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Archive for the ‘Libri’ Category

Alongside Night

Immagine 1Compie trent’anni la sci-fi novel che per prima ha delineato i contorni della società agorista.
L’autore, per l’occasione, ha deciso di consentirne il download gratuito.

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250_DOMFRONTAi libertari, ma non solo a loro, appassionati di letteratura distopica, segnalo che è possibile scaricare gratuitamente Dominion, di J.L. Bryan, primo romanzo del genere ispirato specificamente al pensiero della Scuola Austriaca di economia.

Ho “sfogliato” solo le prime pagine, ma dall’articolo dell’autore che ho trovato su LRC, direi che merita senz’altro la lettura.

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Stamattina, prima di recarmi nell’anticamera dell’ufficio (il cesso), ho chiesto a mia moglie: “Ma dov’è quello schifo di libro che stavo leggendo?” e lei mi fa “Ma se fa schifo perché lo leggi?”. Semplice, “Perché se lo finisco potrò dire di aver letto uno schifo di libro, se non lo finisco, invece, rimarrò nel mezzo di in uno schifo di libro per il resto della mia vita”.

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Nell’introduzione alla Teoria di Classe Agorista, Wally Conger (consiglio di visitare il suo nuovo blog, ricco di suggerimenti pratici per svolgere la propria attività nel modo più libertario possibile) accenna ad un trattato di economia mastodontico che Konkin prevedeva sarebbe stato per l’agorismo ciò che Das Kapital è stato per il comunismo. Counter-Economics, questo il titolo dell’opera, rimase però incompleto e non venne mai stampato, ci informa l’autore. In realtà, Victor Koman, noto autore sci-fi e membro anch’egli insieme a Konkin dell’AnarchoSlum e dell’Anarchovillage, ne possiede il manoscritto integrale e sembra sia intenzionato a pubblicarlo con la mitica KoPubCo. Attendiamo impazienti.

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Ludwig von Mises, nella sua fondamentale opera Socialismo, a pochi anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, dimostrò come quel sistema fosse destinato al fallimento a causa dell’impossibilità del calcolo economico in un contesto di socializzazione dei mezzi di produzione. Le sue furono indubbiamente parole profetiche, tuttavia, uno dei difetti della visione liberale misesiana – oltre al relativismo etico e ad una mal riposta fiducia nella possibilità di poter istituire un governo minimo liberale per via democratica –  a mio modesto parere, è che l’economista austriaco inquadrava la questione socialista secondo lo schema classico del Proletariato Vs Classe Capitalista; ovvero, pur giungendo a conclusioni diametralmente opposte, secondo la lettura fornita dallo stesso Karl Marx.

Ezra Taft Benson, al contrario, riteneva che quella fosse la versione del socialismo per gli ingenui. In realtà, strano a credersi, a volere il socialismo sono cerchie ristrette di grandi capitalisti, banchieri, finanzieri e plutocrati ed il loro obiettivo, dando per assunto che quello marxista fosse veramente la redistribuzione della ricchezza, non ha nulla a che vedere con l’eliminazione delle disuguaglianze sociali ed economiche.
Al contrario, il fine ultimo è quello del consolidamento del potere, strumento necessario a perseguire il Nuovo Ordine Mondiale.

Ezra Taft Benson, oltre a ricoprire la carica di ministro dell’agricoltura durante il governo Eisenhower (quindi un raro e ammirevole esempio di politico… illuminato), dal 1985 fino alla sua morte, fu presidente della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni; quello che segue è un discorso che egli tenne in occasione di uno degli incontri della congregazione religiosa mormonica contenuto nel libro The Teachings of Ezra Taft Benson, a cura di R. Gary Shapiro.

 

 

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Il Nuovo Ordine Mondiale – Una minaccia per la Costituzione

di Ezra Benson Taft 

 

Tutti sanno che Adolf Hitler è esistito. Nessuno lo mette in discussione. Il terrore e la distruzione che quest’uomo folle ha inflitto al mondo sono universalmente riconosciute. Hitler proveniva da una famiglia povera che non ricopriva alcun ruolo sociale. Egli abbandonò il liceo e nessuno ha mai detto fosse un uomo di cultura. Eppure quest’uomo tentò di conquistare il mondo. Durante i suoi primi anni di carriera politica, seduto in una gelida mansarda riversò sulla carta le sue ambizioni di dominio del mondo. Lo sappiamo.

Allo stesso modo sappiamo che anche un uomo di nome Vladimir Ilich Lenin è esistito. Come Hitler, Lenin non proveniva da una famiglia di alto rango sociale. Figlio di un burocrate insignificante, Lenin, il quale trascorse buona parte della sua vita in condizioni di povertà, fu responsabile della morte di decine di milioni di nostri consimili e della schiavitù di più di un miliardo di persone. Come Hitler, Lenin, seduto in una buia soffitta, progettava come avrebbe potuto conquistare il mondo. Sappiamo anche questo.

Non è teoricamente possibile che un miliardario possa essere seduto, non in una soffitta, bensì in un attico a Manhattan, Londra o Parigi a coltivare lo stesso sogno di Lenin e Hitler? Si dovrà ammettere che è teoricamente possibile. Giulio Cesare, un ricco aristocratico, lo fece. E un simile uomo non potrebbe creare un’alleanza o un’associazione con altri uomini che la pensano come lui? Cesare lo ha fatto. Questi uomini sarebbero superbamente istruiti, godrebbero di immenso prestigio sociale e sarebbero in grado di mettere in comune una sorprendente quantità di denaro per realizzare i loro scopi. Sono vantaggi che Hitler e Lenin non hanno avuto.

È difficile per l’individuo medio analizzare tale perversa bramosia per il potere. La persona comune, di qualunque nazionalità, vuole soltanto avere successo nel suo lavoro, per potersi permettere un certo tenore di vita, con svaghi viaggi e tutto il resto. Desidera poter sostenere la sua famiglia in caso di malattia e di salute e dare ai propri figli una buona educazione. La sua ambizione si ferma lì. Egli non ha alcun desiderio di esercitare il potere sugli altri, a conquistare altre terre o popoli, di essere un re. Egli vuole occuparsi dei propri affari e godersi la vita. Poiché egli non ha alcun desiderio di potere, è difficile per lui immaginare che ve ne siano altri che invece ce li hanno, altri che marciano al suono di un diverso tamburo. Ma dobbiamo renderci conto che ci sono stati gli Hitler, i Lenin, gli Stalin, i Cesare e gli Alessandro Magno nel corso della storia. Perché dovremmo convincerci che oggi non ci sono uomini con tale perversa smania di potere? E se accade che questi uomini siano miliardari non è possibile che vogliano usare uomini come Hitler e Lenin come pedine per prendere il potere per se stessi?

In effetti, per quanto difficile possa essere crederci, questa è la situazione. Come Colombo, ci troviamo ad affrontare il compito di convincere le persone che il mondo non è piatto come sono state portate a credere per tutta la vita, ma, invece, rotondo. Ci accingiamo a presentare elementi di prova che ciò che chiamiamo “comunismo” non è gestito da Mosca o Pechino, ma è il braccio di una cospirazione più grande manovrato da New York, Londra e Parigi. Gli uomini al vertice di questo movimento non sono comunisti nel senso tradizionale del termine. Non provano alcun grado di fedeltà verso Mosca o Pechino. Sono fedeli soltanto a se stessi e alla loro missione. Questi uomini certamente non credono alla trappola pseudo-filosofica del comunismo. Essi non hanno alcuna intenzione di dividere la loro ricchezza. Il socialismo è una filosofia che i cospiratori sfruttano, ma in cui solo l’ingenuo crede.

Sappiamo che nel corso della storia sono esistiti piccoli gruppi di uomini che hanno cospirato per prendere le redini del potere nelle loro mani. I libri di storia sono pieni dei loro progetti…  come Cosa Nostra in cui gli uomini cospirano per arricchirsi attraverso il crimine. La domanda è: qual è la forma più letale di cospirazione, quella criminale o quella politica?

E qual è la differenza tra un membro di Cosa Nostra e un comunista, o più propriamente, un cospiratore interno? Uomini come Lucky Luciano che hanno raggiunto i vertici della criminalità organizzata devono, necessariamente, essere diabolicamente brillanti, astuti e assolutamente spietati. Ma, quasi senza eccezioni, gli uomini nella gerarchia della criminalità organizzata non hanno avuto alcuna educazione formale. Essi sono nati in povertà e hanno imparato a trafficare nei vicoli di Napoli, New York o Chicago.

Ora, supponiamo che qualcuno con la medesima personalità amorale e rapace sia nato in una famiglia nobile e ricca, e che sia stato educato nelle migliori scuole, come Harvard, Yale o Princeton e poi possibilmente laureato ad Oxford. In tali istituzioni egli avrebbe familiarizzato con la storia, l’economia, la psicologia, la sociologia e scienze politiche. Dopo aver conseguito un titolo in tali illustri istituti di insegnamento, quante probabilità ci sono di trovare questa persona nelle strade a vendere biglietti della lotteria clandestina? Lo trovereste a spacciare marijuana ai liceali o a capo della gestione di una catena di case di prostituzione? Potrebbe trovarsi coinvolto nelle sparatorie fra gang del quartiere? Difficile. Perché, con questo tipo di istruzione, questa persona dovrebbe rendersi conto che se uno vuole il potere, potere reale, le lezioni della storia insegnano di “entrare negli affari del governo”. Diventa un politico e lavora per il potere politico o, meglio ancora, metti a tuo servizio dei politici. È lì che si trova il vero potere  –  e il vero denaro.

La cospirazione per impadronirsi del potere dello stato è vecchia come lo stato stesso. Possiamo studiare le cospirazioni dei tempi di Alcibiade in Grecia o di Giulio Cesare nell’antica Roma, ma non siamo disposti a pensare che oggi gli uomini congiurino per appropriarsi del potere politico. 

Molti individui estremamente patriottici sono caduti innocentemente nelle trame della cospirazione. Walter Trohan, cronista emerito del Chicago Tribune ed uno dei più affermati commentatori politici d’America, ha correttamente rilevato:

«È un fatto conosciuto che le politiche del governo oggi, sia esso Repubblicano o Democratico, sono più vicine alla piattaforma del Partito Comunista del 1932 di quanto lo siano ai rispettivi programmi di partito di quella critica annata».

Non vi sembra sorprendentemente strano che alcune delle persone che più tenacemente spingono per l’affermazione del socialismo abbiano un proprio patrimonio personale protetto da fidate fondazioni di famiglia esentasse? Uomini come Rockefeller, Ford e Kennedy sono a favore di ogni programma socialista noto all’uomo per l’aumento delle tasse. Eppure, essi stessi pagano poco, se non nulla, di tasse.

Di solito ci dicono che questa cricca di super-ricchi sono socialisti perché soffrono di un complesso di colpa per la ricchezza che hanno ereditato e non guadagnato. Anche in questo caso, essi potrebbero alleviare questi presunti sensi di colpa semplicemente cedendo la parte della loro ricchezza non guadagnata. Ci sono senza alcun dubbio molti ricchi filantropi che sono stato portati al senso di colpa dai loro professori universitari, ma ciò non spiega le azioni degli insiders come i Rockefeller, i Ford o i Kennedy. Tutte le loro azioni li tradiscono come cercatori di potere.

Ma i Kennedy, i Rockefeller e i loro alleati super-ricchi non sono ipocriti nel sostenere il socialismo. Sembra essere una contraddizione per i super-ricchi lavorare per il socialismo e la distruzione della libera impresa. In realtà non lo è.

Il nostro problema è che la maggior parte di noi credono che il socialismo sia ciò che i socialisti vogliono farci credere che sembri – un programma per la condivisione della ricchezza.

Se si comprende che il socialismo non è un programma per la condivisione della ricchezza, ma è in realtà un metodo per consolidare il controllo e la ricchezza, allora l’apparente paradosso di uomini super-ricchi che promuovono il socialismo cessa di essere un paradosso. Diventa invece il logico, ed anche perfetto, strumento dei megalomani in cerca di potere. Il comunismo o, più precisamente, il socialismo, non è un movimento di masse di oppressi, ma dell’élite economica. Il piano del cospiratore insider quindi è quello di socializzare gli Stati Uniti, non è di statalizzarli.

Se voi e la vostra cricca cercaste di prendere il controllo degli Stati Uniti, sarebbe impossibile conquistare ogni singolo municipio, ogni singola sede di contea e di ogni singolo governo statale. Vorreste tutto il potere assegnato al vertice del ramo esecutivo del governo federale, in modo tale che controllando un solo uomo sareste in grado di controllare l’intera baracca. Se voleste il controllo della produzione, del commercio, della finanza, dei trasporti e delle risorse naturali della nazione, sarebbe sufficiente controllare il vertice, la cima del potere di un onnipotente governo socialista.

Allora otterreste il monopolio con il quale potreste schiacciare tutti i vostri concorrenti. Se voleste un monopolio nazionale, dovreste controllare un governo socialista nazionale. Se voleste un monopolio a livello mondiale, dovreste controllare un governo mondiale socialista.

Questo è tutto ciò che riguarda il gioco. Il “Comunismo” non è un movimento di masse di oppressi, ma è un movimento creato, manipolato e utilizzato da miliardari in cerca di potere al fine di ottenere il controllo su tutto il mondo; prima istituendo governi socialisti nelle varie nazioni e poi integrandoli tutti attraverso la “Grande Unione”, in un onnipotente super-stato socialista mondiale, possibilmente sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Dopo che gli insiders hanno stabilito gli Stati Uniti Socialisti d’America (nei fatti, se non nel nome), il prossimo passo è la “Grande Unione” di tutte le nazioni del mondo in un governo mondiale autoritario.

La parola in codice degli insiders per indicare la superpotenza globale è “nuovo ordine mondiale”, un’espressione spesso usata da Richard Nixon. Il Council on Foreign Relations (CFR) dichiara nel suo Rapporto N. 7:

«Gli Stati Uniti devono sforzarsi a: “A COSTRUIRE UN NUOVO ORDINE INTERNAZIONALE»
(maiuscolo nell’originale).

Il portavoce dell’estabilishment James Reston (membro del CFR) nel suo editoriale diffuso a livello internazionale dal New York Times del 21 maggio 1971, ha dichiarato:

«Nixon, ovviamente, vorrebbe presiedere la creazione di un nuovo ordine mondiale, e ritiene di avere l’opportunità di farlo negli ultimi 20 mesi del suo primo mandato».

Per poter dare inizio alla “Grande Unione”, dovete dapprima accentrare il controllo all’interno di ogni nazione, distruggere la polizia locale e toglie le armi dalle mani dei cittadini. Dovete sostituire la nostra repubblica, una tempo libera e costituzionale, con un governo onnipotente centrale.

E questo è esattamente ciò che succede oggi. Ogni azione, di qualunque tipo, malgrado la cortina fumogena che impedisce di vedere, ha accentrato più potere in ciò che è rapidamente diventato un governo onnipotente centrale.

 

 


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Le vendite di “Das Kapital” di Karl Marx sono fortemente aumentate in Germania come conseguenza della crisi finanziaria ha riferito Jnr Schtrumpf redattore del quotidiano “Neue Ruhr / Rhein Zeitung” (NRZ).

“Marx è tornato ed è di nuovo di moda”.

Le vendite del primo dei tre tomi di “Das Kapital” (1818/1883) sono triplicate dal 2005. Quest ‘anno le vendite hanno raggiunto le 1.500 copie e un forte aumento è previsto verso la fine dell’anno ha detto l’editore delle opere di Marx ed Engels.

I lettori appartengono a “una generazione di giovani studiosi che hanno dovuto ammettere che le promesse dal neo-liberali non sono stati realizzati”, ha detto Schtrumpf.

Una delle province tedesche dove la critica marxista del capitalismo è fortemente aumentata è l’Assia dove il leader del partito socialdemocratico Andrea Ypsilanti vorrebbe ottenere il governo regionale alleandosi con un gruppo radicale guidato da Oskar Lafontaine.

Che dire? Dalla padella alla brace…



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Quanto scriveva oltre cent’anni fa Ben Tucker in questo saggio contenuto nella raccolta dal titolo Instead of a Book by a man too busy to write one si è infine realizzato con l’avvento della rete. Il web, infatti, vera e propria società anarchica di mercato (e non “vera democrazia” come ripetono molti), dove i prodotti intellettuali si possono linkare, copiare, commentare o citare, è la dimostrazione che, nel mondo delle idee, la reale competizione è possibile solo grazie all’esistenza del diritto di copiare.
Tucker non era affatto contrario alla proprietà privata latu sensu. Il pensatore americano ne era invece un convinto difensore, solo riteneva non se ne dovesse fare un feticcio per non finire così con l’avvantaggiare il suo principale nemico: lo stato.
Curioso osservare che, usando i medesimi argomenti sulla necessità di garantire un regime di assoluta libertà di competizione, l’economista Frederich A. von Hayek, si oppose sempre risolutamente all’abrogazione della legislazione su copyright e brevetti. Personalmente ritengo che i tempi siano maturi, e i fatti sufficientemente eclatanti, per riconoscere a Tucker di aver avuto abbondantemente ragione. E quale miglior modo per omaggiarne il merito se non copiare il saggio e divulgarlo?

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IL DIRITTO Dl COPIARE
di Benjamin R. Tucker

Le leggi sui brevetti e sui diritti d’autore sono i mezzi tramite i quali lo Stato, che è il più grande dei monopoli criminali e tirannici, garantisce speciali e monopolistici privilegi a pochi a spese di molti; per proteggere inventori e scrittori dalla concorrenza, per un periodo abbastanza lungo da permettergli di estorcere alla gente una remunerazione enormemente superiore al valore dei loro servizi. L’abolizione di questi monopoli potrebbe procurare ai loro attuali beneficiati una salutare paura della competizione, tale da indurli ad accontentarsi di essere pagati per i loro servizi quanto gli altri lavoratori sono pagati per i loro, e ad assicurarsi i guadagni offrendo i loro prodotti e servizi sul mercato fin dal principio a prezzi così bassi, da non scoraggiare altre persone da mettersi in concorrenza con loro. I monopoli dei brevetti e dei diritti d’autore sono una specie di diritti di proprietà che dipendono, per la loro legittimità, dalla sottile nozione di “proprietà nelle idee”.

I difensori di tale tipo di proprietà delle idee prospettano un’analogia tra la produzione delle cose materiali e la produzione delle astrazioni, e in forza di essa dichiarano che il produttore di beni mentali, non meno che il produttore di beni, materiali, è un lavoratore che ha pieno diritto alla sua remunerazione. Fin qui, niente da ridire. Ma per completare il loro argomento sono obbligati ad andare oltre e pretendere, in violazione della loro stessa analogia, che il lavoratore che crea prodotti mentali, diversamente dal lavoratore che crea prodotti materiali, ha anche diritto di essere esentato dalla competizione.

Poiché il Signore nella sua saggezza, o il Diavolo nella sua malizia, ha disposto le cose in modo che il lavoro dell’inventore o dell’autore sia in natura svantaggiato, l’uomo, nella sua potenza, ha proposto di supplire a questa divina o diabolica con un espediente artificiale che non si limita ad annullare lo svantaggio, ma che conferisce all’inventore o all’autore un vantaggio di cui attualmente non gode nessun altro lavoratore – un vantaggio, perdipiù, che in pratica non va all’inventore o all’autore, ma al promotore, all’editore e alla grande impresa.

Per quanto l’argomento a favore della proprietà nelle idee possa apparire di primo acchito convincente, se solo ci si ragiona sopra abbastanza a lungo nasceranno dei fondati sospetti. La prima cosa che forse desterà sospetto sarà il fatto che nessuno dei sostenitori di questa proprietà propone la punizione di coloro che la violano, accontentandosi di assoggettare l’offensore al rischio di un risarcimento danni, e che quasi tutti castoro sono disposti ad accettare che perfino il rischio della richiesta di danni scompaia una volta che il proprietario abbia goduto del suo diritto per un congruo numero di anni.

Ora, come ha osservato lo scrittore francese Alphonse Karr, se la proprietà nelle idee è una proprietà come tutte le altre, allora la sua violazione, come la violazione di ogni altra proprietà, meriterebbe la sanzione penale, e la sua vita, come quella di ogni altra proprietà, dovrebbe essere protetta giuridicamente anche dopo che sia trascorso un certo intervallo di tempo. E poiché ciò non viene rivendicato dai sostenitori della proprietà delle idee, c’è da ritenere che tale mancanza di coraggio nelle loro convinzioni possa essere dovuta all’istintiva sensazione di essere nel torto. La necessità di essere breve mi impedisce di esaminare in dettaglio questo aspetto della materia, e mi accontenterò quindi di sviluppare una singola considerazione che spero risulti convincente.

Secondo me, se fosse possibile, e se fosse sempre stato possibile per un numero illimitato di individui usare illimitatamente e in un illimitato numero di luoghi le stesse cose concrete nello stesso tempo, una cosa come la proprietà privata non sarebbe mai esistita. In tali circostanze, l’idea della proprietà non sarebbe mai entrata nella mente umana, o, in ogni caso, se lo fosse, sarebbe stata sommariamente rifiutata in quanto assurdità troppo grossolana per essere presa seriamente in considerazione anche per un solo momento. Se fosse stato possibile che la creazione concreta o l’adattamento risultante dagli sforzi di un singolo individuo fossero utilizzati contemporaneamente da tutti gli individui, la presa di coscienza di questa possibilità, lungi dall’essere presa a pretesto dalla legge per impedire l’uso di questa cosa senza il permesso del suo creatore o adattatore, e lungi dall’essere considerata dannosa per qualcuno, sarebbe stata salutata come una benedizione per tutti – in breve, sarebbe stata vista come uno delle più fortunate caratteristiche della natura delle cose.

La ragion d’essere della proprietà consiste proprio nel fatto che non esiste una simile possibilità – di fatto ciò che è impossibile, data la natura delle cose, usare contemporaneamente gli oggetti concreti in posti differenti. Data questa situazione, nessuno può sottrarre dal possesso altrui e prendere a proprio uso una concreta creazione altrui senza con ciò privare l’altro di ogni opportunità di utilizzare ciò che ha creato, e poiché il successo della società si basa sull’iniziativa individuale si è reso socialmente necessario proteggere l’individuo creatore nell’uso delle sue concrete creazioni, vietandone l’utilizzo agli altri senza il suo consenso. In altre parole, si è reso necessario istituire la proprietà privata per gli oggetti concreti.
Tutto questo però è successo tanto di quel tempo fa, che oggi abbiamo dimenticato completamente i motivi per cui accadde. In realtà, è molto dubbio che al tempo in cui la proprietà fu istituita quelli che lo fecero capissero perfettamente le ragioni del loro comportamento. Gli uomini talvolta fanno cose ragionevoli per istinto e senza alcuna analisi. Coloro che hanno istituito la proprietà possono essere stati indotti a farlo da circostanze inerenti alla natura delle cose, senza accorgersi che, se la natura delle cose fosse stato diversa, non l’avrebbero istituita.

Ma, quale che sia la ragione, anche supponendo che essi abbiano perfettamente compreso ciò che stavano facendo, noi abbiamo comunque dimenticato quasi completamente le loro intenzioni. E cosi è accaduto che abbiamo fatto della proprietà un feticcio; che l’abbiamo considerata una cosa sacra; che abbiamo posto il Dio della proprietà sopra un altare come fosse un idolo da adorare; e che molti di noi non solo non stanno facendo quel che si potrebbe fare per rafforzare e conservare il regno della proprietà entro i limiti propri e originali della sua sovranità, ma stanno erroneamente tentando di estendere il suo dominio su cose e circostanze che, nelle loro caratteristiche fondamentali, sono precisamente l’opposto di quelle da cui ebbe origine la sua funzione.

Per dirla in breve, dalla giustizia e dalla necessità sociale della proprietà nelle cose concrete abbiamo erroneamente desunto la giustizia e la necessita sociale della proprietà nelle cose astratte – cioè la proprietà nelle idee – con il risultato di annullare in larga e deplorevole misura quella caratteristica fortunata delle cose in circostanze non ipotetiche ma reali – cioè lo possibilità incommensurabilmente fruttuosa, per un numero qualsiasi di persone, di usare nello stesso tempo le cose astratte in un qualsiasi numero di luoghi diversi. In questo modo siamo stupidamente e affrettatamente saltati alla conclusione che la proprietà nelle cose concrete implichi logicamente la proprietà nelle cose astratte, mentre, se avessimo avuto la premura e la perspicacia di fare un’accurata analisi, avremmo scoperto che la stessa ragione che detta la convenienza della proprietà nelle cose materiali nega la convenienza della proprietà nelle cose astratte. Notiamo qui un curioso esempio di quel frequente fenomeno mentale di capovolgimento della verità a causa di una visione superficiale delle cose.

Perdipiù, se le condizioni fossero uguali in entrambi i casi, e le cose concrete potessero essere usate da differenti persone in differenti luoghi nello stesso tempo, io dico che perfino allora l’istituzione della proprietà nelle cose concrete, benché manifestamente assurda in presenza di quelle condizioni, sarebbe infinitamente meno distruttiva delle opportunità individuali, e infinitamente meno dannosa per il benessere umano, dell’istituzione della proprietà nelle cose astratte. Infatti è facile vedere che, anche se dovessimo accettare l’ipotesi piuttosto sbalorditiva che una singola pannocchia di grano sia continuamente e permanentemente consumabile, o meglio inconsumabile, da un numero indefinito di persone sparse sulla superficie della terra, l’istituzione della proprietà nelle cose concrete che assicurerebbe al seminatore di granoturco l’esclusivo uso delle pannocchie risultanti non potrebbe, così facendo, privare altre persone del diritto di seminare altro granoturco e diventare consumatori esclusivi del proprio rispettivo raccolto; ma l’istituzione legale delta proprietà nelle cose astratte non solo assicura, per esempio, all’inventore della macchina a vapore l’uso esclusivo della macchina che ha creato, ma priva tutte le altre persone del diritto di costruire per loro conto altre macchine basate sulla stessa idea.

La proprietà perpetua delle idee, che è il logico risultato di qualsiasi teoria delle proprietà nelle cose astratte, avrebbe allora fatto dei suoi eredi diretti, in forza del solo tempo vissuto da James Watt, i proprietari di almeno nove decimi dell’attuale ricchezza esistente al mondo; e, in forza del tempo vissuto dall’inventore dell’alfabeto romano, quasi tutti i popoli più civilizzati della Terra sarebbero oggi gli schiavi virtuali degli eredi di quell’inventore, che è solo un altro modo di dire che, invece di diventare altamente civilizzati, sarebbero rimasti in uno stato semi barbarico. Mi sembra che queste due affermazioni, incontrovertibili dal mio punto di vista, siano in sé sufficienti a condannare la proprietà perpetua delle idee.



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