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Posts Tagged ‘filosofia’

Probabilmente una delle migliori argomentazioni a favore del diritto naturale alla proprietà che mi sia capitato di leggere.
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di Karl Ludwig von Haller

La dottrina che pretende che la proprietà non sia un diritto naturale, ma abbia origine fittizia o positiva, è in contrasto col senso comune, con l’esperienza quotidiana e con l’autorità dei più grandi giureconsulti; simile a tante altre dottrine del medesimo genere, essa è il risultato di quell’orgoglio filosofico che, non riconoscendo più né la ragione suprema delle cose, né Dio creatore e legislatore del mondo, vuole tutto attribuire all’invenzione degli uomini. Parimenti i nostri filosofi moderni negano la legge morale impressa nel cuore dell’uomo; essi fanno dipendere la giustizia e la carità stessa da istituzioni umane o da convenzioni arbitrarie; e, in modo simile, vorrebbero creare i fatti e i rapporti naturali.

Il matrimonio, la proprietà, il linguaggio, la società, la mutua dipendenza tra gli uomini, l’autorità del padre, la sottomissione del fanciullo in tenera età, e persino l’ineguaglianza delle forze, secondo essi, provengono dalla legge e dalle istituzioni umane, e non lasciano più niente da fare all’Autore della natura. Ci si deve meravigliare ch’essi non pretendano anche di aver creato il sole, la luna e le stelle; poiché si sarebbe convenuto, nel contratto sociale, che questi corpi luminosi potrebbero servire ad illuminare i cittadini…Questi orgogliosi sofisti ci mostrino dunque un paese sulla terra e un’epoca nella Storia, in cui i rapporti sociali e i diritti di proprietà non siano esistiti, o meglio ci provino quando e da chi essi sono stati introdotti. Un minimo di spirito di osservazione avrà loro insegnato che tutte queste cosiddette istituzioni sono il risultato di inclinazioni innate dell’uomo, di leggi della natura stessa, e che essi sono, in altre parole, una parte dell’ordine immutabile delle cose.
Ciò che prova anzitutto l’origine naturale della proprietà sono la sua necessità, la sua universalità e la sua perpetuità. Essa è necessaria, poiché tutti i diritti acquisiti non sono che frutti dei diritti innati e le condizioni indispensabili per esercitarli. Non è possibile respingere i diritti acquisiti senza annientare nello stesso tempo anche i diritti naturali. Abolite la proprietà, vale a dire il possesso e l’uso esclusivo delle cose esteriori, e l’uomo non saprà continuare la sua esistenza, ancor meno impiegare le sue forze fisiche e intellettuali per il proprio vantaggio e per quello del suo prossimo. Il cibo di cui egli si nutre, i vestiti che lo coprono, il posto sul quale egli riposa o ch’egli occupa per farne la sua dimora, lo strumento del suo lavoro devono necessariamente essere, per un tempo più o meno lungo, di sua proprietà; oppure occorre che un altro che li possiede glieli presti per uso esclusivo: in questo senso non è possibile neppure parlare di divisione, o di comunione. Così non è neppure possibile concepire che non esista affatto la proprietà. Riducete ad alcuni la proprietà in ciò che essa ha di superfluo, abbreviate quanto vi piace la durata dei beni mobili e immobili, estendete a vostro piacimento la comunione di molte cose; ve ne resterà sempre un’infinità di altre, la cui proprietà sarà esclusiva e individuale: in questo caso dov’è dunque il limite fra il necessario e il superfluo, fra il possesso transitorio e il possesso permanente? Allora quella che chiamate proprietà comune o non è ancora la proprietà di nessuno o è invece quella di una società di molti uomini riuniti, ma non mai di una totalità di persone (considerata in astratto). Senza proprietà, senza questo diritto di occupare e di impiegare, in possesso esclusivo, dei beni materiali, gli uomini sarebbero più infelici dei bruti e si troverebbero in mezzo alle meraviglie del mondo, solo per perirvi al più presto nel modo più deplorevole; le loro sublimi facoltà fisiche e morali e tutte le ricchezze della natura sarebbero loro inutili; la prima coppia stessa non avrebbe potuto né conservarsi né riprodursi.
Così la proprietà è inseparabile dall’esistenza degli uomini; non se ne può concepire la mancanza: prova evidente ch’essa non è di origine umana. Inoltre la vediamo in tutti i tempi, in tutti i paesi, fra tutti i popoli; essa è universale e per conseguenza è un’istituzione di tutta la natura; nemmeno gli animali sono privi di una loro proprietà: non ve n’è nessuno che non produca o non acquisti qualche cosa, che non se ne serva esclusivamente e non difenda con accanimento ciò che appartiene: qualcuno di essi raccoglie anche delle provviste. Si chiami ciò con il nome di istinto o di legge morale, vediamo persino che essi riconoscono la proprietà altrui. Vi possono essere dei ladri in mezzo agli animali, come accade tra gli uomini, ma sono una eccezione alla regola. In generale, senza necessità, o senza un’offesa precedente, nessun animale caccia l’altro dal suo posto; nessuno toglie il cibo all’altro: gli animali occupano ciò che a loro parere non ha padrone, e rispettano una proprietà straniera e riconosciuta; essi accettano ciò che loro si offre e nello stesso tempo difendono ciò che loro appartiene, e non si oppongono ad un’acquisizione innocente. Similmente quando hanno rubato, temono il castigo, e cercano di sottrarvisi con una rapida fuga.
Dirò di più: non dipende dalla volontà degli uomini che l’istituto della proprietà esista o che non esista affatto; essi non potrebbero abolirlo quand’anche lo volessero: come tutto ciò ch è di origine divina, tale istituto è, generalmente parlando, indistruttibile. Supponete che un tirano o una setta fanatica e potente siano così insensati da stabilire come principio la soppressione della proprietà nel loro territorio; l’esecuzione della loro volontà sarà impossibile: la legge della natura è più forte della loro. Tutt’al più, per un certo tempo, gli attacchi contro la proprietà saranno più numerosi e più impudenti che prima di questa legge assurda; ma resteranno sempre molte cose a quelli che saranno stati spogliati. I briganti medesimi desiderano conservare sia il loro bottino sia ciò che possedevano anteriormente in modo legittimo: pertanto riconoscono il diritto di proprietà, almeno tra loro. Andando ancor più lontano, oserei sostenere che queste spogliazioni o questi attentati contro la proprietà non sarebbero certo più numerosi di prima, poiché tutti si rivolterebbero contro una simile legge, la si taccerebbe, con ragione, di demenza o di temerarietà verso Dio: ciascuno si opporrebbe alla sua esecuzione e si glorierebbe di disobbedirvi.
La legge di un tale tiranno si ridurrebbe, in fondo, alla dichiarazione che, per l’avvenire, egli non proteggerà più la proprietà; ma, anzitutto, non si ha sempre bisogno di questa protezione, dato che essa non è minacciata in tutti i momenti né da tutti gli uomini; inoltre i proprietari potrebbero ancora difendersi essi stessi, o meglio soccorrersi mutualmente. Si può dunque, in verità, colpire, attenuare, distruggere la proprietà di qualcuno, ma l’annientamento totale di essa è una cosa impossibile: parimenti si può infrangere la legge naturale, ma non annientarla; si può dissolvere qualche legame sociale, ma non mai abolire del tutto ogni legame. Allo stesso modo, le degradazioni, le distruzioni e le spoliazioni dei beni altrui non hanno altro effetto che di colpire i diritti degli uni a profitto degli altri, di diminuire i possessi di qualcuno per farli passare ingiustamente in altre mani, ma non mai di sopprimere l’esistenza di ogni proprietà…

Acquisire una proprietà significa annettersi una cosa esteriore, sia ch’essa non abbia affatto padrone, sia ch’essa ne abbia avuto uno: significa farla entrare in proprio legittimo possesso, in modo da poterne godere con l’esclusione di tutti gli altri. Ora ciò è possibile in due maniere: 1) con la propria volontà, con le proprie forze; 2) con l’accettazione di una volontà estranea, vale a dire, con ogni sorta di convenzioni. Non mi diffonderò qui su questo secondo modo, che presuppone già una proprietà anteriore, ma solamente sul primo, cioè sull’acquisizione primitiva. Come si può in questa maniera acquisire un possesso legittimo? Su quale fondamento riposa l’obbligo degli altri uomini di rispettare una simile acquisizione? Che essa sia lecita secondo la legge naturale, e che la si debba rispettare in virtù di questa legge medesima, è una verità che si può dimostrare fino all’evidenza, con un semplice ricorso alla ragione, ed è confermata inoltre dalle usanze più diffuse. A cagione di questa legittimità originaria sono poi lecite anche le convenzioni per la trasmissione della proprietà.
Dal momento che l’uomo, nell’esercizio della sua libertà naturale, ha il diritto di conservare la sua vita, non solamente con lo stretto necessario, ma con le maggiori comodità e il maggior benessere possibile; e dal momento che, in virtù della legge di benevolenza impressa nel suo cuore, egli ha in più il dovere di essere utile a se stesso e ai suoi simili, di proteggere la loro esistenza e di migliorare la loro sorte; ne viene di conseguenza che egli può far uso dei beni esteriori o dei prodotti della terra, senza dei quali l’esercizio di questo diritto e il compimento di questi doveri gli sarebbero impossibili. Egli gode di questa facoltà, sotto la sola condizione di non ledere i diritti di nessuno: condizione senza la quale non avrebbe nemmeno diritto di vivere. Ora i beni esteriori e i prodotti della terra, prima di essere occupati, non appartengono a nessuno: essi non sono né una proprietà particolare, poiché nessuno li porta con sé nascendo; nè una proprietà comune, poiché questa non avrebbe potuto essere formata che da una convenzione; ma sono offerti all’acquisizione e all’uso di ciascuno, come cose veramente senza padrone (res nullius). Il primo che se ne impadronisce non lede i diritti altrui, ma compie solamente un’azione lecita; egli adempie nello stesso tempo ad un dovere, poiché la cosa gli è indispensabile per la sua conservazione o per quella del suo prossimo. Di conseguenza, rimane vero per sempre il concetto che l’occupazione o la presa di possesso di un oggetto che non appartiene a nessuno, unita alla volontà manifesta di conservarlo, è l’origine prima e legittima di ogni proprietà: a questo riguardo, il primo nell’ordine del tempo lo è anche per il diritto.
L’origine naturale della proprietà
Carl Ludwig von Haller

Così è nata la proprietà, non solamente nei tempi antichi, ma ancor oggi in tutti i paesi: la primitiva acquisizione della proprietà, sia mobiliare che immobiliare, non si fa in altro modo. La natura è talmente ricca e produce senza posa tante cose nuove, che un gran numero di beni, senza padrone fino ad oggi, non sono entrati ancora nell’uso esclusivo di nessuno: occorrerà ancora molto tempo prima che tutte le terre siano occupate. Gli animali selvaggi nelle foreste, gli uccelli nell’aria, i pesci nel mare, tanti diversi prodotti di tutti i regni della natura, sulla superficie della terra o nei suoi visceri: ecco altrettanti beni, sui quali nessuno ha affermato alcuna pretesa, e di cui nessuno si è ancora appropriato; mentre altri ancora sono stati abbandonati dai loro padroni. Questi beni sono ancora oggi res nullius: indipendentemente da tutte le convenzioni e da tutte le leggi umane, non solo li vediamo ogni giorno ridursi in potere del primo che li ha occupati e diventare sua proprietà, ma li vediamo anche restare in suo possesso per tutto il tempo che egli vuole conservare o fino a quando non abbia manifestato una volontà contraria.

La stessa cosa si deve dire della proprietà fondiaria che, senza dubbio, non può essere distrutta né trasportata, ma che è nondimeno suscettibile di un possesso e di un godimento esclusivo e che, per di più, è ordinariamente legata al lavoro dell’uomo, il cui frutto non gli può essere tolto senza una nuova offesa. Una certa estensione del possesso territoriale è indispensabile. Il posto che un uomo, con la sua famiglia, occupa originariamente sulla terra senza scacciarne un altro (lo spazio sul quale egli costruisce la propria dimora) è sicuramente la sua prima proprietà fondiaria, e gli resta per tutto il tempo ch’egli la vuole conservare. Vi è una proprietà territoriale, sia pure passeggera, anche presso i popoli nomadi o pastori; poiché i pascoli, le bandite di caccia, le tende o le capanne appartengono esclusivamente ai loro padroni. È anche vero, però, che a causa della scarsa popolazione di queste contrade percorse dai nomadi e del gran numero di terre vacanti, questa proprietà, somigliante a una parte di mare occupata da una flotta, viene più frequentemente abbandonata che le altre, per la facilità di occuparne delle nuove. Dopo tutto, anche le migrazioni hanno termine, e si finisce con lo stabilirsi in qualche luogo. Se dunque l’uomo può possedere un piccolo spazio di terra per la sua dimora, gli sarà permesso di averne anche uno più grande per aumentare il benessere, per nutrirsi, vestirsi e muoversi; poiché la natura non ha qui fissato delle misure, né posto dei limiti, fuorché quelli che derivano dalle regole di giustizia nell’ambito della legge eterna, che ci comanda di non ledere i diritti altrui. La legittima libertà dell’uomo si estende tanto lontano quanto la sua volontà e la sua potenza: questa libertà non fa torto a nessuno, poiché la terra è abbastanza grande per soddisfare i bisogni di tutti.

Nessuno può impadronirsi di tutto quello che esiste; e quand’anche vi riuscisse, ciò a nulla gli servirebbe, poiché non potrebbe goderlo né difenderlo. D’altronde gli uomini possono altrettanto bene dimorare e vivere sulla proprietà altrui che sulla propria: in genere essi vi vivono meglio che nella solitudine, a causa della mutua assistenza che la società offre loro. Si aggiunga che la proprietà fondiaria stessa è frequentemente divisa e passa continuamente da una mano all’altra, sia per il decesso di quelli che la possedevano, sia per ogni sorta di convenzioni; e infine che una quantità innumerevole di oggetti, di prodotti della natura e dell’arte sono costantemente abbandonati, ricacciati nella massa delle cose senza padrone, e per così dire restituiti all’occupazione universale. [Queste riflessioni possono bastare a dissipare il timore puerile di quelli che pretendono che uno o più individui potrebbero da soli, occupare tutta la terra, in modo che non ne resterebbe più nulla agli altri uomini o ai loro discendenti. A cosa servirebbero loro i possessi più immensi, senza il soccorso dei loro simili? Essi on potrebbero ottenere questo soccorso senza accordare loro, sotto differenti forme, una parte di questa proprietà; per modo che le terre cambiano o cambieranno costantemente di padrone]. Di più, vi sono gli esempi, abbastanza frequenti, di terre e abitazioni abbandonate, quando l’inclemenza della natura e l’ingiustizia degli uomini hanno tolto al possesso il suo valore. Così la storia di eremiti e di coloni ci dimostra, con migliaia di esempi, che la proprietà fondiaria, come la mobiliare, deve la sua origine all’occupazione primitiva: anche ai nostri giorni la proprietà si forma frequentemente in questa maniera; poiché, sotto questo riguardo, come sotto tutti gli altri, il vero stato della natura non è affatto cessato. Supponete che oggi un uomo prenda possesso di un territorio che non appartiene a nessuno; supponente che, per mezzo di dichiarazioni verbali, scritte o simboliche e soprattutto per mezzo dell’abitazione, della recinzione, della coltivazione o di altri segni simili, egli dimostri la sua intenzione di conservarlo e di goderne esclusivamente: questo territorio sarà senza contestazione riconosciuto come sua proprietà. Senza che vi sia bisogno né di leggi né di convenzioni, qualsiasi uomo, che tenterà di toglierglielo, passerà per un brigante. Ora una simile presa di possesso non è solamente concepibile o possibile, ma ha luogo forse più frequentemente di quanto si pensi. Quante isola inabitate dell’Oceano, quante parti di vaste foreste e di deserti sul continente delle tre antiche parti del globo, divengono ancora, tutti i giorni, la proprietà del primo che vi si è stabilito e che le scopre? Quanto all’entroterra dell’America, si sa di sicuro che vi si formano senza posa delle nuove proprietà fondiarie, per mezzo dell’occupazione, della recinzione e della coltura di terre ancora senza padrone. Perfino nella nostra Europa così popolata, se ne troverebbero degli esempi nelle contrade devastate, deserte o inospitali, nelle valli isolate o nelle alte montagne. Com’è dunque possibile che ci si torturi la mente e che si ricorra a delle finzioni, per spiegare l’origine della proprietà fondiaria; mentre la ragione e l’esperienza s’accordano a dimostrarci che, allo stesso modo della proprietà mobiliare, essa si acquista e si è acquistata primitivamente con l’occupazione, e solamente più tardi con le convenzioni?

Occorrerà quindi ancora rispondere alla seconda questione: perché tutti gli altri uomini sono obbligati a rispettare una simile presa di possesso e ad astenersi dalle cose occupate dai loro simili? Negare quest’obbligo sarebbe come negare la stessa legge divina, essendo chiaro che, da quando un uomo si è appropriato di una cosa con giustizia, vale a dire senza ledere i diritti altrui, essa non può più essergli tolta senza ingiustizia. Questa obbligazione è la stessa, sia che il possessore abbia la casa occupata in suo possesso personale, sia che egli si limiti a manifestare la volontà di appropriarsene per sempre e di conservarla in modo permanente. Infatti, dal momento che la presa di possesso era lecita, occorre assolutamente che si giudichi illecita l’azione che interrompe il godimento o che distrugge l’effetto dell’occupazione. Tale azione lede il possessore nella sua volontà legittima, gli leva i frutti di un’azione giusta, cosa che è già contraria alla legge naturale. In una parola, il diritto per l’uno di occupare ciò che è senza padrone corrisponde all’obbligo per tutti gli altri di rispettare l’esercizio di questo diritto: sono due aspetti di una sola correlazione, e non si può concedere l’uno senza l’altro…Perché questo obbligo esista, non si ha alcun bisogno né del loro consenso, né di leggi umane, né di convenzioni, ben meno ancora dell’idea o della supposizione di un patto tacito e generale. Poiché se l’esercizio del diritto naturale di appropriarsi di cose che non appartengono a nessuno e di goderne esclusivamente dipendesse dal consenso degli altri; vale a dire, che questi sarebbero padroni di cose che pertanto non hanno ancora padroni, la qual cosa è assurda ed implica una contraddizione. Il diritto di occupazione quindi non sarebbe un diritto; o meglio, esso sarebbe del tutto illusorio ed inutile se non potesse venire esercitato senza il consenso degli altri. Infatti è richiesto il consenso non solo per le azioni che dipendono dal favore altrui e non sono per se stesse autorizzate; ma non è richiesto per prendere possesso delle cose vacanti.

Le azioni, i sentimenti e i giudizi di tutti gli uomini e quindi la voce della natura dimostrano la falsità della dottrina da me impugnata e chiariscono la verità di questa proposizione: che il consenso degli altri uomini può non essere affatto necessario, ovvero essere dettato da naturali rapporti di obbligazione. In effetti l’esperienza universale ci insegna che, senza nessun patto (patto che d’altronde non solo non è mai esistito, ma non è nemmeno possibile), l’obbligo di lasciare agli altri ciò che essi hanno occupato in maniera legittima è stato riconosciuto e rispettato dappertutto, come una regola generale. Quelli che violano questa regola non solamente sono considerati e puniti come briganti, ma essi stessi si giudicano tali nella loro propria coscienza. Ci possiamo convincere di ciò in qualsiasi momento, e lo possiamo constatare nell’infanzia come nell’età adulta, in tutte le classi di persone: le esperienze di questo genere, fatte per dimostrare l’esistenza o la validità delle leggi morali, sono tutte così istruttive e così interessanti come quelle che sono state fatte per confermare delle teorie fisiche con la scoperta delle leggi di natura.
Così nel mondo dei fanciulli, se un oggetto qualunque non appartiene ancora a nessuno, essi disputano fra loro per averlo e lottano per sapere chi sarà il primo a possederlo; ma, allorché uno di questi fanciulli lo ha ottenuto e ridotto in suo potere, egli lo difende come sua proprietà, e tutti gli altri riconoscono i suoi diritti, anche quando il suo possesso materiale venisse a cessare. Poniamo che vengano a trovarsi casualmente del denaro o altre cose di valore in mezzo ad una moltitudine di uomini reciprocamente sconosciuti tra loro, oppure che qualcuno faccia sapere all’improvviso di voler rinunciare al possesso di qualcosa; subito si vedrà una folla di persone accorrere per accaparrarsi qualcuno di quei beni, finchè essi siano senza padrone; ma allorché un solo individuo se ne sia impadronito, questo gli viene lasciato di diritto. Se viene sollevata per caso una difficoltà, questa non verte sulla norma della proprietà da tutti riconosciuta, ma solamente sul fatto della prima occupazione. In numerosi casi della vita comune, anche fra uomini stranieri, vediamo che, senza dispute né combattimenti, senza istruzioni né convenzioni particolari, ciascuno lascia pacificamente al suo vicino il posto ch’egli ha occupato per primo, o una cosa che non appartiene a nessuno. Quale uomo, dopo aver preso possesso di uno spazio qualunque sulla terra, dopo aver attinto dell’acqua ad una sorgente, colto dei frutti da un albero che non ha padrone, raccolto una pietra nella campagna o una conchiglia dal mare chiederà il consenso a tutti gli altri uomini per appropriarsi di questi oggetti? Come potrebbe chiederlo, quand’anche ne avesse l’intenzione? Non passerebbe egli universalmente per folle se lo reclamasse, o se credesse di averne bisogno? E certo si avrebbe ragione di tacciare di follia una simile condotta: poiché è una vera demenza disconoscere le leggi naturali: è, da una parte, contraddire a quello che appare agli occhi di tutti, e dall’altra adottare un’idea falsa, una regola che non esiste in nessun luogo.

Anche i filosofi e i giureconsulti più accorti, in tutti i secoli e in conformità con la ragione e con l’esperienza, hanno costantemente spiegato l’origine della proprietà con la prima occupazione e con la legge naturale; e se altri hanno pretesa ch’essa dovesse la sua origine ad un’istituzione arbitraria, sono stati condotti a questo errore dall’espressione ambigua di una “comunione originaria”: ma, cosa notevole, che fornisce la prova dell’errore, non hanno mai potuto restare conseguenti, in questo sistema, e li si vede senza posa in contraddizioni tra loro. È dunque certo che la proprietà è esistita prima di tutte le leggi umane, e che essa esiste spesso ancor oggi senza di esse. Nessun codice ve l’ha introdotta né ordinata; al contrario da essa e per essa le leggi sono state fatte, non certo con il fine di stabilirla, ma con quello di assicurare a ciascuno la sua.


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Un altro breve saggio di El Ray tratto dalla raccolta Vonu: The Search For Personal Freedom.

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I libertari che cercano di ottenere la propria libertà individuale, si ritrovano spesso ad essere accusati di “anti-intellettualismo” da altri libertari. L’accusa è:

«Lo statalismo è principalmente un problema intellettuale che richiede una soluzione intellettuale: la libertà non può essere raggiunta finché il comportamento delle persone non diventa compatibile con la libertà. La via per ottenere la libertà non è quella di “uscire” dalla società, ma quella di seminare idee razionali dentro la società».

Questa critica è piuttosto ingannevole perché è una mezza verità: lo statalismo è sicuramente un problema intellettuale e come tale richiede una soluzione intellettuale. Ma esso non è esclusivamente un problema intellettuale; è invece la simbiosi fra l’inganno filosofico e la violenza istituzionalizzata che si sostengono vicendevolmente. Né è solo la causa dell’oppressione, ma entrambe: causa ed effetto.

I governi coercitivi controllano ampiamente i mezzi di comunicazione di massa; direttamente, attraverso la gestione della scuola pubblica e, indirettamente, attraverso le radio e le tv autorizzate per mezzo delle intimidazioni fatte agli editori sotto la minaccia delle tasse e delle leggi che regolano il settore. I mezzi di comunicazione controllati, infine, inoculano disinformazione e predisposizione alla coercizione istituzionalizzata.

Ugualmente importante, ma non altrettanto ben compreso, è il fatto che la maggior parte delle persone non accetta la propaganda statalista semplicemente perché ha subito il lavaggio del cervello, ma perché vuole credere.
Le persone si sentono impotenti ed incapaci di cambiare la società da sole ed anche di liberarsi esse stesse dalla massa – “Non puoi lottare contro la comunità”- e, quindi, preferiscono credere che comportandosi in modo conforme agli altri tutto andrà per il meglio. E più il sistema è dispotico, più grande è la loro ingenuità. La maggior parte degli internati nei campi di concentramento tedeschi era pateticamente propensa a credere alle “spiegazioni” dei nazisti contro ogni evidenza del contrario.
La maggior parte degli schiavi dei regimi comunisti credevano che le violazioni della loro libertà fossero necessarie; l’opposizione, se c’era, era riservata ai dettagli nella realizzazione dei cambiamenti che sapevano già essere possibili.

Ognuno può constatarlo da sé; la maggior parte delle persone che incontriamo non è semplicemente ingannata, essa vuole essere ingannata e si risente amaramente di fronte ad un qualsiasi tentativo di demolire la loro razionalizzazione dello status quo. Certamente la libertà non può essere conseguita uniformemente per tutta la società finché il comportamento popolare non diventa compatibile con la libertà. Ma è ugualmente vero il contrario; cambiare il comportamento popolare è impossibile fintanto che la libertà non è realizzata o appare perlomeno imminente. Insieme queste due constatazioni conducono alla conclusione: un sistema filosofico e politico-economico non può essere radicalmente cambiato dal suo interno con nessun mezzo.
Le istituzioni possono evolversi, ma principalmente in risposta agli sviluppi esterni al sistema.

Sono dell’avviso che la liberazione sia possibile soltanto a partire dal piano individuale e soltanto cambiando contemporaneamente comportamento e modello di vita. Il rifiuto della propaganda statalista e l’uscita dalla società devono andare di pari passo. Cercare l’auto-liberazione non è essere “anti-intellettuali”. È, piuttosto, l’integrazione dell’intelletto con la realtà e il tentativo di far seguire l’azione al pensiero.



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Se il mio carceriere mi colpisce con il bastone, devo obbedire. Se accetto di obbedire perché mi ha colpito, subisco un’ingiustizia, ma mantengo un’esatta cognizione della situazione: sto obbedendo per non farmi picchiare. Faccio cioè questo tipo di valutazione: poiché la mia condizione naturale mi spinge all’auto-preservazione, un semplice calcolo di utilità mi dice che al momento è preferibile contraddire i miei principi morali per evitare di essere picchiato ingiustamente. Ho quindi ancora ben chiaro cosa è giusto e cosa non lo è. Tuttavia, mi sentirò quasi sicuramente terribilmente umiliato, solo e indifeso.
D’altro canto, potrei scegliere di evitare l’umiliazione e il senso di abbandono e solitudine, immaginando che obbedisco non perché vengo colpito, ma che vengo colpito perché disobbedisco. Non è la mia inadempienza alle pretese della guardia il motivo per cui mi piacchiano, ma piuttosto la mia mancanza di virtù morali. La guardia non mi picchia perché è sadica, mi picchia perché io sono il male – cioè egoista, non conforme etc.
Chi mi sorveglia non è responsabile per avermi percosso; sono io il responsabile delle azioni per cui vengo bastonato. La guardia non vuole umiliarmi, ma sta solo cercando di aiutarmi, facendo di me una persona migliore, così come mi aiuta il medico tentando di curarmi e allontanando il male da me. È evidente come l’agonia della corruzione morale può passare da una persona ad un’altra.
Ecco, credo sia esattamente questo il transfer attraverso il quale la maggior parte delle persone si persuade della necessità dello stato. Ed è questa la catena che va spezzata.



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Bella citazione direi decisamente proprietarista dal film “Il cacciatore di aquiloni” di Marc Forster

“Non esistono peccati, ma solo il furto”

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Acquistereste qualcosa che non volete? Offrireste il vostro lavoro, la vostra abilità o il vostro denaro per qualcosa che non avete scelto? Spendereste del tempo con qualcuno che non vorreste o non vi piacerebbe conoscere?
Se avete risposto “no” a tutte le domande, allora siete a favore della discriminazione. Discriminare significa fare delle valutazioni, dare dei giudizi, fare distinzioni ed agire conseguentemente a tali scelte. Il diritto di discriminare – di scegliere quello che si accorda con i nostri valori – è un diritto fondamentale. Esso rappresenta la base per scegliere come impiegare il nostro tempo, il nostro capitale e la nostra proprietà, ed è anche ciò che sottende al diritto alla libertà di associazione.

Proprio come abbiamo il diritto di non comperare un bene in un negozio, allo stesso modo il negoziante ha diritto di non venderci la sua merce, se lo ritiene opportuno.
C’è chi rifiuta di bere Pepsi e c’è chi affigge nel proprio ristorante targhe tipo “Si richiede un abbigliamento decoroso”. Sarebbe ingiusto infilare un tubo in gola ad uno che si rifiuta di bere Pepsi per ingozzarlo con l’odiata cola, come sarebbe ingiusto imporre a Gualtiero Marchesi di servire persone che entrano nel suo locale in canottiera ed infradito.
Dunque, dov’è la giustizia nell’imporre a qualcuno di assumere nella propria impresa persone non volute? Se un datore di lavoro non intende assumere persone perchè nere, bianche, femmine, gay, musulmane o zoroastriane, ha il diritto di farlo. Assumere una persona significa acquistarne tempo, manodopera e intelletto, ma se abbiamo detto che si ha il diritto di acquistare solo ciò che si vuole, allora dov’è la differenza tra acquistare un bene non voluto ed assumere una persona non desiderata? Nessuna.
Ovviamente qui non si fa apologia del razzismo, del sessismo o dell’intolleranza religiosa, atteggiamenti che personalmente trovo non solo idioti, ma spesso antieconomici. Soprattutto queste sono tutte questioni che si possono risolvere con la libertà di contrattazione. Il mio intento è solo quello di ribadire che ognuno ha diritto ad operare le proprie scelte ed il dovere di assumersi la responsabilità delle conseguenze che queste comportano (se impedisco ai magrebini di entrare nel mio negozio che si trova in una quartiere ad alta densità di immigrati, poi non posso lamentarmi se gli affari vanno male).
Essere contrari a questo principio significa essere favorevoli all’associazione forzata e l’associazione forzata tra individui assomiglia molto alla prigione. Un’immagine, quest’ultima, che decisamente non si abbina a quella della tolleranza e della fratellanza universale con cui gli “antidsicriminatori” di professione amano riempirsi la bocca.

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