane era passato ai rapporti tra l’anello e la fedeltà coniugale, l’istituto di Propaganda Fide e l’offerta delle fedi alla patria fascista. A un certo punto la donna non aveva più saputo rispondere.

Un giorno il giovane papuasiano fu condotto, assieme ai chierici del suo collegio, a piazza Venezia, a rendere omaggio alla tomba del milite ignoto, situata ai piedi dell'”altare della patria”. La patria è anche una madonna? egli domandò a un suo superiore. No, gli rispose quello. Perché dunque c’è un altare della patria? Tu non puoi capire. Perché? Accorsero due carabinieri che imposero silenzio. Se devo tacere, vuol dire ch’è una madonna, continuò il papuasiano a borbottare.

Un altro giorno egli aveva notato nel suo quaderno: Ho letto in un giornale che in Abissinia la lupa romana ha scacciato il leone di Giuda. Sembra che il leone britannico abbia tradito quello di Giuda. Dunque, come da noi, ogni grande tribù europea venera un suo antenato totemico: la Francia ha il gallo, la Germania l’aquila, l’Italia anche un’aquila, Roma una lupa con due bambini, l’Olanda, il Belgio, la Svezia e altri paesi il leone, che sembra l’animale più frequente in Europa.

Un’altra volta, a Genova, egli assisté al varo d’una nave. Una signora ruppe una bottiglia contro lo scafo. Gli spiegarono che era una bottiglia di champagne. Peccato, egli disse, sarebbe stato meglio bere lo champagne e rompere una bottiglia d’acqua. Il battesimo non sarebbe stato valido, gli fu risposto. Gesù, lui replicò, non fu battezzato con acqua? Sei stupido, gli replicarono. La discussione continuò. La nave ha un’anima? egli domandò. No, gli fu risposto. Che cosa dunque è stato battezzato? Sei stupido, gli fu risposto di nuovo.

Un altro giorno egli aveva assistito alla sfilata di molti uomini, vestiti tutti alla stessa maniera; davanti camminava uno con un palo al quale era attaccata della tela colorata. Al passaggio del palo tutti salutavano con rispetto. Un vecchio che non si tolse il cappello, venne subito aggredito e bastonato. Perché? domandò il papuasiano. Non ha salutato la bandiera, gli fu spiegato. Ma è solo un palo con un pezzo di tela, egli osservò. La bandiera, gli gridò un energumeno mostrandogli i pugni, è l’immagine sacra della patria. È la patria stessa, gli gridò un altro, è il sangue, l’anima della patria. La patria ha un’anima? domandò il papuasiano. Volevano portarlo in prigione.

Numerosi altri episodi riferiti nel quaderno riguardavano il potere magico dei timbri, delle uniformi, dei distintivi. Sono cose che noi tutti conosciamo, ma, a causa dell’abitudine, finiamo col non farvi più attenzione.


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