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Posts Tagged ‘Frank Chodorov’

Economia sociale di mercatoè questa la formula usata dal ministro dell’economia Tremonti per indicare la strategia politico-economica del governo italiano. Ma cos’è l’economia sociale di mercato?
Solo una formuletta dialettica dietro cui nascondere la regressione della civiltà ai tempi delle caverne.

Ce lo spiega Frank Chodorov, oramai ospite fisso di questo blog, in un articolo tratto da The Freeman del maggio 1940 tuttora di sorprendente attualità.

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Civiltà o economia da cavernicoli?

di Frank Chodorov

 

 

Mi è stato chiesto di parlare di commercio internazionale. Comincerò parlando di civiltà, quella cosa che, ci viene detto, è alla vigilia della sua distruzione. Perché io credo che ci sia un preciso rapporto tra i processi della civiltà e le modalità di scambio chiamate commercio internazionale.

 

Che cos’è la civiltà? Ci sono state molte definizioni di questo concetto, da quelle puramente materiali a quelle che sono esclusivamente culturali. Per definire questa parola correttamente, dobbiamo esaminare il modo in cui utilizziamo. In linea generale, consideriamo civiltà cose come le dogane, l’istruzione, i metodi politici, la religione, le conoscenze tecniche etc., prevalenti in ogni periodo della storia, o in qualche parte del mondo abitato. Ma, forse, tutti questi attributi possono rientrare nell’ordine delle “usanze”.

 

Se parliamo di civiltà greca evochiamo il concetto di un certo sviluppo nelle arti e nella filosofia per il contributo dei primi Greci. Si parla di civiltà egiziana e richiamiamo l’idea delle piramidi e delle forme angolari, di magnifici tribunali e relativa schiavitù. La civiltà Giapponese del XVIII secolo presenta qualcosa di diverso da quella del ventesimo secolo.

 

Ma ci deve essere qualcosa di originario in ogni civiltà, e l’unico modo con cui siamo in grado di isolare questo comune denominatore è un processo di eliminazione, immaginando una completa mancanza di civiltà.

 

Supponiamo che i nostri antenati pre-civilizzati, gli uomini delle caverne, provvedessero a soddisfare tutte le loro esigenze con il singolo impegno; cioè a dire, pescavano il pesce che mangiavano, cacciavano in modo tale da procurarsi carne e vestiti, vivevano da soli in una grotta che non condividevano con nessuno, eccetto una donna. Se avessero avuto un qualsiasi desiderio di intrattenimento, sarebbe stato necessario arrangiarsi in qualche modo. Il primo impulso dell’uomo è di cercare di soddisfare i bisogni che gli consentono di vivere, e poiché il nostro cavernicolo non scambia alcuno dei suoi prodotti con i suoi simili, è solo attraverso il suo lavoro che egli può mantenersi in vita.

 

I bisogni di questo uomo delle caverne devono essere stati molto semplici. Egli non poteva soddisfare necessità che richiedevano un certa complessità di sforzi. In altre parole, era un tuttofare maestro in nulla.

 

A tempo debito, deve avere realizzato che se lui era concentrato su uno di questi lavori, diciamo la pesca, mentre il cavernicolo suo vicino era impegnato a confezionare vestiti che entrambi indossavano, i due avrebbero potuto diventare più abili nei rispettivi lavori e ciascuno avrebbe potuto produrre di più. Ma affinché tale specializzazione fosse possibile, era necessario per questi due uomini delle caverne accordarsi per qualche metodo di scambio. Con ogni probabilità, era fondamentale per questi due curiosi individui avere fiducia reciproca. Il cavernicolo pescatore che portava il suo pesce in eccesso al vicino sarto doveva concordare nel dargli il pesce sulla promessa  che quando questi avrebbe finito il gonnellino richiesto, glielo avrebbe consegnato.

 

Vediamo, quindi, che sia i mercati che il credito sono necessari per la specializzazione. Che non si può avere divisione del lavoro produttivo senza che le specializzazioni possano essere scambiate; se un uomo che fa scarpe constata che non c’è modo di scambiarle, morirà di fame se non cambia occupazione e non va a lavorare nella produzione alimentare.

 

La civiltà, in fondo, è solo un modo di vivere insieme. La ragione per cui gli uomini vivono insieme in comunità è che ognuno, cercando di soddisfare i propri desideri con il minimo sforzo, ritiene che in una comunità, non solo vi è una maggiore produzione grazie alla divisione del lavoro, ma, ancor più importante, che essa rappresenta di per sé un mercato per gli scambi.

 

L’essere gregari può anche avere un’interpretazione psicologica, ma economicamente è solo l’espressione dei singoli desideri di trovare soddisfazione. Maggiore è il numero delle persone in una comunità, più grande sarà il mercato, più il commercio diventa facile, e, di conseguenza, maggiore sarà il numero di specializzazioni.

 

Per esempio, è solo in una grande città che una star dell’opera trova un mercato per i suoi servizi.

Una così avanzata macchina da intrattenimento come il Yankee baseball club non poteva svilupparsi, per dire, a Broken Bow in Oklahoma.

 

Non può esserci una fabbrica automobilistica che produce un migliaio di macchine al giorno se non ci sono un migliaio di acquirenti al giorno. Vediamo che dove le specializzazioni si sono altamente sviluppate, vi è un maggior numero di persone e, di conseguenza, un mercato più promettente.

 

Credo che si possa tranquillamente affermare, quindi, che la civiltà è iniziata quando l’arte del commercio è stata scoperta. Prima le specializzazioni erano necessariamente limitate alle necessità immediate, come cibo, riparo e indumenti. Ma con i suoi desideri immediati soddisfatti, l’uomo ha cercato ulteriori soddisfazioni e presto il sistema di mercato ha consentito agli individui di diventare sacerdoti, esploratori, intrattenitori di viaggio e guaritori.

 

Quindi, lo scambio delle merci con cui inizia la civiltà si sviluppa in uno scambio di servizi e di idee. Senza un mercato il medico non avrebbe potuto sviluppare e scambiare la sua abilità in cambio di beni vitali. Senza un mercato, non ci sarebbero stati avvocati, attori, professori; noi tutti dovremmo essere auto-sufficienti come l’uomo delle caverne.

 

Ogni incremento delle strutture commerciali aiuta la diffusione di valori culturali e, al contrario, ad ogni interferenza con gli scambi risulta un corrispondente “ritardo del progresso culturale”. In altre parole, più libero è il commercio, maggiore è l’anticipo della civiltà, e più restrizioni ci sono sul commercio, più sicura sarà la regressione della civiltà.

 

Non abbiamo mai avuto il libero commercio, e uso questo termine non solo nel senso degli scambi commerciali tra i popoli di vari paesi, ma anche degli scambi commerciali tra i popoli dello stesso paese. Non abbiamo mai assolutamente consentito il libero scambio delle specializzazioni produttive, il libero scambio di politiche regolamentari, senza tasse, senza privilegi. Pertanto, non siamo mai stati completamente civili.

 

E, dato che il commercio non è mai stato realmente libero, neanche la produzione non lo è mai stata. Perché l’interferenza con il mercato è l’interferenza con la produzione. Quando il mercato è limitato dal controllo governativo, governo di privilegi o di monopolio, il risultato relativo allo scambio è lo stesso. Quando vado al mercato con il mio sacco di cipolle e vengo fermato per strada da un esattore delle tasse che mi prende una parte delle mie cipolle, e poi da qualcun altro che a causa di un privilegio legale mi priva anch’esso di parte delle mie cipolle, non possono sperare di ottenere un maggior numero di patate in cambio della mia scorta esaurita di cipolle. Non c’è compassione per me e mi daranno lo stesso numero di patate, anche se io do un minor numero di cipolle; semplicemente non ho i beni per pagare le patate e torno a casa con meno di quanto sono partito.

 

E, poiché qualcuno non avrà venduto tutte le sue patate, si terrà le scorte in eccedenza in casa, e la prossima stagione non crescerà; in breve, si perde lavoro. Le interferenze con il mercato, regolamentazioni o privilegi, hanno quindi la tendenza a ridurre la produzione e l’occupazione.

 

Ogni difficoltà posta sulla via della produzione ha un effetto su quei valori culturali che sono i segni della civiltà avanzata. Per questo si deve ricordare che finché i bisogni materiali non saranno soddisfatti, tali valori culturali non faranno la loro apparizione. Quando l’uomo è in lotta per sopravvivere, non sviluppa particolari apprezzamenti per l’arte, e come questa lotta si fa più intensa e più generale, l’interesse del pensiero diminuisce in proporzione. Ciò dimostra che limitazioni alla produzione e agli scambi ritardano il progresso della civiltà.

 

La guerra rappresenta la totale negazione della libertà di scambio. In primo luogo, i militari non producono. La loro specialità consiste nella distruzione. I beni che essi distruggono sono prodotti da lavoratori che non ottengono nulla in cambio, tranne la promessa di essere pagati un po’ più avanti nel tempo. Questo pagamento può essere riconosciuto ai loro figli, o ai figli dei loro figli, attraverso la produzione futura. In ultima analisi, la regola per tutti è che i debiti possono essere saldati con prodotti o servizi. Ora, se i militari distruggono la produzione senza portare nulla in cambio sul mercato, è ovvio che chi produce avrà meno beni per se stesso e i processi e di libero mercato saranno quindi impediti. Ogni volta che – con qualunque mezzo – vengo privato della mia produzione, il mio potere di scambio è limitato nella stessa misura.

 

Embarghi, blocchi, dazi, quote, inflazione, affondamento di navi; tutti gli strumenti di guerra, hanno come scopo l’interferenza con lo scambio delle merci. Essi sono dichiaratamente la negazione degli scambi commerciali, e gli scambi commerciali, come abbiamo visto, sono sinonimo di civiltà.

 

Più importante dal punto di vista dell’umanità, è che la più distruttiva attività della guerra è la tendenza ad isolare completamente i popoli gli uni dagli altri, mentalmente e spiritualmente. La tecnica della guerra moderna è il completo isolamento, sia prima sia durante il conflitto.

 

È l’attività dello stato che vi prepara alla guerra insegnandovi ad odiare. È l’attività dello stato che vi prepara alla guerra insegnandovi a non fare scambi commerciali con alcuni popoli perché portatori di “cattive ideologie”. È l’attività dello stato che vi prepara alla guerra impedendo che le informazioni vi arrivino perché potrebbero meglio predisporvi nei confronti delle persone che siete chiamati ad uccidere. È l’attività della guerra spezzare il libero scambio di beni, servizi, idee che è connaturato a tutte le civiltà di ogni epoca.

 

Avrete certamente notato che nel trattare le questioni interconnesse al commercio e alla civiltà non ho fatto distinzioni tra commercio internazionale e commercio interno. Non ve n’è alcuna. Qual è la differenza, in sostanza, nello scambio di merci tra un newyorkese e uno del Vermont e lo scambio di merci tra un newyorkese e un canadese? Una frontiera politica rende di per sé un uomo un cattivo cliente? Quando Detroit vende un’auto al Minnesota, il debito viene saldato eventualmente con una spedizione di farina, e se l’auto è venduta in Brasile, con una spedizione di caffè. Nazionalità, colore, razza o religione non hanno alcuna importanza in uno qualsiasi di questi scambi. Questi aspetti diventano rilevanti solo nel caso in cui la tecnica di guerra è diventata parte integrante del nostro sistema politico.

 

Il commercio, interno o internazionale, è foriero di disponibilità tra gli uomini e di pace in terra.
Il contrario del commercio è l’isolamento, e l’isolamento è un segno di decadenza, di un ritorno ad un’economia da cavernicoli. Se economicamente e culturalmente è bene per l’America isolarsi dagli altri paesi, è un bene per New York isolarsi dal Connecticut, per Manhattan isolarsi dal Bronx, per ogni uomo isolare se stesso dal proprio prossimo. Proprio come gli individui si specializzano nelle professioni, così fanno le nazioni e, di solito, le specializzazioni sono determinate da migliori risorse naturali o dallo sviluppo di competenze specifiche. Non ha riflessi sugli Stati Uniti il fatto che lana australiana ha un fiocco più lungo di quello ottenuto dalle pecore americane; li ha però sulla capacità intellettuale americana se essa rende difficile agli americani ottenere questo miglior tipo di lana, così come li ha sulla capacità intellettuale australiana se essa impedisce agli australiani di godere della superiorità delle nostre automobili.

 

Isolamento e autarchia sono tecniche di guerra. Idee entrambe derivanti dallo stupido concetto di guerra come motivo e obiettivo dell’esistenza nazionale. Ambedue, quindi, sono tendenze verso la de-civilizzazione. In sostanza, isolamento e autarchia sono semplicemente i segni di un’economia nazionale cavernicola.

 

In conclusione, desidero ricordare a voi uomini d’affari che è vostro dovere sottolineare la dignità e l’importanza del commercio nella nostra vita nazionale. Agli inizi della scienza dell’economia politica, è stato insegnato che il commercio è un male necessario – che non è produttivo. Questa teoria erronea, in primo luogo enunciata dai fisiocrati francesi e successivamente sviluppata dai marxisti, al punto in cui, pontificando, dichiararono che tutte le occupazioni nel processo dello scambio sono parassitarie, non è stata ancora del tutto eliminata dai nostri libri di economia; ultimamente il nostro pensiero politico ha dimostrato di portarne alcune tracce.

 

Uno dei contributi al pensiero economico sviluppati dall’importante economista americano Henry George è stato affermare che lo scambio fa parte della produzione – che il venditore e il banchiere hanno a che fare con la produzione tanto quanto l’uomo alle macchine. Infatti, disse George, l’obiettivo della produzione è il consumo, e una cosa non è prodotta fino a che non raggiunge il consumatore. Pertanto, qualsiasi soggetto specializzato che contribuisce alla distribuzione delle cose, è altresì un produttore di cose. Più il numero delle nostre specializzazioni aumenta, più si rende necessario un grande esercito di distributori. Il mercato diventa più importante e il lavoratore, il rivenditore, l’inserzionista pubblicitario, e il vettore comune crescono e diventano maggiormente importanti nel nostro ingranaggio produttivo.

 

E la dimensione e la libertà del mercato sono il metro di misura della civiltà.

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Frank Chodorov sulla lotta di classe

Il vero conflitto che insidia il piacere della vita non è quello fra classi economiche, bensì quello tra societá – intesa come l’insieme di tutti gli individui – ed il potere politico che si impone su di essa.

La teoria della lotta di classe è un vicolo cieco. Certo, persone dagli insziabili appetiti economici è probabile si coalizzino per raggiungere i loro scopi, anche se ciò significa sfruttare altre persone per proprio tornaconto. Ma all’nterno di questi gruppi di persone, queste classi, c’è altrettanta rivalità di quanta ce ne sia tra classi differenti.

Tuttavia, quando esaminiamo il vantaggio che una classe ottiene a discapito di un’altra, troveremo anche le basi del potere politico. È impossibile per un individuo sfruttarne un altro, o per una classe sfruttarne un’altra, senza l’aiuto della legge e della forza necessaria a farla rispettare. Esaminate qualsiasi monopolio e scoprirete che esso esiste grazie allo stato. Così che le ingiustizie economiche e sociali che tutti condanniamo non sono dovute ad ineguaglianze economiche, ma ai mezzi politici che sono la vera causa di tali ineguaglianze.

Se la pace potrà essere portata nell’ordine sociale non sarà attraverso la lotta fra le classi, ma neutralizzando la causa fondamentale che dà loro origine; cioè, il potere politico.

Sul tema, consiglio la lettura del saggio di Wally Conger Agorist class theory

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fc1.gifCome scrisse nella propria autobiografia, Frank Chodorov dei film western  apprezzava particolarmente il fatto che, a differenza di quanto si dice riguardo al selvaggio west, era  proprio l’iniziativa privata a garantire l’ordine e il rispetto della legge nella società. 

 

Malauguratamente, i grandi libri sul West sottolineano un dato che invece gli autori cinematografici  a malapena accennano e cioè che il West era “pulito” – voglio dire, sgombero di fuorilegge – non per merito della burocrazia, bensì grazie all’iniziativa privata. Il pubblico ufficiale, come oggi del resto, era più interessato al mantenimento del proprio posto lavoro che al suo svolgimento. Con quel salario, era anche abbastanza restio a rischiare la vita “per il bene della comunità” e la cosa più efficace nel mantenimento dell’ordine nella società del West era il fatto che ogni uomo portava con sé il proprio governo – precisamente nella fondina. L’impresa privata era la vendetta. A coadiuvare le pistole private c’erano la Pinkerton operative e la polizia ferroviaria – imprese private. Esse facevano ciò che si suppone lo stato abbia la competenza di fare, ovvero proteggere la vita e la proprietà. E allora come oggi, quelli che possedevano oggetti di valore da proteggere erano più propensi ad affidare l’incarico a un poliziotto professionista che un poliziotto politico. Il che porta a pensare: le persone e la proprietà dei cittadini di New York non sarebbero più sicure se fossero affidate ad una polizia privata? Ed il lavoro non verrebbe fatto ad costo minore per la cittadinanza?     

 

 

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