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Posts Tagged ‘Antiwar’

La vita non è più così tranquilla a Walden

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Amo pochi film di Oliver Stone, anzi sono esattamente tre le opere del regista americano che più mi convincono: JFK, Platoon e Gli intrighi del potere (1995), di cui riporto la scena che secondo me riassume il significato dell’intero film. La paranoica ambizione di un uomo estremamente instabile, tormentato dalla convinzione di non essere accettato, e deciso a sopperire questo deficit rincorrendo con ogni mezzo il potere. Basterà, a dire il vero più a noi che a lui, la banale deduzione di una ragazzina per capire che quella é una corsa vana e che il potere di cui si crede tenutario, in realtà è un animale indomabile fuori dal suo controllo.


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La pace è la teoria sociale del liberalismo.
— Ludwig von Mises 

L’unica cosa buona di Marx è che non era keynesiano.
— Murray Newton Rothbard

Se è vero che la politica estera è indissolubilmente legata ai problemi politici ed economici interni, è difficile escludere l’ipotesi che il delirio di onnipotenza della classe dominante non possa portare l’attuale crisi economica a trovare il suo tragico epilogo in un’altra devastante guerra, la cui imminenza, secondo la teoria keynesiana, funzionerebbe da propulsore per una ripresa dalla depressione.
Come buona parte del sistema dell’economista britannico, anche questo teorema però è irreparabilmente sbagliato.
Al contrario, come dimostra Robert Higgs attraverso un’analisi della ripresa economica post bellica nell’articolo che segue, è esattamente nei periodi di pace – il cui apice, per definizione, è la fine di un conflitto – che l’economia riprende il suo trend basato sul risparmio e sugli investimenti di lungo termine, reali indicatori di un sano sistema economico.

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La Grande Fuga
dalla Grande Depressione

 

Le domande riguardanti la Grande Depressione possono essere utilmente inquadrate come appartenenti a tre distinte categorie:

la Grande Contrazione – il grave e straordinario declino economico che andò 1929 al 1933;
la Grande Durata – la persistenza di prestazioni economiche sotto al pareggio per più di un decennio;
la Grande Fuga – l’ultimo recupero da questa eccezionalmente profonda e durevole depressione;

anche se gli economisti continuano a discutere le cause della Grande Contrazione e della Grande Durata, un accenno di consenso è emerso sul fatto che i grandi errori della politica di ogni specie meritano la maggior parte del biasimo per questi disastri.
Per quanto riguarda la Grande Fuga, gli economisti hanno anche raggiunto un sostanziale accordo, ma purtroppo concordano su un’interpretazione che è quasi completamente sbagliata.
È sbagliata perché, di fatto, colloca la Grande Fuga nei primi anni ‘40, all’incirca nel momento in cui gli Stati Uniti entrarono ufficialmente nella Seconda Guerra Mondiale, laddove l’economia non ha restituito ciò che si può correttamente descrivere come prosperità fino al dopoguerra.
Gli economisti hanno erroneamente concepito la speciosa “prosperità di guerra”, come una cosa reale, ma deviare quasi il 40 per cento della forza-lavoro nell’impiego connesso ad attività militari e produrre montagne di armi e munizioni non creano un’autentica e durevole prosperità, come le persone scoprirebbero se provassero ad operare su una base economica come questa per più di un breve periodo.
La vera Grande Fuga non si è verificata fino al 1946.
Gli economisti in genere riconoscono, ovviamente, la normale e tranquilla ripresa del benessere del dopoguerra, ma le loro spiegazioni su questo genere di ripresa posano su errori empirici e teorici e non riescono a tener conto di alcuni fattori che sono stati fondamentali per il successo della transizione dall’economia comandata e controllata della guerra ad un’economia di pace orientata al mercato.

Forse il principale motivo per cui gli economisti hanno frainteso questa transizione eccezionalmente pacifica è che hanno frainteso l’economia di guerra stessa. Essi hanno visto il “boom” della guerra in semplici termini keynesiani:
la spesa pubblica, finanziata dall’enorme deficit di bilancio e aggiustata da un rapido aumento del prezzo delle scorte, spinge l’economia dalla costante depressione ad altezze senza precedenti – anzi, durante il picco degli anni della produzione bellica l’economia sembrava operare ben oltre la sua “capacità di produrre”, anche se dal 1945 più di 16 milioni di giovani uomini ad un certo punto vennero presi dalla forza lavoro e sostituiti da adolescenti, donne con poca o nessuna esperienza nel lavoro retribuito e uomini anziani.
In verità, comunque, questo apparente “miracolo keynesiano della produzione”, durante il quale il tasso di disoccupazione era stato spinto a un minimo del meno 2 per cento, non si adagiò su una brillante politica fiscale e monetaria, ma sulla massiccia coscrizione militare, che aveva tirato direttamente più di 10 milioni di uomini fuori dalla forza lavoro e, indirettamente, ha indotto milioni di altri ad arruolarsi nella speranza di evitare il servizio nella temuta fanteria.

Dopo il conflitto, la maggior parte dei controlli economici del tempo di guerra furono sospesi, più di 10 milioni di uomini erano stati arruolati nelle forze armate, i soldati in congedo e i lavoratori civili operanti in attività belliche trovarono rapidamente occupazione nel privato o lasciarono la forza lavoro per la casa o la scuola.

Nel 1947, a transizione quasi completa, il tasso di disoccupazione era inferiore al 4 per cento.

L’interpretazione standard della transizione dopo il 1945, sottolinea che durante la guerra la gente aveva accumulato enormi quantità di obbligazioni e depositi bancari e conseguentemente questi patrimoni finanziari furono “svincolati” per finanziare la spesa dei consumatori, soprattutto per i beni durevoli la cui produzione era stata vietata o notevolmente diminuita durante la guerra.
Questa interpretazione, tuttavia, non ha senso: le obbligazioni che un uomo ha venduto un altro le ha acquistate, lasciando l’economia globale degli averi invariata. Allo stesso modo, il denaro speso da un uomo per la stesura del suo conto bancario, è riapparso alla voce vendite nei conti della banca, lasciando l’economia globale dei depositi bancari immutata. Infatti, la liquidità disponibile non era diminuita del tutto nel dopo guerra. Le persone finanziavano la spesa dei generi di consumo riducendo il loro tasso di risparmio.

Né le persone tentarono di ridurre la loro disponibilità di liquidi diminuendo la domanda di contante – parimenti, tramite l’abbassamento delle preferenze temporali, rialzatesi lievemente durante gli anni dell’immediato dopoguerra (in quanto, secondo alcuni economisti, le persone aspettavano ancora la deflazione di fine guerra).

Né i consumatori ridussero le loro partecipazioni nei titoli di Stato. Anche se l’ammontare del debito pubblico diminuì tra il 1945 e il 1948, ciò avvenne quasi esclusivamente a causa della riduzione degli averi delle banche commerciali e delle società diverse da banche e compagnie di assicurazione.

L’espansione economica del dopoguerra

Mentre i consumatori finanziavano gli sfizi del dopoguerra semplicemente attraverso la riduzione del loro tasso di risparmio – salito straordinariamente durante la guerra – le imprese finanziarono l’aumento degli investimenti post bellici con la vendita dei titoli acquisiti durante la guerra, trattenendo più del loro guadagno effettivo – in parte perché le tasse sull’impresa erano state notevolmente ridotte dopo il 1945 – ed entrando nei mercati finanziari, dove stock e bond potevano essere venduti a condizioni molto allettanti.

Una maggiore espansione degli affari fu impedita principalmente dalla mancanza di materiali, piuttosto che dalla mancanza di desiderio di investire o di risorse finanziarie – con grande sorpresa dell’élite degli economisti keynesiani, i quali avevano previsto che una dura depressione si sarebbe verificata nel dopoguerra qualora il governo avesse ridotto le proprie forniture di beni e servizi a fini bellici.

Il keynesiani avevano fallito completamente nel comprendere che la depressione anteguerra era continuata in gran parte perché, durante il seconda New Deal (1935-38), l’amministrazione Roosevelt aveva creato estrema apprensione tra imprenditori e investitori riguardo la certezza dei diritti di proprietà privata, scoraggiandoli dall’ingrandire il volume degli investimenti a lungo termine necessario per il pieno recupero dell’economia e per una sua sostenuta e durevole crescita.
Durante la guerra, il benevolo uomo d’affari che investiva nei servizi temporanei dello stato amministrava ampiamente i vertici dell’economia, ma la concentrazione sulla vittoria della guerra aveva mantenuto l’economia civile affamata di risorse.

Entro la fine del conflitto, tuttavia, Franklin D. Roosevelt era morto, i più zelanti consiglieri e amministratori del secondo New Deal avevano lasciato il governo, o erano stati destinati a posizioni meno influenti, e quindi il futuro della certezza dei diritti di proprietà era visto in modo notevolmente più favorevole di quanto lo si vedesse prima della guerra – un cambiamento di prospettive sufficiente a indurre un grande aumento degli investimenti privati di lungo termine, per la prima volta dal 1929.
A causa del “regime di incertezza” che aveva dominato il finire degli anni ‘30, un’ombra da tempo mai espressasi in modo così oscuro sulle attività commerciali e sugli investimenti, l’economia finalmente si riprese dalla Grande Depressione e dalle difficoltà economiche degli anni di guerra, anche perché contemporaneamente fu riassegnato a mansioni civili circa il 40 per cento della forza lavoro impiegato in attività correlate guerra.

Il 1946, quando la produzione civile aumentò di circa il 30 per cento, fu l’anno più glorioso di tutta la storia dell’economia statunitense. Dal 1948, la produzione reale tornò al suo trend di crescita di lungo termine, e nel corso dei decenni che seguirono l’economia venne risparmiata da quel tipo di profonda e duratura disfatta che una congiura di errate politiche statali avevano causato nel corso degli anni ‘30.

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Link all’articolo originale.



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Goodbye, blue sky

Look mummy, there’s an aeroplane up in the sky…



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Che teneri, mamma e papà vanno alla guerra. In fondo, uccidere per lo stato ha sempre la precedenza sulla cura dei figli.

E poi, ad ognuno il suo compito. Ai nuovi crociati quello di ammazzare, ai fratelli delle vittime quello di seppellire; è proprio così che va il mondo.

L’importante è non commuoversi. Le debolezze emotive non fanno che avvantaggiare il nemico.

 

 

Ma non perdiamo la fede. Quando i porci iniziano a volare, c’è sempre un buon motivo per cominciare a sperare.



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Economia sociale di mercatoè questa la formula usata dal ministro dell’economia Tremonti per indicare la strategia politico-economica del governo italiano. Ma cos’è l’economia sociale di mercato?
Solo una formuletta dialettica dietro cui nascondere la regressione della civiltà ai tempi delle caverne.

Ce lo spiega Frank Chodorov, oramai ospite fisso di questo blog, in un articolo tratto da The Freeman del maggio 1940 tuttora di sorprendente attualità.

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Civiltà o economia da cavernicoli?

di Frank Chodorov

 

 

Mi è stato chiesto di parlare di commercio internazionale. Comincerò parlando di civiltà, quella cosa che, ci viene detto, è alla vigilia della sua distruzione. Perché io credo che ci sia un preciso rapporto tra i processi della civiltà e le modalità di scambio chiamate commercio internazionale.

 

Che cos’è la civiltà? Ci sono state molte definizioni di questo concetto, da quelle puramente materiali a quelle che sono esclusivamente culturali. Per definire questa parola correttamente, dobbiamo esaminare il modo in cui utilizziamo. In linea generale, consideriamo civiltà cose come le dogane, l’istruzione, i metodi politici, la religione, le conoscenze tecniche etc., prevalenti in ogni periodo della storia, o in qualche parte del mondo abitato. Ma, forse, tutti questi attributi possono rientrare nell’ordine delle “usanze”.

 

Se parliamo di civiltà greca evochiamo il concetto di un certo sviluppo nelle arti e nella filosofia per il contributo dei primi Greci. Si parla di civiltà egiziana e richiamiamo l’idea delle piramidi e delle forme angolari, di magnifici tribunali e relativa schiavitù. La civiltà Giapponese del XVIII secolo presenta qualcosa di diverso da quella del ventesimo secolo.

 

Ma ci deve essere qualcosa di originario in ogni civiltà, e l’unico modo con cui siamo in grado di isolare questo comune denominatore è un processo di eliminazione, immaginando una completa mancanza di civiltà.

 

Supponiamo che i nostri antenati pre-civilizzati, gli uomini delle caverne, provvedessero a soddisfare tutte le loro esigenze con il singolo impegno; cioè a dire, pescavano il pesce che mangiavano, cacciavano in modo tale da procurarsi carne e vestiti, vivevano da soli in una grotta che non condividevano con nessuno, eccetto una donna. Se avessero avuto un qualsiasi desiderio di intrattenimento, sarebbe stato necessario arrangiarsi in qualche modo. Il primo impulso dell’uomo è di cercare di soddisfare i bisogni che gli consentono di vivere, e poiché il nostro cavernicolo non scambia alcuno dei suoi prodotti con i suoi simili, è solo attraverso il suo lavoro che egli può mantenersi in vita.

 

I bisogni di questo uomo delle caverne devono essere stati molto semplici. Egli non poteva soddisfare necessità che richiedevano un certa complessità di sforzi. In altre parole, era un tuttofare maestro in nulla.

 

A tempo debito, deve avere realizzato che se lui era concentrato su uno di questi lavori, diciamo la pesca, mentre il cavernicolo suo vicino era impegnato a confezionare vestiti che entrambi indossavano, i due avrebbero potuto diventare più abili nei rispettivi lavori e ciascuno avrebbe potuto produrre di più. Ma affinché tale specializzazione fosse possibile, era necessario per questi due uomini delle caverne accordarsi per qualche metodo di scambio. Con ogni probabilità, era fondamentale per questi due curiosi individui avere fiducia reciproca. Il cavernicolo pescatore che portava il suo pesce in eccesso al vicino sarto doveva concordare nel dargli il pesce sulla promessa  che quando questi avrebbe finito il gonnellino richiesto, glielo avrebbe consegnato.

 

Vediamo, quindi, che sia i mercati che il credito sono necessari per la specializzazione. Che non si può avere divisione del lavoro produttivo senza che le specializzazioni possano essere scambiate; se un uomo che fa scarpe constata che non c’è modo di scambiarle, morirà di fame se non cambia occupazione e non va a lavorare nella produzione alimentare.

 

La civiltà, in fondo, è solo un modo di vivere insieme. La ragione per cui gli uomini vivono insieme in comunità è che ognuno, cercando di soddisfare i propri desideri con il minimo sforzo, ritiene che in una comunità, non solo vi è una maggiore produzione grazie alla divisione del lavoro, ma, ancor più importante, che essa rappresenta di per sé un mercato per gli scambi.

 

L’essere gregari può anche avere un’interpretazione psicologica, ma economicamente è solo l’espressione dei singoli desideri di trovare soddisfazione. Maggiore è il numero delle persone in una comunità, più grande sarà il mercato, più il commercio diventa facile, e, di conseguenza, maggiore sarà il numero di specializzazioni.

 

Per esempio, è solo in una grande città che una star dell’opera trova un mercato per i suoi servizi.

Una così avanzata macchina da intrattenimento come il Yankee baseball club non poteva svilupparsi, per dire, a Broken Bow in Oklahoma.

 

Non può esserci una fabbrica automobilistica che produce un migliaio di macchine al giorno se non ci sono un migliaio di acquirenti al giorno. Vediamo che dove le specializzazioni si sono altamente sviluppate, vi è un maggior numero di persone e, di conseguenza, un mercato più promettente.

 

Credo che si possa tranquillamente affermare, quindi, che la civiltà è iniziata quando l’arte del commercio è stata scoperta. Prima le specializzazioni erano necessariamente limitate alle necessità immediate, come cibo, riparo e indumenti. Ma con i suoi desideri immediati soddisfatti, l’uomo ha cercato ulteriori soddisfazioni e presto il sistema di mercato ha consentito agli individui di diventare sacerdoti, esploratori, intrattenitori di viaggio e guaritori.

 

Quindi, lo scambio delle merci con cui inizia la civiltà si sviluppa in uno scambio di servizi e di idee. Senza un mercato il medico non avrebbe potuto sviluppare e scambiare la sua abilità in cambio di beni vitali. Senza un mercato, non ci sarebbero stati avvocati, attori, professori; noi tutti dovremmo essere auto-sufficienti come l’uomo delle caverne.

 

Ogni incremento delle strutture commerciali aiuta la diffusione di valori culturali e, al contrario, ad ogni interferenza con gli scambi risulta un corrispondente “ritardo del progresso culturale”. In altre parole, più libero è il commercio, maggiore è l’anticipo della civiltà, e più restrizioni ci sono sul commercio, più sicura sarà la regressione della civiltà.

 

Non abbiamo mai avuto il libero commercio, e uso questo termine non solo nel senso degli scambi commerciali tra i popoli di vari paesi, ma anche degli scambi commerciali tra i popoli dello stesso paese. Non abbiamo mai assolutamente consentito il libero scambio delle specializzazioni produttive, il libero scambio di politiche regolamentari, senza tasse, senza privilegi. Pertanto, non siamo mai stati completamente civili.

 

E, dato che il commercio non è mai stato realmente libero, neanche la produzione non lo è mai stata. Perché l’interferenza con il mercato è l’interferenza con la produzione. Quando il mercato è limitato dal controllo governativo, governo di privilegi o di monopolio, il risultato relativo allo scambio è lo stesso. Quando vado al mercato con il mio sacco di cipolle e vengo fermato per strada da un esattore delle tasse che mi prende una parte delle mie cipolle, e poi da qualcun altro che a causa di un privilegio legale mi priva anch’esso di parte delle mie cipolle, non possono sperare di ottenere un maggior numero di patate in cambio della mia scorta esaurita di cipolle. Non c’è compassione per me e mi daranno lo stesso numero di patate, anche se io do un minor numero di cipolle; semplicemente non ho i beni per pagare le patate e torno a casa con meno di quanto sono partito.

 

E, poiché qualcuno non avrà venduto tutte le sue patate, si terrà le scorte in eccedenza in casa, e la prossima stagione non crescerà; in breve, si perde lavoro. Le interferenze con il mercato, regolamentazioni o privilegi, hanno quindi la tendenza a ridurre la produzione e l’occupazione.

 

Ogni difficoltà posta sulla via della produzione ha un effetto su quei valori culturali che sono i segni della civiltà avanzata. Per questo si deve ricordare che finché i bisogni materiali non saranno soddisfatti, tali valori culturali non faranno la loro apparizione. Quando l’uomo è in lotta per sopravvivere, non sviluppa particolari apprezzamenti per l’arte, e come questa lotta si fa più intensa e più generale, l’interesse del pensiero diminuisce in proporzione. Ciò dimostra che limitazioni alla produzione e agli scambi ritardano il progresso della civiltà.

 

La guerra rappresenta la totale negazione della libertà di scambio. In primo luogo, i militari non producono. La loro specialità consiste nella distruzione. I beni che essi distruggono sono prodotti da lavoratori che non ottengono nulla in cambio, tranne la promessa di essere pagati un po’ più avanti nel tempo. Questo pagamento può essere riconosciuto ai loro figli, o ai figli dei loro figli, attraverso la produzione futura. In ultima analisi, la regola per tutti è che i debiti possono essere saldati con prodotti o servizi. Ora, se i militari distruggono la produzione senza portare nulla in cambio sul mercato, è ovvio che chi produce avrà meno beni per se stesso e i processi e di libero mercato saranno quindi impediti. Ogni volta che – con qualunque mezzo – vengo privato della mia produzione, il mio potere di scambio è limitato nella stessa misura.

 

Embarghi, blocchi, dazi, quote, inflazione, affondamento di navi; tutti gli strumenti di guerra, hanno come scopo l’interferenza con lo scambio delle merci. Essi sono dichiaratamente la negazione degli scambi commerciali, e gli scambi commerciali, come abbiamo visto, sono sinonimo di civiltà.

 

Più importante dal punto di vista dell’umanità, è che la più distruttiva attività della guerra è la tendenza ad isolare completamente i popoli gli uni dagli altri, mentalmente e spiritualmente. La tecnica della guerra moderna è il completo isolamento, sia prima sia durante il conflitto.

 

È l’attività dello stato che vi prepara alla guerra insegnandovi ad odiare. È l’attività dello stato che vi prepara alla guerra insegnandovi a non fare scambi commerciali con alcuni popoli perché portatori di “cattive ideologie”. È l’attività dello stato che vi prepara alla guerra impedendo che le informazioni vi arrivino perché potrebbero meglio predisporvi nei confronti delle persone che siete chiamati ad uccidere. È l’attività della guerra spezzare il libero scambio di beni, servizi, idee che è connaturato a tutte le civiltà di ogni epoca.

 

Avrete certamente notato che nel trattare le questioni interconnesse al commercio e alla civiltà non ho fatto distinzioni tra commercio internazionale e commercio interno. Non ve n’è alcuna. Qual è la differenza, in sostanza, nello scambio di merci tra un newyorkese e uno del Vermont e lo scambio di merci tra un newyorkese e un canadese? Una frontiera politica rende di per sé un uomo un cattivo cliente? Quando Detroit vende un’auto al Minnesota, il debito viene saldato eventualmente con una spedizione di farina, e se l’auto è venduta in Brasile, con una spedizione di caffè. Nazionalità, colore, razza o religione non hanno alcuna importanza in uno qualsiasi di questi scambi. Questi aspetti diventano rilevanti solo nel caso in cui la tecnica di guerra è diventata parte integrante del nostro sistema politico.

 

Il commercio, interno o internazionale, è foriero di disponibilità tra gli uomini e di pace in terra.
Il contrario del commercio è l’isolamento, e l’isolamento è un segno di decadenza, di un ritorno ad un’economia da cavernicoli. Se economicamente e culturalmente è bene per l’America isolarsi dagli altri paesi, è un bene per New York isolarsi dal Connecticut, per Manhattan isolarsi dal Bronx, per ogni uomo isolare se stesso dal proprio prossimo. Proprio come gli individui si specializzano nelle professioni, così fanno le nazioni e, di solito, le specializzazioni sono determinate da migliori risorse naturali o dallo sviluppo di competenze specifiche. Non ha riflessi sugli Stati Uniti il fatto che lana australiana ha un fiocco più lungo di quello ottenuto dalle pecore americane; li ha però sulla capacità intellettuale americana se essa rende difficile agli americani ottenere questo miglior tipo di lana, così come li ha sulla capacità intellettuale australiana se essa impedisce agli australiani di godere della superiorità delle nostre automobili.

 

Isolamento e autarchia sono tecniche di guerra. Idee entrambe derivanti dallo stupido concetto di guerra come motivo e obiettivo dell’esistenza nazionale. Ambedue, quindi, sono tendenze verso la de-civilizzazione. In sostanza, isolamento e autarchia sono semplicemente i segni di un’economia nazionale cavernicola.

 

In conclusione, desidero ricordare a voi uomini d’affari che è vostro dovere sottolineare la dignità e l’importanza del commercio nella nostra vita nazionale. Agli inizi della scienza dell’economia politica, è stato insegnato che il commercio è un male necessario – che non è produttivo. Questa teoria erronea, in primo luogo enunciata dai fisiocrati francesi e successivamente sviluppata dai marxisti, al punto in cui, pontificando, dichiararono che tutte le occupazioni nel processo dello scambio sono parassitarie, non è stata ancora del tutto eliminata dai nostri libri di economia; ultimamente il nostro pensiero politico ha dimostrato di portarne alcune tracce.

 

Uno dei contributi al pensiero economico sviluppati dall’importante economista americano Henry George è stato affermare che lo scambio fa parte della produzione – che il venditore e il banchiere hanno a che fare con la produzione tanto quanto l’uomo alle macchine. Infatti, disse George, l’obiettivo della produzione è il consumo, e una cosa non è prodotta fino a che non raggiunge il consumatore. Pertanto, qualsiasi soggetto specializzato che contribuisce alla distribuzione delle cose, è altresì un produttore di cose. Più il numero delle nostre specializzazioni aumenta, più si rende necessario un grande esercito di distributori. Il mercato diventa più importante e il lavoratore, il rivenditore, l’inserzionista pubblicitario, e il vettore comune crescono e diventano maggiormente importanti nel nostro ingranaggio produttivo.

 

E la dimensione e la libertà del mercato sono il metro di misura della civiltà.

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Quando persone affamate trovano cibo tendono a inghiottirlo avidamente quasi senza masticarlo. L’abbiamo provato tutti: quando siamo molto affamati e finalmente otteniamo il desiderato pasto il battito cardiaco sale, ci sentiamo euforici e stremati (cioè stressati), e mangiamo il più rapidamente possibile, senza sapere davvero perché. In un certo senso, liberiamo l’animale che è in noi, il cavernicolo che pensa solo alla sopravvivenza e alla riproduzione. Quando il cibo è scarso, che è ciò che per noi comporta la fame, esso divora tutto il possibile per “salvare la pelle”.

Ovviamente, nella nostra moderna società civile e almeno nel così detto Occidente, non c’è quasi nessuna ragione per ingurgitare così avidamente. Non manca né il cibo né il tempo per mangiarlo, e mangiare troppo veloce, come insegnano i talebani del salutismo, non è bene.
Ma non è facile tenere a bada l’istinto. E per fortuna, dato che è stata la cosa che praticamente ci ha mantenuti vivi per tre milioni di anni.

Quindi, quando siamo davvero affamati e troviamo di che alimentarci sostanzialmente cediamo ad istinti primitivi – dimenticando tutto ciò che è civile solo per ottenere quelle calorie di cui i nostri corpi hanno bisogno per continuare a funzionare.

Lo stesso sembra essere stato per la politica di questo secolo. Proprio come le persone abituate a mangiare con regolarità accusano più facilmente i morsi della fame, i politici nel ventesimo secolo hanno imparato che avevano un sacco di potere alla loro portata. I loro poteri sono notevolmente aumentati nel corso dell’ultimo secolo, spesso come conseguenza di inutili (la propaganda in qualche modo è riuscita a far cadere le prime due lettere della parola) guerre combattute solo per accrescere i poteri dello stato. Con un simile appetito costruito dalla classe politica, non ci siamo accorti della sua veloce crescita e quindi neanche che la nostra libertà è stata rapidamente indebolita e presa in ostaggio.

Alla crisi degli anni ‘70 e seguirono i “gloriosi” anni ‘80, e con essi avvenne un cambiamento di cui i pundits statalisti paralno ancora: la cosiddetta rivoluzione della Thatcher nel Regno Unito e la dottrina Reagan negli USA.
Tali regimi, checché ne dicano gli statalisti di destra, non hanno rappresentato affatto grandi momenti di libertà individuale; tuttavia si deve riconoscere che costrinsero lo stato a rientrare entro certi limiti (in quei paesi). In altre parole: il potere politico diminuì con la forza – principalmente quella retorica e in parte quella reale. Un nuovo trend per l’Occidente: lo stato che indietreggia per far spazio all’enorme potenziale della ricchezza prodotta dal mercato.

I politici di sinistra, hanno spesso lamentato le ingiustizie (vere o presunte) causate dalle nuove politiche dell’economia supply-side (che si potrebbe definire correttamente anche come corporativismo fascista). E la cosiddetta globalizzazione che ne deriva da allora è diventata l’incubo degli statalisti di sinistra.

I politici di destra ebbero il loro momento di gloria, poiché, retoricamente, erano sostenitori di un’ economia meno limitata e, pertanto, nell’immaginario delle persone furono recepiti come i creatori della nuova economia e della grande prosperità da essa generata. (Come i politici possano essere concepiti come creatori di qualcosa di buono nel senso letterale del termine rimane un mistero dato che, nella migliore delle ipotesi, essi non sono altro che parassiti). Ma la destra scoprì ben presto che persone un po’ più libere e un’economia meno regolata sono molto più difficili da comandare; difatti, guadagnavano potere grazie alla popolarità garantita dal boom economico e parimenti lo perdevano man mano che le persone si arricchivano.

In un certo senso, e forse anche in termini generali, i poteri dello stato furono un po’ più limitati rispetto a prima. Ma, come abbiamo visto, con l’abitudine a consumare grandi quantità di ricchezza arriva invariabilmente una gran fame. Questo appetito, però, non poteva essere soddisfatto, e così i politici soffrivano.
Purtroppo però la tendenza non si è potuta invertire fino alla tragedia dell’11/09.
Bush e i suoi affamati lacché colsero rapidamente l’occasione e giocarono con la paura della gente per ottenere l’approvazione necessaria a strappare agli americani diritti e libertà senza troppi clamori. Nel frattempo le guerre iniziavano e persone all’oscuro di tutto davano il loro consenso a sostenere “temporaneamente” campi di tortura, dimenticando migliaia di soldati morti, l’aumento delle imposte (soprattutto indirettamente, attraverso il debito pubblico) e accettavano implicitamente la “necessità” per il governo attribuirsi poteri totalitari a livello nazionale.

Bush e la sua cricca di parassiti affamati e assetati di potere approfittò della situazione e fece ciò che qualunque cavernicolo affamato farebbe davanti ad un tavolo traboccante di cibo: divorò qualunque cosa su cui riuscì a mettere le mani, e lo fece in fretta, probabilmente (si spera) più in fretta di quanto avrebbe dovuto.

Non appena i cavernicoli di tutto il mondo appresero di questa opportunità si attivarono presto per fare la stessa cosa. E così tutti i paesi del mondo hanno adottato misure “anti-terrorismo”, fondamentalmente leggi che limitano la libertà della popolazione e lasciano gli individui inermi dinanzi allo strapotere dello stato. Queste leggi non hanno come obiettivo i “terroristi” – e neanche le persone che lo stato considera tali – ma riguardano esclusivamente la popolazione.

La sorveglianza e il controllo assiduo quasi mai puntano a dei credibili obiettivi terroristi (lo stato è una bestia acefala, priva di immaginazione), ma solo ad “obiettivi” che riguardano la maggior parte delle persone. Così ci ritroviamo con i telefoni e le e-mail sotto controllo, la videosorveglianza ad ogni angolo e un gran numero autorità che devono valutare e, casomai, approvare le nostre intenzioni di fare determinate cose. Possiamo convincerci che politici credano sinceramente di contrastare il “terrorismo” (ammesso e non concesso che esista) attraverso l’ascolto della telefonata con la zia o spiandoci mentre guidiamo, passeggiamo o facciamo la spesa al supermercato?

Questi nuovi poteri stabiliti da e per lo stato sono tanto più ridicoli quanto più si prende in considerazione il motivo per cui certe misure sono state approntate. Per esempio, la Svezia presto consentirà alla polizia di salvare e catalogare regolarmente tutte le e-mail ed il traffico telefonico provenienti da qualunque luogo oltre i confini nazionali.

Chi dovrebbe credere che un paese come la Svezia, vile e defilato al punto da non riuscire nemmeno a prendere una posizione quando gli “alleati” stavano per vincere la WWII, potrebbe essere un plausibile obiettivo di Al-Qaida?

Il fatto che tutti i partiti e tutti i politici sostengano senza riserve la sorveglianza su larga scala, dovrebbe dirci qualcosa. È così ovvio nell’interesse del potere avere solide strutture di sorveglianza che i politici nemmeno si preoccupano di fare notare le differenze tra partiti: a noi questa elementare realtà viene spacciata per “coesione davanti al pericolo”, “unità delle istituzioni” e altre puttanate simili.

Quello che stiamo vedendo è semplicemente la fame dei politici che divora tutto ciò che può.
E così sarà finché le persone – più o meno coscientemente – vorranno dato che non esistono reali restrizioni al potere degli stati. I politici sono al potere e fanno le regole; essi possono in qualunque momento abrogare o ignorare queste regole, dipende dai loro interessi.

Io, mi auguro che divorino la nostra libertà così velocemente da morire soffocati, o quantomeno al punto di farsi venire qualche serio problema di stomaco.

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