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Archive for the ‘Vaneggio’ Category

Reality Chec_qjpreviewthOggi ho fatto due incontri interessanti, il primo, un albergatore, ex dipendente di Poste Italiane, il quale nel 2005, licenziatosi dalla società, ha riconsegnato il tesserino di promotore finanziario perché “ormai mi vergognavo per le truffe rifilate alla gente”.
Nel pomeriggio, l’ex direttore marketing di un grosso gruppo italiano della grande distribuzione organizzata che invece ha lasciato la professione in quanto “disgustato da un marketing che tende sempre più alla sociologia disumanizzante delle multinazionali”.
Quest’ultimo, ad un certo punto della conversazione, ha aggiunto: “non si può negare l’evidenza”.
Ho pensato: “Vero, però neanche la si deve accettare a scatola chiusa. Molte delle cose che la maggior parte delle persone danno per scontate, nella realtà non sono affatto evidenti, ma solo il frutto di cattive informazioni, pigrizia, conformismo”.

Siamo una società ultra informata, ma moriremo di ignoranza, come direbbe Rubén Blades.

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De gustibus disputandum est

Se non siete utenti abituali di giacca e cravatta, ma, causa di forza maggiore, siete costretti ad indossarle senza avere la più pallida idea di come abbinarle per apparire almeno decenti, osservate attentamente Alberto Mingardi.

E fate l’esatto il contrario.

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Stamattina, prima di recarmi nell’anticamera dell’ufficio (il cesso), ho chiesto a mia moglie: “Ma dov’è quello schifo di libro che stavo leggendo?” e lei mi fa “Ma se fa schifo perché lo leggi?”. Semplice, “Perché se lo finisco potrò dire di aver letto uno schifo di libro, se non lo finisco, invece, rimarrò nel mezzo di in uno schifo di libro per il resto della mia vita”.

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Se, come dici, fai un festino per stare un po’ insieme, poi non somministri ai malcapitati ospiti biscotti allo zenzero e fieno e té caldo alla vaniglia del Senegal senza zucchero. Bensì birra, vino, acqua, coca-cola e aranciata e pizzette e acciughe. Cazzo. Altrimenti significa che non vuoi affatto “stare insieme”, ma intendi solo sfruttare l’occasione per rimarcare la tua dozzinale originalità.

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Il gongoro

“Che cos”è un gongoro?”

“È un tizio che non esiste, ma se esistesse non dovrebbe esistere”
“Tu ne hai visto qualcuno?”
“…be’, si… si.. ci ho mangiato la pizza assieme 😐 “

Scusa Pax, ma era un assist irrinunciabboli! 😀

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Iniziata la stagione delle piogge iniziano anche i miei sabato sera ai fornelli. Sono serate in cui mi dedico a proporre menu tipicamente veneti ad ospiti in genere provenienti dai posti più disparati. L’occasione per mangiare bene – dicono che sia un cuoco particolarmente capace – e dar vita a simpatiche conversazioni sui massimi sistemi e altre amenità. Inutile star qui a elencare gli argomenti di cui abbiamo parlato ieri sera, sono effettivamente troppi. E poi due bottiglie di vino, un paio di bicchieri di Torcolato e due grappine renderebbero la cronaca quasi surreale. Butto giù soltanto le impressioni che ho ricevuto dalla discussione che è seguita alla cena e a cui ha partecipato una persona con cui non concordo quasi su nulla, ma che ugualmente mi stimola sempre a riflettere, con conseguenze su di lui a volte benevole, a volte meno.

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Tecnologia, istruzione tecnico-scientifica e alcuni sistemi di valori hanno prodotto una categoria di persone che ragionano in termini di bit e megabyte. A sua volta, questa supposta razionalità scientifica ha dato vita ad una serie di proposte matematico-meccaniche che dovrebbero servire all’organizzazione sociale, politica ed economica degli individui.
Buona parte di queste intricate idee sembrano ispirate ad un’eccessiva adesione al motto cartesiano “penso quindi sono” e spesso se ne fanno portavoce persone la cui attitudine – benché magari nel mondo reale si occupino di tutt’altro – è quella del pigro programmatore di software. Ma, proprio a causa della loro natura empirica, tali sistemi, oltre che astrusi, appaiono come irreparabilmente disconnessi dalla realtà e dalla natura umana.

Essi sono costruiti su dati statistici e matematici i quali, se possono rivelarsi utili per la progettazione di un programma di elaborazione dati o per un esperimento scientifico, non lo sono affatto per descrivere l’umanità, né quindi per l’organizzazione della società. Le chimere sono una cosa seducente e dilettevole, ma non hanno a che fare con il mondo reale e con gli esseri umani più di quanto ce l’abbiano le finzioni romantiche.

Assistendo all’incessante aumento dell’estasi razionalista (nel mondo accademico definita empirismo) viene davvero voglia di implorare l’umanità affinché smetta di essere razionale ed inizi invece ad usare il senso comune – che io continuerei a chiamare ragione, non fosse che facendolo, qui, rischierei di creare inutile confusione.

Gli individui umani sono precisamente definiti come esseri dotati della capacità di pensiero razionale; questo, in definitiva, è il tratto caratteristico che li distingue dagli altri esseri viventi. Tale caratteristica non impedisce la capacità di amare, di provare paura, orgoglio, coraggio, rispetto, dolore, amicizia, invidia o felicità. Al contrario, queste molteplici e multiformi attitudini possono essere comprese ed integrate nel quadro dell’umano senso comune.
È esplicitamente a causa della capacità della ragione di integrare e assimilare facoltà umane altrimenti sconnesse, che il pensiero razionale diventa la nostra caratteristica definitiva e il nostro coronamento. Si tratta di un valore che fa parte del contesto, il contesto dell’umanità.

Se il processo razionale viene avviato meccanicamente e pedissequamente fuori “dal contesto”, per puro amore dell’ordine e della precisione, a seconda della prospettiva su cui uno fonda lo spirito e l’impegno nell’impresa, esso può dar origine a una sorta di nevrosi compulsiva.

La maggior parte delle persone dotate di “mentalità scientifica” riconosce che c’è un punto in cui le loro fantasie razionali si sconrtano con la realtà umana, ma, probabilmente a causa delle priorità educative e culturali attribuite alla saggezza scientifica, tende ugualmente a formulare complessi sistemi meccanici (politici, medici, sociali, economici e architettonici) come soluzione al problema della coesistenza umana.

Tuttavia, io penso che la vera razionalità non abbandona il contesto umano solo per l’apparizione di un sillogismo. La priorità della razionalità è capire – ed accettare – la natura umana, non progettare e rendere noi stessi più concilianti con l’idea di non essere altro che unità da inserire in un sistema di scatole costruite “razionalmente”.
Una simile visione per compartimenti stagni si basa quasi sempre sulla scarsa comprensione o sul deliberato disinteresse – spesso causato dalla convinzione di poter vantare conoscenze superiori – dell’essere umano. Talvolta si dimostrano come il rifiuto di comprendere la condizione umana e quindi a cosa serva realmente la razionalità. Uno sottosviluppo intenzionale delle proprie capacità cognitive.

È possibile usare la razionalità anche per fare il cruciverba, ma non può essere questo lo scopo principale di questo strumento e il motivo per cui lo possediamo. Non ho obiezioni contro chi fa il cruciverba o chi progetta utopie basate su intricate teorie o modelli scientifici empirici.

Immagino che questi obiettivi siano divertenti e consoni per persone così impegnatein simili attività. Mi auguro solo che esse, basandosi su una smisurata cinsiderazione della propria intelligenza, non credano che il resto della società sia tenuto per qualche motivo prenderle sul serio. Spero inoltre che non siano così arditi da cercare di costringere le altre persone ad accettare i loro piani e, nel caso, che le altre persone abbiano abbastanza ragionevolezza da considerare questi scienziati fuori contesto per gli esseri umani sottosviluppati che sono, e non credano che, solo perché non riescono a confutarne dialetticamente le teorie, allora per conclusione logica, gli si deva riconoscere anche il valore umano e “contestuale”.

Il mio non è un problema con la razionalità, ma con il modo in cui essa si applica. Non solo i metodi, i modi e mezzi, quindi, ma il contesto umano, in cui ciò che “è giusto” non può essere facilmente aggirato.

Vado a farmi una minestra.



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Se è uno sporco lavoro e qualcuno lo deve pur fare, allora che lo faccia in tutta comodità. Giusto?

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