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Posts Tagged ‘anarchismo’

La vita non è più così tranquilla a Walden

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Quanto scriveva oltre cent’anni fa Ben Tucker in questo saggio contenuto nella raccolta dal titolo Instead of a Book by a man too busy to write one si è infine realizzato con l’avvento della rete. Il web, infatti, vera e propria società anarchica di mercato (e non “vera democrazia” come ripetono molti), dove i prodotti intellettuali si possono linkare, copiare, commentare o citare, è la dimostrazione che, nel mondo delle idee, la reale competizione è possibile solo grazie all’esistenza del diritto di copiare.
Tucker non era affatto contrario alla proprietà privata latu sensu. Il pensatore americano ne era invece un convinto difensore, solo riteneva non se ne dovesse fare un feticcio per non finire così con l’avvantaggiare il suo principale nemico: lo stato.
Curioso osservare che, usando i medesimi argomenti sulla necessità di garantire un regime di assoluta libertà di competizione, l’economista Frederich A. von Hayek, si oppose sempre risolutamente all’abrogazione della legislazione su copyright e brevetti. Personalmente ritengo che i tempi siano maturi, e i fatti sufficientemente eclatanti, per riconoscere a Tucker di aver avuto abbondantemente ragione. E quale miglior modo per omaggiarne il merito se non copiare il saggio e divulgarlo?

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IL DIRITTO Dl COPIARE
di Benjamin R. Tucker

Le leggi sui brevetti e sui diritti d’autore sono i mezzi tramite i quali lo Stato, che è il più grande dei monopoli criminali e tirannici, garantisce speciali e monopolistici privilegi a pochi a spese di molti; per proteggere inventori e scrittori dalla concorrenza, per un periodo abbastanza lungo da permettergli di estorcere alla gente una remunerazione enormemente superiore al valore dei loro servizi. L’abolizione di questi monopoli potrebbe procurare ai loro attuali beneficiati una salutare paura della competizione, tale da indurli ad accontentarsi di essere pagati per i loro servizi quanto gli altri lavoratori sono pagati per i loro, e ad assicurarsi i guadagni offrendo i loro prodotti e servizi sul mercato fin dal principio a prezzi così bassi, da non scoraggiare altre persone da mettersi in concorrenza con loro. I monopoli dei brevetti e dei diritti d’autore sono una specie di diritti di proprietà che dipendono, per la loro legittimità, dalla sottile nozione di “proprietà nelle idee”.

I difensori di tale tipo di proprietà delle idee prospettano un’analogia tra la produzione delle cose materiali e la produzione delle astrazioni, e in forza di essa dichiarano che il produttore di beni mentali, non meno che il produttore di beni, materiali, è un lavoratore che ha pieno diritto alla sua remunerazione. Fin qui, niente da ridire. Ma per completare il loro argomento sono obbligati ad andare oltre e pretendere, in violazione della loro stessa analogia, che il lavoratore che crea prodotti mentali, diversamente dal lavoratore che crea prodotti materiali, ha anche diritto di essere esentato dalla competizione.

Poiché il Signore nella sua saggezza, o il Diavolo nella sua malizia, ha disposto le cose in modo che il lavoro dell’inventore o dell’autore sia in natura svantaggiato, l’uomo, nella sua potenza, ha proposto di supplire a questa divina o diabolica con un espediente artificiale che non si limita ad annullare lo svantaggio, ma che conferisce all’inventore o all’autore un vantaggio di cui attualmente non gode nessun altro lavoratore – un vantaggio, perdipiù, che in pratica non va all’inventore o all’autore, ma al promotore, all’editore e alla grande impresa.

Per quanto l’argomento a favore della proprietà nelle idee possa apparire di primo acchito convincente, se solo ci si ragiona sopra abbastanza a lungo nasceranno dei fondati sospetti. La prima cosa che forse desterà sospetto sarà il fatto che nessuno dei sostenitori di questa proprietà propone la punizione di coloro che la violano, accontentandosi di assoggettare l’offensore al rischio di un risarcimento danni, e che quasi tutti castoro sono disposti ad accettare che perfino il rischio della richiesta di danni scompaia una volta che il proprietario abbia goduto del suo diritto per un congruo numero di anni.

Ora, come ha osservato lo scrittore francese Alphonse Karr, se la proprietà nelle idee è una proprietà come tutte le altre, allora la sua violazione, come la violazione di ogni altra proprietà, meriterebbe la sanzione penale, e la sua vita, come quella di ogni altra proprietà, dovrebbe essere protetta giuridicamente anche dopo che sia trascorso un certo intervallo di tempo. E poiché ciò non viene rivendicato dai sostenitori della proprietà delle idee, c’è da ritenere che tale mancanza di coraggio nelle loro convinzioni possa essere dovuta all’istintiva sensazione di essere nel torto. La necessità di essere breve mi impedisce di esaminare in dettaglio questo aspetto della materia, e mi accontenterò quindi di sviluppare una singola considerazione che spero risulti convincente.

Secondo me, se fosse possibile, e se fosse sempre stato possibile per un numero illimitato di individui usare illimitatamente e in un illimitato numero di luoghi le stesse cose concrete nello stesso tempo, una cosa come la proprietà privata non sarebbe mai esistita. In tali circostanze, l’idea della proprietà non sarebbe mai entrata nella mente umana, o, in ogni caso, se lo fosse, sarebbe stata sommariamente rifiutata in quanto assurdità troppo grossolana per essere presa seriamente in considerazione anche per un solo momento. Se fosse stato possibile che la creazione concreta o l’adattamento risultante dagli sforzi di un singolo individuo fossero utilizzati contemporaneamente da tutti gli individui, la presa di coscienza di questa possibilità, lungi dall’essere presa a pretesto dalla legge per impedire l’uso di questa cosa senza il permesso del suo creatore o adattatore, e lungi dall’essere considerata dannosa per qualcuno, sarebbe stata salutata come una benedizione per tutti – in breve, sarebbe stata vista come uno delle più fortunate caratteristiche della natura delle cose.

La ragion d’essere della proprietà consiste proprio nel fatto che non esiste una simile possibilità – di fatto ciò che è impossibile, data la natura delle cose, usare contemporaneamente gli oggetti concreti in posti differenti. Data questa situazione, nessuno può sottrarre dal possesso altrui e prendere a proprio uso una concreta creazione altrui senza con ciò privare l’altro di ogni opportunità di utilizzare ciò che ha creato, e poiché il successo della società si basa sull’iniziativa individuale si è reso socialmente necessario proteggere l’individuo creatore nell’uso delle sue concrete creazioni, vietandone l’utilizzo agli altri senza il suo consenso. In altre parole, si è reso necessario istituire la proprietà privata per gli oggetti concreti.
Tutto questo però è successo tanto di quel tempo fa, che oggi abbiamo dimenticato completamente i motivi per cui accadde. In realtà, è molto dubbio che al tempo in cui la proprietà fu istituita quelli che lo fecero capissero perfettamente le ragioni del loro comportamento. Gli uomini talvolta fanno cose ragionevoli per istinto e senza alcuna analisi. Coloro che hanno istituito la proprietà possono essere stati indotti a farlo da circostanze inerenti alla natura delle cose, senza accorgersi che, se la natura delle cose fosse stato diversa, non l’avrebbero istituita.

Ma, quale che sia la ragione, anche supponendo che essi abbiano perfettamente compreso ciò che stavano facendo, noi abbiamo comunque dimenticato quasi completamente le loro intenzioni. E cosi è accaduto che abbiamo fatto della proprietà un feticcio; che l’abbiamo considerata una cosa sacra; che abbiamo posto il Dio della proprietà sopra un altare come fosse un idolo da adorare; e che molti di noi non solo non stanno facendo quel che si potrebbe fare per rafforzare e conservare il regno della proprietà entro i limiti propri e originali della sua sovranità, ma stanno erroneamente tentando di estendere il suo dominio su cose e circostanze che, nelle loro caratteristiche fondamentali, sono precisamente l’opposto di quelle da cui ebbe origine la sua funzione.

Per dirla in breve, dalla giustizia e dalla necessità sociale della proprietà nelle cose concrete abbiamo erroneamente desunto la giustizia e la necessita sociale della proprietà nelle cose astratte – cioè la proprietà nelle idee – con il risultato di annullare in larga e deplorevole misura quella caratteristica fortunata delle cose in circostanze non ipotetiche ma reali – cioè lo possibilità incommensurabilmente fruttuosa, per un numero qualsiasi di persone, di usare nello stesso tempo le cose astratte in un qualsiasi numero di luoghi diversi. In questo modo siamo stupidamente e affrettatamente saltati alla conclusione che la proprietà nelle cose concrete implichi logicamente la proprietà nelle cose astratte, mentre, se avessimo avuto la premura e la perspicacia di fare un’accurata analisi, avremmo scoperto che la stessa ragione che detta la convenienza della proprietà nelle cose materiali nega la convenienza della proprietà nelle cose astratte. Notiamo qui un curioso esempio di quel frequente fenomeno mentale di capovolgimento della verità a causa di una visione superficiale delle cose.

Perdipiù, se le condizioni fossero uguali in entrambi i casi, e le cose concrete potessero essere usate da differenti persone in differenti luoghi nello stesso tempo, io dico che perfino allora l’istituzione della proprietà nelle cose concrete, benché manifestamente assurda in presenza di quelle condizioni, sarebbe infinitamente meno distruttiva delle opportunità individuali, e infinitamente meno dannosa per il benessere umano, dell’istituzione della proprietà nelle cose astratte. Infatti è facile vedere che, anche se dovessimo accettare l’ipotesi piuttosto sbalorditiva che una singola pannocchia di grano sia continuamente e permanentemente consumabile, o meglio inconsumabile, da un numero indefinito di persone sparse sulla superficie della terra, l’istituzione della proprietà nelle cose concrete che assicurerebbe al seminatore di granoturco l’esclusivo uso delle pannocchie risultanti non potrebbe, così facendo, privare altre persone del diritto di seminare altro granoturco e diventare consumatori esclusivi del proprio rispettivo raccolto; ma l’istituzione legale delta proprietà nelle cose astratte non solo assicura, per esempio, all’inventore della macchina a vapore l’uso esclusivo della macchina che ha creato, ma priva tutte le altre persone del diritto di costruire per loro conto altre macchine basate sulla stessa idea.

La proprietà perpetua delle idee, che è il logico risultato di qualsiasi teoria delle proprietà nelle cose astratte, avrebbe allora fatto dei suoi eredi diretti, in forza del solo tempo vissuto da James Watt, i proprietari di almeno nove decimi dell’attuale ricchezza esistente al mondo; e, in forza del tempo vissuto dall’inventore dell’alfabeto romano, quasi tutti i popoli più civilizzati della Terra sarebbero oggi gli schiavi virtuali degli eredi di quell’inventore, che è solo un altro modo di dire che, invece di diventare altamente civilizzati, sarebbero rimasti in uno stato semi barbarico. Mi sembra che queste due affermazioni, incontrovertibili dal mio punto di vista, siano in sé sufficienti a condannare la proprietà perpetua delle idee.



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Se il mio carceriere mi colpisce con il bastone, devo obbedire. Se accetto di obbedire perché mi ha colpito, subisco un’ingiustizia, ma mantengo un’esatta cognizione della situazione: sto obbedendo per non farmi picchiare. Faccio cioè questo tipo di valutazione: poiché la mia condizione naturale mi spinge all’auto-preservazione, un semplice calcolo di utilità mi dice che al momento è preferibile contraddire i miei principi morali per evitare di essere picchiato ingiustamente. Ho quindi ancora ben chiaro cosa è giusto e cosa non lo è. Tuttavia, mi sentirò quasi sicuramente terribilmente umiliato, solo e indifeso.
D’altro canto, potrei scegliere di evitare l’umiliazione e il senso di abbandono e solitudine, immaginando che obbedisco non perché vengo colpito, ma che vengo colpito perché disobbedisco. Non è la mia inadempienza alle pretese della guardia il motivo per cui mi piacchiano, ma piuttosto la mia mancanza di virtù morali. La guardia non mi picchia perché è sadica, mi picchia perché io sono il male – cioè egoista, non conforme etc.
Chi mi sorveglia non è responsabile per avermi percosso; sono io il responsabile delle azioni per cui vengo bastonato. La guardia non vuole umiliarmi, ma sta solo cercando di aiutarmi, facendo di me una persona migliore, così come mi aiuta il medico tentando di curarmi e allontanando il male da me. È evidente come l’agonia della corruzione morale può passare da una persona ad un’altra.
Ecco, credo sia esattamente questo il transfer attraverso il quale la maggior parte delle persone si persuade della necessità dello stato. Ed è questa la catena che va spezzata.



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Il modo in cui Pierre Joseph Proudhon recepì la democrazia post rivoluzionaria è un classico esempio di dura critica verso il processo di democrazia rappresentativa espresso anche da molti liberali classici. Il testo seguente è stato scritto poche settimane dopo la Rivoluzione del febbraio 1848 che a Parigi aveva sostituito la monarchia costituzionale del re Luigi-Filippo con una repubblica nominalmente democratica.

“L’illusione della democrazia nasce dall’esempio della monarchia costituzionale – la pretesa di organizzare il governo attraverso mezzi rappresentativi. Né la Rivoluzione del luglio 1830 né quella del febbraio 1848 sono sufficienti per far luce sul presente. Ciò che vogliono è sempre la diseguaglianza delle opportunità, la delega della sovranità e un governo di persone influenti. Anziché dire, come ha fatto M. Thiers, “il re regna e non governa” la democrazia dice “il popolo regna e non governa”, il che significa negare la Rivoluzione”.

“Dal momento che, secondo l’ideologia dei democratici, il popolo non può governare se stesso ed è costretto a scegliersi ei rappresentanti che governano per delega, conservando però il diritto di revisione delle regole, si suppone che così il popolo sia messo nelle condizioni di essere almeno rappresentato, e che possa esserlo fedelmente … Questa ipotesi è del tutto falsa; non c’è e non ci potrà mai essere legittima rappresentanza del Popolo. Tutti i sistemi elettorali sono meccanismi di inganno: conoscerne uno è sufficiente per condannarli tutti”.

“Affinché un deputato possa effettivamente rappresentare i propri elettori, è necessario egli rappresenti tutte le idee sono concorse alla sua elezione … ma, con il sistema elettorale. Il deputato, il sedicente legislatore inviato dai cittadini per riconciliare tutte le idee e tutti gli interessi nel nome degli individui, rappresenta sempre solo un’idea, un interesse. Il resto è escluso senza mezzi termini. Per chi fa le leggi alle elezioni? Chi decide la scelta dei deputati? La maggioranza, la metà più uno dei voti. Da questo ne consegue che la metà meno uno degli elettori non è rappresentata o che lo è malgrado se stessa; che di tutte le opinioni che dividono i cittadini, una sola, nella misura in cui il deputato abbia un parere in merito, arriva al legislatore; e, infine, che la legge, che dovrebbe essere l’espressione della volontà del popolo, non è altro che l’espressione della volontà di metà della popolazione”.

“Il risultato è che nella teoria dei democratici il problema consiste nell’eliminare, con il meccanismo della farsa a suffragio universale, tutte le idee tranne quella che consolida il consenso, e di dichiarare che il sovrano ha la maggioranza.”

“… In ogni sorta di governo il deputato rende conto al potere, non al paese …
[È necessario] che egli sia padrone del suo voto, cioè che abbia facoltà di scambiarlo, che il mandato abbia un termine definito di almeno un anno, durante il quale il governo, in accordo con i deputati, farà quel che gli interessa rafforzando la legge attraverso l’esercizio del suo libero arbitrio…”

“… Se la monarchia è martello che schiaccia il popolo, la democrazia è l’ascia che lo divide; l’uno e l’altro concorrono ugualmente alla morte della libertà …”

“In virtù del principio democratico, tutti i cittadini devono partecipare alla creazione della legge … [e] devono pagare tutti il loro debito verso la loro terra natia, come contribuenti, giurati, giudici e soldati.”

“Se le cose andassero in questo modo, l’ideale della democrazia sarebbe raggiunto. La società avrebbe un’esistenza normale, che si svilupperebbe direttamente in accordo con i suoi principi, come fanno tutte le cose che vivono e crescono”.

“È completamente diverso nella democrazia [rappresentativa], che secondo i suoi sostenitori esiste unicamente solo nel momento delle elezioni e per la formazione del potere legislativo. Una volta passato questo momento, la democrazia si ritira; si ritira in sé, ed inizia di nuovo il suo lavoro anti-democratico”.

“In realtà non è vero, in nessuna democrazia, che tutti i cittadini partecipano alla formazione del diritto; tale processo è prerogativa riservata ai rappresentanti”.

“Non è vero che essi deliberano in tutti gli affari pubblici, nazionali ed esteri; questa è facoltà esclusiva dei ministri, neppure dei rappresentanti. I cittadini discutono le questioni, i ministri le decidono.”

“Non è vero che i cittadini partecipano alla nomina dei funzionari. È il potere che nomina i suoi subalterni, a volte secondo lo farà secondo il suo arbitrio, altre secondo determinate condizioni di convenienza e propaganda perché l’asservimento dei funzionari e l’accentramento del potere richiedono che sia così…”

“… In base alla teoria della democrazia, il popolo non è in grado di governare se stesso; la democrazia, come la monarchia, dopo aver posto come sua linea di principio la sovranità del popolo, si conclude dichiarando l’incapacità del popolo a governarsi!”.

“Questo è ciò che intendono i democratici che, una volta nel governo, sognano solo di consolidare e rafforzare l’autorità nelle loro mani.”

Tratto da Anarchism di Robert Hoffman.

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Non sapevo nulla di Osho, tranne per averlo notato in libreria, sempre ben esposto ed affettuosamente apprezzato da individui che emanano odore di gelsomino, dall’occhiale appannato e la manica del maglione sempre troppo lunga.
Oggi, un caro amico mi ha scritto una mail chiedendomi scherzosamente se noi anarchici di mercato siamo così “di mercato” da condividere la filosofia di una star dello scaffale come Osho, il quale, definitosi anarchico, avrebbe precisato che il suo anarchismo più che politico è spirituale.
Ho curiosato ed ho trovato questo:

L’uomo non è ancora giunto al punto in cui i governi possono essere eliminati. Anarchici come Kropotkin erano contro lo stato e le leggi. Volevano dissolverli. Sono anch’io anarchico, ma in modo completamente opposto a Kropotkin.

Voglio alzare la coscienza degli esseri umani fino al punto in cui il governo diventa inutile, i tribunali rimangono vuoti, nessuno viene ucciso, nessuno viene violentato, nessuno viene torturato o molestato. Vedete la differenza? L’obiettivo di Kropotkin era distruggere i governi. Il mio è alzare la coscienza degli esseri umani al punto dove i governi diventano spontaneamente inutili; al punto in cui i tribunali inizieranno a chiudere, e la polizia scomparirà perché non c’è lavoro e ai giudici verrà detto “Trovatevi un altro lavoro”. Sono anarchico da una prospettiva molto diversa. Prima lasciate che le persone siano pronte, ed i governi scompariranno da soli. Non sono a favore della distruzione degli stati perché tutto sommato soddisfano ancora alcune necessità. L’uomo è così barbaro, così cattivo, che se non è preventivamente tenuto a bada con la forza, la società intera precipiterà nel caos.

Non voglio il caos. Voglio che la società umana diventi un insieme armonioso, una comune grande come il mondo dove le persone meditano e non commettono reati, vivono con grande serenità, in silenzio; le persone gioiscono, ballano, cantano; dove le persone non hanno voglia di competere con nessuno ed hanno abbandonato l’idea di essere speciali e per provarlo hanno bisogno di diventare presidente degli Stati Uniti d’America; dove le persone non dovranno più soffrire di alcun complesso di inferiorità, perché nessuno vorrà essere superiore, e nessuno si vanta della propria grandezza.

I governi evaporeranno come le gocce di rugiada al sole del mattino. Ma questa è una storia diversa con un approccio completamente diverso. Finché quel momento non verrà, i governi saranno necessari.

Ok, Osho vuole prseguire l’utopia di un’evoluzione mentale che coinvolga tutta l’umanità, al punto di credere che nessuno commetterà mai più crimini. E questo è un errore perché è antiumano pensare solo all’ipotesi di un mutamento psicologico collettivo. Antiumano, ma ingenuo, se vogliamo. Quello che c’è di esiziale nel suo pensiero è la convinzione che lo stato sia l’unico modo per evitare il caos. Osho ignora l’esistenza di una teoria coerente e compiuta capace di sostenere e dimostrare che è possibile (possibile perché naturale, aggettivo a cui un animo immacolato come il suo non può essere insensibile) ottenere giustizia e protezione molto efficientemente e volontariamente attraverso il mercato.

La soluzione è quella offerta dai coniugi Tannehills nel loro Market for Liberty:

Non invochiamo un’Utopia in cui nessun uomo proverà mai ad aggredirne un altro.
Finché gli uomini saranno umani, saranno liberi di scegliere se agire in modo irrazionale ed immorale contro i loro simili e probabilmente ci sarà sempre qualcuno che pronto ad agire come un bruto, imponendo la sua volontà sugli altri con la forza. Quello che proponiamo è un sistema per trattare con tali uomini decisamente superiore rispetto al nostro attuale sistema governativo – un sistema che rende la violazione della libertà individuale molto più difficile, che non ha remore per chi decide di vivere come un bruto, e completamente impossibile per quelli che vogliono fare i politici.

Questo è lo scopo degli anarchici di mercato: spazzare via il caos provocato dallo stato e consentire all’ordine di instaurarsi in una società di scambi volontari. Anche noi siamo contro il caos. Vogliamo la società più razionale, giusta e morale – vogliamo la società senza stato.

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