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Archive for the ‘Strategia’ Category

Vademecum

PJ-AN060_pjTAXR_20080819173855Elaborate dal pool legale della LIFE e tratte da varie leggi e riprese anche dal recente libro di Leonardo Facco.

Via PIR

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Le 20 regole auree quando si ha a che fare con le Fiamme Gialle

1. Richiedere il tesserino. Loro lo esibiscono e se lo tengono in mano. Voi ricopiate i dati su un foglio.

2. Nel caso si rifiutino, chiamate subito, sempre senza aprire, il 112, denunciando che ci sono delle persone che vogliono entrare e, poiché rifiutano di identificarsi, voi pensate che siano dei truffatori.

3. Richiedere carta o foglio di servizio. Fotocopiatelo. È questo il documento basilare di tutte le ispezioni. Essi devono attenersi esclusivamente a quanto indicato sul foglio.

4. Spulciare la lista dei nomi scritta sul foglio di servizio.

5. Col foglio di servizio in mano, telefonate all’Ente che li ha inviati e chiedete che i nomi vengano confermati uno per uno.

6. Chiamare subito almeno due testimoni. I testimoni non devono mai parlare. Muti come pesci seguono da vicino i controllori.

7. Avere sempre una macchina fotografica o una telecamera. Non possono toccarvela: lo strumento di prova non può essere pignorato.

8. Se avete da fare, sia voi che i vostri dipendenti continuate a fare. Se ve lo impediscono potete sempre denunciarli per “turbativa di lavoro”.

9. Non mettete a loro disposizione scrivanie o sedie. Che se le portino o che stiano in piedi: li aiuta a crescere.

10. Non permettete loro di usare il vostro telefono o fax.

11. Non siate gentili: non serve a niente!

12. Devono attenersi esclusivamente a quanto scritto sul loro foglio di servizio.

13. Non possono rovistare fra la vostra biancheria o altri effetti personali e neppure fra quei documenti che non sono attinenti al controllo. Le vostre agende private non dategliele. A meno che ciò non sia espressamente previsto nel loro foglio di servizio.

14. Non firmate mai alcun verbale.

15. Possono ispezionarvi soltanto durante l’orario di lavoro.

16. Non possono stare tra i piedi per più di trenta giorni lavorativi.

17. Il magazzino se lo spostino loro. Non prestategli operai o muletti. Se ci sono ragnatele o topi, che si arrangino.

18. Mentre loro fanno, scrivete un vostro verbale con l’indicazione esatta dell’ora e del minuto di ogni operazione.

19. Non prendete paura perché sono solo uomini.

20. State rilassati, non succede niente: adesso cominciate a divertirvi.

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Come sempre un ottimo articolo di Michael S. Rozeff, preso dal come sempre ottimo Panarchy.org che, informo, è tornato finalmente online.

Nota: Nel corso di questo scritto Michael Rozeff ripete in vari modi lo stesso messaggio: libertà di gestione. Il fatto che una richiesta così semplice e ragionevole (già contenuta nella dichiarazione di Indipendenza Americana: “il governo … che deriva il suo potere legittimo dal consenso dei governati”) debba essere reiterata in maniera così insistente rende perplessi in che pazzo mondo noi viviamo attualmente. Allora è sufficiente ricordarsi il famoso slogan: la Guerra è Pace, la Libertà è Schiavitù, l’Ignoranza è Forza, e capiamo immediatamente che siamo ancora nello stato di Oceania, in conflitto permanente con lo stato di Estasia e lo stato di Eurasia.
Ecco perché testi come quello che qui si presenta sono necessari, in modo da accelerare il momento in cui il Grande Fratello (lo stato territoriale monopolistico) scomparirà dalla faccia della terra e con esso avrà termine un incubo mostruoso.

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Che cosa è un governo? È uno strumento organizzativo attraverso il quale gli individui sperano di dare ordine a talune loro interazioni. Il governo è la struttura e l’insieme dei mezzi attraverso cui le persone si gestiscono. La gestione, o regolamentazione di certe interazioni, è il bene essenziale a cui mira la gente quando istituisce un governo.

La libertà nelle scelte gestionali ha le sue radici nella libertà di un essere umano di decidere il corso della sua vita. Io considero la libertà di gestione come un bene in sé stesso e come un qualcosa di strumentalmente buono sia per le persone che per i gruppi. L’idea di base della panarchia in relazione al governo è che una persona esprima il suo consenso su tutti gi aspetti gestionali che lo riguardano. L’ideale della panarchia è l’avere il tipo di gestione che ciascuno si è scelto. La libertà nella scelta della struttura di gestione è il fondamento della panarchia, il che è l’opposto della tirannia, cioè l’essere forzati a vivere sotto un governo scelto da altri.

Le idee sulla costrizione variano da persona a persona. Esiste la possibilità di una vasta serie di modi di gestione, e la storia mostra un certo numero di realizzazioni diverse. Quello che una persona considera come un obbligo potrebbe essere visto da un altro come un fattore di libertà. La panarchia accetta una varietà di differenti forme di gestione esistenti l’una accanto all’altra.

Quando una persona formula affermazioni riguardo alla natura della struttura governativa o come debba essere costituita, quella persona sta esprimendo un parere del tutto personale rispetto al quale altri potrebbero pensarla diversamente. Se John Adams dicesse che abbiamo bisogno di una costituzione e ne redigesse una per il Massachusetts, o sostenesse che dovrebbe essere approvata a maggioranza, o che dovrebbe garantire determinati diritti, o che dovrebbe valere in perpetuità, o che un particolare gruppo di persone dovrebbe votare al riguardo, e così via, ciò significherebbe che egli sta limitando i possibili schemi organizzativi e anche la loro evoluzione nel tempo. Così facendo egli sta decidendo a priori chi sono le persone di rilievo che faranno parte del gruppo che prenderà le decisioni e persino che peso avranno i loro voti. Ciò è contrario alla panarchia.

Il panarchico non cerca di imporre una forma di governo agli altri, sebbene egli possa di certo sostenere che alcune forme sono preferibili ad altre, non solo per sé stesso ma anche per altri. Io mi definisco un anarchico (come pure un panarchico) perché la mie preferenza personale è per nessun-governo-come-lo-conosciamo-attualmente. Ciò che io voglio è la libera gestione. Io penso che non si possa fare a meno della gestione organizzativa in tutti i casi in cui le persone vivono assieme. La forma della gestione, a mio avviso, dovrebbe essere talmente decentralizzata e aperta alla scelta personale che molto difficilmente si potrebbe qualificare col nome di governo. Le mie opinioni anarchiche non coincidono con la mia posizione panarchica. La concezione panarchica svolge una funzione più elevata in quanto è una teoria sociale generale. Logicamente essa precede la scelta di una particolare forma di gestione.

Parlando da anarchico, ho criticato frequentemente il governo-come-lo-conosciamo-attualmente. E continuo a criticarlo. In questo sono come uno che vuole la libertà e cerca di persuadere altri a volerla. Ma desidero distinguere chiaramente le mie preferenze rispetto a coloro che sono favorevoli all’attuale forma di governo. Il fatto di essere obbligato a vivere sotto un potere che mi domina, mi porta a non considerarlo affatto come un governo. Io non ho alcuna intenzione di farmi manipolare dalle parole. Per cui quello che al giorno d’oggi si chiama “governo” io non lo nobilito con l’uso di tale termine in quanto si tratta di una tirannia. Sono le persone consapevoli di vivere sotto una tirannia che sono impedite dallo scegliere la loro forma di governo. Per esse, il “governo” non è affatto un governo: è una frusta, una catena, una prigione. È un potere che li deruba della loro umanità. Io definisco governo solamente quello che è reso legittimo dal consenso dei governati. Essere “governato” da una banda di delinquenti o da un dittatore o da un tiranno, senza il consenso personale, non ha nulla in comune con un governo legittimo. È una contraddizione terminologica affermare si è governati da un tiranno. Una persona non è governata da un tiranno, è comandata. Certi affari sociali possono essere gestiti da una organizzazione senza essere dominati da un potere sovrano. Essere controllati dalla forza bruta non è lo stesso che essere gestiti da una forma legittima di governo. Nel primo caso si tratta di un affare criminale, nell’altro di un sistema pacifico basato sul consenso. Fare confusione tra questi due tipi di relazioni ottunde il senso morale e pone sullo stesso piano aspetti del tutto distinti. Questo modo di pensare lo abbiamo ereditato da Aristotele e lo abbiamo perpetuato fino ai giorni nostri. È tempo di seppellirlo.

In che cosa la panarchia si differenzia dall’anarco-capitalismo? Dal momento che l’anarco-capitalismo è una forma di anarchismo, esso esprime una preferenza personale per una particolare forma di gestione e di governo. Sarebbe una digressione e un compito troppo grandi discutere che cosa sia l’anarco-capitalismo. Per convenienza, utilizzo una citazione da Wikipedia: “L’anarco-capitalismo (conosciuto anche come anarchia del libero mercato) è una filosofia politica individualista e anarchica che si prefigge l’eliminazione dello stato e la promozione dell’individuo sovrano nell’ambito di un mercato libero.”

Se lo stato fosse solo una tirannia, come credo lo vedano e lo qualifichino alcuni sostenitori di rilievo dell’anarco-capitalismo, allora ci sarebbe, a questo riguardo, concordanza di vedute tra la panarchia e l’anarco-capitalismo. Ma, lo stato non è solo tirannia. Molte persone sono a favore dello stato. Molti votano a sostegno dello stato e dei suoi programmi. Esiste un certo ammontare di consenso e di appoggio per lo stato e per quello che esso fa. Esiste una domanda di vari tipi di stato, come appare chiaro da una ricognizione geografia e storica. La varietà stessa degli stati indica una serie diversa di richieste. Osserviamo questa varietà di richieste nel fatto che alcuni di coloro che sono insoddisfatti degli attuali governi mastodontici vorrebbero ritornare ai governi più snelli del passato. Prefiggersi l’eliminazione dello stato, come indicato dalla citazione precedente sull’anarco-capitalismo, equivale a sostenere l’imposizione su altri delle proprie preferenze riguardo alla forma di gestione. Non tutti vogliono il libero mercato applicato a qualsiasi transazione o l’eliminazione totale dello stato. Un panarchico non ha come obiettivo l’eliminazione dello stato come sua preoccupazione generale, anche se come anarchico quella rappresenta la sua preferenza personale o anche se egli cerca di persuadere altri a preferire di vivere con uno stato notevolmente ridotto o addirittura senza alcun apparato statale.

Il panarchico non si propone di rendere qualsiasi individuo sovrano nell’ambito di un libero mercato. Personalmente uno potrebbe volere una società con relazioni sociali di un certo tipo, come potrei volere anche io, ma un panarchico non si prefigge che i cambiamenti coinvolgano anche altri, ma solo lui assieme ad altri che hanno gli stessi suoi desideri.

La finalità del panarchico è la libertà di gestione.

Fin qui non ho mai menzionato la parola territorio. È implicito nell’idea della panarchia che i confini territoriali che sono stati eretti dagli uomini, in maniera più o meno arbitraria o con la forza delle armi o con altri simili mezzi e non in maniera legittima quale potrebbe essere l’avere coltivato un pezzo di terra, non possono costituire una base per raggruppare assieme le persone contro la loro volontà o senza il loro consenso. In realtà, non si può imporre dall’esterno un criterio arbitrario e conservare al tempo stesso la libertà di gestione. Il territorio costituisce un esempio di simili criteri ma ce ne sono altri quali la tribù, il colore della pelle, la religione, l’etnia, la classe, la densità di popolazione, l’età, il sesso e così via.

L’anarco-capitalista che si prefigge la scomparsa dello stato assume implicitamente che tutte le persone che vivono in un dato territorio che lo stato ha proclamato come suo formino un popolo che dovrebbe essere liberato dalla presenza dello stato e di tutti i suoi interventi e programmi. Il libertario che vuole la libertà nell’uso delle droghe si immagina implicitamente una giurisdizione territoriale dove godere di questa libertà. L’esperto di problemi monetari che propone l’introduzione del gold standard dà implicitamente per scontata l’esistenza di un territorio in cui esso è operativo. Allo stesso modo, quando John Adams propone una costituzione per il Massachusetts, egli ha in mente tutte le persone che vivono all’interno di un determinato confine. In tutti questi casi e in altri ancora, il difensore della libertà sta introducendo le sue personali preferenze. Questa persona sta in realtà indicando come vorrebbe vivere e come pensa che altri dovrebbero vivere, e le sue preferenze sono definite con il termine libertà. Com’è naturale, questo approccio è rifiutato da coloro che vogliono che siano in vigore alcuni aspetti dello stato. Ci sono quelli che vogliono che le droghe siano vietate o che l’aborto sia vietato o che il governo assicuri l’assistenza sociale. Dal loro punto di vista la “libertà” sostenuta da un libertario o da un anarchico costituisce una imposizione. Essa minaccia lo stile di vita da loro preferito.

Cercando di conseguire la libertà per tutti, il libertario o anarchico ne diventa il nemico peggiore. Egli allontana tutti coloro che si sentono minacciati da alcuni aspetti del suo programma di libertà che essi non approvano. Per di più, l’anarchico libertario discute continuamente con altri libertari e anarchici sul 25 per cento di questioni su cui non vi è accordo.

Il panarchico, sostenendo la libertà di gestione, implicitamente non basa la gestione che riguarda gli altri su nulla che abbia a che fare con il territorio, con la religione, con l’etnia o con altri criteri simili. Coloro che danno vita alla loro forma di gestione potrebbero scegliere uno di questi criteri per sé stessi, ma l’idea panarchica non li include tra i suoi presupposti.

Se coloro che sono a favore della libertà conseguiranno successi significativi nel conseguimento di un grado di libertà più elevato, essi non possono lasciare che le loro preferenze personali riguardo ad una esistenza libera li portino a ignorare che la panarchia è la sola idea logica che è in sintonia con qualsiasi tipo e colore di preferenze personali.

Non ci sarà mai un movimento capace di lottare con successo per la libertà se non quando ci sarà un accordo comune su un ideale singolo di alto livello; l’essere divisi equivale all’essere sconfitti. La libertà di gestione è tale ideale. Il tema unificatore deve avere a che fare con il significato della libertà. I libertari, gli anarchici e i panarchici non possono conseguire il successo se non si uniscono sotto uno striscione o una richiesta comune che è, a mio avviso: Libertà di Gestione. Ciò significa libertà di formare un gruppo o di associarsi dappertutto sulla terra, incluso il fatto di disperdersi sulla superficie terrestre; significa inoltre che all’interno di quel gruppo esiste il consenso volontario dei governati al tipo di gestione prescelto.

Ci sono parecchi libertari in America, forse la maggioranza, che vogliono cambiare la costituzione o ritornare alla sua natura originaria o altre cose simili, oppure che vogliono cambiare la legge sotto la quale noi viviamo. Nel perseguire tali cambiamenti, danno per scontato che miglioreranno la condizione degli altri dando loro la libertà. A quel punto però si scontrano con una enorme resistenza, per il fatto che esiste una pluralità notevole di preferenze personali che non possono essere risolte sotto nessuna forma di governo, inclusa la forma libertaria che vuole portare a tutti la sua versione di libertà. L’insieme di questo sforzo tende a realizzare i nostri destini collettivi all’interno di un unico schema di gestione uguale per tutti. La qual cosa può essere solamente tirannica in quanto molti si oppongono a quello schema e rifiutano di dare il loro assenso.

Se la strategia per conseguire la libertà fosse mirata al raggiungimento di un fine generale di livello superiore – la libertà di gestione – queste difficoltà si scioglierebbero come neve al sole. Se tutti coloro che cercano la libertà facessero chiarezza sul fatto che essi vogliono solo governare sé stessi in maniera volontaria, essi sarebbero più prossimi alla concezione espressa dai coloni americani quando si separarono dalla Gran Bretagna. In tal modo coloro che vogliono la libertà si unirebbero e avrebbero una probabilità di successo di gran lunga maggiore nello sviluppo della libertà. Essi non costituirebbero più una minaccia per lo stile di vita degli altri, e la resistenza da parte di questi non avrebbe più senso e ragione di esistere. Essi si porrebbero inoltre su un piano morale più elevato; infatti chi potrebbe validamente criticare qualcuno che vuole per sé la libertà di gestione? Chi potrebbe muovere obiezioni al fatto che il governo dovrebbe avere il consenso dei governati? Se questi principi sono accettati, allora le sole riserve e critiche riguardano la pratica. Le persone si domandano come tutto ciò potrebbe essere realizzato. Come funzionerebbe in realtà. Questi problemi possono essere sempre risolti un volta che si è d’accordo sulla questione di principio, che è l’aspetto più importante. E il principio è il seguente: Libertà di gestione. Libertà nella scelta di chi gestisce senza introdurre restrizioni territoriali o qualsiasi altro criterio imposto, e promuovendo la libertà delle persone di associarsi in gruppi, o di rimanere separati, il tutto sulla base di libere scelte personali.

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Nell’introduzione alla Teoria di Classe Agorista, Wally Conger (consiglio di visitare il suo nuovo blog, ricco di suggerimenti pratici per svolgere la propria attività nel modo più libertario possibile) accenna ad un trattato di economia mastodontico che Konkin prevedeva sarebbe stato per l’agorismo ciò che Das Kapital è stato per il comunismo. Counter-Economics, questo il titolo dell’opera, rimase però incompleto e non venne mai stampato, ci informa l’autore. In realtà, Victor Koman, noto autore sci-fi e membro anch’egli insieme a Konkin dell’AnarchoSlum e dell’Anarchovillage, ne possiede il manoscritto integrale e sembra sia intenzionato a pubblicarlo con la mitica KoPubCo. Attendiamo impazienti.

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covercateneHo finalmente trovato il tempo per ultimare la traduzione fatta a quattro mani con l’amico PaxTibi del libello di Wally Conger “La teoria di classe Agorista”, tratto dagli scritti incompleti di Samuel Edward Konkin III. È scaricabile gratuitamente qui e qui
Buona lettura.

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freetochooseA completamento dell’articolo di Rod Long – che per inciso si conferma uno dei più brillanti pensatori libertari contemporanei
– apparso sul Gongoro, pubblico questo breve saggio di Michael S. Rozeff il quale ci illumina sul concetto di Panarchia.
La Panarchia, concezione di un sistema di convivenza sociale su base volontaria esposta già nel 1860 da Paul Emile De Puydt, rappresenta l’unico sistema che, a dispetto della millantata uguale possibilità in un contesto democratico di fare altrettanto, consente realmente agli individui di  scegliere  liberamente se e a quale ordinamento giuridico aderire, a prescindere dal presupposto della territorialità.

 

Per la libera scelta del governo

di Michael S. Rozeff

Nota: Michael Rozeff è attualmente uno dei più lucidi sostenitori dell’idea e della pratica della panarchia, che è la concezione basata su governi non territoriali scelti liberamente dagli individui. In questo saggio egli sostiene tale posizione con straordinaria chiarezza e vigore. Se qualcuno non è convinto dal suo solido ragionamento in favore di governi volontariamente scelti, è molto probabile che ciò dipenda dal fatto che la persona o è incapace di pensiero razionale o non vuole accettare argomentazioni logiche che andrebbero a distruggere le sue basi di potere e di privilegio ottenute proprio grazie all’esistenza dello stato monopolistico.

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In un precedente scritto ho argomentato che la scelta del proprio governo è una opzione o decisione che scaturisce direttamente dall’idea che Thomas Jefferson aveva dei diritti e che si trova nella Dichiarazione di Indipendenza; e che sulla scia della logica di Jefferson arriviamo al concetto di panarchia. Ragionare in astratto sui diritti non ha mai convinto nessuno. Perciò in questo articolo non farò uso di tale concetto.

Sorge la domanda: Che cosa è un Governo? Un Governo deve essere definito assegnandogli una specifica caratteristica che lo distingue in maniera univoca da altre realtà che non sono il governo. Quella caratteristica ha a che fare con principi e regole che indirizzano l’azione. Ma di quali regole e di quali azioni si parla? I Governi si differenziano notevolmente nelle finalità delle loro azioni, nei loro metodi di governo e nelle relazioni con i governati.

Esistono parecchi tipi di governo a molti livelli. Per semplificare la discussione, immaginiamo governi nazionali in relazione con Stati. Supponiamo per un momento che il motivo per cui questi governi cambiano è perché le nazioni che essi governano hanno realtà differenti. I Russi hanno una loro forma di governo e i Cinesi un’altra. Questo è, almeno in parte, questione di inclinazioni personali. Anche se questi governi hanno avuto la loro origine in un processo di conquista o altro, essi hanno trovato stabilità, almeno in secoli a noi vicini, governando su un insieme di popolazioni con una qualche sorta di identità o con aspetti essenziali condivisi per quanto riguarda credenze, valori e spesso religione e linguaggio. Nella misura in cui un intero popolo aveva voce riguardo alla forma di governo, quel governo poteva riflettere quella voce. C’è un specie di scelta collettiva di base che è stata effettuata o condivisa in qualche modo oppure generata attraverso la forza e l’abitudine, almeno in una certa qual misura. Non intendo qui affermare che i governi sono nati da una scelta collettiva. Sto solo dicendo che la scelta collettiva gioca una certa parte, ed è per questo che possiamo spiegare la varietà di governi.

In un certo senso, l’esistenza di una varietà di stati e di governi mostra che riconosciamo una pluralità di differenti preferenze nella scelta del governo tra vasti aggregati di persone. Ma se una parte della scelta di un governo è collettiva, allora dovremmo anche riconoscere che la scelta collettiva sorvola sulla grande varietà esistente tra le persone che si aggregano e che prevale sulle preferenze e credenze di ciascuno. Se il governo è un governo di una popolazione di individui, esso sopprime l’espressione delle preferenze per il governo che esistono all’interno di una vasta gamma di sotto-popolazioni e sotto gruppi. Non si può logicamente affermare che un governo nazionale si basa sul consenso dei governati senza riconoscere al tempo stesso che non si poggia sul consenso di sotto-gruppi all’interno dei governati e cioè di coloro che esprimono la preferenza di non essere governati da quel governo nazionale.

Nonostante le differenze tra stato e stato, non vi sono in realtà molti tipi diversi di governo tra cui scegliere. Certamente c’è una grande differenza tra l’essere governati da Mugabe o da Bush. E i singoli governi non hanno lo stesso insieme di programmi; rimane comunque il fatto che se uno cerca di sottrarsi da un paese con un governo molto grande per trovare un altro con un governo molto piccolo, è quasi impossibile farlo senza dover abbandonare la terra in cui si è nati. Scegliere un governo che è davvero diverso da quello sotto cui si vive attualmente risulta essere qualcosa di molto costoso. E ancora più costoso è informare gli altri che non si appartiene ad alcuno Stato o che si rinuncia ad appartenere allo Stato in cui si è nati. I Governi usano la forza per mantenere le persone sotto il loro potere. La forza include anche, nei regimi democratici, l’essere soggetti al potere della maggioranza. I costi da sopportare per sottrarsi al potere della forza sono elevati. Ognuno di noi si è rassegnato a ciò solo per essere lasciato tranquillo. Il risultato è che i governi tendono ad essere più omogenei in apparenza di quanto potrebbero essere e che le nostre scelte tra i governi esistenti non sono così varie di come potrebbero essere.

Il fatto è che se ognuno di noi potesse scegliere di sua propria volontà il governo che vuole senza doversi trasferire o senza dover andare molto lontano o senza emigrare in una terra straniera, la gamma di scelte di governo potrebbe aumentare e probabilmente aumenterebbe in misura sostanziale. Per dirlo in altro modo, gli otto milioni di persone che vivono nella città di New York, se fosse data loro la scelta del governo in quella regione, esprimerebbero probabilmente una gamma di preferenze molto più ampia che non quella di un unico governo come è il caso attualmente. Essi hanno molte idee differenti su quale dovrebbe essere la finalità del governo, quali dovrebbero essere le regole, come dovrebbero essere fatte rispettare le regole, e quali relazioni dovrebbero esistere tra governo e governati. In una nazione di 300 milioni di persone, è ovvio che esiste un numero enormemente più grande di preferenze personali riguardo al governo di quelle che sono espresse dall’esistenza di un solo governo nazionale per tutti. Le preferenze personali per differenti tipi di governo non trovano espressione nelle attuali forme di organizzazione politica. Abbiamo di gran lunga più scelta di succhi di frutta e bibite in un supermercato di quante ne abbiamo riguardo alle forme di governo, eppure la scelta del governo ha un impatto di gran lunga superiore sulle nostre vite del fatto che possiamo scegliere tra succo di uva o succo di mirtillo.

Se tu pensi che sia giusto godere della libera scelta tra confezioni di cereali, tra ragazze che diventeranno tua moglie, tra mezzi di trasporto, tra impieghi lavorativi, o tra fedi religiose, per la semplice ragione che questo è quello che tu vuoi, allo stesso modo dovresti avere la scelta del governo, se questo è ciò che tu vuoi. In tutti questi casi, faccio chiaramente riferimento al fare scelte pacifiche che non opprimono altri. Qui non si tratta necessariamente dei tuoi diritti. Si fa semplicemente riferimento alla tua volontà, cioè all’espressione di chi tu sei. L’essere umano si caratterizza per l’agire, e l’azione comporta la scelta; e scegliere è scegliere liberamente (sempre nel senso di farlo in maniera pacifica). Non voglio dire a questo punto che scegliere ed esprimere la propria personalità umana sia una cosa buona e giusta (sebbene io lo creda e lo affermi nella mia conclusione). Voglio solo dire che se fai una scelta tra diversi prodotti e servizi, e quasi tutti noi la facciamo, allora logicamente si può pensare di scegliere il governo che si vuole, considerando che anche il governo sostiene di fornire vari beni e servizi. Frasi come “il consenso dei governati” e “nessuna tassazione senza elezione dei rappresentanti” esprimono questa scelta. Si dice che votare è una espressione di tale scelta e, anche se non lo è in realtà, l’idea di scegliere il proprio governo è ancora presente nelle ragioni di base per l’esercizio del voto.

In generale, la tua scelta tra confezioni di cereali è differente da quella che fa il tuo vicino ma, dal momento che ognuno sceglie ciò che vuole, ognuno ottiene ciò che vuole senza danneggiare l’altro. Scegliere il governo può essere equiparato a tali comportamenti. Ognuno può migliorare la propria situazione facendo liberamente la propria scelta. Attualmente non è così, ed è difficile immaginare una realtà simile in quanto tu e lui siete entrambi posti di fronte ad un solo tipo di cereali e dovete mangiare quel tipo, che lo vogliate o no. Al massimo tu puoi votare per una persona, ma l’effetto del tuo voto su quell’unica marca di cereali è zero. Questo è tutto ciò che tu e lui avete avuto finora. Tu non scegli un governo o un metodo di governare o regole per governare; tu esprimi il tuo voto, privo di effetti reali, riguardo ad un numero ristretto di persone che possono o non possono governare. Una realtà alternativa e cioè che uno possa scegliere la propria forma di governo, sembra quasi irreale allo stato attuale, sebbene questa sia una cosa del tutto naturale come il fatto che tu e il tuo vicino scelgano di far parte di chiese diverse, o che due membri della stessa chiesa frequentino università differenti. L’America era abitata da centinaia di tribù Indiane con forme diverse di governo, ed anche al giorno d’oggi esistono centinaia di nazioni indiane all’interno dei confini degli Stati Uniti. Se essi possono avere i loro governi, non si vede perché altri gruppi non possano avere i loro.

Le differenze di opinione sul governo tra te e il tuo vicino possono essere sono di gran lunga maggiori che le differenze tra tipi di cereali e questo perché si tratta di problemi più seri a cui ognuno attribuisce un grande valore. Il tuo vicino vorrebbe fare guerra all’Iran, mentre tu vuoi costruire una navicella spaziale per andare su Saturno. Lui è un ardente sostenitore dell’Assistenza Sociale mentre tu vuoi un governo che si occupi di poche cose. Tu potresti volere un re alla testa del governo, mentre lui non vorrebbe alcun governo. Quanto più grandi sono queste differenze, tanto più solida diventa la tesi che ognuno abbia il governo di sua scelta, perché ognuno si troverà in una posizione migliore ottenendo quello che desidera e ognuno sarà isolato dagli effetti negativi di una politica che non condivide.

Ma io non voglio né ingigantire le differenze tra le persone né farle apparire così grandi da rendere la vita impossibile in assenza di un uomo forte che abbia potere su tutti. Il modello esistente di governi statali genera e amplifica le differenze e gioca su di esse. I capi politici degli stati creano situazioni di obbedienza fedele ricercando e sfruttando differenze all’interno dello stato e tra stati. Essi trovano e anche producono e incoraggiano le rivalità tra gruppi e costruiscono le loro fortune sfruttando tali rivalità. Le loro “soluzioni” riguardo le differenze esistenti comportano l’uso della forza, della frode, e allettamenti (economici e psicologici) che li rendono quanto mai indispensabili. Essi sono i sacerdoti esclusivi della loro religione statale che fa apparire loro e lo stato come strumenti insostituibili di cooperazione sociale e di assistenza economica. Essi vogliono farci credere che noi siamo incapaci di cooperare senza di loro e di lavorare tutti assieme in imprese produttive. Il loro sistema di comando si basa sull’inculcare e far crescere in tutti noi la credenza che senza di loro e senza lo stato noi ci sbraneremmo a vicenda. Essi ci presentano due scelte alternative che sono limitative in maniera ingiustificata (e sono quindi false): o lo stato o il disordine. Essi ci addestrano nell’essere isolati e dipendenti da loro per il nostro benessere. Essi giocano sulle nostre insicurezze promettendo generosi pagamenti assistenziali a un prezzo basso e tutto sommato accettabile; ma quelle sono promesse che essi non possono mantenere. Si tratta infatti di schemi alla Ponzi attraverso i quali essi ci restituiscono le nostre contribuzioni dopo aver sottratto quote notevoli di denaro per sé stessi e per l e loro cricche. Questi sono schemi attraverso i quali i ricavi prodotti da un settore della popolazione sono trasferiti ad un altro settore, senza che vi sia alcuna crescita del prodotto da parte dello Stato essendo tutti gli incrementi un risultato del nostro lavoro e sono semplicemente fatti apparire come ricchezze accumulate dallo Stato.

Giudicando la realtà dall’esame della frequenza e gravità delle guerre civili, è del tutto evidente che i disaccordi riguardo al governo sono notevoli. I potenti dello stato si pongono nei confronti delle secessioni e dei movimenti di indipendenza in una posizione di sgomento e di forza. Essi mettono in moto l’opinione pubblica a sostegno dello Stato. Una litania tipica delle giustificazioni pseudo-razionali può essere rinvenuta qui, con Putin che difende gli attacchi dei Russi alla Cecenia. La principale giustificazione è la paura del caos e l’idea contrapposta che lo Stato apporta unità, forza, ordine. Coloro che scrissero la Costituzione Americana usarono argomenti simili, e questo avvenne immediatamente dopo che una confederazione di stati privi di un potere centrale aveva sconfitto una potenza europea tra le più grandi! Che cosa ha la Russia, che già occupa un settimo della superficie della terra, da temere dalla Cecenia? La paura di Putin e di tutti i capi di stato è che una concessione ad una regione separatista o a un gruppo porterà a dover fare ulteriori concessioni ad altri gruppi. La posizione di Putin è chiaramente espressa in quell’articolo. L’esigenza implicita e non espressa apertamente è che lo Stato Russo deve essere mantenuto nella sua interezza. La Russia è un valore in sé stesso, almeno questo è ciò che essi credono. La glorificazione da parte di Lincoln dell’Unione è in ciò simile. Se messi alle strette, gli statisti come Putin non sostengono pacificamente che tutti i Russi avrebbero qualcosa da guadagnare da una Russi unita, e ancor meno presentano questa cosa ai Russi come una scelta volontaria. Invece, fanno ricorso alla forza. I Ceceni (e altri gruppi separatisti in altri paesi) chiaramente non vedono che vantaggio ci sia nel rimanere sotto la sovranità russa. Un movimento di indipendenza lo dice chiaramente. Esso esprime i suoi propri valori. Coloro che lo vorrebbero sopprimere non esprimono alcun valore. Questo è del tutto chiaro. La forza e il successo del pensiero statista è evidentemente notevole se una cosa che è del tutto ovvia ha bisogno di essere espressa apertamente e rimarcata. Il movimento di indipendenza Americano che ruppe con la Gran Bretagna espresse i propri valori, e tra quelli non vi era il valore di essere sottomessi al Re Giorgio. Nessuna argomentazione del Re avrebbe retto contro le preferenze espresse dai ribelli che non avevano dato il loro consenso al suo potere. La Forza non rappresenta una argomentazione. Ad essa si ricorre quando una presunta giustificazione fallisce.

La propaganda degli stati è così forte che fa apparire del tutto stravagante sostenere la possibilità di una governabilità non-territoriale, come pure accordi di gestione che coprano un’area più vasta di possibilità e che sono ancora da scoprire e attuare. Questa è l’idea della panarchia, e cioè, come indicato da John Zube in uno dei suoi scritti: “La realizzazione di molte comunità differenti e autonome quante sono richieste dagli individui secondo le loro libere scelte, comunità che coesistano tutte senza alcun monopolio territoriale, l’una accanto all’altra e mescolate tra loro, sullo stesso territorio o disseminate sulla terra, e al tempo stesso ognuna distinta per leggi, amministrazioni e giurisdizioni, come sono o dovrebbero esserlo differenti chiese.” Se continuiamo a credere nell’idea fittizia inculcataci dallo Stato che non possiamo vivere l’uno accanto all’altro con le nostre differenze, allora risulta difficile persino immaginare la panarchia. Lo Stato è riuscito in tal caso a tagliare alla radice la nostre facoltà di pensiero. Ha rimpiazzato il pensiero indipendente, la scelta volontaria e libera, l’espressione pacifica dei valori personali, e l’associarsi pacificamente con altri, con la violenza, l’inganno, la paura e la falsità. Lo Stato non può logicamente sostenere che è estremamente importante per il benessere di tutti coloro che vivono all’interno delle sue frontiere quando alcune persone all’interno di quelle frontiere dichiarano con estrema chiarezza che la loro situazione è peggiore quando sono sotto il potere dello Stato e che vorrebbero dissociarsi da esso. La forza dello Stato non consiste né nella persuasione né nel ragionamento e neanche nell’espressione di quello che una persona dissenziente apprezza. La forza dello Stato consiste nella soppressione di tale dissenso.

La ragione fondamentale perché il governo dovrebbe essere scelto volontariamente è che, in tal modo, ognuno di noi può ottenere in misura maggiore quello che vuole e in misura più ridotta quello che non vuole. Il fatto che noi personalmente abbiamo idee differenti su cosa è e cosa dovrebbe essere un governo costituisce un motivo in più per essere d’accordo nell’avere governi rivali nello e sullo stesso territorio (con una eccezione notevole a cui si farà cenno tra breve). Il fatto che noi, in una certa qual misura, ci siamo amalgamati con tipi diversi di governo come negli stati-nazione (anche se l’equilibrio è mantenuto attraverso la forza e l’inganno) è una dimostrazione che la cooperazione tra governi rivali è possibile. La terra è un grande territorio che contiene al suo interno molti governi. Non vi è motivo per il quale il territorio degli Stati Uniti o qualsiasi governo non possa contenere molte giurisdizioni indipendenti, fino ad includere la più piccola giurisdizione, che è quella del singolo individuo. Il Governo dovrebbe essere una questione di scelta personale.

La tesi che conviene a ognuno di noi essere d’accordo nell’avere governi in concorrenza tra loro ha una eccezione importante, e cioè che la convenienza viene a cadere per coloro che ricavano un guadagno dal loro potere sopra gli altri. Alcuni di noi vogliono un governo che comandi sugli altri anche quando loro non accetterebbero mai di essere comandati. Alcuni di noi non solo hanno la pretesa di dire agli altri come vivere e comportarsi, essi vogliono anche costringerli a vivere in un certo modo. Questo tipo di persona, sulla base dell’analisi di James Ostrowski, possiamo definirla come un fascista. Questo è quanto dice Ostrowski:

“Come potremmo chiamare questa vasta coalizione basata sul potere dello stato? È chiaro che esistono due prospettive politiche di base: quella libertaria e quella fascista, usando questo secondo termine nel senso colloquiale che si attribuisce a chi voglia imporre la sua volontà sugli altri. Anche una definizione più accademica non si discosta molto dal mio modo di usare il termine. Fascismo consiste nella ‘glorificazione dello stato e nella subordinazione totale ad esso dell’individuo. Lo stato è definito come un tutto organico nel quale gli individui devono essere assorbiti per il loro bene e per quello dello stato.’ (Columbia Encyclopedia, 6th ed.)”

La Panarchia si oppone decisamente all’idea fascista, che consiste nell’imposizione di un governo (o stato) sulla persona che non vuole quel governo. L’idea libertaria illustrata da Ostrowski è altrettanto decisamente opposta all’idea fascista. Se i fascisti non cedono il loro potere monopolistico pacificamente e se non si scoprono modi per sottrarsi al loro giogo, allora non vi è alternativa per i panarchici e i libertari se non fare ricorso agli strumenti di difesa come fecero i rivoluzionari Americani.

Un ideale veramente Americano è quello di Jefferson, che consiste nella scelta volontaria del proprio governo. Questa idea era radicale nel diciottesimo secolo ed è radicale ancora oggi. È l’idea della libertà estesa alla scelta del governo. L’idea della libertà è l’esatto opposto dell’idea di fascismo. L’idea della libertà non è stata ancora realizzata. Ce ne siamo allontanati parecchio, ma davvero, in direzione del fascismo. Forme fasciste di ragionamento sono prevalenti in America, a tal punto che la rinascita della libertà sembra a volte solo un sogno. Eppure la libertà riemergerà perché l’idea fascista è alla base una idea malvagia nella misura in cui, tra le altre cose, cancella l’umanità e gli esseri umani. Il fascismo domina attraverso la forza e l’inganno, ma non potrà resistere una volta smascherata attraverso l’emergere della verità o di aspirazioni a vivere una vita intensa che sono insite in ciascun essere umano. Queste affermazioni sono dettate dalle mie convinzioni in termini di valori. Parlando in termini neutrali, la stessa idea può essere espressa così. Esistono parecchie grandi opportunità irrealizzate quando le persone sono schiacciate e non possono mettere in atto le loro scelte di valore. Le persone possono conseguire risultati ben più elevati attraverso una ri-organizzazione che cancelli l’oppressione. Il sistema attuale che sopprime questi valori e i possibili risultati positivi può continuare a esistere per via dei costi elevati di un cambiamento. Comunque, presto o tardi, le persone oneste di questo mondo troveranno il modo di ridurre quei costi per poter conseguire i risultati positivi. Essi porranno fine o almeno ridurranno il dominio dei fascisti.

Molti di noi sono tenuti prigionieri dallo Stato sotto un governo che non è di nostra preferenza. Faccio riferimento non solo ai libertari o anarchici o mini-anarchici o verdi o socialisti o democratici o repubblicani o a persone di qualsiasi appartenenza politica, definita o vaga, ma a a tutti coloro tra di noi che non sono fascisti. Invece di combatterci l’un l’altro, dovremmo riconoscere che siamo tutti prigionieri rinchiusi nella stessa prigione. Il nostro nemico comune è il fascista che si rifiuta di lasciarci la libertà di scegliere il governo che vogliamo. Il nostro nemico comune è il fascista che insiste nel guidarci come un branco nelle stesse guerre e negli stessi programmi sotto le stesse regole imposte da un governo monopolistico. E quando noi cadiamo nella tentazione di costringere l’altra persona ad avere il tipo di governo che noi vogliamo, allora noi diventiamo fascisti.

Noi dobbiamo continuare a reclamare la nostra libertà e liberarci dal pensiero fascista, qualunque siano le nostre opinioni politiche. Dobbiamo capire che questo non vuo dire imprigionare altri all’interno delle mura delle nostre convinzioni settarie attraverso i vincoli di un governo nazionale monopolistico o di qualsiasi altro monopolio governativo. Cerchiamo di capire che noi non possiamo avere la nostra libertà senza che l’altra persona abbia la sua. Riconosciamo che il nostro nemico è davvero l’idea fascista di “imporre la propria volontà sugli altri.” Non appena noi cerchiamo di governare sugli altri e di creare un sistema nel quale le nostre opinioni prevalgono e impediscono gli altri di effettuare le loro scelte, noi contribuiamo a generare la nostra stessa rovina. Così facendo noi ci rinchiudiamo nelle nostre prigioni e ci alleiamo con i fascisti. E ostacoliamo in maniera intollerante la scelta volontaria del governo.

 

Link all’articolo originale.

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Un altro breve saggio di El Ray tratto dalla raccolta Vonu: The Search For Personal Freedom.

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I libertari che cercano di ottenere la propria libertà individuale, si ritrovano spesso ad essere accusati di “anti-intellettualismo” da altri libertari. L’accusa è:

«Lo statalismo è principalmente un problema intellettuale che richiede una soluzione intellettuale: la libertà non può essere raggiunta finché il comportamento delle persone non diventa compatibile con la libertà. La via per ottenere la libertà non è quella di “uscire” dalla società, ma quella di seminare idee razionali dentro la società».

Questa critica è piuttosto ingannevole perché è una mezza verità: lo statalismo è sicuramente un problema intellettuale e come tale richiede una soluzione intellettuale. Ma esso non è esclusivamente un problema intellettuale; è invece la simbiosi fra l’inganno filosofico e la violenza istituzionalizzata che si sostengono vicendevolmente. Né è solo la causa dell’oppressione, ma entrambe: causa ed effetto.

I governi coercitivi controllano ampiamente i mezzi di comunicazione di massa; direttamente, attraverso la gestione della scuola pubblica e, indirettamente, attraverso le radio e le tv autorizzate per mezzo delle intimidazioni fatte agli editori sotto la minaccia delle tasse e delle leggi che regolano il settore. I mezzi di comunicazione controllati, infine, inoculano disinformazione e predisposizione alla coercizione istituzionalizzata.

Ugualmente importante, ma non altrettanto ben compreso, è il fatto che la maggior parte delle persone non accetta la propaganda statalista semplicemente perché ha subito il lavaggio del cervello, ma perché vuole credere.
Le persone si sentono impotenti ed incapaci di cambiare la società da sole ed anche di liberarsi esse stesse dalla massa – “Non puoi lottare contro la comunità”- e, quindi, preferiscono credere che comportandosi in modo conforme agli altri tutto andrà per il meglio. E più il sistema è dispotico, più grande è la loro ingenuità. La maggior parte degli internati nei campi di concentramento tedeschi era pateticamente propensa a credere alle “spiegazioni” dei nazisti contro ogni evidenza del contrario.
La maggior parte degli schiavi dei regimi comunisti credevano che le violazioni della loro libertà fossero necessarie; l’opposizione, se c’era, era riservata ai dettagli nella realizzazione dei cambiamenti che sapevano già essere possibili.

Ognuno può constatarlo da sé; la maggior parte delle persone che incontriamo non è semplicemente ingannata, essa vuole essere ingannata e si risente amaramente di fronte ad un qualsiasi tentativo di demolire la loro razionalizzazione dello status quo. Certamente la libertà non può essere conseguita uniformemente per tutta la società finché il comportamento popolare non diventa compatibile con la libertà. Ma è ugualmente vero il contrario; cambiare il comportamento popolare è impossibile fintanto che la libertà non è realizzata o appare perlomeno imminente. Insieme queste due constatazioni conducono alla conclusione: un sistema filosofico e politico-economico non può essere radicalmente cambiato dal suo interno con nessun mezzo.
Le istituzioni possono evolversi, ma principalmente in risposta agli sviluppi esterni al sistema.

Sono dell’avviso che la liberazione sia possibile soltanto a partire dal piano individuale e soltanto cambiando contemporaneamente comportamento e modello di vita. Il rifiuto della propaganda statalista e l’uscita dalla società devono andare di pari passo. Cercare l’auto-liberazione non è essere “anti-intellettuali”. È, piuttosto, l’integrazione dell’intelletto con la realtà e il tentativo di far seguire l’azione al pensiero.



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L’idea di pubblicare alcuni saggi dell’autore più avanti descritto mi è venuta a seguito della scelta di Teo di passare al bosco e non partecipare più alle discussioni su forum Libertarismo di POL
Avendo parlato privatamente con lui di questo curioso personaggio, spero gradirà se ne traduco alcuni brani.

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Nei primi anni ‘70, El Ray (più tardi Rayo), era un attivista libertario largamente pubblicato che rappresentava quella che al tempo veniva definita, spesso con disprezzo, la “frangia dei ritirati dal movimento”.

Mentre altri perseguivano la politica elettorale, El Ray esplorava vie più radicali per il raggiungimento della libertà personale ed il compimento di una vita realmente libera.
Fu un grande teorico e, in un certo senso, un antesignano della counter-economics di Samuel Edward Konkin III. Per 10 anni, dal suo caravan accampato chissà dove tra boschi e montagne, scrisse di teoria e strategia libertaria per piccole pubblicazioni come The Innovator, Free Trade, Libertarian Connection e Vonu Life. Poi, nel 1974, se ne andò. Non nel senso che morì. Semplicemente sparì. Alcuni dissero che venne divorato dai cinghiali, altri che indossò giacca e cravatta e per dedicarsi ad una vita ordinaria.
Nessuno seppe mai che fine fece. A trentatrè anni di distanza è più semplice supporre che riposi lontano da occhi indiscreti.

Scritto nel maggio del ’64 per il numero di Liberal Innovator e successivamente ripubblicato nella raccolta dei suoi scritti intitolata Vonu: The Search For Personal Freedom, quello che segue è un breve saggio sulla definizione del termine “libertà”, parola cruciale oggi frequentemente – e ferocemente – molestata, corrotta, spogliata e degradata dalla classe dominante dei parassiti, dei burocrati, dei politicanti, degli imprenditori sostenuti dallo stato, dei sindacalisti e dei  sindacalizzati, dei militaristi, degli storici compiacenti e degli intellettuali adulanti. Ognuno di questi signori ha da dirci in che modo possiamo essere liberi, e ciò chiaramente coincide sempre con la totale devozione al servizio della loro agenda politica. Dobbiamo riprenderci il significato delle parole, aver chiaro il significato del termine libertà e non arrenderci all’imponente operazione di ri-definizione del linguaggio per mano dello statalismo.

 

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La “libertà” è un concetto utile? Può un ambiente sociale essere significativamente descritto in termini di “libertà”? I fautori dello status quo politico-economico affermano che l’uomo è in larga misura uno “schiavo” del suo ambiente e dei suoi limiti fisici e quindi non è mai veramente libero. Ciò implica che azioni (o minacce) violente inflitte ad un uomo da altri uomini non sono più oppressive delle restrizioni inflitte all’uomo dal suo ambiente fisico; cioè, ad esempio, una legge di stato che impone di pagare le tasse per non finire in galera non è fondamentalmente diversa da una legge biologica che stabilisce la necessità di alimentarsi per non morire di fame.
Se questo punto di vista fosse corretto, allora la libertà sarebbe un mito sociologico e tutti gli argomenti a suo favore non sarebbero che vane parole. Un concetto rilevante di libertà non può includere l’esenzione dai fenomeni naturali. Un uomo non è ovviamente “libero” dal principio della gravità, né è “libero” dalla necessità di dare sostentamento alla propria vita (tanto a lungo quanto egli sceglie di vivere).
Qual’è la differenza sostanziale tra i vincoli imposti a un uomo da parte di altri esseri umani e le esigenze della realtà fisica?
L’ambiente fisico è meccanicistico e non è soggetto ad intenzioni. La capacità dell’uomo di vivere all’interno del proprio ambiente è limitata solo dalla sua intelligenza, dalla sua conoscenza e dalle proprietà fisiche intrinseche dell’ambiente stesso. L’uomo può scegliere di allargare le sue conoscenze ed escogitare modi ingegnosi per superare gli apparenti vincoli ambientali. E l’ambiente continua a funzionare in un modo potenzialmente prevedibile, privo di intenzioni consapevoli.
L’uomo possiede e può utilizzare l’intelligenza per modificare il suo ambiente, ma l’ambiente fisico non ha alcun fine stabilito da opporre all’uomo.
Al contrario, i vincoli imposti ad un uomo da altri uomini possono essere il risultato di una consapevole, calcolata, e volontaria intenzione.
Tentativi risoluti da parte di una vittima della forza di riconquistare la propria libertà possono essere contrastati e negati da determinate contromisure degli agenti coartanti. Uomini piegati con la forza imposta dalle loro richieste possono rappresentare una minaccia e una costrizione molto più gravi per l’azione umana di quanto lo siano le forze inintenzionali della natura.

Per questo motivo, “libertà”, intesa come assenza di forza fisica iniziata da parte di individui coscienti, è un concetto significativo. “Libertà” è una componente essenziale dell’effettiva esistenza umana e del suo compimento.



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