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Archive for the ‘Mercato’ Category

washington-booker-tNon so se altri feticisti oltre a me hanno seguito la discussione su TakiMag, uno dei periodici di riferimento del pensiero paleo-libertario, incentrata sul tema del razzismo.

Semplificando drasticamente, Jared Taylor sostiene che il fattore razziale sia determinante nella creazione di una società volontaria, mentre i migliori paleo, come Justin Raimondo (oltre all’amico Orso che in una conversazione privata opporunamente me lo fatto notare – e che comunque rientra nella categoria), hanno ricordato come, al contrario, nella società volontaria il problema razza sia già stato abbondantemente superato, e quindi da ritenere fondamentalmente ininfluente.

In effetti, seguendo il ragionamento di Taylor, io dovrei sentirmi più affine all’Average Joe wasp dell’Arkansas che sconosce totalmente le caratteristiche del posto in cui vivo, anziché all’immigrato del Mali che vive qui da trent’anni, lavora e affronta le questioni che la comunità di cui bene o male fa parte, mano a mano gli presenta. Il discorso, ovviamente, non fila.

Così, anche per mitigare il clima inquietante dei post recenti, ho pensato di tradurre questo breve articolo di Gary Galles, in cui racconta la vicenda di Booker T. Washington, ex schiavo americano divenuto imprenditore ed educatore di chiara connotazione libertaria, un personaggio a cui ricordavo Rothbard dedica parole profonde in una delle sue opere, e la cui biografia non è dissimile da quella di Marcus Garvey, altro protagonista di quei rari fotogrammi di libertà nell’orrendo film della schiavitù. Al di là del tema, che magari ai più sembrerà scontato e demodé, si tratta di un piccolo messaggio di speranza. Fatalmente, una delle poche cose concrete su cui oggi può contare chi vorrebbe solo essere libero.

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Molti dei quotidiani che ho letto in febbraio pubblicavano articoli in onore del Black History Month. Ma tra quelli che rumorosamente invocano più stato (quindi più coercizione) come soluzione dei problemi sociali che affrontano i neri, un articolo su George Washington Carver mi ha colpito per il forte contrasto. I suoi creativi sforzi scientifici (compreso lo sviluppo di prodotti derivati dalle arachidi, dalle patate dolci e dalle noci di Pecan) beneficiarono i neri, così come molti altri, senza coercizione.
Interessatomi alla vicenda, ho iniziato una ricerca su Carver, scoprendo che il suo impegno fu decisivo per lo sviluppo economico del sud. Quasi subito però sono entrato in connessione con Booker T. Washington e il Tuskegee Institute da lui fondato e diretto (entrambi, sono sepolti l’uno accanto all’altro nel campus di Tuskegee). Nella vita ugualmente ispirata di Washington e nella sua più ampia opera scritta, ho scoperto un uomo dotato della comprensione dei mezzi di gran lunga più etici per il successo – autoemancipazione di cui hanno beneficiato anche altri attraverso accordi volontari – delle proposte stataliste che altri avanzavano allora, e ancora più avanzano oggi.

Booker T. Washington, nato schiavo, aveva setta anni quando l’Emancipation Proclamation fu annunciata. All’età di undici anni, ricevette il suo primo libro e gli fu insegnato a leggere.
Egli pensò “entrare in una scuola e studiare, sarebbe come entrare in paradiso”.
A sedici anni si iscrisse all’Hampton Insitute in Virginia – cinquecento miglia da casa – con nient’altro che un dollaro e mezzo nel portafogli, e lì seguiva le lezioni di giorno e lavorava la sera per pagarsi vitto e alloggio.
Dopo la laurea, Hampton fece di lui un insegnante. Nel 1881 fondò e poi diresse quello che oggi è il Tuskgee Institute, insistendo su come la formazione rappresenti la più solida base dell’etica del lavoro.

La più completa libertà compatibile con la libertà degli altri.
Booker T. Washington

Washington è stato un’instancabile educatore e sostenitore dell’auto emancipazione dei neri,
Al Tuskegee, insegnava agli alunni a dotarsi delle abilità tecniche necessarie a guadagnare un buon standard di vita. Premeva sui valori della responsabilità individuale, della dignità del lavoro e della perdurante necessità di un carattere etico come miglior strumento per gli ex schiavi che iniziavano con il solo sudore della fronte ad avere successo.

Sosteneva fossero il business, l’impresa e l’intraprendenza, anziché che l’agitazione politica, il più solido fondamento del successo. Diede vita alla National Negro Business Ligue. Comprese e modellò lo spirito capitalista, riconoscendo che chi sa servire meglio gli altri, otterrà egli stesso un beneficio da ciò.

Washington riconobbe, partendo da nient’altro che l’esperienza della schiavitù subita dal governo, che per i neri, al fine di progredire, ulteriore coercizione non sarebbe stata la risposta. Al contrario, che il successo non poteva essere trovato, se non attraverso l’autoemancipazioine e gli accordi volontari. Questo perché, indipendentemente dalle ingiustizie del passato, solo accordi volontari potevano prevenire che altre ingiustizie venissero commesse, e “che nessuna questione è mai definitivamente risolta fino a quando non è risolta nei principi della più alta giustizia”.

Sull’inadeguatezza della coercizione:
… ogni volta che le persone agiscono in base all’idea che lo svantaggio di un uomo è un vantaggio per un altro, lì c’è schiavitù.

Non è possibile trattenere un uomo in una fosse senza soffermarsi nella fossa con lui.

Ci sono due modi per esercitare la propria forza: uno è spingere in basso, l’altro è spingere in alto.

Accordatevi con voi stessi se ad una razza così disposta a morire per il proprio paese non dovrebbe essere conferita la piena possibilità di vivere per il proprio paese.

Non ho mai visto uno che non vuole essere libero, o uno che ritorna allo stato di schiavitù.

La schiavitù ha rappresentato un problema di distruzione; la libertà uno di costruzione.

… commetteremmo un errore fatale se cedessimo alla tentazione di credere che la mera opposizione ai nostri torti, e la semplice esternazione di denuncia, prenderanno il posto dell’azione progressiva e costruttiva, che sono il vero fondamento della civiltà.

[anziché la politica]… vorrei contribuire in modo più sostanziale contribuendo alla costruzione delle fondamenta della razza attraverso una generosa educazione della mani, della testa e del cuore.

Sull’autoemancipazione
Non ho mai avuto molta pazienza con la moltitudine di persone smpre pronte a spiegare il motivo per cui non hanno avuto successo. Ho sempre avuto grande considerazione per uomo che potrebbe rivelarmi come riuscirci.

Ciascuno dovrebbe ricordare che c’è una possibilità anche per lui.

Nessuno può degradarci tranne noi stessi.

Niente merita di essere posseduto, tranne il prodotto del duro lavoro.

Né dobbiamo consentire alle nostre rimostranze di adombrare le nostre opportunità.

Ho imparato che il successo si misura non tanto nella posizione che hai raggiunto nella vita, quanto nella quantità di ostacoli che hai dovuto superare per ottenerlo.

Poche cose aiutano un individuo come affidargli responsabilità facendogli sapere che vi fidate di lui.

Il carattere, non le circostanze, fanno l’uomo.

Solo i piccoli uomini serbano lo spirito dell’odio.

Non permetterò a nessuno uomo di ridurre e degradare la mio animo facendosi odiare.

Se vuoi elevarti, eleva qualcun altro con te.

Credo che la vita di ogni uomo si riempirà di un’inaspettata forza, se saprà tenere a mente di dover dare il meglio ogni giorno.

Il successo nella vita si fonda sull’attenzione che diamo… alle cose di tutti i giorni a noi vicine piuttosto che a quelle lontane e insolite.

… in condizioni di libertà, assieme agli elementi specifici di un determinato settore, si è avuto modo di avere a che fare con un altro elemento, che è quello dell’intelligenza, dell’istruzione.

… la libertà, nel suo senso più ampio e alto, non è mai stata una concessione, ma una conquista.
Uno sforzo costruttivo nella direzione del progresso cancella più ingiuste discriminazioni di tutti i lamenti del mondo.

Sulla libertà di accordo volontario
… il più completo miglioramento per ogni essere umano può avvenire solo attraverso il suo essere autorizzato ad esercitare la più completa libertà compatibile con la libertà degli altri.

La nostra repubblica è la conseguenza del desiderio di libertà che connaturato ad ogni uomo… libertà del corpo, della mente e dell’anima, e la più completa garanzia della sicurezza della vita e della proprietà.

… in fondo, l’interesse dell’umanità e quello dell’individuo sono gli stessi…

In condizioni di libertà e saggezza, [l’uomo] rende la più alta ed utile forma di servizio [agli altri].

Il mondo si interessa poco di quelo che un uomo sa; è quel che sa fare ciò che conta.

Nessun uomo che con costanza aggiunge qualcosa di materiale, intellettuale o morale benessere al posto in cui vive sarà lasciato a lungo senza un’adeguata ricompensa.

Nessuna razza che contribuisce con qualcosa nel mercato del mondo è a lungo ostracizzata.

L’individuo che può fare qualcosa per ciò che vuole il mondo, alla fine, troverà la sua strada indipendentemente dalla razza.

I più attenti studiosi del problema della razza iniziano ad accorgersi che il business e l’impresa costituiscono ciò che potremmo chiamare il punto strategico della sua soluzione.

… quelli che si sono resi colpevoli di critiche così dure [al ricco], non sanno quante persone sarebbero povere, e quanta sofferenza ne risalerebbe, le persone ricche avessero spartito in una sola volta la loro ricchezza smembrando e sciogliendo le grandi imprese commerciali.

Leggendo le parole di Booker T. Washington, ho trovato qualcuno che ha saputo ispirarmi sia con le azioni che con il suo carattere. L’enfasi posta sul rifiuto della coercizione sugli altri, e la fiducia invece nell’autoemancipazione e negli accordi volontari è esattamente ciò che noi, come genitori, a prescindere dalla razza, cerchiamo di insegnare ai nostri figli oggi, mentre li prepariamo a dare il meglio nella loro vita. E nonostante il fatto si tratti di un duro lavoro e di un sacrificio (come ogni vero successo), che lo rende un messaggio che molti non vogliono sentire, è vero e prezioso tanto oggi quanto lo era durante gli anni di Booker. T. Washington

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agoraRipropongo la lettura di Cui bono?, tratto da “La teoria di Classe Agorista” di Sam Konkin

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“Il libertarismo è stato definito da William F. Buckley “apriorismo estremo” (in riferimento a “Notes Toward an Empirical Definition of Conservatism” di Murray N. Rothbard). In effetti, i libertari possono volentieri ingaggiare la sfida, se non l’implicazione peggiorativa, di eresia.

La fondamentale premessa libertaria della non aggressione – l’opposizione inflessibile a tutte le forme di inizio della violenza e della coercizione contro la vita e la proprietà – fornisce al libertario che analizza il contesto sociale e cerca di individuare le modalità con cui interagire con esso, un rasoio logico di eccezionale affilatura con cui, può asportare il grasso dei vari retaggi ideologici e conservare carne magra per genuini nutrimenti della sua comprensione. Forse nessun’altra ideologia, nemmeno il marxismo, dispone di una tale qualità di integrazione e auto-coerenza, come indicato dalla sorprendente rapidità con cui questa nuova e complessa teoria viene trasmessa ai nuovi libertari.

Quanto segue, è un eccellente esempio di “Rasoio di Rothbard” utilizzato nella sintesi di un approccio e nella comprensione in un’area quasi priva di fonti libertarie.

L’autore riconosce prontamente che il suo unico contributo originale in quest’ambito è stato quello di raccolta e organizzazione di scritti sparsi assorbiti durante la sua maturazione intellettuale, che è stata abbastanza fortunata da coincidere con quella del libertarismo. Soprattutto, il riconoscimento è rivolto al Libertarian Forum, al Dr, Murray N. Rothbard e agli studiosi che ha ispirato.

I. Analisi economica della teoria di classe libertaria.

Il Dr. Rothbard ha portato a conclusione l’intuizione maturata da John C. Calhoun, secondo cui lo stato – che noi riconosciamo come monopolio della legittimità della coercizione – divide gli uomini in due classi. Il sistematico saccheggio dello stato ai danni della popolazione in generale e la successiva distribuzione di questa ricchezza, necessariamente distorcono l’allocazione della proprietà esistente in un libero mercato.

Per libero mercato, i libertari intendono quello in cui tutti i beni ed i servizi sono scambiati volontariamente. Un’analisi degli scambi involontari è fornita da Power and Market del Dr. Rothbard.

In sintesi, le risorse consumate dagli individui che compongono la burocrazia dello stato, costituiscono il guadagno netto di tali detentori del potere (che altrimenti non farebbero parte del meccanismo) e costituiscono una perdita netta per le loro vittime, anche se le briciole sono state distribuite per quanto possibile equamente. In pratica, quanto più viene consumato dagli statalisti e dai loro beneficiari selezionati, tanto più le vittime perdono. Questa è la divisione fondamentale rilevata da Calhoun e da Rothbard: la divisione della società in una classe di sfruttatori che ha un guadagno diretto dall’esistenza dello stato, e una classe di sfruttati che incorre in una perdita certa a causa dell’esistenza dello Stato.

Il problema che subito emerge è che quasi tutti, nel moderno complesso dell’economia ibrida, guadagnano o perdono dalle azioni dello stato. Separare e contabilizzare è estremamente difficile.

I libertari ne converranno in primo luogo, però essi devono rispondere che ognuno può migliorare il carattere morale della propria vita sforzandosi di comprendere la natura delle fonti di ricchezza, massimizzando quelle non coercitive e minimizzando quelle coercitive; in secondo luogo, che la condizione di quelli che soffrono o traggono beneficio da un estremo disequilibrio può essere individuata ed affrontata. Quelli che palesemente soffrono per una pesante oppressione meritano l’attenzione e la priorità da parte di quei libertari umanisti interessati ad alleviare le pene delle vittime dello stato. Quelli che manifestamente guadagnano opprimendo attraverso lo Stato (la “classe governante”) possono essere giustamente sospettati di dirigere la politica di stato e diventare obiettivi prioritari di quegli attivisti libertari interessati a realizzare una società giusta.

II. Analisi storica della teoria di classe libertaria.

Il Dr. Rothbard è stato fortemente influenzato dal lavoro del sociologo tedesco Franz Oppenheimer (The State) e del suo discepolo americano, Albert Jay Nock (Il nostro nemico, lo Stato). Oppenheimer distingue due mezzi per l’acquisizione della ricchezza in mezzi economici e mezzi politici. Essi rispettivamente producono la ricchezza acquisita volontariamente sul mercato e la ricchezza acquisita attraverso il potere coercitivo.

Mi sono appassionato ad utilizzare il seguente paradigma per sintetizzare la tesi di Oppenheimer. Tranquilli agricoltori e agoristi (agorà = piazza del mercato) sono impegnati nella produzione e nel commercio, con giudici, forse sacerdoti e capi che organizzano sistemi di difesa contro tribù di predatori e bande di ladri nomadi.

Queste bande di selvaggi razziano tali comunità produttive per proprio guadagno parassitario, appropriandosi di tutti i beni rimovibili, schiavi compresi, e distruggendo la ricchezza stanziale attraverso l’incendio, lo stupro, e l’omicidio. Anche se in costante successo, i leaders di questi predoni presto si rendono conto che il loro comportamento potrebbe esaurire in fretta le fonti di ricchezza. Il primo passo verso la civiltà è allora quello di lasciare ricchezza e popolazione sufficiente alla ricostruzione, in modo tale da consentire nuove irruzioni in seguito. I parassiti cessano di essere una minaccia fatale per i loro ospiti.

Naturalmente, la minaccia di un raid annuale durante il raccolto, ad esempio, sarebbe in qualche modo scoraggiata in quanto comprometterebbe la produttività delle vittime. I barbari più illuminati passano alla fase successiva – occupando la comunità agorista, istituzionalizzando e regolarizzando il saccheggio e lo stupro (ad esempio con l’imposizione fiscale e lo Ius primae noctis).

Questi governanti cercano di contrastare sfiducia, risentimento, e ribellione alleandosi con (o corrompendo) i sacerdoti affinché essi enfatizzino il ruolo della classe dirigente convincendo le vittime che esse traggono effettivamente un vantaggio dalla presenza di questi “protettori dell’ordine”.

Più tardi nella storia, man mano che la popolazione perde interesse verso la religione, questa funzione di creatori della mistica per il controllo della mente, sarà ripresa dalla corte degli intellettuali. I saccheggiatori possono anche sorgere internamente. Forse i capi militari e i sacerdoti nativi, vedendo gli esempi che li circondano, convincono la gente del posto che anche loro hanno bisogno di una forza permanente per difendere la comunità contro l’invasione dagli stranieri. Creando la stessa mistica, i protettori diventano il saccheggiatori e un nuovo stato è nato.

La teoria di Oppenheimer completa alla perfezione l’analisi di Calhoun e Rothbard rivelando le origini degli stati odierni. Per uno studio dei moderni stati-nazione e dell’attività delle loro strutture di classe ci rivolgiamo agli storici revisionisti.

III. Contributi revisionisti alla teoria di classe libertaria

La Prima Guerra Mondiale ha spaccato il corpo intellettuale liberale e radicale. Anche gli anarchici si sono divisi sulla questione guerra. Tra gli storici, i gruppi di oppositori alla guerra, iniziavano a riesaminare i dati per provare la correttezza della loro opposizione e dimostrare ai più ideologizzati sostenitori della guerra come essi fossero stati ingannati e resi servi dei “profittatori” plutocratici della guerra, dei cavilli politici e di un celato imperialismo. La disillusione diffusa con il trattato di Versailles ha aiutato tali revisionisti e ha guadagnato l’accettazione generale delle loro esposizioni. Charles Beard, Harry Elmer Barnes, Sidney Fay, J.W. Dolore, e W.L. Langer negli Stati Uniti; J.S. Ewart in Canada; Morel, Beazley, Dickinson, e Gooch in Inghilterra; Fabre-Luce. Renouvin, Demartial in Francia; Stieve, Montgelas, von Wegerer, e Lutz in Germania; Barbagallo, Torre, e Lumbroso in Italia: questi storici divennero molto in auge, specialmente quando sorsero leaders tra le forze sconfitte per rivedere i termini del trattato, e pacificatori tra quelle vincenti per rispondere a tale esigenza.

La Seconda Guerra mondiale provocò una nuova divisione, con Beard, Barnes, Charles C. Tansill negli Stati Uniti, e F. J. P. Veale ed A. J. P. Taylor che rimanevano (o diventavano) Revisionisti della Seconda Guerra, mentre gli altri andavano a prostituirsi dopo la “guerra perpetua per la pace perpetua” (originariamente “New War to the End of all Wars”, ma è quasi certo che SEKIII stesse citando A.C. Beard, già nominato nel testo e autore della definizione qui tradotta). Questa volta, le forze vincitrici riuscirono ad imporre un “black-out storico” sui Revisionisti attraverso l’influenza degli intellettuali di corte diffusa nelle Università finanziate dallo stato e nelle pubblicazioni storiche. Coraggiosi dissenzienti venivano tacciati di simpatie naziste nonostante molti potessero vantare impeccabili credenziali liberali e socialdemocratiche.

Il Fronte Revisionista americano ha avuto qualche momento di successo, ma l’attività del fronte revisionista europeo rimane un’attività malfamata.

Il revisionismo sulla guerra fredda è in qualche modo meno accreditato rispetto a quello sulla prima guerra mondiale, ma più accettato del riesame sulla seconda guerra. In modo più incoraggiante, storici “marxisti deviazionisti” e legati alla New Left, i quali vennero introdotti al Revisionismo per via della loro avversione alla Guerra del Vietnam, iniziarono a guardare indietro per trovare le radici della moderna politica estera. A sinistra, Weinstein e Gabriel Kolko integrarono la Storia Revisionista della politica estera con la ricerca sulla classe dominate interna. A destra, i Birchers (membri della John Birch Society, un’organizzazione anticomunista americana fodata nel 1958 N.d.t.), abbandonando la loro teoria del demonio comunista internazionale, svilupparono gradualmente una “Teoria della Cospirazione” meno isterica, attraverso l’esposizione delle macchinazioni dei plutocrati americani.

The Higher Circles di G. William Domhoff inizia l’opera di sintesi delle varie correnti del revisionismo in una sola semplice tesi, con l’apporto delle ricerche sociologiche contenute in Power Élite di C. Wright Mills. Domhoff, un simpatizzante di sinistra, dedica una sezione del suo libro a uno dei primi teorici della cospirazione, Dan Smoot, simpatizzante di destra, che riteneva fosse in buona parte condivisibile. Da allora, l’opera di Smoot è stato rimpiazzata da None Dare Call It Conspiracy di Gary Allen.

IV. Teoria di classe libertaria applicata alla politica interna.

Beard ritorna alla secessione americana dall’Impero Inglese con il suo Economic Interpretation of the Constitution”. I libertari tendono a iniziare con il periodo di relativo laissez-faire del tardo diciannovesimo secolo americano, esaminato da Kolko nel suo magnifico Triumph of Conservatism. Kolko devia dal marxismo ortodosso sostenendo che i malvagi capitalisti non hanno stabilito le loro regole a causa della inevitabile concentrazione di potere economico verificatasi con il capitalismo, ma piuttosto hanno complottato per ottenere l’aiuto dello stato nella distruzione di un mercato semilibero competitivo troppo trionfante che minacciava la stabilità a lungo termine dei loro profitti.

Kolko mette in luce in maniera prorompente come la massiccia regolamentazione dei trasporti e la legislazione anti-trust difesa dal movimento antimonopolista progressista fosse attivamente sostenuta da potenti uomini d’affari come Andrew Carnegie, Mellon, Morgan, e Rockefeller. Nel 1905, la National Civics Federation venne creata per combattere contro le tendenze “anarchiche” del laissez-faire verso cui era orientata National Association of Manufacturers (la gran parte dei piccoli imprenditori dai modesti interessi personali vuole crescere, non inculcare agli altri le proprie opinioni e decisioni).

I membri del NCF venivano esortati a sostenere legislazione e regolamentazione del lavoro al fine di integrare l’aristocrazia del lavoro come socio junior nell’emergente nuova classe dirigente. Con gli anni, le alte cerchie diedero vita al Council on Foreign Relations per influenzare la politica estera (legandosi a livello internazionale a gruppi simili dell’Europa Occidentale attraverso il “Bilderbergers”) e al Committee for Economic Development per condizionare la politica interna degli Stati Uniti.

Recentemente, Ralph Nader si è detto stupito per aver scoperto che la maggior parte dei Regulatory Boards è guidata dalle stesse corporazioni che sono preposte a controllare. Uno può solo iniziare a immaginare ciò che la gente del CFR-CED sta facendo con il Wage-Price Controls.

Il clic-claque (gioco di parole intraducibile, letteralmente significa “istantanea”, ma claque nel gergo canadese francofono può significare anche “persone pagate per applaudire”, ndt) è pronta per un’equa rappresentazione del big business, delle grandi unioni sindacali e dello stato. Sorpresa!

V. Teoria di classe libertaria applicata alla politica estera.

Il finanziamento della Prima Guerra Mondiale è legato ad alcuni aneddoti incredibili. Ad esempio, c’erano i fratelli Warburg, uno che finanziava lo sforzo bellico tedesco, l’altro che finanziava quello degli alleati. C’erano miniere di bauxite in Francia che rifornivano di alluminio l’aeronautica militare tedesca, e le attività dei “mercanti di morte”, produttori di munizioni che vendevano ad entrambe le parti in guerra sarebbero comiche se i milioni di morti potessero essere dissociati. La moderna teoria revisionista inizia con i tentativi della Banca di Inghilterra di ripristinare il valore della sterlina. La massiccia inflazione provocata dalla guerra rendeva impossibile riportarla al suo valore aureo pre-bellico, l’urgente ricostruzione della Germania aveva condotto all’iperinflazione e il crack-up boom demoliva l’economia tedesca (portando il paese al putsch del 1923).

Il banchiere Montagu Norman si incontrò con alcuni finanzieri americani in Georgia allo scopo di svalutare la moneta degli Stati Uniti per migliorare la posizione della sterlina. Nel frattempo, gli inglesi avevano già convinto i loro satelliti nell’Europa orientale (creati tra l’URSS e la Germania da quel perfido Trattato) a seguirli nella loro politica economica.

L’inflazione causata dal board della Federal Reserve nei ruggenti anni venti (un’esplosione alimentata dalla stessa espansione monetaria) condusse al crack, alla Depressione e agli squadristi fascisti del NRA e dell’IRS di Roosevelt che razziavano le case per sequestrare il metallo recentemente bandito, l’oro.

Ovviamente, le autocrazie fasciste europee, liberate dal controllo dei plutocrati del mondo, impegnate nella competizione con i loro propri interessi, provocarono la ritorsione della Seconda Guerra Mondiale.

Questo volta, il complesso militare-industriale americano non fu smantellato (vedi Revisionist Viewpoints di James J. Martin per la ristampa di un discorso veramente raccapricciante dato nel 1940 per sostenere proprio ciò e in cui si chiedeva agli uomini d’affari di unirsi ad esso — dove “esso” è l’imminente Nuovo Ordine Mondiale). Una nuova minaccia alla Pace internazionale si era resa necessaria e meno di due anni dopo il termine della “Seconda Guerra per la fine di tutte le guerre”, Churchill annunciò che “una cortina di ferro era calata in Europa”.

Una corposa ricerca sui beneficiari plutocratici della Guerra del Vietnam è in corso, allo stesso tempo sappiamo molto meno riguardo a chi giova il conflitto Medio Oriente. Alcuni libertari hanno già iniziato a individuare gli interessi della classe sfruttatrice composta dall’élite del potere per poter prevedere la prossima Guerra.

VI. Interpretazioni alternative.

A. Marx

Mentre il determinismo storico-economico marxista porta molti studiosi del campo a conclusioni analoghe a quelle dei libertari, esso contiene diversi errori fatali – oltre alle evidenti distorsioni economiche. La necessità di una rigida adesione all’interpretazione della lotta di classe basata sul possesso della ricchezza anziché sui mezzi della sua acquisizione e sull’inesorabile arrivo della rivoluzione del proletariato per mezzo delle forze organizzate del lavoro, conduce il marxista a reinterpretare e a razionalizzare le proprie conclusioni per adattarle al contesto ad ogni costo.

Forse, in modo altrettanto devastante, il marxismo è oggi una “religione” che giustifica l’esistenza di dozzine degli stati nel mondo, e i marxisti giocano ora a fare gli intellettuali di corte sopprimendo i revisionisti sul loro cammino.

B. Consenso

La Scuola del Consenso, il gruppo dominante degli storici di corte in Occidente, nega l’esistenza delle classi. Mentre vi possono essere stati empi sfruttatori nel passato, oggi sono stati avviati e assicurati alla giustizia con l’Era Progressista, il New Deal, il Fair Deal, la Nuova Frontiera, la Grande Società, e qualunque cosa deve avvenire.

A noi lasciano immaginare che tutti questi plutocrati stiano facendo fortune sul fallimento dei riformatori precedenti per scoprire tutte le inadeguatezze e le imperfezioni economiche del libero mercato.

E se i plutocrati che hanno guadagnato di più dall’intervento statale hanno sostenuto Roosevelt, Wilson, Roosevelt, Truman, Kennedy, Johnson, e chiunque subentrerà a Nixon… sarà stato per caso, per una serie di coincidenze, se queste persone, pur incapaci di capire i propri veri interessi, si sono comunque arricchite?

C. Rand

Nessuno accuserebbe Ayn Rand di essere uno storico competente o una caposcuola di storiografia. Purtroppo però, la sua teoria trasmette un’implicita interpretazione della storia che si conserva in molti di quelli che hanno disertato l’oggettivismo per il libertarismo. A suo avviso, in modo analogo alla scuola del consenso, ma dall’alto di un giudizio morale, i pacifici e produttivi capitalisti erano tutti impegnati a fare del bene nel diciannovesimo secolo, quando arrivò l’orda dei progressisti collettivisti ubriachi di statalismo ed ebbri di altruismo a razziare i loro profitti e a posare le loro viscide mani sulle loro attività (rigorosamente tra adulti consenzienti). Avendo assorbito troppo altruismo collettivista essi stessi, i capitalisti abbandonarono la battaglia intellettuale per la libertà e cercarono pragmaticamente di adeguarsi al nuovo sistema, che li portò a sostenere tiranni pragmatici come plumbers di Nixon.

Benché io non sia certamente in disaccordo con la necessità di indirizzare una buona parte degli uomini d’affari ad una visione etica e filosofica, la non conoscenza (e/o l’ignoranza) della Rand dei potenti con interessi personali nello stato lascia l’oggettivista con la tattica del dibattito da salotto e del pamphletismo come sua unica difesa contro le armi e le prigioni dello statalista. Che frustrazione deve aver provato l’Oggettivista sentendo che Richard Nixon ha letto “La rivolta di Atlante” senza ancora aver visto la luce! Se solo David Rockefeller lo ascoltasse per un minuto…

VII. Valore della teoria di classe libertaria.

Diverse buone ragioni sono già state suggerite in questo articolo per lo studio e l’applicazione della teoria di classe libertaria. Comprendere la natura del nemico non guasta mai quando lo si deve affrontare. Facendo della Casta dell’Interesse Personale un tema su cui dibattere, i vermi plutocratici, strisciando da sotto, possono portare la pressione dell’opinione pubblica a forzare l’élite del potere a prendere atto del dissenso e a rinunciare alla loro intollerabile attività.

Convincendo i New Leftists e i Birchers che voi siete consapevoli del problema e potete spiegare la Cospirazione della Classe Dominante dovrebbe anche meglio aiutarvi nel reclutare persone alla causa della libertà. Trattare gli Intellettuali di corte come strumenti degli interessi che si supponeva essi avessero dovuto abbandonare nella loro presunta ricerca della Verità e dell’Illuminazione, potrebbe scuotere bruscamente qualche accademia e compromettere la credibilità di questi moderni stregoni che ci propinano il loro sofisticato voodoo.

Murray Rothbard esorta l’attivista libertario a bruciare di passione per la giustizia. Se tale è la nostra questione, allora la Teoria di Classe libertaria è indispensabile alla scoperta di quelli che hanno imposto lo statalismo su di noi, e di chi con le mani insanguinate intasca il bottino.

La giustizia dei tempi passati è necessaria per una nuova libertà.

[Questo articolo è apparso la prima volta in New Libertarian Notes #28, nel dicembre del 1973.]”

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krugman1A cosa è dovuto il fatto che, ormai da tempi immemori e con un’imbarazzante regolarità, ogni previsione proveniente dagli economisti mainstream (keynesiani a cui non disdegnano di unirsi, talvolta, i monetaristi à la Chicago Boys, forse troppo sbrigativamente annoverati tra i liberisti) si è rivelata puntualmente sbagliata?
Sostanzialmente ad una profonda ignoranza riguardo l’essere umano, a cui si somma un fatale errore metodologico di cui ci parla Per Bylund in questo articolo.

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Al momento, la conclusione a cui più o meno tutti sono giunti, sembra essere che vi sia la necessità di un nuovo insieme di teorie economiche, di teorie del mercato – di teorie della “crisi economica”. La ragione di questa esigenza è il fatto che “nessuno” aveva previsto la recessione e la crisi attuali e che le previsioni fatte, comunque, si sono rivelate sbagliate, proprio come c’era da aspettarsi.
In effetti, mentre molti economisti prevedevano un continuo aumento della crescita e della ricchezza, il futuro reale si rifletteva in un’economia in caduta libera con un certo numero di imprese ed interi settori ormai al collasso.

In un editoriale del National Post l’ovvia questione è stata posta: A cosa servono gli economisti? Domanda quanto mai opportuna, soprattutto perché non vi è stato alcun tentativo di trovare dei responsabili, nessun vero dibattito pubblico sulle ragioni per cui tutte le previsioni si sono rivelate errate e nessuna conseguenza per i professionisti dell’economia autori di quelle previsioni. Dopo tutto, gli economisti mettono spesso in evidenza il fatto che certi provvedimenti vengono presi sulla base delle ipotesi razionali riguardanti le loro conseguenze e che tutti i provvedimenti hanno conseguenze di qualche tipo. L’esercito degli economisti previdenti dev’essere chiaramente un’eccezione a questa regola.

Tra i professori di sociologia è frequente una battuta: dite ciò che volete agli economisti, tanto vi sarà data sempre una risposta lineare e precisa – che sappiamo sarà sempre sbagliata. Pertanto, la domanda dell’opinionista del National Post dovrebbe essere ben inquadrata, perché è una domanda importante: perché esistono gli economisti?

C’è tuttavia una domanda ancor più importante, soprattutto per gli economisti che fanno tutte queste previsioni “sempre sbagliate”, e riguarda cosa rende tali previsioni sempre sbagliate. La risposta risiede nell’errore contenuto in un famoso (o infame?) articolo di Milton Friedman dal titolo “Metodologia dell’Economia Positiva” (invito i lettori a inserire in Google: “The Methodology of Positive Economics”, Friedman per scoprire quale sito lo propone per primo, N.d.t.) e nell’operato di quelle persone che ne hanno seguito gli insegnamenti o che tuttora li seguono.

L’economia confida sul fatto di essere una scienza deduttiva, vale a dire che le nuove conoscenze vengono dedotte direttamente e logicamente da premesse ed ipotesi autoevidenti. Friedman sosteneva che non importa se le ipotesi sono sbagliate finché è possibile ricavarne regole generali che consentano di fare previsioni sufficientemente affidabili e abbastanza vicine alla verità. Egli si riferiva ad una teoria economica che mira ad essere una scienza naturale, in cui l’esattezza sia nel contempo fondamentale e possibile.
In economia, però, dobbiamo imparare che la precisione non è né possibile né fondamentale.

Al fine di disporre di una scienza positiva e rigorosa, in grado di fornire previsioni precise, si dovrebbe disporre della comprensione (nel senso weberiano del termine – verstehen) e basarsi esclusivamente sui freddi dati. Non è possibile fare previsioni senza che l’oggetto di studio sia perfettamente osservabile e chiaramente definibile. Ma cosa avviene se si applica questo metodo all’azione umana, che è il cuore di quanto viene studiato in economia? Sono le cause, la natura e le conseguenze delle azioni umane perfettamente osservabili e chiaramente definibili? Come si fa a misurare la causa delle azioni di un individuo? La sua scelta di agire? L’azione stessa? Le sue conseguenze?

Quest’ultima si avvicina alla prima, ma non possiede neanche lontanamente le proprietà degli oggetti studiati nel campo delle scienze naturali. Mescolando x grammi di A con y grammi di B creeremo sempre la sostanza C, ed esponendo D ad E o F si può sempre dimostrare esattamente che otterremo Z – ma sottoporre ad M un individuo non significa necessariamente che otterremo lo stesso effetto come se sottoponessimo ad M un altro. Le persone, semplicemente, non rispondono sempre ciecamente allo stesso modo alle influenze esogene, c’è tutta una serie di altre cose che sono importanti almeno tanto quanto lo sono alcune influenze. Alcuni lo chiamano “libero arbitrio”, ma non è necessario arrivare alla metafisica o alla meditazione religiosa per rendersi conto che le persone non sono né pietre né (semplici) animali.

Il problema della previsione economica è proprio l’ipotesi basilare che si possa “facilmente” predire il risultato dell’azione di numerose persone innestandovi delle variabili che influenzano le scelte di alcune persone. Non si tratta semplicemente del caso che diversi individui scelgono di agire allo stesso modo, quando esposti a (o influenzati da) gli stessi stimoli. I nostri corpi possono – possono – reagire allo stesso modo, ma non le nostre menti.

A questo alcuni potrebbero replicare: grazie alla legge dei grandi numeri, malgrado gli individui non siano tutti uguali, è possibile approssimare il risultato delle nostre conclusioni. Quando la legge dei grandi numeri è applicabile, si può tranquillamente supporre che, se disponiamo di un campione sufficientemente ampio, anche i dati asimmetrici o potenzialmente non rappresentativi verranno fuori e scopriremo così la Verità sugli esseri umani. Ma questo non cambia il problema pratico, ovvero il fatto che stiamo ancora approssimando, solo con una maggiore quantità di dati ed individui.

Anche se si accetta la legge dei grandi numeri come motivo sufficiente per confidare sulle statistiche al fine di comprendere le persone, dobbiamo affrontare il problema del loro non essere uguali. Quelle persone che, essendo limitatamente razionali, preferiranno sempre il più al meno (conseguenza diretta della definizione scegliere) non indicano che si sceglie un risultato particolare rispetto ad un altro in ogni situazione. Ogni persona potrà effettuare una valutazione soggettiva delle proprie preferenze stabilendo un ordine di priorità, quindi fare una scelta sulla base di ciò che egli conosce in merito a tale ordine (questo è il processo decisionale, sia che esso venga effettuato riflessivamente e consapevolmente oppure no). Tuttavia, tale scala di priorità potrebbe variare a seconda delle circostanze, nonché in base a ciò che l’individuo nel frattempo ha appreso.

Fare pronostici perfetti alla maniera proposta da Friedman significa dover sottrarre le peculiarità dell’essere umano ad ogni individuo, al limite l’individuo stesso, allo scopo di fare calcoli precisi. Che cosa abbiamo da imparare, sapendo che persone senza personalità e senza “profondità interiore” (ciò che alcuni chiamano anima) dovrebbero necessariamente agire in base alle nostre previsioni? Probabilmente non molto.

Inoltre, le previsioni si basano sull’estrapolazione che va ben al di là di quanto possa considerarsi ragionevole. Stabilire la valutazione dei rischi quotidiani di una persona ed i costi di cui essa è disposta a farsi carico per evitare tali rischi, e di tradurli in un importo monetario, non necessariamente ci fornirà la conoscenza univoca delle scelte preferite da un individuo. Non ne consegue, insomma, che accetterebbe l’elevato rischio di perdere la vita, se fosse stato pagato un multiplo del costo che era disposto ad assumersi per rischi più piccoli.

Previsioni di questo tipo sono banalmente impossibili. Allora, a cosa servono gli economisti?

La risposta a questa domanda è che non abbiamo bisogno della maggior parte degli economisti, ma, al tempo stesso, che abbiamo bisogno più che mai di economisti. Il motivo di questa affermazione è che l’esatta previsione degli economisti circa il risultato delle scelte di centinaia o migliaia (o milioni o miliardi) di individui simultaneamente, è priva di valore, la loro metodologia è profondamente sbagliata ed essi non sono nient’altro che impostori che dovrebbero essere trattati come tali.

Ma, mentre pensiamo a cosa farne delle previsioni degli economisti, abbiamo anche bisogno di trovare veri economisti capaci di capire il mercato e di spiegare alle persone come esso funziona e ciò di cui abbisogna affinché possa funzionare nel migliore dei modi. Sono veramente pochi gli economisti che capiscono cos’è il mercato, come emerge l’ordine spontaneo, come sussiste e cosa produce. Questi economisti erano in grado di prevedere molto tempo fa che ci stavamo dirigendo verso il disastro, e in effetti lo hanno fatto. Hanno anche pubblicato i loro moniti, ma nessuno si è preso la briga di starli a sentire. E con “nessuno” qui si intendono gli economisti previdenti e l’élite politica che generalmente li assume.

Gli economisti devono fare ciò che le imprese hanno fatto molto tempo fa: tornare alle basi. Non c’è bisogno di eserciti di economisti che tentano di prevedere con esattezza i risultati delle politiche pubbliche, della variazione dei tassi di interesse, o delle politiche monetaria. Il ruolo degli economisti previdenti non è quello di conoscere il futuro o la politica, ma, come “utili idioti”, di mascherare tentativi ciechi, naive ed ignoranti di condizionare le scelte delle persone attribuendo al controllo della società una parvenza di scientificità. E fungono ottimamente anche come capri espiatori quando le loro previsioni si rivelano sbagliate e dinanzi alle persone coinvolte nei loro calcoli, possono nascondersi dietro al paravento delle loro “buone intenzioni”.

Ciò di cui abbiamo bisogno è di economisti reali che non si impegnano nel futile tentativo di fare previsioni “scientificamente” esatte circa le scelte future delle persone. Abbiamo bisogno di persone che ci dicano come funziona il mercato, in modo da poter cogliere pienamente i frutti del nostro duro lavoro e di trarre profitto dai rischi che ci assumiamo.

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strabism

È singolare come coloro che hanno riposto totalmente la fiducia nella democrazia rappresentativa, sistema spacciato come la più sopraffine forma di egualitarismo sociale, finiscano poi per attribuire alla classe dei governanti, quelli che loro chiamano “i nostri rappresentati”, facoltà e capacità di giudizio che negano a se stessi.
Non accorgendosi di delegare incondizionatamente la propria sovranità, cadono così nell’illusione di poter contare sull’occhio vigile del governo che veglierà su di loro, affrancandoli dal rischio di poter cadere tra le fauci degli avidi speculatori affamati dei loro risparmi. Come riescano a spiegarsi l’ordinario ripetersi di episodi di frode – in cui, guardacaso, le agenzie governative di riffa o di raffa compaiono sempre – rimane per me un mistero.
Potrebbe aiutarli, James L. Payne, con questo articolo comparso sull’ultimo numero di The Freeman, in cui spiega limpidamente l’infondatezza di una simile convinzione.

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Quando si tratta di regolamentazione, l’eterna speranza sboccia a Washington, DC. Non importa quanti codici e decreti riempiano già le biblioteche di legge, i legislatori sembrano ugualmente credere che poche centinaia di migliaia di pagine di regolamenti in più daranno al paese il giusto assetto.

Purtroppo, questa fiducia nella regolamentazione si basa su un errore logico. Io la chiamo “la fallacia dell’occhio vigile”, per usare la locuzione coniata dal neo-presidente. Nel suo discorso inaugurale il 20 gennaio 2009, Barack Obama ha detto, “Né la domanda che ci dobbiamo porre è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere e di ampliare la libertà è fuor di dubbio, ma la crisi ci ha ricordato che, senza un occhio vigile, il mercato può sfuggire al controllo”.

A prima vista, questo sembra un punto di vista plausibile. Nessuno può negare che alcune delle persone coinvolte nelle attività del mercato – gli investitori, i broker, i banchieri, i promotori finanziari – siano inette, miopi, o inaffidabili. A causa della loro pochezza umana, esiti disastrosi sono tutt’altro che impossibili. Ad esempio, investitori sconsiderati potrebbero farsi trascinare dall’idea che alcune particolari attività siano il business del futuro. Quando la bolla speculativa scoppia, la contrazione dell’attività economica ricade su Main Street. Oppure, per fare un altro esempio, un venditore disonesto potrebbe mettere sul mercato parti di una cattiva compagnia, lasciando le perdite agli investitori quando verrà scoperta la frode. Per evitare simili drammatiche esperienze, dice Obama, il mercato deve essere controllato e regolato “dall’occhio vigile” del governo.

La fallacia di questa convinzione risiede nel presupposto che i regolatori del governo possano salire al di sopra del limiti umani che si applicano a tutti gli altri individui. Si presuppone che, mentre l’uomo d’affari può essere miope, il senatore sarà lungimirante, o che, mentre il banchiere può essere distratto, il vice sottosegretario non lo sarà.

La stessa roba umana

L’idea che i funzionari del governo siano più capaci potrebbe essere plausibile se essi provenissero da una casta sociale distinta. Se tali funzionari fossero stati allevati sin dalla nascita da un’austera e rigorosa educatrice che ha impartito loro eccezionali standard morali ed accademici, poi affinati in esclusivi istituti di formazione specialistica, forse, vi potrebbe essere una ragione per ritenere che siano migliori rispetto a noi. Ma i funzionari del governo non possiedono una formazione dal carattere distintivo. L’uomo d’affari che, a causa di una cattiva fama viene messo in disparte nei rapporti del settore immobiliare, può diventare senatore e il banchiere che si è rivelato poco oculato nella gestione degli investimenti diventare sottosegretario al Tesoro. Questa nuova carica lo rende improvvisamente saggio?

Poiché anche loro sono fatti della nostra stessa materia umana, è irragionevole aspettarsi che i funzionari del governo possano correggere gli errori che vengono compiuti sul mercato. Uno sguardo ai fallimenti del mercato a cui Obama ha accennato nel suo intervento mette in luce questo aspetto. Prendete la bolla speculativa immobiliare. Hanno forse i senatori visto il pericolo prima di tutti noi e promulgato leggi per limitare l’acquisto di beni immobili? Naturalmente no. Al contrario, hanno concorso al boom edilizio insieme a tutti gli altri.

Un altro esempio è stato il boom dei prestiti subprime. Hanno i legislatori vietato alle banche di concedere prestiti ad acquirenti insolvibili? No, al contrario è stata la classe politica che nel 1977 passò la Community Reinvestment Act, legislazione che, alla fine, ha costretto le banche commerciali a concedere prestiti a mutuatari con basso rating creditizio. Hanno i legislatori vietato a Fannie Mae e Freddie Mac di acquistare i mutui subprime? No, hanno incoraggiato e protetto quelle istituzioni anche dopo che gli analisti li avevano avvertiti che erano pericolosamente esposte.

Ignorare l’odore delle prove

Magari i funzionari governativi non saranno abbastanza svegli da evitare i cattivi trend d’investimento che ingannano tutti noi, ma perlomeno possono fermare gli operatori fraudolenti, giusto? Non proprio. Dopotutto, coloro che si dedicano a pratiche ingannevoli appaiono come rispettabili manager e affidabili consulenti d’investimento. Non a caso, ingannano ordinariamente gli investitori. Perché dovremmo aspettarci funzionari del governo improvvisamente accorti che vanno a cercare incendi laddove nessun altro vede il fumo?

Infatti, anche quando i burocrati sentono odore di fumo, sembra siano riluttanti a sospettare del fuoco. Il famoso caso degli investimenti truffa ad opera di Bernie Madoff è particolarmente istruttivo. Pochi insiders del settore degli investimenti sapeva che qualcosa serpeggiava nella sua compagnia. Uno, Harry Markopulos, scoprì la frode nel 1999 e inviò alla Securities and Exchange Commission, una dettagliata relazione dei 29 motivi per cui, come dal titolo della sua relazione, “Il più grande fondo speculativo al mondo sarebbe stato una frode”. La SEC esaminò la questione senza trovare nulla di irregolare. Dopo che lo scandalo scoppiò nel 2008, l’imbarazzato presidente della SEC, Christopher Cox, espresse il suo rammarico per i “molteplici errori” del suo staff che indussero l’agenzia a non accorgersi della frode.

L’idea che il governo possa regolare il mercato in modo giusto e sicuro è un’illusione, un inganno radicato nella convinzione che lo stato è un ente divino che vigila costantemente sulle azioni del genere umano. Il governo, purtroppo, è formato da uomini comuni, uomini e donne con la stessa mancanza di comprensione che rende fragili tutte le istituzioni umane.

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plutocracyHo tradotto il saggio con cui Keith Preston ha vinto il mese scorso il Libertarian Alliance Essay Competition. Lo reputo un testo molto interessante, benché personalmente non ne condivida per intero il contenuto, in quanto mette in luce un aspetto che a mio avviso, e chiaramente anche a parere dell’autore, molto spesso i libertari e sostenitori del libero mercato tendono a sottovalutare: il ruolo delle élites plutocratiche in quello che, erroneamente, viene definito “sistema capitalista”. Tale sistema dovrebbe infatti essere il prodotto della libera imprenditorialità in cui ogni agente investe capitali (denaro, tempo, competenze o beni) al fine di conseguire un profitto. Ciò chiaramente lo espone a dei rischi che tuttavia tendono ad essere più limitati, quanto più il mercato è sgombero da imposizioni arbitrarie che distorcono il naturale processo scaturito dall’incontro di domanda e offerta.

Stando così le cose, sembrerebbe inutile sottolineare che oggigiorno tutto siamo tranne che una società capitalista. Il sistema politico-economico in cui viviamo, perlomeno in occidente, si potrebbe infatti descrivere come fascismo-sociale o più propriamente corporativismo. Un sistema cioè dove non è la capacità di impresa a determinare il successo dell’azione economica, bensì una fitta trama di leggi e interventi statali finalizzati a favorire determinati soggetti a scapito di altri. I beneficiari di tali privilegi possono pertanto considerarsi élites plutocratiche, le quali, con il pretesto dello “sviluppo” e inseguendo la folle chimera della “crescita” ad ogni costo, si sono imposte come la vera classe dominante.

Questo saggio ha l’indubbio pregio di fornire una lettura alternativa della storia economica e politica delle società moderne, riuscendo a dimostrare come probabilmente si sarebbe potuto creare un sistema economico davvero sostenibile se non fosse stato per il flagello statalista che si è abbattuto sull’umanità.

L’obiettivo dell’autore è chiaramente quello di esortare i libertari, tutti i libertari, a riscoprire la loro originaria funzione di radicali e intransigenti oppositori allo status quo.

Degna di segnalazione è anche la ricca bibliografia, in parte reperibile in italiano, e l’accurata sezione di note al testo, in cui peraltro trovo i principali argomenti con cui non sono d’accordo.
Come dice Preston, però, non è necessario condividere in toto ogni singola proposta qui avanzata (in particolare mi riferisco alla teoria sui diritti di proprietà esplicata da K. Carson) per riconoscere la sincera vocazione libertaria di cui esse sono portatrici.  

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Un libertario politico, secondo la definizione diffusa, è colui il quale vuole ridurre drasticamente il ruolo dello Stato nella vita sociale umana, al fine di massimizzare la libertà individuale di pensiero, di azione e di associazione. Il naturale corollario dell’anti-statalismo libertario è la difesa del libero mercato in ambito economico. Molti libertari e non pochi conservatori, almeno nei paesi anglofoni, ritengono di essere convinti fautori della libera impresa. Eppure questa difesa è spesso piuttosto selettiva e timida, per non dire altro.
Libertari e conservatori per il libero mercato danno voce all’opposizione verso le imprese statalizzate, i servizi di assistenza sociale e la sanità pubblica, gli istituti educativi sovvenzionati e gestiti dallo stato, gli uffici e le agenzie di controllo, come quelli che regolano il mondo del lavoro, le relazioni tra i gruppi razziali, etnici e di genere, o quelli decidono in materia ambientale.
Tra le molte critiche libertarie, conservatrici o di libero mercato sugli interventi da parte dello Stato nella società, mancano, stranamente, quelle sulla miriade di modi in cui il governo agisce per assistere, tutelare e, quindi, imporre a titolo definitivo, un ordine economico mantenuto per il beneficio delle élites plutocratiche ad esso politicamente collegate. Naturalmente, il riconoscimento di questo fatto ha indotto alcuni a sinistra a fare facile ironia sui libertari, a cui spesso si riferiscono, non proprio affettuosamente, definendoli “repubblicani che si drogano”, o “conservatori permissivi con i gay”, e altri cliché simili.
Alcuni sostenitori della libera impresa risponderanno a tali accuse dichiarando indignatamente la loro opposizione ai tentativi dello stato di salvare dalla bancarotta le corporazioni o di sovvenzionare le imprese con l’apparente scusa della ricerca e dello sviluppo.
Tuttavia, per amore di sostenere un ordinamento economico dominato dalle corporazioni, tali difese sottostimeranno spesso il grado in cui lo stato interviene per creare deformazioni nel mercato. Tali distorsioni derivanti da una pletora di interventi includono non solo bailout e sovvenzioni, ma anche la fittizia infrastruttura giuridica del “soggetto” corporativo, la responsabilità legale limitata, i contratti collettivi, gli appalti pubblici, i prestiti, le garanzie, l’acquisto di beni, il controllo dei prezzi, i privilegi normativi, le sovvenzioni dei monopoli, le tariffe protezionistiche e le politiche commerciali, il diritto fallimentare, l’intervento militare per ottenere l’accesso ai mercati internazionali e per proteggere gli investimenti stranieri, la regolamentazione o il divieto di attività lavorative organizzate, l’esproprio per pubblica utilità, la tassazione discriminatoria, ignorando infine i reati societari e innumerevoli altre forme di favori e privilegi imposte dallo stato. [1]

Forse, il regalo decisivo dello stato all’attuale ordine corporativo è stato ciò che Kevin Carson definisce “la sovvenzione della storia”, un riferimento al processo attraverso il quale gli abitanti indigeni ed i possessori di proprietà terriere furono originariamente espropriati durante il corso della costruzione delle società tradizionali feudali e la successiva trasformazione del feudalesimo in ciò che è ora viene chiamato “capitalismo”, ovvero le società corporativiste e plutocratiche che ci ritroviamo oggi.
Contrariamente ai miti a cui alcuni credono, inclusi molti libertari, l’evoluzione del capitalismo a partire del vecchio ordine feudale non è stata quella in cui la libertà ha prevalso sul privilegio, bensì quella in cui il privilegio si è affermato in nuove e sofisticate forme. Come spiega Carson:

Ci sono due modi in cui il Parlamento potrebbe avere abolito il feudalesimo e riformato i titoli di proprietà. Potrebbe aver trattato i diritti correnti al possesso dei contadini come veri e propri titoli di proprietà nel senso moderno, e quindi abolito le loro rendite. Ma ciò che fece realmente, fu invece trattare i “diritti di proprietà” artificiali delle aristocrazie terriere, nella teoria giuridica feudale, alla stregua di reali diritti di proprietà come li intendiamo oggi; le classi latifondiste ebbero pieno titolo giuridico e i contadini furono trasformati in usufruttuari a tempo determinato senza che alcuna restrizione sulle rendite potesse essere addebitata …
Nelle colonie europee in cui già viveva una vasta classe contadina, gli stati talvolta garantivano titoli quasi feudali alle élites terriere consentendo loro di accumulare rendite grazie a chi già viveva e coltivava la terra; un buon esempio è il latifondismo, che tutt’oggi prevale in America Latina. Un altro esempio è l’Africa orientale britannica. L’autorità coloniale cacciò i contadini locali e sottrasse loro la parte più fertile del Kenya, il venti per cento dell’intero paese, in modo che il terreno potesse essere utilizzato dai coloni bianchi come pagamento-coltivazione (ovviamente, utilizzando il lavoro dei contadini cacciati, obbligati a lavorare la propria ex-terra). Quanto a coloro che rimasero sulla propria terra, essi furono “incoraggiati” ad inserirsi nel mercato del lavoro a salario grazie ad una rigida tassa che doveva essere pagata in contanti. Moltiplicate questi esempi per centinaia di volte e otterrete un briciolo della rapina su grande scala avvenuta negli ultimi 500 anni.
… I proprietari delle fabbriche non erano esenti da colpe in tutto questo. Mises sosteneva che gli investimenti in capitali su cui il sistema industriale è stato costruito in gran parte provenivano dal duro e parsimonioso lavoro di operai che risparmiarono i propri guadagni come capitale d’investimento. In realtà, tuttavia, essi furono piccoli partner dell’élite terriera, con gran parte dei loro investimenti di capitale provenienti sia dall’oligarchia terriera Whig, sia dai frutti del mercantilismo praticato oltremare, dalla schiavitù e dal colonialismo.
Inoltre, i datori di lavoro dell’industria erano soggetti a severe misure autoritarie da parte del governo al fine di tenere sotto controllo i lavoratori e ridurre il loro potere contrattuale. In Inghilterra le leggi di insediamento agivano come una sorta di sistema di passaporto interno, impedendo ai lavoratori di viaggiare al di fuori della loro circoscrizione natale senza il permesso del governo. Pertanto ai lavoratori fu impedito di “votare con i piedi”, alla ricerca di posti di lavoro più remunerativi. Potreste pensare che ciò sarebbe andato a svantaggio dei datori di lavoro nelle aree meno popolate, come Manchester e altri settori industriali del nord. Ma non temete: lo Stato corse in aiuto dei datori di lavoro. Poiché ai lavoratori era vietato migrare di propria iniziativa alla ricerca di una migliore retribuzione, i datori di lavoro erano esonerati dalla necessità di offrire salari sufficientemente elevati per attirare gli agenti liberi; al contrario, furono messi nelle condizioni di “assumere” lavoratori venduti all’asta dalle autorità della Legge dei Poveri della circoscrizione nei termini stabiliti dalla collusione tra autorità e datori di lavoro. [2]

La nazione centroamericana di El Salvador fornisce un ottimo esempio del modo in cui “il capitalismo realmente esistente” è nato. Il popolo indigeno di El Salvador, conosciuto come indiani Pipil, venne sottomesso nei primi anni del sedicesimo secolo dai conquistadores spagnoli. Non fu prima del 1821 che El Salvador ottenne la propria indipendenza dalla Spagna, per poi successivamente diventare una nazione indipendente nel 1839. Il sistema della proprietà terriera nella società salvadoregna era, sul finire del diciottesimo secolo, originariamente comunitario, con diritti di proprietà relegati alle singole città e villaggi Pipil. I prodotti agricoli primari forniti dai contadini erano bovini, indigo, mais, fagioli e caffè. I Pipil essenzialmente praticavano una sorta di lavoro autonomo-collettivo.

Come il mercato internazionale del caffé si estese, alcuni fra i più ricchi e potenti dei commercianti e proprietari terrieri, iniziarono a fare pressione sul governo di El Salvador affinché intervenisse sulla struttura economica della nazione, al fine di rendere l’accumulo della ricchezza personale più rapido mediante l’istituzione di più grandi piantagioni private e attraverso una maggiore irregimentazione della forza lavoro. Di conseguenza, il governo iniziò a distruggere il sistema tradizionale dei diritti di proprietà detenuti da città e villaggi, al fine di stabilire singole piantagioni di proprietà di quelli provenienti dalle classi privilegiate che già possedevano i mezzi di acquisizione del credito. Questo cambiamento fu attuato in diverse fasi. Nel 1846, ai proprietari terrieri con più di 5.000 piante di caffé veniva concesso per sette anni l’esonero dal pagamento dei dazi sull’esportazione e dal pagamento di imposte per un periodo di dieci anni. Le piantagioni di proprietà del governo salvadoregno furono anche trasferite ad individui privati collegati politicamente. Nel 1881, i diritti terrieri comunali posseduti per secoli dai Pipil furono revocati, rendendo l’autosufficienza per gli indiani impossibile. Il governo successivamente rifiutò di concedere anche appezzamenti di sussistenza ai Pipil non appena El Salvador passò sotto il controllo dei grandi proprietari delle piantagioni.
Questa escalation di repressione economica si scontrò con la resistenza e cinque diverse ribellioni contadine si verificarono durante la fine del diciannovesimo secolo. Dalla metà del ventesimo secolo, le piantagioni di caffé salvadoregne, chiamate fincas, producevano il novantacinque per cento delle esportazioni del paese ed erano controllate da una piccola oligarchia di famiglie proprietarie terriere. [3]

La frase “mezzi l’acquisizione di credito” del precedente paragrafo è particolarmente significativa in quanto lo scopo del controllo statale sul sistema bancario e di emissione di denaro serve a limitare selettivamente la fornitura di linee di credito, e ciò a sua volta rende l’imprenditorialità inaccessibile alla maggioranza della popolazione in generale. Infatti, Murray Rothbard sosteneva che i banchieri come classe “sono intrinsecamente propensi allo statalismo” [4] in quanto essi sono generalmente coinvolti in pratiche sbagliate, come la riserva frazionaria del credito, che porterà successivamente alle richieste di assistenza da parte dello Stato, o perché derivano gran parte del loro business dal coinvolgimento diretto con lo Stato, per esempio, attraverso la sottoscrizione di titoli di Stato. Pertanto, la classe bancaria diventa il braccio finanziario dello Stato non solo per sottoscrivere specificamente le attività dello Stato, come la guerra, il saccheggio e la repressione, ma anche servendo a creare e a mantenere una plutocrazia formata da uomini d’affari, produttori, élites politicamente collegate e altri, in grado di ottenere l’accesso alla limitata fornitura di credito nel contesto delle distorsioni del mercato generate dal monopolio dello Stato sulla moneta. [5]

Il processo mediante il quale il “capitalismo”, come è effettivamente praticato nei moderni paesi sviluppati per mezzo di una partenership tra le forze satali e del capitale, piuttosto che attraverso un vero e proprio libero mercato è già stato, molto brevemente, descritto. Resta la questione del modo in cui questo rapporto è stato successivamente mantenuto nel corso degli ultimi due secoli. Il fondamentale studio di Gabriel Kolko sullo storico rapporto tra Stato e capitale fa risalire lo sviluppo di questa simbiosi dall’America del “complesso ferroviario statale” di metà del XIX secolo attraverso la presunta “riforma” della cosiddetta Progressive Era, alla cartelizzazione del lavoro, dell’industria e del governo per mezzo del New Deal [6] di Franklin Roosevelt. In ogni fase dello sviluppo di questo capitalismo di stato americano, i membri della “classe capitalista” – banchieri, industriali, costruttori, imprenditori – essendone direttamente coinvolti, spingevano inflessibilmente per la creazione di un’economia gestita dallo stato il cui effetto sarebbe stato quello di scudo verso i concorrenti più piccoli e meno collegati politicamente, di cooptare i sindacati e generare una fonte di protezione monopolistica e un’entrata libera da costi da parte dello Stato. Simili, se non identici, paralleli si possono trovare nello sviluppo del capitalismo di Stato negli altri paesi moderni. [7]

Infatti, i paralleli possono anche essere tracciati tra le strutture del capitalismo di Stato contemporaneo e il feudalesimo storico, in quanto il governo dell’Alto Medio Evo è stato trasformato dalla sua prima identificazione con una persona specifica o più persone, in un’entità corporativa dotate di una vita ed un’identità proprie oltre a quelle dei suoi singoli membri individuali. [8]

Al di là di questo processo di trasformazione da governo personale a governo societario, l’evoluzione di un sistema di privilegio di stato-capitalista che ha soppiantato il privilegio feudale, la crescente interazione e co-dipendenza tra le élites plutocratiche e i servitori dello Stato e una più ampia integrazione del lavoro organizzato, grazie alla democrazia di massa, ha generato gruppi di interesse politico e un’espansione senza precedenti del settore pubblico che fece emergere un ordine politico-economico che si potrebbe definire “nuova signoria”. Queste “nuova signoria,” è la moltitudine delle entità burocratiche che mantiene un’identità istituzionale propria, anche se gli individui al suo interno possono cambiare con il passare del tempo, ed esiste in primo luogo per il bene della propria auto-conservazione, a prescindere dalle finalità originarie per cui esse stesse furono apparentemente istituite. La “nuova signoria” può comporsi di enti istituzionali che agiscono di diritto in qualità di armi dello Stato, come gli uffici pubblici, la polizia e le altre agenzie giudiziarie, i servizi sociali statali o le strutture educative, o possono comprendere armi de facto dello Stato, come ad esempio le banche e le imprese la cui posizione di privilegio, anzi, la cui esistenza stessa, dipende da un intervento statale. [9] Oltre all’ordine interno di questo stato-capitalista è emerso un ordine superiore internazionale radicato principalmente nella classe capitalista di stato americana e nella classe dei suoi partner-junior di determinate altre nazioni sviluppate. Ecco come Hans Hermann Hoppe descrive questo accordo:

In una prospettiva globale, inoltre, l’umanità è più vicina che mai all’istituzione di un governo mondiale. Anche prima della dissoluzione dell’Impero sovietico, gli Stati Uniti avevano conquistato l’egemonia sull’Europa occidentale e sui paesi affacciati sul Pacifico, come indicato dalla presenza di truppe americane e di basi militari, dal ruolo del dollaro americano come ultima moneta di riserva internazionale e dal sistema della Federal Reserve come ultima fonte si credito per l’intero sistema bancario occidentale, nonché da istituzioni come il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio. Inoltre, sotto l’egemonia americana, l’integrazione politica dell’Europa occidentale ha compiuto costanti progressi. Con la recente istituzione di una Banca centrale europea e una moneta unica europea (EURO), l’Unione europea è prossima alla completa unità politica. Allo stesso tempo, l’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA) rappresenta un passo significativo verso l’integrazione politica del continente americano. Con la scomparsa dell’impero sovietico e della minaccia militare che rappresentava, gli Stati Uniti sono rimasti l’unica e indiscussa superpotenza militare al mondo e il suoi “migliori poliziotti”. [10]

Questo è ciò su cui il “big business” ha puntato. Un simile imperialismo è agli antipodi dei principi libertari del governo locale e della libera impresa, come poco altro potrebbe esserlo. Finora, in questa discussione, la superficie è stata graffiata solo riguardo la distorsione del naturale processo del mercato, di ciò che esso potrebbe essere stato altrimenti se non fosse intervenuto lo stato e il corrispettivo sistema di regole corporativo-plutocratiche.
Nessuna menzione è stata fatta circa privilegio monopolistico inerente alle leggi sui brevetti e al concetto giuridico di “proprietà intellettuale”. Il ruolo delle sovvenzioni al trasporto nella centralizzazione della ricchezza e la distruzione dei piccoli concorrenti del big business non è stato trattato.
Effettivamente, un esempio pertinente può essere il fatto che senza le sovvenzioni dirette o indirette a sistemi di trasporto come quello aereo, navale o di terra a lunga distanza, necessari per la coltivazione e la gestione dei mercati internazionali, il modello dominante di vendita al dettaglio odierno e i mercati dell’alimentazione commerciale praticati da entità di gargantuesche come Wal-Mart, McDonald, ‘Tesco e altri, sarebbero probabilmente impossibili. [11]

Nessuno ha osato sfidare l’opinione comune per quanto riguarda la legittimità dei titoli di proprietà sulla terra, contrapponendovi opinioni contrarie, come quelle radicate nei principi dell’usufrutto o geoisti. [12]
Non vi è stata alcuna discussione, come invece potrebbe esserci, sul ruolo dello stato nella creazione del sottoproletariato delle società contemporanee e delle patologie sociali relative – una situazione le cui radici sono ben più profonde della semplice “cultura della dipendenza” piantate dai conservatori convenzionali e da alcuni libertari. [13] Del ruolo dello Stato nella spoliazione della popolazione agricola indigena agli inizi dello sviluppo capitalista occidentale e nel Terzo mondo contemporaneo si è discusso, ma spoliazioni continuano a verificarsi anche nella società moderna. [14]

Le implicazioni di queste intuizioni per la strategia libertaria sono quindi piuttosto profonde. Se il libertarismo deve essere identificato nell’opinione pubblica come l’apologia dello status quo dominato dalle grandi corporazioni e se i libertari procedono come se i “conservatori” apologeti delle grandi imprese fossero i loro alleati naturali, insistendo sul fatto che un mondo libertario sarebbe quello governato da gente del calibro di Boeing, Halliburton, Tesco, Microsoft, o Dupont, allora il libertarismo non sarà mai nulla di più di un’appendice alla sovrastruttura ideologica che le moderne classi intellettuali usano per legittimare il dominio plutocratico. [15] Tuttavia, se il libertarismo afferma se stesso come un nuovo radicalismo, il polo opposto del “conservatorismo” filo-plutocratico, più radicale di tutto ciò che viene offerto dalla sempre più moribonda e arcaica sinistra, allora il libertarismo può, a ragione, ispirare nuove generazioni di militanti a prendere di mira lo status quo statalista. Il libertarismo può diventare il sistema di pensiero guida per i radicali e i riformatori di tutto il mondo come il liberalismo lo è stato nel diciottesimo e diciannovesimo secolo e come lo è stato il socialismo per le successive generazioni. [16]

Per quanto riguarda la questione di ciò che un’economia liberata dal dominio corporativo, plutocratico e statalista potrebbe effettivamente sembrare, ci si può aspettare che con la rimozione degli ostacoli imposti all’ottenimento del credito, l’imprenditorialità e l’autosufficienza economica (in contrapposizione alla dipendenza dalle burocrazie aziendali e per l’occupazione, le assicurazioni e i servizi sociali) sarebbero simili a quelli in cui l’idea di Colin Ward di una società di “lavoratori autonomi” verrebbe in gran parte realizzata. [17] Non più l’uomo medio sottomesso alla volontà delle varie Chase Manhattan, Home Depot, General Motors, ‘Tesco o Texaco per la propria sussistenza e sostentamento. Al contrario, egli avrà finalmente acquisito i mezzi per sostenersi economicamente e la dignità di individuo auto-sufficiente in una comunità di pari in cui il privilegio è il risultato del merito e l’uguale libertà è prerogativa inalienabile di tutti.

All’inizio del ventesimo secolo vi erano una serie di movimenti che difendevano il piccolo produttore indipendente e la gestione cooperativa delle grandi imprese, tra cui l’anarco-sindacalismo all’estrema sinistra e il distributismo della destra reazionaria cattolica. [18] Queste tendenze tuttora esistono ai margini esterni del pensiero politico-economico. Non è necessario essere d’accordo con tutti i punti dell’analisi o con ogni proposta avanzata da queste scuole di pensiero per riconoscere gli aspetti libertari della loro visione. Esistono attualmente numerose forme di accordo economico che offrono spunti riguardo cosa le istituzioni produttive post-stataliste e post-plutocratiche potrebbero essere.
Una di queste è la Cooperativa Mondragon Corporation, un gruppo industriale di proprietà dei lavoratori e da essi gestito nella regione basca della Spagna. In vigore dal 1941, le cooperative Mondragon inizialmente istituirono una “banca popolare” del tipo proposto originariamente dal padre dell’anarchismo classico, Pierre Joseph Proudhon [19], che aiutò lo sviluppo di ulteriori imprese, che oggi ammontano a più di 150 compresa L’Università privata degli Studi di Mondragon. La sua divisione supermercati è la terza della Spagna per numero di punti vendita e la più grande a proprietà spagnola. Ogni singola cooperativa ha un consiglio dei lavoratori proprio, e l’intera federazione di cooperative è disciplinata da un congresso di lavoratori provenienti da diverse imprese. [20]

Ancora, un altro esempio molto interessante è la società brasiliana Semco SA. Anche se di proprietà privata, come una struttura a conduzione familiare, la Semco pratica una radicale forma di democrazia industriale. Sotto la guida di Ricardo Semler, che ha ereditato l’azienda dal padre, Semco mantiene una struttura manageriale in cui i lavoratori si autogestiscono e fissano i propri obiettivi di produzione e di bilancio con una retribuzione basata sulla produttività, l’efficienza e sul rapporto costi-benefici. I lavoratori ricevono il 25% per cento dei profitti dalla divisione degli incassi. Il management intermedio è stato sostanzialmente eliminato. I lavoratori hanno il diritto di veto sulle spese della società. Le mansioni dei lavoratori cambiano spesso a rotazione e anche il ruolo del CEO è condiviso da sei persone, compreso il proprietario Semler, che operano sei mesi in qualità di capo esecutivo. L’azienda ora ha oltre 3000 dipendenti, un fatturato annuo di oltre 200 milioni di dollari e un tasso di crescita del quaranta per cento annuo. [21]

Un’economia organizzata sulla base di industrie di proprietà e gestite dai lavoratori, sulle banche popolari, le mutue, le cooperative di consumo, i sindacati anarco-sindacalisti, le imprese individuali e familiari, le piccole aziende agricole e le associazioni artigianali impegnate nella produzione locale per uso locale, le istituzioni caritatevoli volontarie, i land trusts, o i collettivi volontari, le comuni e kibbutzim potrebbero sembrare inverosimili per alcuni, ma non più di quanto – e probabilmente meno – lo sia un’economia industriale moderna tecnologicamente avanzata in cui la classe mercantile è la classe dominante e la classe produttiva è spesso una classe media benestante come sarebbe parsa agli abitanti della società feudale pre-moderna.

Se l’espansione dell’economia di mercato, della specializzazione, della divisione del lavoro, dell’industrializzazione e del progresso tecnologico può portare verso gli obiettivi delle società moderne riguardanti l’eliminazione delle malattie, dell’inedia, della mortalità infantile e della morte prematura, uno può solo chiedersi quale sia l’autentico sistema di libera impresa che si può perseguire e che avremmo già conseguito se non fosse stato per il flagello dello statalismo e relativa plutocrazia.

 

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Note al testo: 

 

[1] Kevin A. Carson, The Iron Fist Behind the Invisible Hand: Corporate-Capitalism As a State-Guaranteed System of Privilege. Red Lion Press, 2001.
[2] Kevin A. Carson, “The Subsidy of History”, The Freeman, Vol. 58, N. 5, giugno 2008.
[3] Raymond Bonner, Weakness and Deceit: U.S. Policy and El Salvador. New York: Times Books, 1984, ppgg. 19- 23.
[4] Murray N. Rothbard, “Wall Street, Banks and American Foreign Policy”. World Market Perspective, 1984.
[5] Rothbard, Ibid.; Kevin A. Carson, “Tucker’s Big Four: The Money Monopoly”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five: Section B. Archiviato qui. Hans Hermann Hoppe, “Banking, Nation-States and International Politics: A Sociological Reconstruction of the Present Economic Order” The Economics and Ethics of Private Property. Boston/Dordrecht/London: Kluwer Academic Publishers, 1993, ppgg. 61-92. Benjamin R. Tucker, “Part II: Money and Interest”, Instead Of A Book, By A Man Too Busy To Write One, 1897. Archiviato qui.
[6] Gabriel Kolko, The Triumph of Conservatism, MacMillan, 1963.
[7] Terry Arthur, “Free Enterprise: Left or Right? Neither!”, Libertarian Alliance, 1984.
[8] Martin Van Creveld, The Rise and Decline of the State. Cambridge University Press, 1999.
[9] James Burnham, La rivoluzione manageriale, Bollati Boringhieri, 1980. Questo classico della letteratura conservatrice sostiene che le società moderne non sono né “capitaliste” né “socialiste”, nel significato storicamente attribuito a tali termini. Al contrario, un nuovo tipo di ordine politico-economico è emerso in epoca moderna, in cui il dominio politico ed economico è nelle mani di una “classe manageriale” di burocrati che presiedono organizzazioni di governo delle masse ed relativi uffici ed agenzie, corporazioni e istituzioni finanziarie, eserciti, partiti politici, sindacati, università, mezzi di comunicazione, fondazioni e simili. L’appartenenza ai livelli superiori di queste entità è spesso a rotazione in modo che gli stessi individui passano di volta in volta nei vari settori della classe manageriale, per esempio, da rappresentati eletti del governo ai consigli di amministrazione delle grandi corporazioni, dai ruoli chiave nei media o nelle fondazioni dell’élite a posizioni di rilievo nella burocrazia.
[10] Hans Hermann Hoppe, Democrazia: il Dio che ha fallito. Liberilibri, ppgg. 168-169.
[11] Kevin A. Carson, “Transportation Subsidies”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five, Section E. Archiviato qui.
[12] Tra gli antistatalisti radicali, esiste un’ampia divergenza di opinioni riguardo il modo in cui i diritti di proprietà sulla terra dovrebbero essere definiti. Molti libertari “classici” sostengono una versione lockeana del diritto di proprietà mentre altri libertari più radicali (mutualisti, anarco-sindacalisti, anarco-comunisti) assieme ad alcuni distributisti ritengono che i diritti di proprietà dovrebbero essere definiti in accordo con i principi di occupazione e utilizzo. Altri ancora aderiscono alla visione di Herny George (georgismo o geolibertarismo) secondo il qualela proprietà dovrebbe essere soggetta ad un’unica tassa uguale per tutti. Per una discussione su questa controversia tra libertari, vedi Kevin A. Carson, “Tucker’s Big Four: The Land Monopoly”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five: Section B. Archiviato qui. Carson sintetizza la questione altrove: “Nel capitolo V di Mutualist Political Economy, ho incluso un’estesa argomentazione sulla teoria dei diritti di proprietà ispirata principalmente ai commenti pubblicati su “Hogeye Bill” dall’opinionista anarco-capitalista Bill Orton in varie discussioni. Secondo Orton, nessuna particolare teoria dei diritti di proprietà può essere logicamente dedotta dall’assioma di proprietà di se stessi. Piuttosto, la proprietà di se stessi può interagire con diversi modelli di diritto alla proprietà per produrre ordini economici alternativi in una società senza stato. Quindi, se la legittima proprietà di un terreno è determinata da principi lockeani, mutualisti, georgisti o sindacalisti è una questione di convenzioni locali. Questioni a riguardo della coercizione possono essere approntate solo qualora tale questione sia stata inquadrata. E poiché non c’è alcun principio a priori da cui poter dedurre un particolare sistema di regole, noi possiamo procedere attraverso di essi solo sul terreno del consequenzialismo: quali altri importanti valori vogliamo promuovere o contrastare?  Dunque, è del tutto concepibile che concepibile che parti non separabili e non negoziabili di un’impresa a proprietà collettiva potrebbero dipendere non dal contratto stipulato tra i membri, ma sulla concezione convenzionale dei diritti di proprietà della comunità locale. Dire che un tale accordo rappresenta “coercizione” significa mendicare la questione se il principio lockeano di appropriazione originaria e trasferimento della proprietà sia l’unico vero auto-evidente.” Carson, “Socialist Definitional Free-for-All, Part I”. Archiviato qui.
[13] Senza dubbio molte critiche sul welfare-state creatore di perversi incentivi per comportamenti anti-sociali, come la disgregazione famigliare, la criminalità e l’impedimento per la creazione di un’etica del lavoro, sono corrette e penetranti. Tuttavia, molte delle patologie sociali associate al sottoproletariato delle popolazioni delle città americane ed europee sono riconducibili ai dannosi interventi statali che vanno ben oltre ai tradizionali sistemi di protezione sociale. Un discreto numero di opere libertarie e non, hanno documentato il processo mediante il quale l’organico della vita sociale e culturale è stato distrutto tra queste popolazioni grazie ad una vasta gamma di interventi, la maggior parte dei quali sono stati imposti per amore di assecondare gli interessi plutocratci. Vedi Kevin A. Carson, “Reparations: Cui Bono?” Archiviato qui; Charles Johnson, “Scratching By: How Government Creates Poverty As We Know It”, The Freeman, Vol. 57, No. 10, dicembre 2007; Keith Preston, “The Political Economy of the War on Drugs”, American Revolutionary Vanguard, 2001), archiviato qui; Thomas J. Sugrue, The Origins of the Urban Crisis: Race and Inequality in Postwar Detroit, Princeton University Press, 1996, 2005; Walter E. Williams, The State Against Blacks, McGraw-Hill, 1982.
[14] Per un’illuminante dibattito sul ruolo dell’intervento statale nella spoliazione delle popolazioni rurali e agricole nel cuore dell’America negli anni ’80 e ’90, vedi James Bovard, Farm Fiasco, ICS Press, 1989 e Joel Dyer, Raccolti di rabbia. La minaccia neonazista nell’America rurale, Fazi Editore, 1980.
[15] Il ruolo della classe intellettuale intesa sia come gruppo costituente, sia come creatrice della sovrastruttura ideologica dello statalismo è affrontato da Hans Hermann Hoppe inÉlites naturali, intellettuali e lo stato”, archiviato qui. Di certo, il cocetto di una sovrastruttura ideologica usata per legittimare un particolare sistema di dominio di classe è più strettamente associato all’analisi marxista. Per un esame delle differenze come anche dei punti in comune tra marxisti e libertari, vedi “L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola Austriaca”, archiviato qui. 
[16] Murray Rothbard collocava i libertari all’estrema sinistra dello spettro politico, con i “conservatori”, vale a dire i fautori di un ordine autoritario basato sulla gerarchia, sullo status sociale e il privilegio (e giustificato con appelli alla tradizione) all’estrema destra; marxisti e altri socialisti rappresentano invece un incoerente via di mezzo. Vedi Murray N. Rothbard, Left and Right: The Prospects for Liberty, Cato Institute, 1979. L’esaustiva analisi del pensiero dei primi socialisti ad opera dell’anarchico di sinistra Larry Gambone, indica che l’obiettivo originario del socialismo non era l’economia a guida statale associata al socialismo nel dibattito politico contemporanea, ma un’economia fondata sulla base di un sistema di imprese cooperative e decentralizzate. Larry Gambone, “The Myth of Socialism as Statism”, Porcupine Blog, 6 maggio 2006. Archiviato qui.
[17] Colin Ward, “A Self-Employed Society”, Anarchy In Action, London: Freedom Press, 1982, ppgg. 95-109.
[18] Rudolf Rocker, Anarcho-Syndicalism, Martin Secker and Warburg, Ltd., 1938; Hilaire Belloc, Lo Stato servile, Liberilibri, 1980; G. K. Chesterton, The Outline of Sanity, HIS Press, 2002; Anthony Cooney, Distributism, Third Way Movement Ltd., 1998). 
[19] Larry Gambone, Proudhon and Anarchism: Proudhon’s Libertarian Thought and the Anarchist Movement, Red Lion Press, 1996.
[20] William Whyte, Making Mondragon: The Growth and Dynamics of the Worker Cooperative Complex, ILR Press, 1991.
[21] Ricardo Semler, Maverick, Arrow Press, 1993.

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Qualche giorno fa riportavo la notizia del Das Kapital revival cui sta assistendo la Germania.
I tedeschi, evidentemente, sono un popolo che non si accontenta delle pure teorie e sente l’impellente bisogno di passare all’azione, previe abbondanti abluzioni nelle acque della propaganda.
Così, poiché secondo loro la causa della crisi è il fallimento del mercato, la cosa più logica che gli è parso di fare è stato invocare il socialismo. Ma, dal momento che ovunque nella storia il socialismo ha fallito, la richiesta di maggior socialismo, pensandoci, rimane una cosa ben strana. Ci sarà un nome clinico per questo atteggiamento?

Accade quindi che mentre gli americani si apprestano a decidere quale variante del socialismo implementare nella propria politica economica nei prossimi quattro anni (perché è giusto ricordare che entrambi i candidati sono socialisti), i tedeschi sembrano determinati a voler dare nuova vita ad una dottrina in realtà mai morta.

Dal Finacial Times, apprendiamo infatti che la maggiornaza dei tedeschi è oggi a favore della nazionalizzazione:

La stragrande maggioranza dei tedeschi sarebbe favorevole alla nazionalizzazione di grandi segmenti dell’economia, compresa l’energia, i trasporti e le infrastrutture finanziarie, secondo un nuovo sondaggio d’opinione che evidenzia la forza dell’opposizione popolare al liberalismo di libero mercato nella più grande potenza economica europea.

Non per fare il profeta di sventura, ma mi chiedo qual’è la parte dell’ultima lezione di storia che i tedeschi non hanno appreso.


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La pace è la teoria sociale del liberalismo.
— Ludwig von Mises 

L’unica cosa buona di Marx è che non era keynesiano.
— Murray Newton Rothbard

Se è vero che la politica estera è indissolubilmente legata ai problemi politici ed economici interni, è difficile escludere l’ipotesi che il delirio di onnipotenza della classe dominante non possa portare l’attuale crisi economica a trovare il suo tragico epilogo in un’altra devastante guerra, la cui imminenza, secondo la teoria keynesiana, funzionerebbe da propulsore per una ripresa dalla depressione.
Come buona parte del sistema dell’economista britannico, anche questo teorema però è irreparabilmente sbagliato.
Al contrario, come dimostra Robert Higgs attraverso un’analisi della ripresa economica post bellica nell’articolo che segue, è esattamente nei periodi di pace – il cui apice, per definizione, è la fine di un conflitto – che l’economia riprende il suo trend basato sul risparmio e sugli investimenti di lungo termine, reali indicatori di un sano sistema economico.

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La Grande Fuga
dalla Grande Depressione

 

Le domande riguardanti la Grande Depressione possono essere utilmente inquadrate come appartenenti a tre distinte categorie:

la Grande Contrazione – il grave e straordinario declino economico che andò 1929 al 1933;
la Grande Durata – la persistenza di prestazioni economiche sotto al pareggio per più di un decennio;
la Grande Fuga – l’ultimo recupero da questa eccezionalmente profonda e durevole depressione;

anche se gli economisti continuano a discutere le cause della Grande Contrazione e della Grande Durata, un accenno di consenso è emerso sul fatto che i grandi errori della politica di ogni specie meritano la maggior parte del biasimo per questi disastri.
Per quanto riguarda la Grande Fuga, gli economisti hanno anche raggiunto un sostanziale accordo, ma purtroppo concordano su un’interpretazione che è quasi completamente sbagliata.
È sbagliata perché, di fatto, colloca la Grande Fuga nei primi anni ‘40, all’incirca nel momento in cui gli Stati Uniti entrarono ufficialmente nella Seconda Guerra Mondiale, laddove l’economia non ha restituito ciò che si può correttamente descrivere come prosperità fino al dopoguerra.
Gli economisti hanno erroneamente concepito la speciosa “prosperità di guerra”, come una cosa reale, ma deviare quasi il 40 per cento della forza-lavoro nell’impiego connesso ad attività militari e produrre montagne di armi e munizioni non creano un’autentica e durevole prosperità, come le persone scoprirebbero se provassero ad operare su una base economica come questa per più di un breve periodo.
La vera Grande Fuga non si è verificata fino al 1946.
Gli economisti in genere riconoscono, ovviamente, la normale e tranquilla ripresa del benessere del dopoguerra, ma le loro spiegazioni su questo genere di ripresa posano su errori empirici e teorici e non riescono a tener conto di alcuni fattori che sono stati fondamentali per il successo della transizione dall’economia comandata e controllata della guerra ad un’economia di pace orientata al mercato.

Forse il principale motivo per cui gli economisti hanno frainteso questa transizione eccezionalmente pacifica è che hanno frainteso l’economia di guerra stessa. Essi hanno visto il “boom” della guerra in semplici termini keynesiani:
la spesa pubblica, finanziata dall’enorme deficit di bilancio e aggiustata da un rapido aumento del prezzo delle scorte, spinge l’economia dalla costante depressione ad altezze senza precedenti – anzi, durante il picco degli anni della produzione bellica l’economia sembrava operare ben oltre la sua “capacità di produrre”, anche se dal 1945 più di 16 milioni di giovani uomini ad un certo punto vennero presi dalla forza lavoro e sostituiti da adolescenti, donne con poca o nessuna esperienza nel lavoro retribuito e uomini anziani.
In verità, comunque, questo apparente “miracolo keynesiano della produzione”, durante il quale il tasso di disoccupazione era stato spinto a un minimo del meno 2 per cento, non si adagiò su una brillante politica fiscale e monetaria, ma sulla massiccia coscrizione militare, che aveva tirato direttamente più di 10 milioni di uomini fuori dalla forza lavoro e, indirettamente, ha indotto milioni di altri ad arruolarsi nella speranza di evitare il servizio nella temuta fanteria.

Dopo il conflitto, la maggior parte dei controlli economici del tempo di guerra furono sospesi, più di 10 milioni di uomini erano stati arruolati nelle forze armate, i soldati in congedo e i lavoratori civili operanti in attività belliche trovarono rapidamente occupazione nel privato o lasciarono la forza lavoro per la casa o la scuola.

Nel 1947, a transizione quasi completa, il tasso di disoccupazione era inferiore al 4 per cento.

L’interpretazione standard della transizione dopo il 1945, sottolinea che durante la guerra la gente aveva accumulato enormi quantità di obbligazioni e depositi bancari e conseguentemente questi patrimoni finanziari furono “svincolati” per finanziare la spesa dei consumatori, soprattutto per i beni durevoli la cui produzione era stata vietata o notevolmente diminuita durante la guerra.
Questa interpretazione, tuttavia, non ha senso: le obbligazioni che un uomo ha venduto un altro le ha acquistate, lasciando l’economia globale degli averi invariata. Allo stesso modo, il denaro speso da un uomo per la stesura del suo conto bancario, è riapparso alla voce vendite nei conti della banca, lasciando l’economia globale dei depositi bancari immutata. Infatti, la liquidità disponibile non era diminuita del tutto nel dopo guerra. Le persone finanziavano la spesa dei generi di consumo riducendo il loro tasso di risparmio.

Né le persone tentarono di ridurre la loro disponibilità di liquidi diminuendo la domanda di contante – parimenti, tramite l’abbassamento delle preferenze temporali, rialzatesi lievemente durante gli anni dell’immediato dopoguerra (in quanto, secondo alcuni economisti, le persone aspettavano ancora la deflazione di fine guerra).

Né i consumatori ridussero le loro partecipazioni nei titoli di Stato. Anche se l’ammontare del debito pubblico diminuì tra il 1945 e il 1948, ciò avvenne quasi esclusivamente a causa della riduzione degli averi delle banche commerciali e delle società diverse da banche e compagnie di assicurazione.

L’espansione economica del dopoguerra

Mentre i consumatori finanziavano gli sfizi del dopoguerra semplicemente attraverso la riduzione del loro tasso di risparmio – salito straordinariamente durante la guerra – le imprese finanziarono l’aumento degli investimenti post bellici con la vendita dei titoli acquisiti durante la guerra, trattenendo più del loro guadagno effettivo – in parte perché le tasse sull’impresa erano state notevolmente ridotte dopo il 1945 – ed entrando nei mercati finanziari, dove stock e bond potevano essere venduti a condizioni molto allettanti.

Una maggiore espansione degli affari fu impedita principalmente dalla mancanza di materiali, piuttosto che dalla mancanza di desiderio di investire o di risorse finanziarie – con grande sorpresa dell’élite degli economisti keynesiani, i quali avevano previsto che una dura depressione si sarebbe verificata nel dopoguerra qualora il governo avesse ridotto le proprie forniture di beni e servizi a fini bellici.

Il keynesiani avevano fallito completamente nel comprendere che la depressione anteguerra era continuata in gran parte perché, durante il seconda New Deal (1935-38), l’amministrazione Roosevelt aveva creato estrema apprensione tra imprenditori e investitori riguardo la certezza dei diritti di proprietà privata, scoraggiandoli dall’ingrandire il volume degli investimenti a lungo termine necessario per il pieno recupero dell’economia e per una sua sostenuta e durevole crescita.
Durante la guerra, il benevolo uomo d’affari che investiva nei servizi temporanei dello stato amministrava ampiamente i vertici dell’economia, ma la concentrazione sulla vittoria della guerra aveva mantenuto l’economia civile affamata di risorse.

Entro la fine del conflitto, tuttavia, Franklin D. Roosevelt era morto, i più zelanti consiglieri e amministratori del secondo New Deal avevano lasciato il governo, o erano stati destinati a posizioni meno influenti, e quindi il futuro della certezza dei diritti di proprietà era visto in modo notevolmente più favorevole di quanto lo si vedesse prima della guerra – un cambiamento di prospettive sufficiente a indurre un grande aumento degli investimenti privati di lungo termine, per la prima volta dal 1929.
A causa del “regime di incertezza” che aveva dominato il finire degli anni ‘30, un’ombra da tempo mai espressasi in modo così oscuro sulle attività commerciali e sugli investimenti, l’economia finalmente si riprese dalla Grande Depressione e dalle difficoltà economiche degli anni di guerra, anche perché contemporaneamente fu riassegnato a mansioni civili circa il 40 per cento della forza lavoro impiegato in attività correlate guerra.

Il 1946, quando la produzione civile aumentò di circa il 30 per cento, fu l’anno più glorioso di tutta la storia dell’economia statunitense. Dal 1948, la produzione reale tornò al suo trend di crescita di lungo termine, e nel corso dei decenni che seguirono l’economia venne risparmiata da quel tipo di profonda e duratura disfatta che una congiura di errate politiche statali avevano causato nel corso degli anni ‘30.

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