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plutocracyHo tradotto il saggio con cui Keith Preston ha vinto il mese scorso il Libertarian Alliance Essay Competition. Lo reputo un testo molto interessante, benché personalmente non ne condivida per intero il contenuto, in quanto mette in luce un aspetto che a mio avviso, e chiaramente anche a parere dell’autore, molto spesso i libertari e sostenitori del libero mercato tendono a sottovalutare: il ruolo delle élites plutocratiche in quello che, erroneamente, viene definito “sistema capitalista”. Tale sistema dovrebbe infatti essere il prodotto della libera imprenditorialità in cui ogni agente investe capitali (denaro, tempo, competenze o beni) al fine di conseguire un profitto. Ciò chiaramente lo espone a dei rischi che tuttavia tendono ad essere più limitati, quanto più il mercato è sgombero da imposizioni arbitrarie che distorcono il naturale processo scaturito dall’incontro di domanda e offerta.

Stando così le cose, sembrerebbe inutile sottolineare che oggigiorno tutto siamo tranne che una società capitalista. Il sistema politico-economico in cui viviamo, perlomeno in occidente, si potrebbe infatti descrivere come fascismo-sociale o più propriamente corporativismo. Un sistema cioè dove non è la capacità di impresa a determinare il successo dell’azione economica, bensì una fitta trama di leggi e interventi statali finalizzati a favorire determinati soggetti a scapito di altri. I beneficiari di tali privilegi possono pertanto considerarsi élites plutocratiche, le quali, con il pretesto dello “sviluppo” e inseguendo la folle chimera della “crescita” ad ogni costo, si sono imposte come la vera classe dominante.

Questo saggio ha l’indubbio pregio di fornire una lettura alternativa della storia economica e politica delle società moderne, riuscendo a dimostrare come probabilmente si sarebbe potuto creare un sistema economico davvero sostenibile se non fosse stato per il flagello statalista che si è abbattuto sull’umanità.

L’obiettivo dell’autore è chiaramente quello di esortare i libertari, tutti i libertari, a riscoprire la loro originaria funzione di radicali e intransigenti oppositori allo status quo.

Degna di segnalazione è anche la ricca bibliografia, in parte reperibile in italiano, e l’accurata sezione di note al testo, in cui peraltro trovo i principali argomenti con cui non sono d’accordo.
Come dice Preston, però, non è necessario condividere in toto ogni singola proposta qui avanzata (in particolare mi riferisco alla teoria sui diritti di proprietà esplicata da K. Carson) per riconoscere la sincera vocazione libertaria di cui esse sono portatrici.  

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Un libertario politico, secondo la definizione diffusa, è colui il quale vuole ridurre drasticamente il ruolo dello Stato nella vita sociale umana, al fine di massimizzare la libertà individuale di pensiero, di azione e di associazione. Il naturale corollario dell’anti-statalismo libertario è la difesa del libero mercato in ambito economico. Molti libertari e non pochi conservatori, almeno nei paesi anglofoni, ritengono di essere convinti fautori della libera impresa. Eppure questa difesa è spesso piuttosto selettiva e timida, per non dire altro.
Libertari e conservatori per il libero mercato danno voce all’opposizione verso le imprese statalizzate, i servizi di assistenza sociale e la sanità pubblica, gli istituti educativi sovvenzionati e gestiti dallo stato, gli uffici e le agenzie di controllo, come quelli che regolano il mondo del lavoro, le relazioni tra i gruppi razziali, etnici e di genere, o quelli decidono in materia ambientale.
Tra le molte critiche libertarie, conservatrici o di libero mercato sugli interventi da parte dello Stato nella società, mancano, stranamente, quelle sulla miriade di modi in cui il governo agisce per assistere, tutelare e, quindi, imporre a titolo definitivo, un ordine economico mantenuto per il beneficio delle élites plutocratiche ad esso politicamente collegate. Naturalmente, il riconoscimento di questo fatto ha indotto alcuni a sinistra a fare facile ironia sui libertari, a cui spesso si riferiscono, non proprio affettuosamente, definendoli “repubblicani che si drogano”, o “conservatori permissivi con i gay”, e altri cliché simili.
Alcuni sostenitori della libera impresa risponderanno a tali accuse dichiarando indignatamente la loro opposizione ai tentativi dello stato di salvare dalla bancarotta le corporazioni o di sovvenzionare le imprese con l’apparente scusa della ricerca e dello sviluppo.
Tuttavia, per amore di sostenere un ordinamento economico dominato dalle corporazioni, tali difese sottostimeranno spesso il grado in cui lo stato interviene per creare deformazioni nel mercato. Tali distorsioni derivanti da una pletora di interventi includono non solo bailout e sovvenzioni, ma anche la fittizia infrastruttura giuridica del “soggetto” corporativo, la responsabilità legale limitata, i contratti collettivi, gli appalti pubblici, i prestiti, le garanzie, l’acquisto di beni, il controllo dei prezzi, i privilegi normativi, le sovvenzioni dei monopoli, le tariffe protezionistiche e le politiche commerciali, il diritto fallimentare, l’intervento militare per ottenere l’accesso ai mercati internazionali e per proteggere gli investimenti stranieri, la regolamentazione o il divieto di attività lavorative organizzate, l’esproprio per pubblica utilità, la tassazione discriminatoria, ignorando infine i reati societari e innumerevoli altre forme di favori e privilegi imposte dallo stato. [1]

Forse, il regalo decisivo dello stato all’attuale ordine corporativo è stato ciò che Kevin Carson definisce “la sovvenzione della storia”, un riferimento al processo attraverso il quale gli abitanti indigeni ed i possessori di proprietà terriere furono originariamente espropriati durante il corso della costruzione delle società tradizionali feudali e la successiva trasformazione del feudalesimo in ciò che è ora viene chiamato “capitalismo”, ovvero le società corporativiste e plutocratiche che ci ritroviamo oggi.
Contrariamente ai miti a cui alcuni credono, inclusi molti libertari, l’evoluzione del capitalismo a partire del vecchio ordine feudale non è stata quella in cui la libertà ha prevalso sul privilegio, bensì quella in cui il privilegio si è affermato in nuove e sofisticate forme. Come spiega Carson:

Ci sono due modi in cui il Parlamento potrebbe avere abolito il feudalesimo e riformato i titoli di proprietà. Potrebbe aver trattato i diritti correnti al possesso dei contadini come veri e propri titoli di proprietà nel senso moderno, e quindi abolito le loro rendite. Ma ciò che fece realmente, fu invece trattare i “diritti di proprietà” artificiali delle aristocrazie terriere, nella teoria giuridica feudale, alla stregua di reali diritti di proprietà come li intendiamo oggi; le classi latifondiste ebbero pieno titolo giuridico e i contadini furono trasformati in usufruttuari a tempo determinato senza che alcuna restrizione sulle rendite potesse essere addebitata …
Nelle colonie europee in cui già viveva una vasta classe contadina, gli stati talvolta garantivano titoli quasi feudali alle élites terriere consentendo loro di accumulare rendite grazie a chi già viveva e coltivava la terra; un buon esempio è il latifondismo, che tutt’oggi prevale in America Latina. Un altro esempio è l’Africa orientale britannica. L’autorità coloniale cacciò i contadini locali e sottrasse loro la parte più fertile del Kenya, il venti per cento dell’intero paese, in modo che il terreno potesse essere utilizzato dai coloni bianchi come pagamento-coltivazione (ovviamente, utilizzando il lavoro dei contadini cacciati, obbligati a lavorare la propria ex-terra). Quanto a coloro che rimasero sulla propria terra, essi furono “incoraggiati” ad inserirsi nel mercato del lavoro a salario grazie ad una rigida tassa che doveva essere pagata in contanti. Moltiplicate questi esempi per centinaia di volte e otterrete un briciolo della rapina su grande scala avvenuta negli ultimi 500 anni.
… I proprietari delle fabbriche non erano esenti da colpe in tutto questo. Mises sosteneva che gli investimenti in capitali su cui il sistema industriale è stato costruito in gran parte provenivano dal duro e parsimonioso lavoro di operai che risparmiarono i propri guadagni come capitale d’investimento. In realtà, tuttavia, essi furono piccoli partner dell’élite terriera, con gran parte dei loro investimenti di capitale provenienti sia dall’oligarchia terriera Whig, sia dai frutti del mercantilismo praticato oltremare, dalla schiavitù e dal colonialismo.
Inoltre, i datori di lavoro dell’industria erano soggetti a severe misure autoritarie da parte del governo al fine di tenere sotto controllo i lavoratori e ridurre il loro potere contrattuale. In Inghilterra le leggi di insediamento agivano come una sorta di sistema di passaporto interno, impedendo ai lavoratori di viaggiare al di fuori della loro circoscrizione natale senza il permesso del governo. Pertanto ai lavoratori fu impedito di “votare con i piedi”, alla ricerca di posti di lavoro più remunerativi. Potreste pensare che ciò sarebbe andato a svantaggio dei datori di lavoro nelle aree meno popolate, come Manchester e altri settori industriali del nord. Ma non temete: lo Stato corse in aiuto dei datori di lavoro. Poiché ai lavoratori era vietato migrare di propria iniziativa alla ricerca di una migliore retribuzione, i datori di lavoro erano esonerati dalla necessità di offrire salari sufficientemente elevati per attirare gli agenti liberi; al contrario, furono messi nelle condizioni di “assumere” lavoratori venduti all’asta dalle autorità della Legge dei Poveri della circoscrizione nei termini stabiliti dalla collusione tra autorità e datori di lavoro. [2]

La nazione centroamericana di El Salvador fornisce un ottimo esempio del modo in cui “il capitalismo realmente esistente” è nato. Il popolo indigeno di El Salvador, conosciuto come indiani Pipil, venne sottomesso nei primi anni del sedicesimo secolo dai conquistadores spagnoli. Non fu prima del 1821 che El Salvador ottenne la propria indipendenza dalla Spagna, per poi successivamente diventare una nazione indipendente nel 1839. Il sistema della proprietà terriera nella società salvadoregna era, sul finire del diciottesimo secolo, originariamente comunitario, con diritti di proprietà relegati alle singole città e villaggi Pipil. I prodotti agricoli primari forniti dai contadini erano bovini, indigo, mais, fagioli e caffè. I Pipil essenzialmente praticavano una sorta di lavoro autonomo-collettivo.

Come il mercato internazionale del caffé si estese, alcuni fra i più ricchi e potenti dei commercianti e proprietari terrieri, iniziarono a fare pressione sul governo di El Salvador affinché intervenisse sulla struttura economica della nazione, al fine di rendere l’accumulo della ricchezza personale più rapido mediante l’istituzione di più grandi piantagioni private e attraverso una maggiore irregimentazione della forza lavoro. Di conseguenza, il governo iniziò a distruggere il sistema tradizionale dei diritti di proprietà detenuti da città e villaggi, al fine di stabilire singole piantagioni di proprietà di quelli provenienti dalle classi privilegiate che già possedevano i mezzi di acquisizione del credito. Questo cambiamento fu attuato in diverse fasi. Nel 1846, ai proprietari terrieri con più di 5.000 piante di caffé veniva concesso per sette anni l’esonero dal pagamento dei dazi sull’esportazione e dal pagamento di imposte per un periodo di dieci anni. Le piantagioni di proprietà del governo salvadoregno furono anche trasferite ad individui privati collegati politicamente. Nel 1881, i diritti terrieri comunali posseduti per secoli dai Pipil furono revocati, rendendo l’autosufficienza per gli indiani impossibile. Il governo successivamente rifiutò di concedere anche appezzamenti di sussistenza ai Pipil non appena El Salvador passò sotto il controllo dei grandi proprietari delle piantagioni.
Questa escalation di repressione economica si scontrò con la resistenza e cinque diverse ribellioni contadine si verificarono durante la fine del diciannovesimo secolo. Dalla metà del ventesimo secolo, le piantagioni di caffé salvadoregne, chiamate fincas, producevano il novantacinque per cento delle esportazioni del paese ed erano controllate da una piccola oligarchia di famiglie proprietarie terriere. [3]

La frase “mezzi l’acquisizione di credito” del precedente paragrafo è particolarmente significativa in quanto lo scopo del controllo statale sul sistema bancario e di emissione di denaro serve a limitare selettivamente la fornitura di linee di credito, e ciò a sua volta rende l’imprenditorialità inaccessibile alla maggioranza della popolazione in generale. Infatti, Murray Rothbard sosteneva che i banchieri come classe “sono intrinsecamente propensi allo statalismo” [4] in quanto essi sono generalmente coinvolti in pratiche sbagliate, come la riserva frazionaria del credito, che porterà successivamente alle richieste di assistenza da parte dello Stato, o perché derivano gran parte del loro business dal coinvolgimento diretto con lo Stato, per esempio, attraverso la sottoscrizione di titoli di Stato. Pertanto, la classe bancaria diventa il braccio finanziario dello Stato non solo per sottoscrivere specificamente le attività dello Stato, come la guerra, il saccheggio e la repressione, ma anche servendo a creare e a mantenere una plutocrazia formata da uomini d’affari, produttori, élites politicamente collegate e altri, in grado di ottenere l’accesso alla limitata fornitura di credito nel contesto delle distorsioni del mercato generate dal monopolio dello Stato sulla moneta. [5]

Il processo mediante il quale il “capitalismo”, come è effettivamente praticato nei moderni paesi sviluppati per mezzo di una partenership tra le forze satali e del capitale, piuttosto che attraverso un vero e proprio libero mercato è già stato, molto brevemente, descritto. Resta la questione del modo in cui questo rapporto è stato successivamente mantenuto nel corso degli ultimi due secoli. Il fondamentale studio di Gabriel Kolko sullo storico rapporto tra Stato e capitale fa risalire lo sviluppo di questa simbiosi dall’America del “complesso ferroviario statale” di metà del XIX secolo attraverso la presunta “riforma” della cosiddetta Progressive Era, alla cartelizzazione del lavoro, dell’industria e del governo per mezzo del New Deal [6] di Franklin Roosevelt. In ogni fase dello sviluppo di questo capitalismo di stato americano, i membri della “classe capitalista” – banchieri, industriali, costruttori, imprenditori – essendone direttamente coinvolti, spingevano inflessibilmente per la creazione di un’economia gestita dallo stato il cui effetto sarebbe stato quello di scudo verso i concorrenti più piccoli e meno collegati politicamente, di cooptare i sindacati e generare una fonte di protezione monopolistica e un’entrata libera da costi da parte dello Stato. Simili, se non identici, paralleli si possono trovare nello sviluppo del capitalismo di Stato negli altri paesi moderni. [7]

Infatti, i paralleli possono anche essere tracciati tra le strutture del capitalismo di Stato contemporaneo e il feudalesimo storico, in quanto il governo dell’Alto Medio Evo è stato trasformato dalla sua prima identificazione con una persona specifica o più persone, in un’entità corporativa dotate di una vita ed un’identità proprie oltre a quelle dei suoi singoli membri individuali. [8]

Al di là di questo processo di trasformazione da governo personale a governo societario, l’evoluzione di un sistema di privilegio di stato-capitalista che ha soppiantato il privilegio feudale, la crescente interazione e co-dipendenza tra le élites plutocratiche e i servitori dello Stato e una più ampia integrazione del lavoro organizzato, grazie alla democrazia di massa, ha generato gruppi di interesse politico e un’espansione senza precedenti del settore pubblico che fece emergere un ordine politico-economico che si potrebbe definire “nuova signoria”. Queste “nuova signoria,” è la moltitudine delle entità burocratiche che mantiene un’identità istituzionale propria, anche se gli individui al suo interno possono cambiare con il passare del tempo, ed esiste in primo luogo per il bene della propria auto-conservazione, a prescindere dalle finalità originarie per cui esse stesse furono apparentemente istituite. La “nuova signoria” può comporsi di enti istituzionali che agiscono di diritto in qualità di armi dello Stato, come gli uffici pubblici, la polizia e le altre agenzie giudiziarie, i servizi sociali statali o le strutture educative, o possono comprendere armi de facto dello Stato, come ad esempio le banche e le imprese la cui posizione di privilegio, anzi, la cui esistenza stessa, dipende da un intervento statale. [9] Oltre all’ordine interno di questo stato-capitalista è emerso un ordine superiore internazionale radicato principalmente nella classe capitalista di stato americana e nella classe dei suoi partner-junior di determinate altre nazioni sviluppate. Ecco come Hans Hermann Hoppe descrive questo accordo:

In una prospettiva globale, inoltre, l’umanità è più vicina che mai all’istituzione di un governo mondiale. Anche prima della dissoluzione dell’Impero sovietico, gli Stati Uniti avevano conquistato l’egemonia sull’Europa occidentale e sui paesi affacciati sul Pacifico, come indicato dalla presenza di truppe americane e di basi militari, dal ruolo del dollaro americano come ultima moneta di riserva internazionale e dal sistema della Federal Reserve come ultima fonte si credito per l’intero sistema bancario occidentale, nonché da istituzioni come il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio. Inoltre, sotto l’egemonia americana, l’integrazione politica dell’Europa occidentale ha compiuto costanti progressi. Con la recente istituzione di una Banca centrale europea e una moneta unica europea (EURO), l’Unione europea è prossima alla completa unità politica. Allo stesso tempo, l’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA) rappresenta un passo significativo verso l’integrazione politica del continente americano. Con la scomparsa dell’impero sovietico e della minaccia militare che rappresentava, gli Stati Uniti sono rimasti l’unica e indiscussa superpotenza militare al mondo e il suoi “migliori poliziotti”. [10]

Questo è ciò su cui il “big business” ha puntato. Un simile imperialismo è agli antipodi dei principi libertari del governo locale e della libera impresa, come poco altro potrebbe esserlo. Finora, in questa discussione, la superficie è stata graffiata solo riguardo la distorsione del naturale processo del mercato, di ciò che esso potrebbe essere stato altrimenti se non fosse intervenuto lo stato e il corrispettivo sistema di regole corporativo-plutocratiche.
Nessuna menzione è stata fatta circa privilegio monopolistico inerente alle leggi sui brevetti e al concetto giuridico di “proprietà intellettuale”. Il ruolo delle sovvenzioni al trasporto nella centralizzazione della ricchezza e la distruzione dei piccoli concorrenti del big business non è stato trattato.
Effettivamente, un esempio pertinente può essere il fatto che senza le sovvenzioni dirette o indirette a sistemi di trasporto come quello aereo, navale o di terra a lunga distanza, necessari per la coltivazione e la gestione dei mercati internazionali, il modello dominante di vendita al dettaglio odierno e i mercati dell’alimentazione commerciale praticati da entità di gargantuesche come Wal-Mart, McDonald, ‘Tesco e altri, sarebbero probabilmente impossibili. [11]

Nessuno ha osato sfidare l’opinione comune per quanto riguarda la legittimità dei titoli di proprietà sulla terra, contrapponendovi opinioni contrarie, come quelle radicate nei principi dell’usufrutto o geoisti. [12]
Non vi è stata alcuna discussione, come invece potrebbe esserci, sul ruolo dello stato nella creazione del sottoproletariato delle società contemporanee e delle patologie sociali relative – una situazione le cui radici sono ben più profonde della semplice “cultura della dipendenza” piantate dai conservatori convenzionali e da alcuni libertari. [13] Del ruolo dello Stato nella spoliazione della popolazione agricola indigena agli inizi dello sviluppo capitalista occidentale e nel Terzo mondo contemporaneo si è discusso, ma spoliazioni continuano a verificarsi anche nella società moderna. [14]

Le implicazioni di queste intuizioni per la strategia libertaria sono quindi piuttosto profonde. Se il libertarismo deve essere identificato nell’opinione pubblica come l’apologia dello status quo dominato dalle grandi corporazioni e se i libertari procedono come se i “conservatori” apologeti delle grandi imprese fossero i loro alleati naturali, insistendo sul fatto che un mondo libertario sarebbe quello governato da gente del calibro di Boeing, Halliburton, Tesco, Microsoft, o Dupont, allora il libertarismo non sarà mai nulla di più di un’appendice alla sovrastruttura ideologica che le moderne classi intellettuali usano per legittimare il dominio plutocratico. [15] Tuttavia, se il libertarismo afferma se stesso come un nuovo radicalismo, il polo opposto del “conservatorismo” filo-plutocratico, più radicale di tutto ciò che viene offerto dalla sempre più moribonda e arcaica sinistra, allora il libertarismo può, a ragione, ispirare nuove generazioni di militanti a prendere di mira lo status quo statalista. Il libertarismo può diventare il sistema di pensiero guida per i radicali e i riformatori di tutto il mondo come il liberalismo lo è stato nel diciottesimo e diciannovesimo secolo e come lo è stato il socialismo per le successive generazioni. [16]

Per quanto riguarda la questione di ciò che un’economia liberata dal dominio corporativo, plutocratico e statalista potrebbe effettivamente sembrare, ci si può aspettare che con la rimozione degli ostacoli imposti all’ottenimento del credito, l’imprenditorialità e l’autosufficienza economica (in contrapposizione alla dipendenza dalle burocrazie aziendali e per l’occupazione, le assicurazioni e i servizi sociali) sarebbero simili a quelli in cui l’idea di Colin Ward di una società di “lavoratori autonomi” verrebbe in gran parte realizzata. [17] Non più l’uomo medio sottomesso alla volontà delle varie Chase Manhattan, Home Depot, General Motors, ‘Tesco o Texaco per la propria sussistenza e sostentamento. Al contrario, egli avrà finalmente acquisito i mezzi per sostenersi economicamente e la dignità di individuo auto-sufficiente in una comunità di pari in cui il privilegio è il risultato del merito e l’uguale libertà è prerogativa inalienabile di tutti.

All’inizio del ventesimo secolo vi erano una serie di movimenti che difendevano il piccolo produttore indipendente e la gestione cooperativa delle grandi imprese, tra cui l’anarco-sindacalismo all’estrema sinistra e il distributismo della destra reazionaria cattolica. [18] Queste tendenze tuttora esistono ai margini esterni del pensiero politico-economico. Non è necessario essere d’accordo con tutti i punti dell’analisi o con ogni proposta avanzata da queste scuole di pensiero per riconoscere gli aspetti libertari della loro visione. Esistono attualmente numerose forme di accordo economico che offrono spunti riguardo cosa le istituzioni produttive post-stataliste e post-plutocratiche potrebbero essere.
Una di queste è la Cooperativa Mondragon Corporation, un gruppo industriale di proprietà dei lavoratori e da essi gestito nella regione basca della Spagna. In vigore dal 1941, le cooperative Mondragon inizialmente istituirono una “banca popolare” del tipo proposto originariamente dal padre dell’anarchismo classico, Pierre Joseph Proudhon [19], che aiutò lo sviluppo di ulteriori imprese, che oggi ammontano a più di 150 compresa L’Università privata degli Studi di Mondragon. La sua divisione supermercati è la terza della Spagna per numero di punti vendita e la più grande a proprietà spagnola. Ogni singola cooperativa ha un consiglio dei lavoratori proprio, e l’intera federazione di cooperative è disciplinata da un congresso di lavoratori provenienti da diverse imprese. [20]

Ancora, un altro esempio molto interessante è la società brasiliana Semco SA. Anche se di proprietà privata, come una struttura a conduzione familiare, la Semco pratica una radicale forma di democrazia industriale. Sotto la guida di Ricardo Semler, che ha ereditato l’azienda dal padre, Semco mantiene una struttura manageriale in cui i lavoratori si autogestiscono e fissano i propri obiettivi di produzione e di bilancio con una retribuzione basata sulla produttività, l’efficienza e sul rapporto costi-benefici. I lavoratori ricevono il 25% per cento dei profitti dalla divisione degli incassi. Il management intermedio è stato sostanzialmente eliminato. I lavoratori hanno il diritto di veto sulle spese della società. Le mansioni dei lavoratori cambiano spesso a rotazione e anche il ruolo del CEO è condiviso da sei persone, compreso il proprietario Semler, che operano sei mesi in qualità di capo esecutivo. L’azienda ora ha oltre 3000 dipendenti, un fatturato annuo di oltre 200 milioni di dollari e un tasso di crescita del quaranta per cento annuo. [21]

Un’economia organizzata sulla base di industrie di proprietà e gestite dai lavoratori, sulle banche popolari, le mutue, le cooperative di consumo, i sindacati anarco-sindacalisti, le imprese individuali e familiari, le piccole aziende agricole e le associazioni artigianali impegnate nella produzione locale per uso locale, le istituzioni caritatevoli volontarie, i land trusts, o i collettivi volontari, le comuni e kibbutzim potrebbero sembrare inverosimili per alcuni, ma non più di quanto – e probabilmente meno – lo sia un’economia industriale moderna tecnologicamente avanzata in cui la classe mercantile è la classe dominante e la classe produttiva è spesso una classe media benestante come sarebbe parsa agli abitanti della società feudale pre-moderna.

Se l’espansione dell’economia di mercato, della specializzazione, della divisione del lavoro, dell’industrializzazione e del progresso tecnologico può portare verso gli obiettivi delle società moderne riguardanti l’eliminazione delle malattie, dell’inedia, della mortalità infantile e della morte prematura, uno può solo chiedersi quale sia l’autentico sistema di libera impresa che si può perseguire e che avremmo già conseguito se non fosse stato per il flagello dello statalismo e relativa plutocrazia.

 

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Note al testo: 

 

[1] Kevin A. Carson, The Iron Fist Behind the Invisible Hand: Corporate-Capitalism As a State-Guaranteed System of Privilege. Red Lion Press, 2001.
[2] Kevin A. Carson, “The Subsidy of History”, The Freeman, Vol. 58, N. 5, giugno 2008.
[3] Raymond Bonner, Weakness and Deceit: U.S. Policy and El Salvador. New York: Times Books, 1984, ppgg. 19- 23.
[4] Murray N. Rothbard, “Wall Street, Banks and American Foreign Policy”. World Market Perspective, 1984.
[5] Rothbard, Ibid.; Kevin A. Carson, “Tucker’s Big Four: The Money Monopoly”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five: Section B. Archiviato qui. Hans Hermann Hoppe, “Banking, Nation-States and International Politics: A Sociological Reconstruction of the Present Economic Order” The Economics and Ethics of Private Property. Boston/Dordrecht/London: Kluwer Academic Publishers, 1993, ppgg. 61-92. Benjamin R. Tucker, “Part II: Money and Interest”, Instead Of A Book, By A Man Too Busy To Write One, 1897. Archiviato qui.
[6] Gabriel Kolko, The Triumph of Conservatism, MacMillan, 1963.
[7] Terry Arthur, “Free Enterprise: Left or Right? Neither!”, Libertarian Alliance, 1984.
[8] Martin Van Creveld, The Rise and Decline of the State. Cambridge University Press, 1999.
[9] James Burnham, La rivoluzione manageriale, Bollati Boringhieri, 1980. Questo classico della letteratura conservatrice sostiene che le società moderne non sono né “capitaliste” né “socialiste”, nel significato storicamente attribuito a tali termini. Al contrario, un nuovo tipo di ordine politico-economico è emerso in epoca moderna, in cui il dominio politico ed economico è nelle mani di una “classe manageriale” di burocrati che presiedono organizzazioni di governo delle masse ed relativi uffici ed agenzie, corporazioni e istituzioni finanziarie, eserciti, partiti politici, sindacati, università, mezzi di comunicazione, fondazioni e simili. L’appartenenza ai livelli superiori di queste entità è spesso a rotazione in modo che gli stessi individui passano di volta in volta nei vari settori della classe manageriale, per esempio, da rappresentati eletti del governo ai consigli di amministrazione delle grandi corporazioni, dai ruoli chiave nei media o nelle fondazioni dell’élite a posizioni di rilievo nella burocrazia.
[10] Hans Hermann Hoppe, Democrazia: il Dio che ha fallito. Liberilibri, ppgg. 168-169.
[11] Kevin A. Carson, “Transportation Subsidies”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five, Section E. Archiviato qui.
[12] Tra gli antistatalisti radicali, esiste un’ampia divergenza di opinioni riguardo il modo in cui i diritti di proprietà sulla terra dovrebbero essere definiti. Molti libertari “classici” sostengono una versione lockeana del diritto di proprietà mentre altri libertari più radicali (mutualisti, anarco-sindacalisti, anarco-comunisti) assieme ad alcuni distributisti ritengono che i diritti di proprietà dovrebbero essere definiti in accordo con i principi di occupazione e utilizzo. Altri ancora aderiscono alla visione di Herny George (georgismo o geolibertarismo) secondo il qualela proprietà dovrebbe essere soggetta ad un’unica tassa uguale per tutti. Per una discussione su questa controversia tra libertari, vedi Kevin A. Carson, “Tucker’s Big Four: The Land Monopoly”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five: Section B. Archiviato qui. Carson sintetizza la questione altrove: “Nel capitolo V di Mutualist Political Economy, ho incluso un’estesa argomentazione sulla teoria dei diritti di proprietà ispirata principalmente ai commenti pubblicati su “Hogeye Bill” dall’opinionista anarco-capitalista Bill Orton in varie discussioni. Secondo Orton, nessuna particolare teoria dei diritti di proprietà può essere logicamente dedotta dall’assioma di proprietà di se stessi. Piuttosto, la proprietà di se stessi può interagire con diversi modelli di diritto alla proprietà per produrre ordini economici alternativi in una società senza stato. Quindi, se la legittima proprietà di un terreno è determinata da principi lockeani, mutualisti, georgisti o sindacalisti è una questione di convenzioni locali. Questioni a riguardo della coercizione possono essere approntate solo qualora tale questione sia stata inquadrata. E poiché non c’è alcun principio a priori da cui poter dedurre un particolare sistema di regole, noi possiamo procedere attraverso di essi solo sul terreno del consequenzialismo: quali altri importanti valori vogliamo promuovere o contrastare?  Dunque, è del tutto concepibile che concepibile che parti non separabili e non negoziabili di un’impresa a proprietà collettiva potrebbero dipendere non dal contratto stipulato tra i membri, ma sulla concezione convenzionale dei diritti di proprietà della comunità locale. Dire che un tale accordo rappresenta “coercizione” significa mendicare la questione se il principio lockeano di appropriazione originaria e trasferimento della proprietà sia l’unico vero auto-evidente.” Carson, “Socialist Definitional Free-for-All, Part I”. Archiviato qui.
[13] Senza dubbio molte critiche sul welfare-state creatore di perversi incentivi per comportamenti anti-sociali, come la disgregazione famigliare, la criminalità e l’impedimento per la creazione di un’etica del lavoro, sono corrette e penetranti. Tuttavia, molte delle patologie sociali associate al sottoproletariato delle popolazioni delle città americane ed europee sono riconducibili ai dannosi interventi statali che vanno ben oltre ai tradizionali sistemi di protezione sociale. Un discreto numero di opere libertarie e non, hanno documentato il processo mediante il quale l’organico della vita sociale e culturale è stato distrutto tra queste popolazioni grazie ad una vasta gamma di interventi, la maggior parte dei quali sono stati imposti per amore di assecondare gli interessi plutocratci. Vedi Kevin A. Carson, “Reparations: Cui Bono?” Archiviato qui; Charles Johnson, “Scratching By: How Government Creates Poverty As We Know It”, The Freeman, Vol. 57, No. 10, dicembre 2007; Keith Preston, “The Political Economy of the War on Drugs”, American Revolutionary Vanguard, 2001), archiviato qui; Thomas J. Sugrue, The Origins of the Urban Crisis: Race and Inequality in Postwar Detroit, Princeton University Press, 1996, 2005; Walter E. Williams, The State Against Blacks, McGraw-Hill, 1982.
[14] Per un’illuminante dibattito sul ruolo dell’intervento statale nella spoliazione delle popolazioni rurali e agricole nel cuore dell’America negli anni ’80 e ’90, vedi James Bovard, Farm Fiasco, ICS Press, 1989 e Joel Dyer, Raccolti di rabbia. La minaccia neonazista nell’America rurale, Fazi Editore, 1980.
[15] Il ruolo della classe intellettuale intesa sia come gruppo costituente, sia come creatrice della sovrastruttura ideologica dello statalismo è affrontato da Hans Hermann Hoppe inÉlites naturali, intellettuali e lo stato”, archiviato qui. Di certo, il cocetto di una sovrastruttura ideologica usata per legittimare un particolare sistema di dominio di classe è più strettamente associato all’analisi marxista. Per un esame delle differenze come anche dei punti in comune tra marxisti e libertari, vedi “L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola Austriaca”, archiviato qui. 
[16] Murray Rothbard collocava i libertari all’estrema sinistra dello spettro politico, con i “conservatori”, vale a dire i fautori di un ordine autoritario basato sulla gerarchia, sullo status sociale e il privilegio (e giustificato con appelli alla tradizione) all’estrema destra; marxisti e altri socialisti rappresentano invece un incoerente via di mezzo. Vedi Murray N. Rothbard, Left and Right: The Prospects for Liberty, Cato Institute, 1979. L’esaustiva analisi del pensiero dei primi socialisti ad opera dell’anarchico di sinistra Larry Gambone, indica che l’obiettivo originario del socialismo non era l’economia a guida statale associata al socialismo nel dibattito politico contemporanea, ma un’economia fondata sulla base di un sistema di imprese cooperative e decentralizzate. Larry Gambone, “The Myth of Socialism as Statism”, Porcupine Blog, 6 maggio 2006. Archiviato qui.
[17] Colin Ward, “A Self-Employed Society”, Anarchy In Action, London: Freedom Press, 1982, ppgg. 95-109.
[18] Rudolf Rocker, Anarcho-Syndicalism, Martin Secker and Warburg, Ltd., 1938; Hilaire Belloc, Lo Stato servile, Liberilibri, 1980; G. K. Chesterton, The Outline of Sanity, HIS Press, 2002; Anthony Cooney, Distributism, Third Way Movement Ltd., 1998). 
[19] Larry Gambone, Proudhon and Anarchism: Proudhon’s Libertarian Thought and the Anarchist Movement, Red Lion Press, 1996.
[20] William Whyte, Making Mondragon: The Growth and Dynamics of the Worker Cooperative Complex, ILR Press, 1991.
[21] Ricardo Semler, Maverick, Arrow Press, 1993.

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Link all’articolo originale.


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Ieri sera ho visto un bel documentario sul declino della civiltà ellenica. A dire il vero, il filmato aveva un marcato sapore propagandistico, con gli storici, gli archeologi e gli studiosi d’ordinanza in perpetua erezione adulatoria verso il grande Pericle, la democrazia e il Partenone che ne è il tempio consacrato.
Al momento di descrivere la vicenda di Temistocle, gli autori hanno aperto un’interessante parentesi sulla pratica dell’ostracismo, una consultazione con cui la polis puniva con l’esilio l’operato di politici, militari e chiunque avesse ricoperto una carica pubblica e rappresentato una minaccia per la città. Tale pratica, per gli interpellati, consisteva nel gettare in un’anfora l’ostrakon, un coccio di terracotta con inciso il nome dell’individuo da ostracizzare.

Temistocle fu ostracizzato e infine condannato a morte perché, dopo essere stato glorificato dai suoi concittadini per il trionfo della battaglia di Salamina contro Sparta, la sorte ingrata volle che, dopo la sostituzione al comando della flotta navale ateniese, lo stratega greco si rifiutasse di sostenere un’alleanza proprio con gli sconfitti spartani.

Uno dei motivi per cui ritengo quello che ho visto un buon documentario è che, in chiusura di questa parentesi sull’istituzione giudiziaria dell’ostracismo, un archeologo ha fatto vedere una cassetta di reperti contenente cocci di terracotta, spiegando che si trattava di ostraka recanti il nome di Temistocle. Furono rinvenuti, spiegava il gravedigger, tutti insieme, disposti in ordine, in un’area estranea a dove si svolgeva solitamente l’ostrakismós; il che farebbe supporre che, data anche l’insolita regolarità della forma e della grafia, fossero stati incisi appositamente per essere distribuiti tra i votanti analfabeti al fine di truccare la votazione.

Dimostrando così come la democrazia, anche nella sua forma migliore, quella pura, originaria e divinizzata senza misura a destra e a manca, sia, giusto per essere chiari, una monumentale cagata.

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Riporto tre estratti di un brillante articolo di Alberto Mingardi sul Conformista del 27 settembre. Magari “brillante” è n aggettivo che invoglia ad eccedere con l’ottimismo, e non mi sembra questo il caso. Anzi, talvolta affacciarsi all’abisso può essere salutare, quindi: buona immersione.

La crisi finanziaria americana è tante cose assieme. Crisi immobiliare, crisi di un modello di business (quello delle grandi banche d’affari), crisi di un sistema di regolazione. Spiace togliere lavoro ai becchini, ma non è una crisi del “modello americano” e non è una crisi dell’ “estremismo del libero mercato”. Il “modello americano” nella sua essenza: cioè tasse (relativamente) basse e mercati del lavoro (relativamente) flessibili, è probabilmente l’unica cosa che ha frenato per ora gli effetti sull’economia reale, con gli Stati Uniti che continuano, cocciutamente, a crescere (anche se meno di quanto ci avevano abituati). Immaginate un’Italia nella quale Mediobanca dovesse essere artificialmente sostenuta dallo Stato, fallisse UniCredit, e le Generali venissero salvate attraverso una nazionalizzazione. Vogliamo scommettere, che ne sarebbe della nostra economia, se si verificassero eventi di tale portata? I “talebani del mercato” non hanno esami di coscienza da farsi, per due ordini di ragioni. La prima, è che questa crisi scolpisce nella storia la nostra irrilevanza. E’ bastato che il sangue pulsasse più forte nelle vene di Hank Paulson per spazzare via ogni residuo pudore liberista dell’Amministrazione Bush. E’ vero che ne rimanevano pochi (il “piano Paulson” è la fuga finale di una lunga rincorsa all’aumento della spesa), ma lo è altrettanto che nessuno si è nemmeno chiesto “che farebbe Milton Friedman?” prima di mettere in campo costose soluzioni emergenziali. La cultura del mercato è oggi più forte che in passato, nei luoghi di elaborazione del pensiero

e ancora

E’ la Fed, in particolare, il primo indiziato. Lo è per la politica di credito facile perseguita con determinazione da Alan Greenspan, come strumento per dare fiato alle bolle degli anni scorsi. Alan Greenspan è autore di alcuni saggi taleban-liberisti? Sì. Uno di questi è sulla moneta. Il giovane Greenspan predicava addirittura il ritorno al gold standard, proprio per legare le mani a banchieri centrali dall’inflazione facile. Non è scandaloso cambiare idea, ma non mi pare che le leggi razziali vengano comunemente ricondotte alla giovanile militanza socialista di Benito Mussolini

Infine

Ficcare le mani nelle tasche dei contribuenti per “salvare i mercati” (o almeno provarci) non è solo immorale, non è solo l’ultima trasposizione del fine che giustifica i mezzi, non costringe solo persone incolpevoli a pagare per i rischi corsi da altri, non è solo redistribuzione al contrario, dai contribuenti tutti alle imprese finanziarie. E’ anche una strategia inevitabilmente votata al fallimento. I regolatori hanno fallito non perché si siano laureati nell’università e col professore sbagliato, ma perché non hanno la palla di vetro. Possono avere più informazione dei singoli attori, ma non necessariamente è informazione migliore. Possono avere modelli più rodati, ma non necessariamente sono modelli che la dura e imprevedibile realtà delle cose non andrà a scalfire. Figurarsi il ceto politico, che mette risorse nel migliore dei casi nelle mani di bravi managers – fallibili e umani come i loro colleghi che Wall Street ha ridotto a più miti consigli

Via Snow Crash , l’articolo integrale



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Roderick T. Long, è professore associato di filosofia presso l’università di Auburn, Alabama; è presidente dell’Istituto Molinari; redattore della Libertarian Nation Foundation newsletter Formulations e adjunt scholar presso il Ludwig von Mises Institute.
Tra i suoi libri più famosi, “Reason and Value: Aristotle Vs Rand”, “Wittgenstein, Austrian Economics, and the Logic of Action” e “Anarchism/Minarchism” scritto assieme a Tibor Machan.
Libertario, giusnaturalista, agorista, tra i più vivaci market-anarchist contemporanei è autore del blog Austro-Athenian Empire.
Di seguito un suo vecchio articolo sull’uso e la natura del linguaggio politico.

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Radical Geek ci ricorda una meravigliosa citazione del saggio “Politics an the English language” di George Orwell del 1946.

Nella nostra epoca, discorsi e letteratura politica rappresentano in gran parte la difesa dell’indifendibile. Cose come la continuazione del dominio britannico in India, le purghe e le deportazioni russe, il lancio delle bombe atomiche in Giappone, possono essere difese, ma solo con argomenti troppo brutali da affrontare per la maggior parte delle persone, e che non rientrano negli obiettivi professati dai partiti politici. Così linguaggio politico deve consistere in gran parte di eufemismi, di suppliche e di fumosa vaghezza. Villaggi inermi vengono bombardati dagli aerei, gli abitanti cacciati nelle campagna, il bestiame passato alla mitraliatrice, le capanne date a fuoco con proiettili incendiari: questa viene chiamata pacificazione.
Milioni di contadini vengono confiscate delle loro aziende agricole e spediti a camminare faticosamente lungo le strade con nient’altro in più di ciò che essi riescono portare: questo viene definito trasferimento della popolazione o rettifica delle frontiere.
Le persone stanno in carcere per anni senza processo, vengono fucilate alla nuca, o mandate a morire di scorbuto nei campi di legname nell’Artico: questa la chiamano eliminazione degli elementi pericolosi. Tale fraseologia è necessaria se si vuole definire le cose senza evocare le loro immagini mentali. Si consideri, ad esempio, un qualunque agiato professore inglese che intenda difendere il totalitarismo russo. Egli non può dire esplicitamente, “Credo nell’ uccisione dei vostri oppositori qualora si possono ottenere buoni risultati ricorrendo a questi metodi”. Probabilmente, invece, egli userà un’espressione simile a questa:

Mentre si può tranquillamente concedere che il regime sovietico mostra certi aspetti che chi ha a cuore gli aspetti umanitari potrebbe essere propenso a deplorare, penso dobbiamo convenire che una certa riduzione del diritto di opposizione politica è un inevitabile concomitanza dei periodi transitori, e che i rigorosi provvedimenti che il popolo russo è stato chiamato ad accettare siano stati ampiamente giustificati nella sfera del concreto conseguimento del fine.

Il mio solo appunto su ciò che dice Orwell riguarda la definizione “Nella nostra epoca”.
Sebbene la dichiaratamente vaga e sdolcinata scrittura che Orwell critica sia prettamente contemporanea, eufemismi di qualche sorta sono la caratteristica imperante e universale dell’oratoria politica (non libertaria) – e non è un caso che sia così. Il governo, nella sua natura di monopolio coercitivo, viola necessariamente le norme di cooperazione pacifica e la reciprocità la cui sostanziale osservanza è precondizione per l’esistenza sociale.

Come ha scritto Ludwig von Mises in Azione Umana

È importante ricordare che l’interferenza del governo significa sempre ‘azione violenta o minaccia di tale azione. I fondi che un governo spende per un qualunque scopo sono ottenuti con la tassazione. E le tasse sono pagate perché i contribuenti hanno paura di opporre resistenza agli esattori delle tasse. Sanno che qualunque disobbedienza o resistenza è senza speranza. Finché questo è lo stato delle cose, il governo può raccogliere tutto il denaro che vuole spendere. Il governo, in ultima analisi, è l’occupazione degli uomini armati, dei poliziotti, dei gendarmi, dei soldati, delle guardie carcerarie e dei boia. La caratteristica essenziale del governo è l’imposizione dei suoi decreti picchiando, uccidendo, ed imprigionando. Quelli che chiedono intervento del governo chiedono in definitiva più costrizione e meno libertà.

Questo è il motivo per cui nel discorso politico è sempre necessario “definire le cose senza evocare le loro immagini mentali”. È vero, tuttavia, che la diffusione dell’ideologia democratica e egualitaria ha reso la necessità di un oscuro linguaggio di stato più urgente, perché tali ideologie hanno in gran parte interrotto i tradizionali appelli alle naturali gerarchie sociali. Il moderno Stato democratico, ancora meno dei suoi predecessori, può permettersi di riconoscere il suo ruolo essenziale di strumento della classe dominante.

Ma, alla fine, non è negli interessi del potere statale per il proprio fondamento nella violenza e nello sfruttamento essere totalmente oscuro. Dopo tutto, per lo stato essere riconosciuto per prima cosa come a comando dei mezzi coercitivi è di fondamentale importanza per la sua influenza. Da qui la necessità di un linguaggio che mistifichi la violenza dello Stato.
Come ho scritto in Uguaglianza: l’ideale sconosciuto:

Da un lato, l’ideologia statalista deve rendere la violenza dello stato invisibile, al fine di mascherare l’affronto all’uguaglianza che esso rappresenta. Gli statalisi, pertanto, tendono a esporre gli editti governativi come se si trattasse di incantesimi, che passano direttamente dal decreto al risultato, senza l’inconveniente dei mezzi; poiché nel mondo reale i mezzi principali impiegati dallo stato è la violenza, intimata o reale, ammantare i decreti statali e la loro implementazione violenta con le vesti dell’incantesimo maschera sia l’immoralità che l’inefficienza dello statalismo fingendo di non vedere il disordinato percorso dal decreto al risultato.

Tuttavia, dall’altra parte, l’efficacia degli editti governativi dipende esattamente dalle persone tutte fin troppo consapevoli della forza che sostiene quegli editti. Quindi, lo statalismo può mantenere la sua plausibilità solo postulando implicitamente una sorta di parodia grottesca della transustanziazione cattolica: proprio come il pane ed il vino devono essere trasformati nella loro essenza nel corpo e nel sangue di Cristo per giocare il loro necessario ruolo spirituale (sebbene allo stesso tempo essi debbano mantenere le caratteristiche esterne di pane e vino per giocare il loro necessario ruolo pratico), così la violenza dello stato, per essere giustificata, deve essere transustata nella sua essenza in incantesimo pacifico e, tuttavia, allo stesso tempo, per essere efficace deve mantenere le caratteristiche esterne della violenza. (Questa sacralizzazione della violenza dello stato spiega come mai chi propone una restrizione dell’uso delle armi, per esempio, possa considerare se stesso come contrario alla violenza sebbene allo stesso tempo minacci violenza massiccia e sistematica contro cittadini pacifici).

Ma mascherare o fingere di non vedere la violenza su cui legislazione socioeconomica necessariamente si fonda, significa acconsentire alla subordinazione incondizionata e alla
sottomissione che tale violenza comporta. Significa trattare quegli individui subordinati e assoggettati come semplici mezzi per i fini di quelli li sottomettono, e presupporre così l’ineguaglianza legittima nel potere e nella giurisdizione tra i due gruppi.



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Coloro che ricaveranno dalla lettura di questo saggio ad opera di un anonimo una dose notevole di perplessità, dovrebbero immaginarsi l’estrema perplessità di quanti, in secoli passati, considerarono del tutto assurda e impraticabile l’idea che diverse fedi religiose potessero convivere sullo stesso territorio. Per questo abbiamo bisogno di un nuovo Illuminismo che estenda la tolleranza dalla sfera religiosa a quella politica. Solo allora le idee esposte in questo testo, che a prima vista sembrano così strane e bizzarre, appariranno del tutto semplici e addirittura banali, come la scoperta dell’acqua calda.

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Nell’ambito della democrazia politica, solo i voti che vanno al candidato di maggioranza o ai programmi della maggioranza servono a modellare il corso degli affari. I voti ottenuti dalla minoranza non influenzano direttamente le decisioni politiche. Invece sul mercato nessun voto è perso. Ogni piccola somma spesa ha il potere di influire sul processo produttivo. … La decisione di un consumatore produce i suoi effetti con tutte le conseguenze che egli gli attribuisce attraverso la sua inclinazione a spendere una certa quantità di denaro.”

Ludwig von Mises, Azione Umana

Vi è molta confusione in questa nazione riguardo al termine ‘democrazia’. La parola proviene dal Greco ed etimologicamente significa ‘potere del popolo’ o ‘potere attraverso il popolo’. Ma quando la parola non è scritta in lettere masiuscole, essa si applica molto bene all’ambito degli scambi piuttosto che alle attività politiche. Quando invece appare in lettere capitali, allora il concetto subisce una trasformazione.

In una Democrazia, le maggioranze prendono le decisioni che ricadono su tutti. Quando il concetto di democrazia viene utilizzato con riferimento agli scambi ogni individuo prende decisioni che sono vincolanti solo per lui e per coloro che ne sono direttamente interessati. Il processo democratico (‘d’ minuscola) non presuppone il controllo da parte di alcuni nei confronti di altri; si basa invece sul controllo personale da parte di ognuno.

Vediamo come funziona.
Nei rapporti di scambio una persona entra in un negozio e acquista una scatola di fagioli. Quella persona è soggetta alla sua decisione. Egli ha deciso, per ragioni che sono note solo a lui, di comperare una scatola di fagioli prodotta dalla ditta X. Quel nome è sull’etichetta.
Egli non sa con certezza assoluta che vi sono fagioli in quella scatola. Non può vederli. Ma, sia a causa dell’etichetta, sia a causa dell’esperienza, egli ha fiducia in quel produttore. L’individuo dà moneta in cambio della scatola di fagioli. Questo è come un voto emesso sul mercato. Questo è il voto di un individuo a favore della ditta che egli promuove con il suo acquisto.

La decisione è vincolante per quella persona. Essa deve pagare per i fagioli il prezzo stabilito. Non è costretta ad effettuare l’acquisto ma se lo fa deve effettuare un pagamento per ottenere il prodotto. Potrebbe anche pagare in una data futura se il commerciante gli facesse credito. Se egli gli fa credito, è perché ha fiducia delle caratteristiche che qualificano quella persona. Egli pensa, sia in base all’esperienza generale che alla lunga pratica nel leggere i dati della realtà, che egli sarà alla fine pagato. Si può sbagliare in qualche caso ma non può sbagliarsi in molti casi.

Anche la persona che ha effettuato l’acquisto può sbagliarsi. La scatola potrebbe contenere sassi, una zuppa o patate schiacciate. Ma non ci si può sbagliare molte volte di seguito. Se una persona compra una scatola da un produttore X e non contiene ciò che si afferma sull’etichetta, la persona sarà estremamente riluttante a sostenere quel produttore una seconda volta.

Ma vediamo che cosa accade come risultato del voto effettuato sul mercato. Il voto di ogni persona viene registrato dal negoziante o alla fine della giornata o dopo alcuni giorni di vendite. Il negoziante scoprirà, quando farà i suoi calcoli, che alcune persone (come quella in oggetto) hanno votato per il produttore X. Egli si renderà conto di ciò perché dovrà ordinare nuovamente il prodotto del fabbricante X.
Egli scoprirà anche che altri hanno votato per il produttore Y. Altri ancora avranno votato per i prodotti della marca Z, ZXY, XX, YYYY. Il negoziante farà un nuovo ordinativo anche nei confronti di queste marche esattamente nella quantità che egli riterrà necessaria per soddisfare le richieste future dei suoi clienti.

Che cosa accade alle varie imprese che producono questi fagioli? Il voto viene registrato, numericamente diverso per ogni impresa. Ognuna di esse riceve un incoraggiamento per ogni voto a suo vantaggio. Tale incoraggiamento spinge ogni produttore a continuare l’attività attraverso la quale arreca soddisfazione a quella persona o ad altri.

Supponiamo che la marca X, che ha ricevuto il voto della persona in oggetto, risulti la più popolare. Supponiamo che questa marca riceva 100 voti, mentre ognuna delle altre marche ne ottenga meno di 100. Se negli scambi vigesse la Democrazia (quella con la D maiuscola), questo significherebbe la messa in atto di una procedura per cui si proclamerebbe che, ‘Da questo momento in poi, solo la marca X deve essere prodotta. Gli elettori hanno chiaramente mostrato che la marca X è la migliore marca di fagioli. Per questo motivo, la produzione di tutte le altre marche viene sospesa.’

Ma noi non abbiamo la Democrazia con la D maiuscola nell’ambito delle transazioni commerciali. Abbiamo la democrazia con la d minuscola. Per questo motivo, anche se la marca X è risultata essere la più popolare, le altre marche sono anch’esse abbastanza popolari da ricevere in una qualche misura un incoraggiamento per la loro produzione. Per cui, tutte le imprese che hanno ricevuto un voto abbastanza favorevole continuano a produrre i loro beni. L’azione di una persona rivolta all’acquisto della marca X non ci obbliga all’acquisto della marca X. Supponiamo che, personalmente, troviamo soddisfazione nella marca YYYY. Noi non possiamo impedire ad una persona di comperare la marca X come nessuna persona può impedire a noi di comperare la marca YYYY.

Questa è la vera democrazia. È quel meccanismo attraverso il quale ognuno governa sé stesso. Questa dinamica riveste in ogni momento un carattere morale e fornisce la quantità più grande di prodotti, la più estesa varietà e il più basso prezzo per il maggior numero di individui.

LA MAGGIORANZA RICEVE IL MONOPOLIO DEL CONTROLLO

Nei paragrafi precedenti abbiamo cercato di mostrare come la democrazia (con la d minuscola) funzioni nell’ambito degli scambi commerciali. Ma la controversia sorge di continuo, riguardo al fatto che lo stesso meccanismo non si attua in politica. Due persone competono per la guida del governo. Entrambe non possono esercitare il potere contemporaneamente. Allora, gli elettori scelgono attraverso la formula della maggioranza la persona più adatta. Questa persona eserciterà il potere. L’altra no.
Cosa c’è di sbagliato in tutto ciò?
C’è di sbagliato la stesso che ci sarebbe se una persona entrasse in un negozio per comperare il marcho X di fagioli e si venisse informati che, da momento che la maggioranza delle persone preferiscono il marchio YYYY, quello soltanto è disponibile per tutti i consumatori.
Ma c’è di più, a quella persona verrebbe detto che non può risolvere la situazione a livello personale astenendosi dall’acquistare fagioli. Li deve per forza comperare. E deve adeguarsi acquistando i fagioli YYYY. Inoltre, i fagioli deve anche mangiarli. A questo punto avremmo la democrazia con la D maiuscola. E questo è ciò che è avvenuto per quanto riguarda il governo di questo paese.

Immaginiamo che due persone si confrontino per il posto di primo ministro. Supponiamo ulteriormente che uno di essi, marchio YYYY, si chiami Signor Prodi. Continuando nella nostra supposizione, immaginiamo che l’altro, marchio X, si chiami Signor Berlusconi. Il Signor Prodi ottiene più voti del Signor Berlusconi. Coloro che hanno votato per il Signor Berlusconi non vedono compiersi la loro scelta. Essi volevano che il Signor Berlusconi li amministrasse. Invece si ritrovano con il Signor Prodi. Per questo sono scontenti.
Certamente coloro che hanno votato per il Signor Prodi sono più che soddisfatti. Non solo essi si ritrovano con il loro uomo a gestire i loro affari, ma il loro uomo ha il potere di amministrare anche gli affari di tutti.

C’è inoltre sempre una terza categoria di persone, coloro che non volevano né il marchio X né il marchio YYYY. Ci sono quelli che volevano il marchio Z. Potrebbero persino esserci alcuni che non vogliono nessun marchio. Essi intendono amministrare in maniera autonoma i loro affari senza delegare il potere a Prodi, o a Berlusconi o a chicchessia.

Ma, per via del meccanismo della maggioranza, tutti senza distinzione di preferenze o convinzioni personali, devono obbligatoriamente acquistare il marchio YYYY. E sono costretti a usare il marchio YYYY anche se preferirebbero farne a meno. Improvvisamente, noi vediamo che cosa è accaduto al nostro sostegno a vantaggio della Democrazia: ci siamo allontanati dal concetto di amministrazione attraverso il popolo. Al suo posto abbiamo ora il monopolio della gestione. Tutte le minoranze, mettendo a tacere i loro interessi, desideri o quant’altro, sono obbligate a sottostare al monopolio.

Invece se in questo paese si praticasse la democrazia con la d minuscola, coloro che hanno votato per Berlusconi lo avrebbero in quanto amministratore dei loro affari; coloro che hanno votato per Prodi sarebbero amministrati da Prodi; altri che hanno votato per un’altra persona per la gestione politica seguirebbero la persona da loro scelta. E coloro che non vogliono che qualcuno gestisca i loro affari al loro posto sarebbero lasciati liberi di amministrarsi da soli.

Questo sarebbe un risultato di grande moralità: ognuno otterrebbe per sé stesso ciò che egli stesso ha scelto attraverso il voto. Colui che si rifiutasse di partecipare non otterrebbe i ‘vantaggi’ che avrebbe guadagnato se avesse preso parte alle votazioni. Forse egli cambierà parere in un secondo tempo.
Ma questo è affar suo. Come è affar suo rifiutarsi di comperare i fagioli e soffrire la fame se questo è il risultato delle proprie decisioni.

Possiamo quasi già sentire i gridi di allarme: ‘Ma questo significherebbe avere molti primi ministri? almeno due. E come potremo far sì che ognuno si adegui in maniera uniforme alle stesse decisioni concernenti la stessa materia?
La risposta è che ciò non sarebbe possibile. Ma sarebbe tale evenienza un fatto davvero disastroso?

Il concetto di rappresentanza è essenzialmente un concetto che ha a che fare con l’agire. Qualcuno agisce per te. Ma come può qualcuno agire per te se egli è completamente orientato a sostenere comportamenti contrari ai tuoi migliori interessi? Supporre che egli ti rappresenti perché altri lo hanno scelto equivale ad accettare una bugia colossale. Egli può rappresentarti solo se tu lo hai scelto e se, quindi, si limita a promuovere i tuoi interessi.

È la Democrazia con la D maiuscola che ci sta portando alla rovina. Individui che sono in antitesi ai tuoi migliori interessi ottengono il potere su di te attraverso decisioni prese da altri; la Democrazia (con la D maiuscola) significa controllo su tutti da parte della maggioranza. Il controllo di maggioranza significa monopolio. E il risultato è che una minoranza finisce sempre per assumere il monopolio del potere. Questo fatto non risponde né a esigenze di moralità né di necessità.

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VOGLIA DI DITTATURA

La politica tira fuori il peggio di ognuno di noi, il che è una buona ragione per depoliticizzare completamente la società. In questo modo potremmo impegnarci nel lavoro produttivo o nei nostri piaceri, anziché perdere troppo tempo a guardare questi pagliacci in televisione che promettono l’impossibile.

Quello che ci viene offerto dalla televisione sono due tipi di dittatura. Una parte immagina Atene, con equità e giustizia per tutti, fratellanza internazionale, un mondo privo di odio e discriminazione in cui tutta la ricchezza è condivisa e non viene creata a spese della natura.

Naturalmente, questa è un’Atene di loro invenzione in quanto, nell’originale, la cultura e le produzioni dipendevano dal libero scambio, dalla proprietà privata, dal denaro sonante, e dalle basse imposte. Quello che offrono i democratici è uno stato mostruosamente più grande che si assume il controllo di tutte le proprietà, si intromette nell’iniziativa privata, e decreta la fine delle libertà economica.

Notate che di questo essi non parlano. Ma qual’è il fulcro di tutti i loro piani di equità e di giustizia: un maggiore uso della violenza nella società e una maggiore centralizzazione del potere politico. Spesso, la persona che propone simili percorsi immagina che egli sarà il dittatore, e che i suoi piani solamente vinceranno.

Essi non considerano che lo stato di cui sono fautori è capace di fare cose che non piacciono alle persone, come la distruzione delle libertà civili, e cominciare guerre in giro per il mondo.

Notate che la sinistra critica il governo Bush non perché limita la libertà degli individui, ma perché ritengono che il potere del governo viene utilizzato per scopi sbagliati.
Un altro problema di queste persone è che non possono stare dalla parte del libero mercato.
Essi provano risentimento per la società commerciale. Essi non hanno voluto venire a patti con il fatto che senza libero mercato, la maggior parte della razza umana sarebbe morte di fame. Perchè questo odio? Perché la ricchezza sotto il capitalismo sarà sempre distribuita in modo diseguale.
Essi preferiscono un’altra forma di dittatura.

Ora, i repubblicani immaginano se stessi come i creatori di una moderna Sparta, dotata di forza militare e di una disciplinata e unita cittadinanza, alla guida dalla grandezza nazionale, del coraggio e dell’eroismo. Assieme a questo viene il supporto per il servizio nazionale (il draft) e la richiesta che il Congresso fermi la sua ingerenza nelle materie di competenza del ramo esecutivo.

Essi dicono anche di essere per la libera impresa, ma ciò che realmente intendono è che supportano i loro principali sostenitori che sono le grandi aziende legate al governo da contratti e privilegi.
Vale anche per le banche e le società di mutui ipotecari, i cui interessi si tutelano attraverso un sistema di fiat-money che non fa che alimentare la crescita dello stato.

Questa è la loro versione della dittatura.

Sarebbe giunta l’ora per entrambe le parti di ammetterlo. Non lo faranno, ovvio, quindi spetta a tutti noi almeno riconoscere la realtà per quella che è. Si dice spesso che non c’è una differenza sostanziale tra le parti, ma c’è una piccola riflessione da fare su ciò esse hanno in comune.
Si tratta dell’amore per un qualche tipo di dittatura, di cui essi credono saranno gli amministratori.
Qual è l’alternativa? È la pura libertà, una parola che di questi tempi viene utilizzata solo come slogan negli affari pubblici. Con libertà intendo semplicemente questo: una vita senza intrusioni da parte dello stato. Non vi è nulla sulla verde terra di Dio che lo stato possa fare meglio di quanto possiamo fare noi come individui o in comunità e associazioni di volontariato. Quello intendo per libertà è né più né meno che il licenziamento dello stato da amministratore della società.
I politici continuano a parlare dei loro piani per il nostro futuro. Dobbiamo respingerli tutti: sinistra, destra e centro. Significherebbe seminare il caos? Affatto. Significherebbe semmai stabilire l’ordine della proprietà privata nella società.

Come scrisse Mises:

La verità è che la scelta non è tra un meccanismo di morte e un rigido automatismo da un lato e una consapevole pianificazione dall’altro. L’alternativa è nessun piano e nessuna pianificazione. La domanda è: chi pianifica? Dovrebbe ogni membro della società pianificare di per sé, o dovrebbe farlo il governo paternalista per tutti? La questione non è automatismo contro azione consapevole; è azione spontanea di ogni singolo individuo contro l’esclusiva azione del governo. È la libertà contro l’ onnipotenza del governo.

Mises scriveva queste parole nel 1949. La gente diceva che egli era esagerato, ingenuo e provocatorio. Sicuramente il nostro sistema non ha nulla in comune con il sistema tedesco che avevamo appena distrutto in una guerra, e nulla in comune con il sistema russo che stava diventando il nuovo nemico.

Ma la gente dimentica che nel 1930 era opinione comune che la nostra scelta fosse essenzialmente tra due forme di dittatura, il socialismo o il fascismo. Le persone erano più aperte a quell’epoca,
e non usavano questi termini in un modo sprezzante.
Ora che siamo qui dopo tutti questi anni, non possiamo più parlare con deferenza del socialismo e il fascismo come sistemi di governo.

Anche così, l’assunto intellettuale rimane lo stesso. Guardate le conventions con un occhio a ciò che la classe politica vuole fare per voi. Tutto ciò che essi promettono di fare per voi, ha un rovescio in cui si nasconde ciò che vogliono a voi.

E il potere di fare queste cose deve provenire dalla violenza dello stato e usando la violenza che richiede una forma di controllo totale del governo e della società. Essi possono apparire belli e dolci. Essi possono dire di amare voi, la vostra famiglia e la comunità. Ma la loro ideologia politica è in realtà impregnata di odio per la vostra libertà e proprietà. Essi cercano di porre fine alla vostra libertà di cercare una vita migliore.

Essi cercano la dittatura. Tutto il resto è illusione.

Llewellyn H. Rockwell, Jr.

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Il modo in cui Pierre Joseph Proudhon recepì la democrazia post rivoluzionaria è un classico esempio di dura critica verso il processo di democrazia rappresentativa espresso anche da molti liberali classici. Il testo seguente è stato scritto poche settimane dopo la Rivoluzione del febbraio 1848 che a Parigi aveva sostituito la monarchia costituzionale del re Luigi-Filippo con una repubblica nominalmente democratica.

“L’illusione della democrazia nasce dall’esempio della monarchia costituzionale – la pretesa di organizzare il governo attraverso mezzi rappresentativi. Né la Rivoluzione del luglio 1830 né quella del febbraio 1848 sono sufficienti per far luce sul presente. Ciò che vogliono è sempre la diseguaglianza delle opportunità, la delega della sovranità e un governo di persone influenti. Anziché dire, come ha fatto M. Thiers, “il re regna e non governa” la democrazia dice “il popolo regna e non governa”, il che significa negare la Rivoluzione”.

“Dal momento che, secondo l’ideologia dei democratici, il popolo non può governare se stesso ed è costretto a scegliersi ei rappresentanti che governano per delega, conservando però il diritto di revisione delle regole, si suppone che così il popolo sia messo nelle condizioni di essere almeno rappresentato, e che possa esserlo fedelmente … Questa ipotesi è del tutto falsa; non c’è e non ci potrà mai essere legittima rappresentanza del Popolo. Tutti i sistemi elettorali sono meccanismi di inganno: conoscerne uno è sufficiente per condannarli tutti”.

“Affinché un deputato possa effettivamente rappresentare i propri elettori, è necessario egli rappresenti tutte le idee sono concorse alla sua elezione … ma, con il sistema elettorale. Il deputato, il sedicente legislatore inviato dai cittadini per riconciliare tutte le idee e tutti gli interessi nel nome degli individui, rappresenta sempre solo un’idea, un interesse. Il resto è escluso senza mezzi termini. Per chi fa le leggi alle elezioni? Chi decide la scelta dei deputati? La maggioranza, la metà più uno dei voti. Da questo ne consegue che la metà meno uno degli elettori non è rappresentata o che lo è malgrado se stessa; che di tutte le opinioni che dividono i cittadini, una sola, nella misura in cui il deputato abbia un parere in merito, arriva al legislatore; e, infine, che la legge, che dovrebbe essere l’espressione della volontà del popolo, non è altro che l’espressione della volontà di metà della popolazione”.

“Il risultato è che nella teoria dei democratici il problema consiste nell’eliminare, con il meccanismo della farsa a suffragio universale, tutte le idee tranne quella che consolida il consenso, e di dichiarare che il sovrano ha la maggioranza.”

“… In ogni sorta di governo il deputato rende conto al potere, non al paese …
[È necessario] che egli sia padrone del suo voto, cioè che abbia facoltà di scambiarlo, che il mandato abbia un termine definito di almeno un anno, durante il quale il governo, in accordo con i deputati, farà quel che gli interessa rafforzando la legge attraverso l’esercizio del suo libero arbitrio…”

“… Se la monarchia è martello che schiaccia il popolo, la democrazia è l’ascia che lo divide; l’uno e l’altro concorrono ugualmente alla morte della libertà …”

“In virtù del principio democratico, tutti i cittadini devono partecipare alla creazione della legge … [e] devono pagare tutti il loro debito verso la loro terra natia, come contribuenti, giurati, giudici e soldati.”

“Se le cose andassero in questo modo, l’ideale della democrazia sarebbe raggiunto. La società avrebbe un’esistenza normale, che si svilupperebbe direttamente in accordo con i suoi principi, come fanno tutte le cose che vivono e crescono”.

“È completamente diverso nella democrazia [rappresentativa], che secondo i suoi sostenitori esiste unicamente solo nel momento delle elezioni e per la formazione del potere legislativo. Una volta passato questo momento, la democrazia si ritira; si ritira in sé, ed inizia di nuovo il suo lavoro anti-democratico”.

“In realtà non è vero, in nessuna democrazia, che tutti i cittadini partecipano alla formazione del diritto; tale processo è prerogativa riservata ai rappresentanti”.

“Non è vero che essi deliberano in tutti gli affari pubblici, nazionali ed esteri; questa è facoltà esclusiva dei ministri, neppure dei rappresentanti. I cittadini discutono le questioni, i ministri le decidono.”

“Non è vero che i cittadini partecipano alla nomina dei funzionari. È il potere che nomina i suoi subalterni, a volte secondo lo farà secondo il suo arbitrio, altre secondo determinate condizioni di convenienza e propaganda perché l’asservimento dei funzionari e l’accentramento del potere richiedono che sia così…”

“… In base alla teoria della democrazia, il popolo non è in grado di governare se stesso; la democrazia, come la monarchia, dopo aver posto come sua linea di principio la sovranità del popolo, si conclude dichiarando l’incapacità del popolo a governarsi!”.

“Questo è ciò che intendono i democratici che, una volta nel governo, sognano solo di consolidare e rafforzare l’autorità nelle loro mani.”

Tratto da Anarchism di Robert Hoffman.

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