Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Antipolitica’

Ricevo e pubblico questa bella recensione di un disco dalle inaspettate nuances individualiste. Inaspettate per un panorama musicale come quello nostrano ancora incrostato di stereotipi nazional-popolari da “festival della canzone italiana”, e per un genere come l’hip-hop he quando ha provato a smarcarsi dallo sterile edonismo e dal nichilismo che da sempre lo affliggono, come con i Tribe Called Quest, gli Arrested Developement o il francese Mc Solaar, ha finito invariabilmente per abbracciare le istanze altermondiste, collettiviste e multiculturaliste del peggior progressismo.

___________________

di Orso

È bizzarro rendersi conto di trovare, in questa generazione decadente, un flebile raggio di speranza in due artisti rap. Soprattutto per chi scrive, che ha sempre visto nel rap il segmento deteriore della musica moderna, fatta di falsi profeti, vanterie, orgoglio nigga e tamarro a seconda dei casi. Sarà perché gli Uochi Toki, duo alessandrino, rap vero e proprio non ne fanno. Piuttosto si tratta di parole in libertà, in senso «futurista», accompagnate da basi scelte con attenzione all’estetica noise.
I pregi degli UT non sono solo musicali; più di tutti a sorprendere sono i testi, intelligenti, accuratissimi, scritti (non improvvisati), e animati soprattutto da una vena individualistica che fa di Napo (al secolo Matteo Palma, l’autore del duo) l’erede naturale di Thoreau. Come l’autore del Walden, l’ex «Laze Biose» ama i boschi, e vagando tra gli alberi traggono l’ispirazione per i suoi testi, a confermare l’indissolubile legame tra le selve e il disprezzo per le astrazioni collettiviste. «Il cinico», pezzo che apre il loro ultimo disco, «Libro Audio» è un interessante manifesto:
«Il fatto che io non abiti in città non vuol dire che sottointendo che la mia scelta diventi un esempio, una necessità per gli altri. Per farti un esempio, sappi che io ho la necessità di vedere il cielo intero, di sentire tutte quante le direzioni del vento, di poter aprire la porta e raggiungere un bosco di notte quelle poche volte in cui faccio fatica a prender sonno. Ho bisogno di vedere i flussi di acqua corrente, di ricordarmi che sono piccolo così anche i miei problemi sono piccoli e risolvibili, così non devo lanciare a tutti i costi lanciare accuse a me o ad altri, perdere tempi con le colpe o i meriti».
Troppo New Age? Allora sentite cosa Napo riesce a dire nel più politico «I Mangiatori di Patate» in cui racconta gli espedienti e le ristrettezze a cui la crisi economica ci ha abituati. Si comincia con una stoccatina ai fattoni, personaggi ben noti a chi frequenta le stazioni del Nord Italia:
»Quando vedo in stazione un ragazzo col suo cane, mi verrebbe da interpellarlo, da dirgli: “No ma scusa ti stai sbagliando, con quello che spendi in droga ci paghi l’affitto, ci fai una spesa al supermercato, anzi tre o quattro”, anche se di solito sono io quello che viene interpellato perché vesto un po’ meno sbrindellato e mi si chiede una moneta per un biglietto del treno che era stato calcolato. “Ti sei messo in viaggio senza sapere se disponevi dei soldi per tornare, ma sapendo che saresti tornato? Saresti un genio, ma il tuo è un ripiego collaudato”. Siete in migliaia, non in quattro. Se chiedere elemosine fosse un metodo funzionale, ci sarebbero meno morti di fame che morti di spade – anzi, scusate – di bottigliette di plastica bruciacchiate, che fanno meno male. Io e il mio compare ci spariamo in vena le teorie keynesiane, inaliamo la disperazione del crack del ‘29.»
Probabilmente involontario, anche l’accostamento droga – Keynes mi piace parecchio.
Il declamatore, dunque, dichiara di aver ben chiaro ciò che è davvero importante nella vita:
«Riesco a capire quello che conta veramente: case, rapporti, disegni, economia, contante»
D’altronde che altro ci si deve aspettare da due che si definiscono: «Fanatici dell’oikos» in quanto si divertono ad abitare: «Stare in casa è qualcosa di spettacolare. A quelli che mi ostracizzano dalle case auguro una morte innaturale perché io amo le case.»
La weltanschauung anarco-individualista, emerge ancora più chiaramente in «Il Nonno, il Bisnonno», che personalmente ritengo un piccolo capolavoro. La storia attraversa tre generazioni: la prima è quella dell’attivista anarchico Cesare (il bisnonno), che prima diserta la guerra procurandosi una ferita sparandosi su una gamba poi, scoperto, accetta il salvacondotto offertogli da un prete: sposarsi e battezzare i suoi quattro figli, anche se questo va contro i suoi principi. Napo trae la seguente lezione:
« uno – quando c’è da pensare alle persone Che Guevara va nel cestino; due – il fucile rivolto contro sé stessi può portare a vivere meglio» (NB: la frase ha letteralmente sconvolto il pubblico di indie-rockers, notoriamente sinistri ortodossi). C’è poi la storia del nonno, Ennio, che pur di suonare entra nelle fila del gruppo universitario fascista, rischiando di incorrere nell’ira di sua padre.
«Cosa imparo questa volta? Niente è più importante di quel che voglio fare, che ci sia la guerra di mezzo, il giudizio di mio padre o di un uomo comune, di un opinionista, lavoratore, pendolare, centro sociale. Adesso parlami di saggezza e politica di alte sfere o popolare, raccontami quello che hai letto nei libri: vedrai che a me vengono i brividi perché posseggo desideri ibridi».
Il pezzo che segue, «Il Ballerino», è apprezzabile solo per il concept: un j’accuse al mondo del calcio, passatempo mainstream, degli adolescenti, ancora una volta un grido contro l’omologazione, un inno alla libertà nel quotidiano.
Che gli Uochi Toki condividano «i semi del verbo» agorista lo si evince anche da una lunghissima intervista riportata nel sito specializzato OndaRock:
D: E quando però ve le chiedono, le opinioni politiche, voi che dite?
Napo.: Io annullo la scheda.
D: Ma così ti salvi sempre!
N.: No, no. Io dico esattamente quello che faccio. Quando poi mi dicono che bisogna dare il voto al meno peggio, e io dico “Sei un cretino perché non è esprimere una preferenza”.
Rico (autore delle basi, ndr): È una pistola puntata alla tempia, scegliere il meno peggio.
N.: Anche qui prevale la questione del “si è sempre fatto così e allora va fatto così”. Votare è un diritto eccetera eccetera, però tutte le cose che sono state messe sopra al votare non vengono neanche tenute in considerazione. Quindi per me votare non è esprimere un diritto o una preferenza. Quando bisogna scegliere tra quello che c’è, io di solito cerco dei modi di fare in modo diverso.

Read Full Post »

Tempo fa mi ero appuntato questa citazione, senza però scrivere chi ne fosse l’autore. Dovrebbe essere Thoreau, ma la memoria a volte mi inganna.
Poco importa, la dedico ugualmente a tutti coloro che si oppongono alla guerra e contemporaneamente sostengono sia un imperativo civico e morale pagare le tasse.

In realtà, non è compito di un individuo consacrarsi alla eliminazione dei mali, anche se questi fossero enormi; egli può giustamente avere altre faccende che lo impegnano; ma è suo dovere, almeno, avere le mani pulite a questo riguardo, e oltre a sgomberare la mente da tali ingiustizie, ritirare anche il suo appoggio concreto a che esse vengano commesse. Se mi dedico ad altre occupazioni e contemplazioni, devo prima almeno accertarmi che non le perseguo stando seduto sul groppone di un’altra persona. Prima di tutto devo togliere il mio peso dal suo corpo, in modo che egli possa parimenti dedicarsi alle sue contemplazioni. State a sentire quale grossolana incoerenza è tollerata. Ho udito alcuni dei miei concittadini affermare: “Vorrei proprio vedere se mi ordinano di sopprimere una rivolta di schiavi, o di marciare contro il Messico – figuratevi se io ci vado”; eppure, proprio queste persone hanno fornito, ognuna di loro, un sostituto, direttamente attraverso l’obbedienza allo stato, e quanto meno indirettamente, con il pagamento delle tasse. Si applaude il soldato che si rifiuta di servire in una guerra ingiusta da coloro che non si rifiutano di sostenere il governo ingiusto che fa la guerra; il soldato che si ribella è lodato da coloro la cui azione e autorità egli disattende e ignora; come se lo Stato si pentisse talmente da incaricare qualcuno che lo fustigasse quando ha peccato, ma non fino al punto di smettere per un solo istante di commettere malefatte. Così, in nome dell’Ordine e del Governo Civile, noi tutti siamo alla fine obbligati a rendere omaggio e a sostenere la nostra propria meschinità. Dopo il primo rossore per il peccato, segue l’indifferenza per quanto si è commesso; e dall’essere immorale il comportamento diventa come al di fuori della morale, e non del tutto stonato rispetto alla vita e a come l’abbiamo organizzata.

Read Full Post »

no beansUn classico dell’astensionismo libertario, “Astenersi dai fagioli” (Abstain from beans) di Robert LeFevre, fondatore della Freedom School in Colorado, istituto con il quale collaborò, fra gli altri, anche il nostro Bruno Leoni. Il discorso venne pronunciato durante una conferenza, nel 1970.

_________________________________________________________________________________

Nell’antica Atene, i seguaci della filosofia individualista dello stoicismo avevano fatto proprio un motto: “Astenersi dai fagioli”. La frase aveva un riferimento preciso. Significava “non votare”, perché lo scrutinio, all’epoca, avveniva depositando fagioli di vari colori in un recipiente.

Votare equivale ad esprimere una preferenza. Non vi è nulla di implicitamente sbagliato nell’esprimere una preferenza. Tutti noi nel corso della nostra vita quotidiana votiamo a favore o contro decine di prodotti e servizi. Quando votiamo a favore (acquistiamo) un qualsiasi bene o servizio, ne consegue che, con un semplice rifiuto, avremo votato contro quei beni e quei servizi che abbiamo scelto di non acquistare. Il grande vantaggio di scegliere sul mercato, sta nel fatto che nessuno è vincolato dalle scelte delle altre persone. Io posso scegliere la marca X, ma questo non impedisce a voi di scegliere la marca Y.

La scelta all’interno del contesto politico, tuttavia, è cosa ben diversa. Quando esprimiamo una preferenza politica, infatti, lo facciamo proprio perché abbiamo intenzione di assoggettare gli altri alla nostra volontà. Il voto politico è il metodo legale che abbiamo adottato e lodato al fine di ottenere monopolio di potere, ed esso non è altro che il presupposto necessario a legittimarlo. Esiste la presunzione che qualsiasi decisione voluta dalla maggioranza di coloro che esprimono una preferenza deve essere desiderabile, e tale inferenza si spinge fino a presumere che chiunque non accetti il punto di vista della maggioranza è ingiusto o immorale.

Eppure la storia in molte occasioni dimostra la follia delle masse e l’irrazionalità delle maggioranze. L’unica cosa positiva rintracciabile nella regola della maggioranza, risiede nel fatto che se si ottiene il monopolio delle decisioni da questo processo, si coarterà un numero minor di persone rispetto a quante ne coarteremmo se permettessimo alla minoranza di imporre alla maggioranza la propria volontà. Ma implicita a tutte le votazioni politiche è la necessità di costringere alcuni individui in modo che siano posti sotto il controllo di altri. L’indirizzo ideologico preso da chi esercita il controllo è di scarsa rilevanza pratica, mentre il controllo come monopolio nelle mani dello stato è fondamentale.

In tempi come questi, spetta agli uomini liberi rivedere le vecchie convinzioni a cui si sentono affezionati. C’è solo una posizione veramente morale che una persona onesta può prendere. Egli deve astenersi da costringere i suoi simili. Ciò significa che egli deve rifiutare di partecipare al processo mediante il quale alcuni uomini ottengono il potere sugli altri.
Se date un valore al vostro diritto alla vita, alla libertà ed alla proprietà, allora ovviamente avete validie ragioni per astenervi dall’usare uno strumento concepito per togliere la vita, la libertà e la proprietà ad ogni altra persona. Ed il voto non è che il mezzo per ottenere il potere giuridico necessario a costringere gli altri.

Read Full Post »

Le vedete queste mani? Così sottili, le dita lunghe, le unghie ben curate e la pelle compatta, senza imperfezioni. Bene, appartengono a chi ha chiesto sforzi, sacrificio e impegno al proprio paese pur di superare la crisi.

r 

Ma un solo giorno di duro lavoro lo avranno mai visto?

Read Full Post »

L’idea di pubblicare alcuni saggi dell’autore più avanti descritto mi è venuta a seguito della scelta di Teo di passare al bosco e non partecipare più alle discussioni su forum Libertarismo di POL
Avendo parlato privatamente con lui di questo curioso personaggio, spero gradirà se ne traduco alcuni brani.

________________

Nei primi anni ‘70, El Ray (più tardi Rayo), era un attivista libertario largamente pubblicato che rappresentava quella che al tempo veniva definita, spesso con disprezzo, la “frangia dei ritirati dal movimento”.

Mentre altri perseguivano la politica elettorale, El Ray esplorava vie più radicali per il raggiungimento della libertà personale ed il compimento di una vita realmente libera.
Fu un grande teorico e, in un certo senso, un antesignano della counter-economics di Samuel Edward Konkin III. Per 10 anni, dal suo caravan accampato chissà dove tra boschi e montagne, scrisse di teoria e strategia libertaria per piccole pubblicazioni come The Innovator, Free Trade, Libertarian Connection e Vonu Life. Poi, nel 1974, se ne andò. Non nel senso che morì. Semplicemente sparì. Alcuni dissero che venne divorato dai cinghiali, altri che indossò giacca e cravatta e per dedicarsi ad una vita ordinaria.
Nessuno seppe mai che fine fece. A trentatrè anni di distanza è più semplice supporre che riposi lontano da occhi indiscreti.

Scritto nel maggio del ’64 per il numero di Liberal Innovator e successivamente ripubblicato nella raccolta dei suoi scritti intitolata Vonu: The Search For Personal Freedom, quello che segue è un breve saggio sulla definizione del termine “libertà”, parola cruciale oggi frequentemente – e ferocemente – molestata, corrotta, spogliata e degradata dalla classe dominante dei parassiti, dei burocrati, dei politicanti, degli imprenditori sostenuti dallo stato, dei sindacalisti e dei  sindacalizzati, dei militaristi, degli storici compiacenti e degli intellettuali adulanti. Ognuno di questi signori ha da dirci in che modo possiamo essere liberi, e ciò chiaramente coincide sempre con la totale devozione al servizio della loro agenda politica. Dobbiamo riprenderci il significato delle parole, aver chiaro il significato del termine libertà e non arrenderci all’imponente operazione di ri-definizione del linguaggio per mano dello statalismo.

 

____________________________________________________________________________

La “libertà” è un concetto utile? Può un ambiente sociale essere significativamente descritto in termini di “libertà”? I fautori dello status quo politico-economico affermano che l’uomo è in larga misura uno “schiavo” del suo ambiente e dei suoi limiti fisici e quindi non è mai veramente libero. Ciò implica che azioni (o minacce) violente inflitte ad un uomo da altri uomini non sono più oppressive delle restrizioni inflitte all’uomo dal suo ambiente fisico; cioè, ad esempio, una legge di stato che impone di pagare le tasse per non finire in galera non è fondamentalmente diversa da una legge biologica che stabilisce la necessità di alimentarsi per non morire di fame.
Se questo punto di vista fosse corretto, allora la libertà sarebbe un mito sociologico e tutti gli argomenti a suo favore non sarebbero che vane parole. Un concetto rilevante di libertà non può includere l’esenzione dai fenomeni naturali. Un uomo non è ovviamente “libero” dal principio della gravità, né è “libero” dalla necessità di dare sostentamento alla propria vita (tanto a lungo quanto egli sceglie di vivere).
Qual’è la differenza sostanziale tra i vincoli imposti a un uomo da parte di altri esseri umani e le esigenze della realtà fisica?
L’ambiente fisico è meccanicistico e non è soggetto ad intenzioni. La capacità dell’uomo di vivere all’interno del proprio ambiente è limitata solo dalla sua intelligenza, dalla sua conoscenza e dalle proprietà fisiche intrinseche dell’ambiente stesso. L’uomo può scegliere di allargare le sue conoscenze ed escogitare modi ingegnosi per superare gli apparenti vincoli ambientali. E l’ambiente continua a funzionare in un modo potenzialmente prevedibile, privo di intenzioni consapevoli.
L’uomo possiede e può utilizzare l’intelligenza per modificare il suo ambiente, ma l’ambiente fisico non ha alcun fine stabilito da opporre all’uomo.
Al contrario, i vincoli imposti ad un uomo da altri uomini possono essere il risultato di una consapevole, calcolata, e volontaria intenzione.
Tentativi risoluti da parte di una vittima della forza di riconquistare la propria libertà possono essere contrastati e negati da determinate contromisure degli agenti coartanti. Uomini piegati con la forza imposta dalle loro richieste possono rappresentare una minaccia e una costrizione molto più gravi per l’azione umana di quanto lo siano le forze inintenzionali della natura.

Per questo motivo, “libertà”, intesa come assenza di forza fisica iniziata da parte di individui coscienti, è un concetto significativo. “Libertà” è una componente essenziale dell’effettiva esistenza umana e del suo compimento.



Read Full Post »

Roderick T. Long, è professore associato di filosofia presso l’università di Auburn, Alabama; è presidente dell’Istituto Molinari; redattore della Libertarian Nation Foundation newsletter Formulations e adjunt scholar presso il Ludwig von Mises Institute.
Tra i suoi libri più famosi, “Reason and Value: Aristotle Vs Rand”, “Wittgenstein, Austrian Economics, and the Logic of Action” e “Anarchism/Minarchism” scritto assieme a Tibor Machan.
Libertario, giusnaturalista, agorista, tra i più vivaci market-anarchist contemporanei è autore del blog Austro-Athenian Empire.
Di seguito un suo vecchio articolo sull’uso e la natura del linguaggio politico.

_____________________________________________________________________

Radical Geek ci ricorda una meravigliosa citazione del saggio “Politics an the English language” di George Orwell del 1946.

Nella nostra epoca, discorsi e letteratura politica rappresentano in gran parte la difesa dell’indifendibile. Cose come la continuazione del dominio britannico in India, le purghe e le deportazioni russe, il lancio delle bombe atomiche in Giappone, possono essere difese, ma solo con argomenti troppo brutali da affrontare per la maggior parte delle persone, e che non rientrano negli obiettivi professati dai partiti politici. Così linguaggio politico deve consistere in gran parte di eufemismi, di suppliche e di fumosa vaghezza. Villaggi inermi vengono bombardati dagli aerei, gli abitanti cacciati nelle campagna, il bestiame passato alla mitraliatrice, le capanne date a fuoco con proiettili incendiari: questa viene chiamata pacificazione.
Milioni di contadini vengono confiscate delle loro aziende agricole e spediti a camminare faticosamente lungo le strade con nient’altro in più di ciò che essi riescono portare: questo viene definito trasferimento della popolazione o rettifica delle frontiere.
Le persone stanno in carcere per anni senza processo, vengono fucilate alla nuca, o mandate a morire di scorbuto nei campi di legname nell’Artico: questa la chiamano eliminazione degli elementi pericolosi. Tale fraseologia è necessaria se si vuole definire le cose senza evocare le loro immagini mentali. Si consideri, ad esempio, un qualunque agiato professore inglese che intenda difendere il totalitarismo russo. Egli non può dire esplicitamente, “Credo nell’ uccisione dei vostri oppositori qualora si possono ottenere buoni risultati ricorrendo a questi metodi”. Probabilmente, invece, egli userà un’espressione simile a questa:

Mentre si può tranquillamente concedere che il regime sovietico mostra certi aspetti che chi ha a cuore gli aspetti umanitari potrebbe essere propenso a deplorare, penso dobbiamo convenire che una certa riduzione del diritto di opposizione politica è un inevitabile concomitanza dei periodi transitori, e che i rigorosi provvedimenti che il popolo russo è stato chiamato ad accettare siano stati ampiamente giustificati nella sfera del concreto conseguimento del fine.

Il mio solo appunto su ciò che dice Orwell riguarda la definizione “Nella nostra epoca”.
Sebbene la dichiaratamente vaga e sdolcinata scrittura che Orwell critica sia prettamente contemporanea, eufemismi di qualche sorta sono la caratteristica imperante e universale dell’oratoria politica (non libertaria) – e non è un caso che sia così. Il governo, nella sua natura di monopolio coercitivo, viola necessariamente le norme di cooperazione pacifica e la reciprocità la cui sostanziale osservanza è precondizione per l’esistenza sociale.

Come ha scritto Ludwig von Mises in Azione Umana

È importante ricordare che l’interferenza del governo significa sempre ‘azione violenta o minaccia di tale azione. I fondi che un governo spende per un qualunque scopo sono ottenuti con la tassazione. E le tasse sono pagate perché i contribuenti hanno paura di opporre resistenza agli esattori delle tasse. Sanno che qualunque disobbedienza o resistenza è senza speranza. Finché questo è lo stato delle cose, il governo può raccogliere tutto il denaro che vuole spendere. Il governo, in ultima analisi, è l’occupazione degli uomini armati, dei poliziotti, dei gendarmi, dei soldati, delle guardie carcerarie e dei boia. La caratteristica essenziale del governo è l’imposizione dei suoi decreti picchiando, uccidendo, ed imprigionando. Quelli che chiedono intervento del governo chiedono in definitiva più costrizione e meno libertà.

Questo è il motivo per cui nel discorso politico è sempre necessario “definire le cose senza evocare le loro immagini mentali”. È vero, tuttavia, che la diffusione dell’ideologia democratica e egualitaria ha reso la necessità di un oscuro linguaggio di stato più urgente, perché tali ideologie hanno in gran parte interrotto i tradizionali appelli alle naturali gerarchie sociali. Il moderno Stato democratico, ancora meno dei suoi predecessori, può permettersi di riconoscere il suo ruolo essenziale di strumento della classe dominante.

Ma, alla fine, non è negli interessi del potere statale per il proprio fondamento nella violenza e nello sfruttamento essere totalmente oscuro. Dopo tutto, per lo stato essere riconosciuto per prima cosa come a comando dei mezzi coercitivi è di fondamentale importanza per la sua influenza. Da qui la necessità di un linguaggio che mistifichi la violenza dello Stato.
Come ho scritto in Uguaglianza: l’ideale sconosciuto:

Da un lato, l’ideologia statalista deve rendere la violenza dello stato invisibile, al fine di mascherare l’affronto all’uguaglianza che esso rappresenta. Gli statalisi, pertanto, tendono a esporre gli editti governativi come se si trattasse di incantesimi, che passano direttamente dal decreto al risultato, senza l’inconveniente dei mezzi; poiché nel mondo reale i mezzi principali impiegati dallo stato è la violenza, intimata o reale, ammantare i decreti statali e la loro implementazione violenta con le vesti dell’incantesimo maschera sia l’immoralità che l’inefficienza dello statalismo fingendo di non vedere il disordinato percorso dal decreto al risultato.

Tuttavia, dall’altra parte, l’efficacia degli editti governativi dipende esattamente dalle persone tutte fin troppo consapevoli della forza che sostiene quegli editti. Quindi, lo statalismo può mantenere la sua plausibilità solo postulando implicitamente una sorta di parodia grottesca della transustanziazione cattolica: proprio come il pane ed il vino devono essere trasformati nella loro essenza nel corpo e nel sangue di Cristo per giocare il loro necessario ruolo spirituale (sebbene allo stesso tempo essi debbano mantenere le caratteristiche esterne di pane e vino per giocare il loro necessario ruolo pratico), così la violenza dello stato, per essere giustificata, deve essere transustata nella sua essenza in incantesimo pacifico e, tuttavia, allo stesso tempo, per essere efficace deve mantenere le caratteristiche esterne della violenza. (Questa sacralizzazione della violenza dello stato spiega come mai chi propone una restrizione dell’uso delle armi, per esempio, possa considerare se stesso come contrario alla violenza sebbene allo stesso tempo minacci violenza massiccia e sistematica contro cittadini pacifici).

Ma mascherare o fingere di non vedere la violenza su cui legislazione socioeconomica necessariamente si fonda, significa acconsentire alla subordinazione incondizionata e alla
sottomissione che tale violenza comporta. Significa trattare quegli individui subordinati e assoggettati come semplici mezzi per i fini di quelli li sottomettono, e presupporre così l’ineguaglianza legittima nel potere e nella giurisdizione tra i due gruppi.



Read Full Post »

Vi siete mai chiesti perché la mediocrità, la slealtà e l’ipocrisia, a dispetto degli sforzi dei migliori individui della società, riescono sempre a raggiungere i vertici del potere?
In un articolo del febbraio del 1998, Lawrence W. Reed, economista e scrittore presidente della Mackinac Center for Public Policy, ce lo spiega analizzando due fatti di cronaca politica internazionale dell’epoca, interpretandoli secondo la lettura del libro di F.A. von Hayek La via della schiavitù.

_________________________________

Nonostante la considerevole libertà e il progresso globale degli ultimi anni – dal crollo dell’impero sovietico all’aumento delle “privatizzazioni”-, non vi è ancora alcun segnale di una diminuzione di statisti a capo di regimi stupidi e distruttivi. La migliore spiegazione del perché e del per come tali persone ottengono posizioni di potere è ancora presente in “Perché emergono i peggiori”, che è il capitolo 10 del capolavoro di Frederick von Hayek, La via della schiavitù”.
Quando Hayek nel 1944 scrisse il suo libro più famoso, il mondo era affascinato dal concetto socialista della pianificazione centralizzata. Mentre quasi tutti in Europa e in America deprecavano la brutalità del nazismo, del fascismo e del comunismo, l’opinione pubblica era plasmata e modellata da un’intellighenzia che dichiarava che questi “eccessi” del socialismo erano evitabili eccezioni. Se solo ci assicurassimo di mettere in carica le persone giuste, dicevano gli intellettuali statalisti, il pugno di ferro si trasformerebbe in guanto di velluto.

Quelli che, seguendo Hayek, “pensano che non è il sistema ciò di cui dobbiamo aver paura, ma il pericolo che esso possa essere gestito da uomini cattivi”, sono ingenui utopisti che rimarranno sempre delusi dagli esiti del socialismo.

In effetti, questa è la storia dello statalismo del ventesimo secolo: l’infinita ricerca di un luogo in cui poter realizzare il sogno, stabilendo un posto fino a che il disastro non sarà vergognosamente palese a tutti, quindi accusando le persone, piuttosto che il sistema, e infine svolazzando via, alla prossima inevitabile delusione.

Forse un giorno, nella definizione di “statista” dei dizionari potremo leggere: “Colui che non impara nulla dalla natura umana, dall’economia o dall’esperienza, e ripete continuamente gli stessi errori senza mai preoccuparsi dei diritti e della vita delle persone che calpesta con le sue buone intenzioni”.

Anche le peggiori caratteristiche della realtà statalista, ha dimostrato Hayek, “non sono sottoprodotti accidentali”, ma fenomeni che fanno parte integrante dello statalismo stesso.
Con grande lungimiranza egli ha sostenuto che “i privi di scrupoli e i disinibiti saranno probabilmente quelli di maggior successo” in ogni società in cui lo stato è visto come la risposta alla maggior parte dei problemi.
Essi sono precisamente il tipo di persone che più elevano il potere della persuasione, della forza contro la cooperazione. Lo stato, per definizione possessore del monopolio legale e politico dell’uso della forza, li attira come lo sterco attira le mosche. In ultima analisi, è l’apparato di governo che consente loro di generare devastazione attorno a noi.
Mezzo secolo dopo che Hayek ne ha scritto, difficilmente passa giorno che i giornali non riescano a fornire nuovi esempi di “peggiori che emergono”.
Due recenti esempi dai due estremi del globo mi permetteranno di illustrare la saggezza Hayek.
In Francia il 10 ottobre 1997, il primo ministro socialista Lionel Jospin propose una legge per ridurre obbligatoriamente le ore di lavoro settimanali. Entro il 2000, i datori di lavoro avrebbero dovuto ridurre le ore di lavoro dei loro dipendenti da 39 a 35, senza relativa diminuzione della retribuzione. Jospin demagogicamente promise al popolo francese che la legge avrebbe creato “un sacco di posti di lavoro”.

Ovviamente, questa non era un’amichevole richiesta ai datori di lavoro della Francia, bensì un obbligo, il che significa che i datori di lavoro che cercavano di trovare un accordo con i loro lavoratori per più di 35 ore dovevano essere multati, imprigionati, o entrambe le cose. Il primo ministro non ha fatto menzione al fatto che uno degli stati sociali più regolamentati e onerosi d’Europa aveva posto il costo del lavoro francese fuori mercato e prodotto quell’elevato tasso di disoccupazione che ora prometteva di ridurre.

In Malaysia, nel corso della stessa settimana di ottobre, il Primo Ministro Mahathir Mohamad attaccava indistintamente “disonesti”, “stolti” e “neocolonialisti” accusandoli della perdita di valore della moneta malese, il ringgit. Ricordando i potenti impazziti del recente passato, disse inoltre che i problemi economici della Malaysia erano il risultato “dell’agenda ebraica”. Egli chiese non di porre fine alla politica inflazionista del suo governo che stampava continuamente carta priva di valore, ma piuttosto di vietare lo scambio di moneta perché “inutile, improduttivo, e immorale”.

La convinzione di Jospin che si sarebbero creati posti di lavoro rendendo illegale lavorare più di 35 ore e obbligando i datori di lavoro a pagare i lavoratori per minori prestazioni, ovviamente, è ridicola. Essa era condannata fin dall’inizio a produrre più disoccupazione, non di meno, perché rendeva ciascun dipendente più costoso per il suo datore di lavoro.

Così come è ridicolo il tentativo di Mahathir di imputare colpe a tutti tranne che ai suoi precedenti interventi. Forse egli pensava a se stesso come ad un moderno Canuto il Grande, che ordina alle onde di valuta di fermarsi, per risolvere i problemi al posto suo. Certo, come fu per Canuto, le onde continueranno ad andare da Mahathir, ma molte teste potrebbero saltare in questo processo.

Questi due ottenebrati personaggi del palcoscenico politico internazionale non lo sanno, ma essi sono descritti nel libro di Hayek. Nel capitolo “Perché emergono i peggiori”, del pianificatore centrale o del “dittatore potenziale”, Hayek dice “…Potrà ottenere il sostegno di tutti gli arrendevoli e i creduloni che non hanno forti convinzioni proprie e sono predisposti ad accettare un sistema pre-costituito di valori, se solo questo viene continuamente martellato nelle loro orecchie con forza sufficiente”.
In ultima analisi, gli arrendevoli ed i creduloni sono tenuti all’angolo da Jospin e Mahathir.

Lo statista demagogo, asserisce Hayek, si appella “all’odio per un nemico” e “all’invidia per i migliori” per ottenere “la fedeltà senza riserve di masse enormi”. Per Jospin, è l’avidità dei datori di lavoro privati; per Mahathir, sono gli ebrei. Il peggiore ama servirsi dell’ipocrisia per segnare punti sulla strada dell’accumulo del potere politico.

Hayek rileva “una crescente tendenza tra gli uomini moderni a immaginare se stessi come morali perché hanno delegato i propri vizi a gruppi sempre più grandi. Agire a nome di un gruppo sembra liberi la gente da molte delle restrizioni morali che tengono a bada i comportamenti individuali all’interno del gruppo”.
Forse, entrambi i primi ministri si opporrebbero personalmente ad un individuo che costringe in punta di pistola il suo capo ad aumentargli la retribuzione, o ad un individuo che umilia pubblicamente un commerciante di valuta, ma essi non si fanno problemi a fare di queste pratiche la loro politica nazionale.

Date allo stato grande potere e le persone stupide e intolleranti della la vita e delle opinioni altrui si metteranno in fila per ottenere un posto di lavoro dal governo. Quelli che rispettano gli altri, che lasciano le altre persone in pace e desiderano essi stessi essere lasciati in pace, si dedicheranno ad altro – ossia, al lavoro produttivo nel settore privato.
Così come ci ha avvertiti Hayek nel 1944, più il governo diviene grande, più i peggiori elementi della società saliranno la sua cima.

Il francese e il malese sono solo due fra le molte persone che se in questo momento leggessero il capitolo dieci de “La via della schiavitù”, troverebbero F.A. Hayek che descrive con precisione il deplorevole corso che hanno scelto di adottare.

_____________________________________________________________________

Sullo stesso argomento vedi anche “La voce del Gongoro” e Tra Cielo e Terra

Link all’articolo originale



Read Full Post »

Older Posts »