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plutocracyHo tradotto il saggio con cui Keith Preston ha vinto il mese scorso il Libertarian Alliance Essay Competition. Lo reputo un testo molto interessante, benché personalmente non ne condivida per intero il contenuto, in quanto mette in luce un aspetto che a mio avviso, e chiaramente anche a parere dell’autore, molto spesso i libertari e sostenitori del libero mercato tendono a sottovalutare: il ruolo delle élites plutocratiche in quello che, erroneamente, viene definito “sistema capitalista”. Tale sistema dovrebbe infatti essere il prodotto della libera imprenditorialità in cui ogni agente investe capitali (denaro, tempo, competenze o beni) al fine di conseguire un profitto. Ciò chiaramente lo espone a dei rischi che tuttavia tendono ad essere più limitati, quanto più il mercato è sgombero da imposizioni arbitrarie che distorcono il naturale processo scaturito dall’incontro di domanda e offerta.

Stando così le cose, sembrerebbe inutile sottolineare che oggigiorno tutto siamo tranne che una società capitalista. Il sistema politico-economico in cui viviamo, perlomeno in occidente, si potrebbe infatti descrivere come fascismo-sociale o più propriamente corporativismo. Un sistema cioè dove non è la capacità di impresa a determinare il successo dell’azione economica, bensì una fitta trama di leggi e interventi statali finalizzati a favorire determinati soggetti a scapito di altri. I beneficiari di tali privilegi possono pertanto considerarsi élites plutocratiche, le quali, con il pretesto dello “sviluppo” e inseguendo la folle chimera della “crescita” ad ogni costo, si sono imposte come la vera classe dominante.

Questo saggio ha l’indubbio pregio di fornire una lettura alternativa della storia economica e politica delle società moderne, riuscendo a dimostrare come probabilmente si sarebbe potuto creare un sistema economico davvero sostenibile se non fosse stato per il flagello statalista che si è abbattuto sull’umanità.

L’obiettivo dell’autore è chiaramente quello di esortare i libertari, tutti i libertari, a riscoprire la loro originaria funzione di radicali e intransigenti oppositori allo status quo.

Degna di segnalazione è anche la ricca bibliografia, in parte reperibile in italiano, e l’accurata sezione di note al testo, in cui peraltro trovo i principali argomenti con cui non sono d’accordo.
Come dice Preston, però, non è necessario condividere in toto ogni singola proposta qui avanzata (in particolare mi riferisco alla teoria sui diritti di proprietà esplicata da K. Carson) per riconoscere la sincera vocazione libertaria di cui esse sono portatrici.  

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Un libertario politico, secondo la definizione diffusa, è colui il quale vuole ridurre drasticamente il ruolo dello Stato nella vita sociale umana, al fine di massimizzare la libertà individuale di pensiero, di azione e di associazione. Il naturale corollario dell’anti-statalismo libertario è la difesa del libero mercato in ambito economico. Molti libertari e non pochi conservatori, almeno nei paesi anglofoni, ritengono di essere convinti fautori della libera impresa. Eppure questa difesa è spesso piuttosto selettiva e timida, per non dire altro.
Libertari e conservatori per il libero mercato danno voce all’opposizione verso le imprese statalizzate, i servizi di assistenza sociale e la sanità pubblica, gli istituti educativi sovvenzionati e gestiti dallo stato, gli uffici e le agenzie di controllo, come quelli che regolano il mondo del lavoro, le relazioni tra i gruppi razziali, etnici e di genere, o quelli decidono in materia ambientale.
Tra le molte critiche libertarie, conservatrici o di libero mercato sugli interventi da parte dello Stato nella società, mancano, stranamente, quelle sulla miriade di modi in cui il governo agisce per assistere, tutelare e, quindi, imporre a titolo definitivo, un ordine economico mantenuto per il beneficio delle élites plutocratiche ad esso politicamente collegate. Naturalmente, il riconoscimento di questo fatto ha indotto alcuni a sinistra a fare facile ironia sui libertari, a cui spesso si riferiscono, non proprio affettuosamente, definendoli “repubblicani che si drogano”, o “conservatori permissivi con i gay”, e altri cliché simili.
Alcuni sostenitori della libera impresa risponderanno a tali accuse dichiarando indignatamente la loro opposizione ai tentativi dello stato di salvare dalla bancarotta le corporazioni o di sovvenzionare le imprese con l’apparente scusa della ricerca e dello sviluppo.
Tuttavia, per amore di sostenere un ordinamento economico dominato dalle corporazioni, tali difese sottostimeranno spesso il grado in cui lo stato interviene per creare deformazioni nel mercato. Tali distorsioni derivanti da una pletora di interventi includono non solo bailout e sovvenzioni, ma anche la fittizia infrastruttura giuridica del “soggetto” corporativo, la responsabilità legale limitata, i contratti collettivi, gli appalti pubblici, i prestiti, le garanzie, l’acquisto di beni, il controllo dei prezzi, i privilegi normativi, le sovvenzioni dei monopoli, le tariffe protezionistiche e le politiche commerciali, il diritto fallimentare, l’intervento militare per ottenere l’accesso ai mercati internazionali e per proteggere gli investimenti stranieri, la regolamentazione o il divieto di attività lavorative organizzate, l’esproprio per pubblica utilità, la tassazione discriminatoria, ignorando infine i reati societari e innumerevoli altre forme di favori e privilegi imposte dallo stato. [1]

Forse, il regalo decisivo dello stato all’attuale ordine corporativo è stato ciò che Kevin Carson definisce “la sovvenzione della storia”, un riferimento al processo attraverso il quale gli abitanti indigeni ed i possessori di proprietà terriere furono originariamente espropriati durante il corso della costruzione delle società tradizionali feudali e la successiva trasformazione del feudalesimo in ciò che è ora viene chiamato “capitalismo”, ovvero le società corporativiste e plutocratiche che ci ritroviamo oggi.
Contrariamente ai miti a cui alcuni credono, inclusi molti libertari, l’evoluzione del capitalismo a partire del vecchio ordine feudale non è stata quella in cui la libertà ha prevalso sul privilegio, bensì quella in cui il privilegio si è affermato in nuove e sofisticate forme. Come spiega Carson:

Ci sono due modi in cui il Parlamento potrebbe avere abolito il feudalesimo e riformato i titoli di proprietà. Potrebbe aver trattato i diritti correnti al possesso dei contadini come veri e propri titoli di proprietà nel senso moderno, e quindi abolito le loro rendite. Ma ciò che fece realmente, fu invece trattare i “diritti di proprietà” artificiali delle aristocrazie terriere, nella teoria giuridica feudale, alla stregua di reali diritti di proprietà come li intendiamo oggi; le classi latifondiste ebbero pieno titolo giuridico e i contadini furono trasformati in usufruttuari a tempo determinato senza che alcuna restrizione sulle rendite potesse essere addebitata …
Nelle colonie europee in cui già viveva una vasta classe contadina, gli stati talvolta garantivano titoli quasi feudali alle élites terriere consentendo loro di accumulare rendite grazie a chi già viveva e coltivava la terra; un buon esempio è il latifondismo, che tutt’oggi prevale in America Latina. Un altro esempio è l’Africa orientale britannica. L’autorità coloniale cacciò i contadini locali e sottrasse loro la parte più fertile del Kenya, il venti per cento dell’intero paese, in modo che il terreno potesse essere utilizzato dai coloni bianchi come pagamento-coltivazione (ovviamente, utilizzando il lavoro dei contadini cacciati, obbligati a lavorare la propria ex-terra). Quanto a coloro che rimasero sulla propria terra, essi furono “incoraggiati” ad inserirsi nel mercato del lavoro a salario grazie ad una rigida tassa che doveva essere pagata in contanti. Moltiplicate questi esempi per centinaia di volte e otterrete un briciolo della rapina su grande scala avvenuta negli ultimi 500 anni.
… I proprietari delle fabbriche non erano esenti da colpe in tutto questo. Mises sosteneva che gli investimenti in capitali su cui il sistema industriale è stato costruito in gran parte provenivano dal duro e parsimonioso lavoro di operai che risparmiarono i propri guadagni come capitale d’investimento. In realtà, tuttavia, essi furono piccoli partner dell’élite terriera, con gran parte dei loro investimenti di capitale provenienti sia dall’oligarchia terriera Whig, sia dai frutti del mercantilismo praticato oltremare, dalla schiavitù e dal colonialismo.
Inoltre, i datori di lavoro dell’industria erano soggetti a severe misure autoritarie da parte del governo al fine di tenere sotto controllo i lavoratori e ridurre il loro potere contrattuale. In Inghilterra le leggi di insediamento agivano come una sorta di sistema di passaporto interno, impedendo ai lavoratori di viaggiare al di fuori della loro circoscrizione natale senza il permesso del governo. Pertanto ai lavoratori fu impedito di “votare con i piedi”, alla ricerca di posti di lavoro più remunerativi. Potreste pensare che ciò sarebbe andato a svantaggio dei datori di lavoro nelle aree meno popolate, come Manchester e altri settori industriali del nord. Ma non temete: lo Stato corse in aiuto dei datori di lavoro. Poiché ai lavoratori era vietato migrare di propria iniziativa alla ricerca di una migliore retribuzione, i datori di lavoro erano esonerati dalla necessità di offrire salari sufficientemente elevati per attirare gli agenti liberi; al contrario, furono messi nelle condizioni di “assumere” lavoratori venduti all’asta dalle autorità della Legge dei Poveri della circoscrizione nei termini stabiliti dalla collusione tra autorità e datori di lavoro. [2]

La nazione centroamericana di El Salvador fornisce un ottimo esempio del modo in cui “il capitalismo realmente esistente” è nato. Il popolo indigeno di El Salvador, conosciuto come indiani Pipil, venne sottomesso nei primi anni del sedicesimo secolo dai conquistadores spagnoli. Non fu prima del 1821 che El Salvador ottenne la propria indipendenza dalla Spagna, per poi successivamente diventare una nazione indipendente nel 1839. Il sistema della proprietà terriera nella società salvadoregna era, sul finire del diciottesimo secolo, originariamente comunitario, con diritti di proprietà relegati alle singole città e villaggi Pipil. I prodotti agricoli primari forniti dai contadini erano bovini, indigo, mais, fagioli e caffè. I Pipil essenzialmente praticavano una sorta di lavoro autonomo-collettivo.

Come il mercato internazionale del caffé si estese, alcuni fra i più ricchi e potenti dei commercianti e proprietari terrieri, iniziarono a fare pressione sul governo di El Salvador affinché intervenisse sulla struttura economica della nazione, al fine di rendere l’accumulo della ricchezza personale più rapido mediante l’istituzione di più grandi piantagioni private e attraverso una maggiore irregimentazione della forza lavoro. Di conseguenza, il governo iniziò a distruggere il sistema tradizionale dei diritti di proprietà detenuti da città e villaggi, al fine di stabilire singole piantagioni di proprietà di quelli provenienti dalle classi privilegiate che già possedevano i mezzi di acquisizione del credito. Questo cambiamento fu attuato in diverse fasi. Nel 1846, ai proprietari terrieri con più di 5.000 piante di caffé veniva concesso per sette anni l’esonero dal pagamento dei dazi sull’esportazione e dal pagamento di imposte per un periodo di dieci anni. Le piantagioni di proprietà del governo salvadoregno furono anche trasferite ad individui privati collegati politicamente. Nel 1881, i diritti terrieri comunali posseduti per secoli dai Pipil furono revocati, rendendo l’autosufficienza per gli indiani impossibile. Il governo successivamente rifiutò di concedere anche appezzamenti di sussistenza ai Pipil non appena El Salvador passò sotto il controllo dei grandi proprietari delle piantagioni.
Questa escalation di repressione economica si scontrò con la resistenza e cinque diverse ribellioni contadine si verificarono durante la fine del diciannovesimo secolo. Dalla metà del ventesimo secolo, le piantagioni di caffé salvadoregne, chiamate fincas, producevano il novantacinque per cento delle esportazioni del paese ed erano controllate da una piccola oligarchia di famiglie proprietarie terriere. [3]

La frase “mezzi l’acquisizione di credito” del precedente paragrafo è particolarmente significativa in quanto lo scopo del controllo statale sul sistema bancario e di emissione di denaro serve a limitare selettivamente la fornitura di linee di credito, e ciò a sua volta rende l’imprenditorialità inaccessibile alla maggioranza della popolazione in generale. Infatti, Murray Rothbard sosteneva che i banchieri come classe “sono intrinsecamente propensi allo statalismo” [4] in quanto essi sono generalmente coinvolti in pratiche sbagliate, come la riserva frazionaria del credito, che porterà successivamente alle richieste di assistenza da parte dello Stato, o perché derivano gran parte del loro business dal coinvolgimento diretto con lo Stato, per esempio, attraverso la sottoscrizione di titoli di Stato. Pertanto, la classe bancaria diventa il braccio finanziario dello Stato non solo per sottoscrivere specificamente le attività dello Stato, come la guerra, il saccheggio e la repressione, ma anche servendo a creare e a mantenere una plutocrazia formata da uomini d’affari, produttori, élites politicamente collegate e altri, in grado di ottenere l’accesso alla limitata fornitura di credito nel contesto delle distorsioni del mercato generate dal monopolio dello Stato sulla moneta. [5]

Il processo mediante il quale il “capitalismo”, come è effettivamente praticato nei moderni paesi sviluppati per mezzo di una partenership tra le forze satali e del capitale, piuttosto che attraverso un vero e proprio libero mercato è già stato, molto brevemente, descritto. Resta la questione del modo in cui questo rapporto è stato successivamente mantenuto nel corso degli ultimi due secoli. Il fondamentale studio di Gabriel Kolko sullo storico rapporto tra Stato e capitale fa risalire lo sviluppo di questa simbiosi dall’America del “complesso ferroviario statale” di metà del XIX secolo attraverso la presunta “riforma” della cosiddetta Progressive Era, alla cartelizzazione del lavoro, dell’industria e del governo per mezzo del New Deal [6] di Franklin Roosevelt. In ogni fase dello sviluppo di questo capitalismo di stato americano, i membri della “classe capitalista” – banchieri, industriali, costruttori, imprenditori – essendone direttamente coinvolti, spingevano inflessibilmente per la creazione di un’economia gestita dallo stato il cui effetto sarebbe stato quello di scudo verso i concorrenti più piccoli e meno collegati politicamente, di cooptare i sindacati e generare una fonte di protezione monopolistica e un’entrata libera da costi da parte dello Stato. Simili, se non identici, paralleli si possono trovare nello sviluppo del capitalismo di Stato negli altri paesi moderni. [7]

Infatti, i paralleli possono anche essere tracciati tra le strutture del capitalismo di Stato contemporaneo e il feudalesimo storico, in quanto il governo dell’Alto Medio Evo è stato trasformato dalla sua prima identificazione con una persona specifica o più persone, in un’entità corporativa dotate di una vita ed un’identità proprie oltre a quelle dei suoi singoli membri individuali. [8]

Al di là di questo processo di trasformazione da governo personale a governo societario, l’evoluzione di un sistema di privilegio di stato-capitalista che ha soppiantato il privilegio feudale, la crescente interazione e co-dipendenza tra le élites plutocratiche e i servitori dello Stato e una più ampia integrazione del lavoro organizzato, grazie alla democrazia di massa, ha generato gruppi di interesse politico e un’espansione senza precedenti del settore pubblico che fece emergere un ordine politico-economico che si potrebbe definire “nuova signoria”. Queste “nuova signoria,” è la moltitudine delle entità burocratiche che mantiene un’identità istituzionale propria, anche se gli individui al suo interno possono cambiare con il passare del tempo, ed esiste in primo luogo per il bene della propria auto-conservazione, a prescindere dalle finalità originarie per cui esse stesse furono apparentemente istituite. La “nuova signoria” può comporsi di enti istituzionali che agiscono di diritto in qualità di armi dello Stato, come gli uffici pubblici, la polizia e le altre agenzie giudiziarie, i servizi sociali statali o le strutture educative, o possono comprendere armi de facto dello Stato, come ad esempio le banche e le imprese la cui posizione di privilegio, anzi, la cui esistenza stessa, dipende da un intervento statale. [9] Oltre all’ordine interno di questo stato-capitalista è emerso un ordine superiore internazionale radicato principalmente nella classe capitalista di stato americana e nella classe dei suoi partner-junior di determinate altre nazioni sviluppate. Ecco come Hans Hermann Hoppe descrive questo accordo:

In una prospettiva globale, inoltre, l’umanità è più vicina che mai all’istituzione di un governo mondiale. Anche prima della dissoluzione dell’Impero sovietico, gli Stati Uniti avevano conquistato l’egemonia sull’Europa occidentale e sui paesi affacciati sul Pacifico, come indicato dalla presenza di truppe americane e di basi militari, dal ruolo del dollaro americano come ultima moneta di riserva internazionale e dal sistema della Federal Reserve come ultima fonte si credito per l’intero sistema bancario occidentale, nonché da istituzioni come il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio. Inoltre, sotto l’egemonia americana, l’integrazione politica dell’Europa occidentale ha compiuto costanti progressi. Con la recente istituzione di una Banca centrale europea e una moneta unica europea (EURO), l’Unione europea è prossima alla completa unità politica. Allo stesso tempo, l’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA) rappresenta un passo significativo verso l’integrazione politica del continente americano. Con la scomparsa dell’impero sovietico e della minaccia militare che rappresentava, gli Stati Uniti sono rimasti l’unica e indiscussa superpotenza militare al mondo e il suoi “migliori poliziotti”. [10]

Questo è ciò su cui il “big business” ha puntato. Un simile imperialismo è agli antipodi dei principi libertari del governo locale e della libera impresa, come poco altro potrebbe esserlo. Finora, in questa discussione, la superficie è stata graffiata solo riguardo la distorsione del naturale processo del mercato, di ciò che esso potrebbe essere stato altrimenti se non fosse intervenuto lo stato e il corrispettivo sistema di regole corporativo-plutocratiche.
Nessuna menzione è stata fatta circa privilegio monopolistico inerente alle leggi sui brevetti e al concetto giuridico di “proprietà intellettuale”. Il ruolo delle sovvenzioni al trasporto nella centralizzazione della ricchezza e la distruzione dei piccoli concorrenti del big business non è stato trattato.
Effettivamente, un esempio pertinente può essere il fatto che senza le sovvenzioni dirette o indirette a sistemi di trasporto come quello aereo, navale o di terra a lunga distanza, necessari per la coltivazione e la gestione dei mercati internazionali, il modello dominante di vendita al dettaglio odierno e i mercati dell’alimentazione commerciale praticati da entità di gargantuesche come Wal-Mart, McDonald, ‘Tesco e altri, sarebbero probabilmente impossibili. [11]

Nessuno ha osato sfidare l’opinione comune per quanto riguarda la legittimità dei titoli di proprietà sulla terra, contrapponendovi opinioni contrarie, come quelle radicate nei principi dell’usufrutto o geoisti. [12]
Non vi è stata alcuna discussione, come invece potrebbe esserci, sul ruolo dello stato nella creazione del sottoproletariato delle società contemporanee e delle patologie sociali relative – una situazione le cui radici sono ben più profonde della semplice “cultura della dipendenza” piantate dai conservatori convenzionali e da alcuni libertari. [13] Del ruolo dello Stato nella spoliazione della popolazione agricola indigena agli inizi dello sviluppo capitalista occidentale e nel Terzo mondo contemporaneo si è discusso, ma spoliazioni continuano a verificarsi anche nella società moderna. [14]

Le implicazioni di queste intuizioni per la strategia libertaria sono quindi piuttosto profonde. Se il libertarismo deve essere identificato nell’opinione pubblica come l’apologia dello status quo dominato dalle grandi corporazioni e se i libertari procedono come se i “conservatori” apologeti delle grandi imprese fossero i loro alleati naturali, insistendo sul fatto che un mondo libertario sarebbe quello governato da gente del calibro di Boeing, Halliburton, Tesco, Microsoft, o Dupont, allora il libertarismo non sarà mai nulla di più di un’appendice alla sovrastruttura ideologica che le moderne classi intellettuali usano per legittimare il dominio plutocratico. [15] Tuttavia, se il libertarismo afferma se stesso come un nuovo radicalismo, il polo opposto del “conservatorismo” filo-plutocratico, più radicale di tutto ciò che viene offerto dalla sempre più moribonda e arcaica sinistra, allora il libertarismo può, a ragione, ispirare nuove generazioni di militanti a prendere di mira lo status quo statalista. Il libertarismo può diventare il sistema di pensiero guida per i radicali e i riformatori di tutto il mondo come il liberalismo lo è stato nel diciottesimo e diciannovesimo secolo e come lo è stato il socialismo per le successive generazioni. [16]

Per quanto riguarda la questione di ciò che un’economia liberata dal dominio corporativo, plutocratico e statalista potrebbe effettivamente sembrare, ci si può aspettare che con la rimozione degli ostacoli imposti all’ottenimento del credito, l’imprenditorialità e l’autosufficienza economica (in contrapposizione alla dipendenza dalle burocrazie aziendali e per l’occupazione, le assicurazioni e i servizi sociali) sarebbero simili a quelli in cui l’idea di Colin Ward di una società di “lavoratori autonomi” verrebbe in gran parte realizzata. [17] Non più l’uomo medio sottomesso alla volontà delle varie Chase Manhattan, Home Depot, General Motors, ‘Tesco o Texaco per la propria sussistenza e sostentamento. Al contrario, egli avrà finalmente acquisito i mezzi per sostenersi economicamente e la dignità di individuo auto-sufficiente in una comunità di pari in cui il privilegio è il risultato del merito e l’uguale libertà è prerogativa inalienabile di tutti.

All’inizio del ventesimo secolo vi erano una serie di movimenti che difendevano il piccolo produttore indipendente e la gestione cooperativa delle grandi imprese, tra cui l’anarco-sindacalismo all’estrema sinistra e il distributismo della destra reazionaria cattolica. [18] Queste tendenze tuttora esistono ai margini esterni del pensiero politico-economico. Non è necessario essere d’accordo con tutti i punti dell’analisi o con ogni proposta avanzata da queste scuole di pensiero per riconoscere gli aspetti libertari della loro visione. Esistono attualmente numerose forme di accordo economico che offrono spunti riguardo cosa le istituzioni produttive post-stataliste e post-plutocratiche potrebbero essere.
Una di queste è la Cooperativa Mondragon Corporation, un gruppo industriale di proprietà dei lavoratori e da essi gestito nella regione basca della Spagna. In vigore dal 1941, le cooperative Mondragon inizialmente istituirono una “banca popolare” del tipo proposto originariamente dal padre dell’anarchismo classico, Pierre Joseph Proudhon [19], che aiutò lo sviluppo di ulteriori imprese, che oggi ammontano a più di 150 compresa L’Università privata degli Studi di Mondragon. La sua divisione supermercati è la terza della Spagna per numero di punti vendita e la più grande a proprietà spagnola. Ogni singola cooperativa ha un consiglio dei lavoratori proprio, e l’intera federazione di cooperative è disciplinata da un congresso di lavoratori provenienti da diverse imprese. [20]

Ancora, un altro esempio molto interessante è la società brasiliana Semco SA. Anche se di proprietà privata, come una struttura a conduzione familiare, la Semco pratica una radicale forma di democrazia industriale. Sotto la guida di Ricardo Semler, che ha ereditato l’azienda dal padre, Semco mantiene una struttura manageriale in cui i lavoratori si autogestiscono e fissano i propri obiettivi di produzione e di bilancio con una retribuzione basata sulla produttività, l’efficienza e sul rapporto costi-benefici. I lavoratori ricevono il 25% per cento dei profitti dalla divisione degli incassi. Il management intermedio è stato sostanzialmente eliminato. I lavoratori hanno il diritto di veto sulle spese della società. Le mansioni dei lavoratori cambiano spesso a rotazione e anche il ruolo del CEO è condiviso da sei persone, compreso il proprietario Semler, che operano sei mesi in qualità di capo esecutivo. L’azienda ora ha oltre 3000 dipendenti, un fatturato annuo di oltre 200 milioni di dollari e un tasso di crescita del quaranta per cento annuo. [21]

Un’economia organizzata sulla base di industrie di proprietà e gestite dai lavoratori, sulle banche popolari, le mutue, le cooperative di consumo, i sindacati anarco-sindacalisti, le imprese individuali e familiari, le piccole aziende agricole e le associazioni artigianali impegnate nella produzione locale per uso locale, le istituzioni caritatevoli volontarie, i land trusts, o i collettivi volontari, le comuni e kibbutzim potrebbero sembrare inverosimili per alcuni, ma non più di quanto – e probabilmente meno – lo sia un’economia industriale moderna tecnologicamente avanzata in cui la classe mercantile è la classe dominante e la classe produttiva è spesso una classe media benestante come sarebbe parsa agli abitanti della società feudale pre-moderna.

Se l’espansione dell’economia di mercato, della specializzazione, della divisione del lavoro, dell’industrializzazione e del progresso tecnologico può portare verso gli obiettivi delle società moderne riguardanti l’eliminazione delle malattie, dell’inedia, della mortalità infantile e della morte prematura, uno può solo chiedersi quale sia l’autentico sistema di libera impresa che si può perseguire e che avremmo già conseguito se non fosse stato per il flagello dello statalismo e relativa plutocrazia.

 

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Note al testo: 

 

[1] Kevin A. Carson, The Iron Fist Behind the Invisible Hand: Corporate-Capitalism As a State-Guaranteed System of Privilege. Red Lion Press, 2001.
[2] Kevin A. Carson, “The Subsidy of History”, The Freeman, Vol. 58, N. 5, giugno 2008.
[3] Raymond Bonner, Weakness and Deceit: U.S. Policy and El Salvador. New York: Times Books, 1984, ppgg. 19- 23.
[4] Murray N. Rothbard, “Wall Street, Banks and American Foreign Policy”. World Market Perspective, 1984.
[5] Rothbard, Ibid.; Kevin A. Carson, “Tucker’s Big Four: The Money Monopoly”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five: Section B. Archiviato qui. Hans Hermann Hoppe, “Banking, Nation-States and International Politics: A Sociological Reconstruction of the Present Economic Order” The Economics and Ethics of Private Property. Boston/Dordrecht/London: Kluwer Academic Publishers, 1993, ppgg. 61-92. Benjamin R. Tucker, “Part II: Money and Interest”, Instead Of A Book, By A Man Too Busy To Write One, 1897. Archiviato qui.
[6] Gabriel Kolko, The Triumph of Conservatism, MacMillan, 1963.
[7] Terry Arthur, “Free Enterprise: Left or Right? Neither!”, Libertarian Alliance, 1984.
[8] Martin Van Creveld, The Rise and Decline of the State. Cambridge University Press, 1999.
[9] James Burnham, La rivoluzione manageriale, Bollati Boringhieri, 1980. Questo classico della letteratura conservatrice sostiene che le società moderne non sono né “capitaliste” né “socialiste”, nel significato storicamente attribuito a tali termini. Al contrario, un nuovo tipo di ordine politico-economico è emerso in epoca moderna, in cui il dominio politico ed economico è nelle mani di una “classe manageriale” di burocrati che presiedono organizzazioni di governo delle masse ed relativi uffici ed agenzie, corporazioni e istituzioni finanziarie, eserciti, partiti politici, sindacati, università, mezzi di comunicazione, fondazioni e simili. L’appartenenza ai livelli superiori di queste entità è spesso a rotazione in modo che gli stessi individui passano di volta in volta nei vari settori della classe manageriale, per esempio, da rappresentati eletti del governo ai consigli di amministrazione delle grandi corporazioni, dai ruoli chiave nei media o nelle fondazioni dell’élite a posizioni di rilievo nella burocrazia.
[10] Hans Hermann Hoppe, Democrazia: il Dio che ha fallito. Liberilibri, ppgg. 168-169.
[11] Kevin A. Carson, “Transportation Subsidies”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five, Section E. Archiviato qui.
[12] Tra gli antistatalisti radicali, esiste un’ampia divergenza di opinioni riguardo il modo in cui i diritti di proprietà sulla terra dovrebbero essere definiti. Molti libertari “classici” sostengono una versione lockeana del diritto di proprietà mentre altri libertari più radicali (mutualisti, anarco-sindacalisti, anarco-comunisti) assieme ad alcuni distributisti ritengono che i diritti di proprietà dovrebbero essere definiti in accordo con i principi di occupazione e utilizzo. Altri ancora aderiscono alla visione di Herny George (georgismo o geolibertarismo) secondo il qualela proprietà dovrebbe essere soggetta ad un’unica tassa uguale per tutti. Per una discussione su questa controversia tra libertari, vedi Kevin A. Carson, “Tucker’s Big Four: The Land Monopoly”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five: Section B. Archiviato qui. Carson sintetizza la questione altrove: “Nel capitolo V di Mutualist Political Economy, ho incluso un’estesa argomentazione sulla teoria dei diritti di proprietà ispirata principalmente ai commenti pubblicati su “Hogeye Bill” dall’opinionista anarco-capitalista Bill Orton in varie discussioni. Secondo Orton, nessuna particolare teoria dei diritti di proprietà può essere logicamente dedotta dall’assioma di proprietà di se stessi. Piuttosto, la proprietà di se stessi può interagire con diversi modelli di diritto alla proprietà per produrre ordini economici alternativi in una società senza stato. Quindi, se la legittima proprietà di un terreno è determinata da principi lockeani, mutualisti, georgisti o sindacalisti è una questione di convenzioni locali. Questioni a riguardo della coercizione possono essere approntate solo qualora tale questione sia stata inquadrata. E poiché non c’è alcun principio a priori da cui poter dedurre un particolare sistema di regole, noi possiamo procedere attraverso di essi solo sul terreno del consequenzialismo: quali altri importanti valori vogliamo promuovere o contrastare?  Dunque, è del tutto concepibile che concepibile che parti non separabili e non negoziabili di un’impresa a proprietà collettiva potrebbero dipendere non dal contratto stipulato tra i membri, ma sulla concezione convenzionale dei diritti di proprietà della comunità locale. Dire che un tale accordo rappresenta “coercizione” significa mendicare la questione se il principio lockeano di appropriazione originaria e trasferimento della proprietà sia l’unico vero auto-evidente.” Carson, “Socialist Definitional Free-for-All, Part I”. Archiviato qui.
[13] Senza dubbio molte critiche sul welfare-state creatore di perversi incentivi per comportamenti anti-sociali, come la disgregazione famigliare, la criminalità e l’impedimento per la creazione di un’etica del lavoro, sono corrette e penetranti. Tuttavia, molte delle patologie sociali associate al sottoproletariato delle popolazioni delle città americane ed europee sono riconducibili ai dannosi interventi statali che vanno ben oltre ai tradizionali sistemi di protezione sociale. Un discreto numero di opere libertarie e non, hanno documentato il processo mediante il quale l’organico della vita sociale e culturale è stato distrutto tra queste popolazioni grazie ad una vasta gamma di interventi, la maggior parte dei quali sono stati imposti per amore di assecondare gli interessi plutocratci. Vedi Kevin A. Carson, “Reparations: Cui Bono?” Archiviato qui; Charles Johnson, “Scratching By: How Government Creates Poverty As We Know It”, The Freeman, Vol. 57, No. 10, dicembre 2007; Keith Preston, “The Political Economy of the War on Drugs”, American Revolutionary Vanguard, 2001), archiviato qui; Thomas J. Sugrue, The Origins of the Urban Crisis: Race and Inequality in Postwar Detroit, Princeton University Press, 1996, 2005; Walter E. Williams, The State Against Blacks, McGraw-Hill, 1982.
[14] Per un’illuminante dibattito sul ruolo dell’intervento statale nella spoliazione delle popolazioni rurali e agricole nel cuore dell’America negli anni ’80 e ’90, vedi James Bovard, Farm Fiasco, ICS Press, 1989 e Joel Dyer, Raccolti di rabbia. La minaccia neonazista nell’America rurale, Fazi Editore, 1980.
[15] Il ruolo della classe intellettuale intesa sia come gruppo costituente, sia come creatrice della sovrastruttura ideologica dello statalismo è affrontato da Hans Hermann Hoppe inÉlites naturali, intellettuali e lo stato”, archiviato qui. Di certo, il cocetto di una sovrastruttura ideologica usata per legittimare un particolare sistema di dominio di classe è più strettamente associato all’analisi marxista. Per un esame delle differenze come anche dei punti in comune tra marxisti e libertari, vedi “L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola Austriaca”, archiviato qui. 
[16] Murray Rothbard collocava i libertari all’estrema sinistra dello spettro politico, con i “conservatori”, vale a dire i fautori di un ordine autoritario basato sulla gerarchia, sullo status sociale e il privilegio (e giustificato con appelli alla tradizione) all’estrema destra; marxisti e altri socialisti rappresentano invece un incoerente via di mezzo. Vedi Murray N. Rothbard, Left and Right: The Prospects for Liberty, Cato Institute, 1979. L’esaustiva analisi del pensiero dei primi socialisti ad opera dell’anarchico di sinistra Larry Gambone, indica che l’obiettivo originario del socialismo non era l’economia a guida statale associata al socialismo nel dibattito politico contemporanea, ma un’economia fondata sulla base di un sistema di imprese cooperative e decentralizzate. Larry Gambone, “The Myth of Socialism as Statism”, Porcupine Blog, 6 maggio 2006. Archiviato qui.
[17] Colin Ward, “A Self-Employed Society”, Anarchy In Action, London: Freedom Press, 1982, ppgg. 95-109.
[18] Rudolf Rocker, Anarcho-Syndicalism, Martin Secker and Warburg, Ltd., 1938; Hilaire Belloc, Lo Stato servile, Liberilibri, 1980; G. K. Chesterton, The Outline of Sanity, HIS Press, 2002; Anthony Cooney, Distributism, Third Way Movement Ltd., 1998). 
[19] Larry Gambone, Proudhon and Anarchism: Proudhon’s Libertarian Thought and the Anarchist Movement, Red Lion Press, 1996.
[20] William Whyte, Making Mondragon: The Growth and Dynamics of the Worker Cooperative Complex, ILR Press, 1991.
[21] Ricardo Semler, Maverick, Arrow Press, 1993.

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Quanto scriveva oltre cent’anni fa Ben Tucker in questo saggio contenuto nella raccolta dal titolo Instead of a Book by a man too busy to write one si è infine realizzato con l’avvento della rete. Il web, infatti, vera e propria società anarchica di mercato (e non “vera democrazia” come ripetono molti), dove i prodotti intellettuali si possono linkare, copiare, commentare o citare, è la dimostrazione che, nel mondo delle idee, la reale competizione è possibile solo grazie all’esistenza del diritto di copiare.
Tucker non era affatto contrario alla proprietà privata latu sensu. Il pensatore americano ne era invece un convinto difensore, solo riteneva non se ne dovesse fare un feticcio per non finire così con l’avvantaggiare il suo principale nemico: lo stato.
Curioso osservare che, usando i medesimi argomenti sulla necessità di garantire un regime di assoluta libertà di competizione, l’economista Frederich A. von Hayek, si oppose sempre risolutamente all’abrogazione della legislazione su copyright e brevetti. Personalmente ritengo che i tempi siano maturi, e i fatti sufficientemente eclatanti, per riconoscere a Tucker di aver avuto abbondantemente ragione. E quale miglior modo per omaggiarne il merito se non copiare il saggio e divulgarlo?

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IL DIRITTO Dl COPIARE
di Benjamin R. Tucker

Le leggi sui brevetti e sui diritti d’autore sono i mezzi tramite i quali lo Stato, che è il più grande dei monopoli criminali e tirannici, garantisce speciali e monopolistici privilegi a pochi a spese di molti; per proteggere inventori e scrittori dalla concorrenza, per un periodo abbastanza lungo da permettergli di estorcere alla gente una remunerazione enormemente superiore al valore dei loro servizi. L’abolizione di questi monopoli potrebbe procurare ai loro attuali beneficiati una salutare paura della competizione, tale da indurli ad accontentarsi di essere pagati per i loro servizi quanto gli altri lavoratori sono pagati per i loro, e ad assicurarsi i guadagni offrendo i loro prodotti e servizi sul mercato fin dal principio a prezzi così bassi, da non scoraggiare altre persone da mettersi in concorrenza con loro. I monopoli dei brevetti e dei diritti d’autore sono una specie di diritti di proprietà che dipendono, per la loro legittimità, dalla sottile nozione di “proprietà nelle idee”.

I difensori di tale tipo di proprietà delle idee prospettano un’analogia tra la produzione delle cose materiali e la produzione delle astrazioni, e in forza di essa dichiarano che il produttore di beni mentali, non meno che il produttore di beni, materiali, è un lavoratore che ha pieno diritto alla sua remunerazione. Fin qui, niente da ridire. Ma per completare il loro argomento sono obbligati ad andare oltre e pretendere, in violazione della loro stessa analogia, che il lavoratore che crea prodotti mentali, diversamente dal lavoratore che crea prodotti materiali, ha anche diritto di essere esentato dalla competizione.

Poiché il Signore nella sua saggezza, o il Diavolo nella sua malizia, ha disposto le cose in modo che il lavoro dell’inventore o dell’autore sia in natura svantaggiato, l’uomo, nella sua potenza, ha proposto di supplire a questa divina o diabolica con un espediente artificiale che non si limita ad annullare lo svantaggio, ma che conferisce all’inventore o all’autore un vantaggio di cui attualmente non gode nessun altro lavoratore – un vantaggio, perdipiù, che in pratica non va all’inventore o all’autore, ma al promotore, all’editore e alla grande impresa.

Per quanto l’argomento a favore della proprietà nelle idee possa apparire di primo acchito convincente, se solo ci si ragiona sopra abbastanza a lungo nasceranno dei fondati sospetti. La prima cosa che forse desterà sospetto sarà il fatto che nessuno dei sostenitori di questa proprietà propone la punizione di coloro che la violano, accontentandosi di assoggettare l’offensore al rischio di un risarcimento danni, e che quasi tutti castoro sono disposti ad accettare che perfino il rischio della richiesta di danni scompaia una volta che il proprietario abbia goduto del suo diritto per un congruo numero di anni.

Ora, come ha osservato lo scrittore francese Alphonse Karr, se la proprietà nelle idee è una proprietà come tutte le altre, allora la sua violazione, come la violazione di ogni altra proprietà, meriterebbe la sanzione penale, e la sua vita, come quella di ogni altra proprietà, dovrebbe essere protetta giuridicamente anche dopo che sia trascorso un certo intervallo di tempo. E poiché ciò non viene rivendicato dai sostenitori della proprietà delle idee, c’è da ritenere che tale mancanza di coraggio nelle loro convinzioni possa essere dovuta all’istintiva sensazione di essere nel torto. La necessità di essere breve mi impedisce di esaminare in dettaglio questo aspetto della materia, e mi accontenterò quindi di sviluppare una singola considerazione che spero risulti convincente.

Secondo me, se fosse possibile, e se fosse sempre stato possibile per un numero illimitato di individui usare illimitatamente e in un illimitato numero di luoghi le stesse cose concrete nello stesso tempo, una cosa come la proprietà privata non sarebbe mai esistita. In tali circostanze, l’idea della proprietà non sarebbe mai entrata nella mente umana, o, in ogni caso, se lo fosse, sarebbe stata sommariamente rifiutata in quanto assurdità troppo grossolana per essere presa seriamente in considerazione anche per un solo momento. Se fosse stato possibile che la creazione concreta o l’adattamento risultante dagli sforzi di un singolo individuo fossero utilizzati contemporaneamente da tutti gli individui, la presa di coscienza di questa possibilità, lungi dall’essere presa a pretesto dalla legge per impedire l’uso di questa cosa senza il permesso del suo creatore o adattatore, e lungi dall’essere considerata dannosa per qualcuno, sarebbe stata salutata come una benedizione per tutti – in breve, sarebbe stata vista come uno delle più fortunate caratteristiche della natura delle cose.

La ragion d’essere della proprietà consiste proprio nel fatto che non esiste una simile possibilità – di fatto ciò che è impossibile, data la natura delle cose, usare contemporaneamente gli oggetti concreti in posti differenti. Data questa situazione, nessuno può sottrarre dal possesso altrui e prendere a proprio uso una concreta creazione altrui senza con ciò privare l’altro di ogni opportunità di utilizzare ciò che ha creato, e poiché il successo della società si basa sull’iniziativa individuale si è reso socialmente necessario proteggere l’individuo creatore nell’uso delle sue concrete creazioni, vietandone l’utilizzo agli altri senza il suo consenso. In altre parole, si è reso necessario istituire la proprietà privata per gli oggetti concreti.
Tutto questo però è successo tanto di quel tempo fa, che oggi abbiamo dimenticato completamente i motivi per cui accadde. In realtà, è molto dubbio che al tempo in cui la proprietà fu istituita quelli che lo fecero capissero perfettamente le ragioni del loro comportamento. Gli uomini talvolta fanno cose ragionevoli per istinto e senza alcuna analisi. Coloro che hanno istituito la proprietà possono essere stati indotti a farlo da circostanze inerenti alla natura delle cose, senza accorgersi che, se la natura delle cose fosse stato diversa, non l’avrebbero istituita.

Ma, quale che sia la ragione, anche supponendo che essi abbiano perfettamente compreso ciò che stavano facendo, noi abbiamo comunque dimenticato quasi completamente le loro intenzioni. E cosi è accaduto che abbiamo fatto della proprietà un feticcio; che l’abbiamo considerata una cosa sacra; che abbiamo posto il Dio della proprietà sopra un altare come fosse un idolo da adorare; e che molti di noi non solo non stanno facendo quel che si potrebbe fare per rafforzare e conservare il regno della proprietà entro i limiti propri e originali della sua sovranità, ma stanno erroneamente tentando di estendere il suo dominio su cose e circostanze che, nelle loro caratteristiche fondamentali, sono precisamente l’opposto di quelle da cui ebbe origine la sua funzione.

Per dirla in breve, dalla giustizia e dalla necessità sociale della proprietà nelle cose concrete abbiamo erroneamente desunto la giustizia e la necessita sociale della proprietà nelle cose astratte – cioè la proprietà nelle idee – con il risultato di annullare in larga e deplorevole misura quella caratteristica fortunata delle cose in circostanze non ipotetiche ma reali – cioè lo possibilità incommensurabilmente fruttuosa, per un numero qualsiasi di persone, di usare nello stesso tempo le cose astratte in un qualsiasi numero di luoghi diversi. In questo modo siamo stupidamente e affrettatamente saltati alla conclusione che la proprietà nelle cose concrete implichi logicamente la proprietà nelle cose astratte, mentre, se avessimo avuto la premura e la perspicacia di fare un’accurata analisi, avremmo scoperto che la stessa ragione che detta la convenienza della proprietà nelle cose materiali nega la convenienza della proprietà nelle cose astratte. Notiamo qui un curioso esempio di quel frequente fenomeno mentale di capovolgimento della verità a causa di una visione superficiale delle cose.

Perdipiù, se le condizioni fossero uguali in entrambi i casi, e le cose concrete potessero essere usate da differenti persone in differenti luoghi nello stesso tempo, io dico che perfino allora l’istituzione della proprietà nelle cose concrete, benché manifestamente assurda in presenza di quelle condizioni, sarebbe infinitamente meno distruttiva delle opportunità individuali, e infinitamente meno dannosa per il benessere umano, dell’istituzione della proprietà nelle cose astratte. Infatti è facile vedere che, anche se dovessimo accettare l’ipotesi piuttosto sbalorditiva che una singola pannocchia di grano sia continuamente e permanentemente consumabile, o meglio inconsumabile, da un numero indefinito di persone sparse sulla superficie della terra, l’istituzione della proprietà nelle cose concrete che assicurerebbe al seminatore di granoturco l’esclusivo uso delle pannocchie risultanti non potrebbe, così facendo, privare altre persone del diritto di seminare altro granoturco e diventare consumatori esclusivi del proprio rispettivo raccolto; ma l’istituzione legale delta proprietà nelle cose astratte non solo assicura, per esempio, all’inventore della macchina a vapore l’uso esclusivo della macchina che ha creato, ma priva tutte le altre persone del diritto di costruire per loro conto altre macchine basate sulla stessa idea.

La proprietà perpetua delle idee, che è il logico risultato di qualsiasi teoria delle proprietà nelle cose astratte, avrebbe allora fatto dei suoi eredi diretti, in forza del solo tempo vissuto da James Watt, i proprietari di almeno nove decimi dell’attuale ricchezza esistente al mondo; e, in forza del tempo vissuto dall’inventore dell’alfabeto romano, quasi tutti i popoli più civilizzati della Terra sarebbero oggi gli schiavi virtuali degli eredi di quell’inventore, che è solo un altro modo di dire che, invece di diventare altamente civilizzati, sarebbero rimasti in uno stato semi barbarico. Mi sembra che queste due affermazioni, incontrovertibili dal mio punto di vista, siano in sé sufficienti a condannare la proprietà perpetua delle idee.



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Tra le varie correnti minarchiche interne al libertarismo, quella oggettivista di Ayn Rand è sicuramente la più importante, non fosse altro perché si deve alla filosofa russa la prima formulazione del “Non aggression principle”. Tuttavia, la signora Rand, oltre ad un ego smisurato e ad una personalità alquanto eccentrica, pur definendosi “radicale capitalista”, teneva nei confronti dell’anarchismo di mercato un atteggiamento di totale avversità. A Rothbard imputava di confondere la natura del governo con quella dello stato, non accorgendosi che il merito di Rothbard era proprio l’opposto, cioè quello di tracciare un confine chiarissimo tra i due concetti. Per la Rand, insomma, da buona minarchica (ma anche sostenitrice del big business, della guerra e dell’anti-religiosità), lo stato è sì un male, ma un male da ricondurre a miti consigli.
Senza mai citare i nomi di Rothbard – che pure aveva avuto con lei rapporti abbastanza intensi – e di altri sostenitori radicali della stateless society
, li definiva con sufficienza “giovani confusi sostenitori della libertà”.
La lettera di Roy A. Childs che posto di seguito, tratta dall’antologia “La società senza stato” curata da Nicola Iannello e pubblicata da IBLRubbettinoLeonardo Facco, in cui il giovane ex-discepolo randiano rinfaccia alla scrittrice l’incoerenza delle sue posizioni, sancì ufficialmente l’inizio del Free Market Anarchism come teoria politica compiuta.
Childs, pur ribadendo in più occasioni l’importanza del pensiero oggettivista per i libertari, non ottenne mai una risposta.

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Roy A. Childs Jr.

L’anarchismo di libero mercato

 

Gentile signora Rand,

questa lettera ha lo scopo di convertirla all’anarchismo di li­bero mercato. Per quello che so, nessuno le ha mai segnalato in maniera dettagliata gli errori presenti nella sua filosofia politica. È quello che intendo fare io. Ci avevo già provato nel saggio The Contradiction in Objectivism pubblicato nel numero di marzo 1968 del Rampart Journal, ma ora riconosco che la mia argomentazione era debole e inefficace perché non centrava le questioni essenziali. Rimedierò in questa sede.

Per quale motivo sto cercando di convertirla ad un punto di vista che ha ripetutamente e pubblicamente condannato co­me un’ingenua astrazione? Perché è in errore. Io affermo che la sua filosofia politica è contraddittoria perché di fatto sostiene il mantenimento di un’istituzione, lo stato, che rappresenta un male morale. Per una persona che ha stima di sé, queste sono ragioni sufficienti.

Nel mondo sta imperversando uno sconrro tra le forze dell’archia (dello statalismo, del potere politico e dell’autorità) e della sua unica alternativa: l’anarchia, cioè l’assenza di potere politico. Questa lotta è la logica e necessaria conseguenza di quella tra individualismo e collettivismo, tra libertà e stato, tra schiavitù e libertà- Come neIl’etica vi sono solo due posizioni su ogni questione – il bene e il male – così in politica vi so­no solo due posizioni logiche nei confronti dello stato: favorevole o contraria. Ogni tentativo di stare a metà strada è destinato al fallimento, e porta alla frustrazione, se non addirittura allo sfacelo psicologico, coloro che si rifiutano di identificare le cau­se del fallimento e la natura della realtà, così com’è.

Ci sono nel suo sistema tre alternative nell’organizzazione politica: lo statalismo, che e un sistema governamentale dove il governo dà inizio all’uso della forza per perseguire i suoi scopi; il governo limitato, che mantiene un monopolio nella ritorsione ma non dà inizio all’uso o alla minaccia della forza fisica; e l’anarchia, una società dove non c’è alcun governo, intendendo per governo quello che lei ha definito come «un’istituzione che detiene il potere esclusivo di imporre talune regole di condotta sociale nell’ambito di uno specifico territorio». Lei si dichiara favorevole ad un govemo limitato, che non dia inizio all’uso della minaccia della forza fisica contro le persone.

Io sostengo che un governo limitato è un’ingenua astrazione che non si è mai concretizzata nella realtà; che un governo limitato deve o dare inizio all’uso della forza o cessare di essere un governo; che lo stesso concetto di governo limitato rappresenta un tentativo fallito di integrare due elementi reciprocamente contraddittori: lo statalismo e il volontarismo. Se questa tesi può essere dimostrata, la correttezza epistemologica e la coerenza morale impongono di rifiutare totalmente il governo, e accogliere l’anarchismo di libero mercato, cioè una società puramente volontaria.

Perché il governo limitato è un’ingenua astrazione? Perché deve usare per primo la forza oppure cessare di essere un go­verno, come cercherò ora brevemente di dimostrare.

Anche se non concordo con la sua definizione di governo, che considero sbagliata da un punto di vista epistemologico perché non ne identifica le caratteristiche essenziali, la accetterò a beneficio della critica. Una delle caratteristiche principali della sua concezione del governo è il monopolio dell’uso della forza ritorsiva in una determinata area geografica. Ora, ci sono solo due tipi possibili di monopoli: il monopolio coercitivo, che usa per primo la forza allo scopo di conservare il suo monopolio, e il monopolio non coercitivo, che è sempre aperto alla competizione. In una società oggettivista il govemo non è aperto alla concorrenza, e dunque si tratta di un monopolio coercitivo.

Un modo più rapido per dimostrare che un tale governo deve iniziare per primo ad usare la forza o cessare di essere un govemo è il seguente. Supponiamo che io sia scontento dei servizi che mi fornisce il governo in una società oggettivista. Ipotizziamo inoltre che giudichi, nella maniera più razionale possibile, di poter garantire il rispetto dei miei contratti e la restituzione dei beni rubati ad un prezzo più basso e con maggiore efficienza. Supponiamo poi che decida di creare un’istituzione finalizzata a questi scopi, o di aderire ad un’organizzazione fondata da un mio amico o da un mio socio d’affari. Se si riesce a istituire un’agenzia che fornisce tutti i servizi del governo oggettivista e si limitano le attività più efficienti all’uso della ritorsione contro gli aggressori, ci sono solo due alternative per quanto riguarda il “governo”:
a) può usare la forza o la sua minaccia contro la nuova istituzione, allo scopo di mantenere il suo status di monopolista in quel dato territorio, dando inizio in questo modo all’uso o alla minaccia della forza fisica contro qualcuno che non l’aveva usata per primo
. Ovviamente, se il governo scegliesse questa prima altemativa, userebbe per primo la forza: come volevasi di­mostrare. Oppure: b) il governo si trattiene dall’usare per primo la forza, e permette alla nuova organizzazione di svolgere le sue attività senza interferenze. Se si comporta così, allora il “gover­no” oggettivista diventerebbe una vera istituzione di mercato, e non sarebbe più un “governo”.
Ci sarebbero delle agenzie di protezione, difesa e ritorsione in concorrenza tra loro: in breve, l’anarchismo di libero mercato.

Nel caso si verifichi la prima possibilità, il risultato sarebbe lo statalismo. È importante ricordare in questo contesto che lo statalismo si ha tutte le volte in cui un governo usa la forza per primo. Una volta che il governo si è comportato così, rimane da stabilire solo il grado di statalismo. Una volta accettato il principio del dare inizio alla forza, abbiamo posto le premesse per tutti i tipi di statalismo: ed il resto, come lei ha detto in maniera così eloquente, è solo questione di tempo.

Se si verifica invece la seconda possibilità, non avremmo più un governo nel senso proprio del termine, ma l’anarchismo di mercato. Noti che qui non si sta sostenendo che, in concreto, l’agenzia privata di protezione, difesa o ritorsione sarebbe più efficiente del precedente “governo”. II punto è che questo può essere deciso solo dagli individui sulla base del loro razionale interesse personale e del loro giudizio razionale. Se così facendo non danno inizio all’uso della forza, restano entro la sfera dei propri diritti. Se il governo oggettivista, per qualsiasi ragione, de­cide di minacciare o impedire fisicamente a questi individui il perseguimento del loro razionale interesse personale, che lei lo voglia o no, sta usando per primo la forza contro un altro essere umano, pacifico e non aggressivo. Essere a favore di questa eventualità significa, come lei ha detto, «sfrattarsi automaricamente dal regno dei diritti, della moralità e dell’intelletto». Sono sicuro che lei non possa rendersi colpevole di una cosa del genere.

Ora, se la nuova agenzia dovesse di fatto dar inizio all’uso della forza, allora il precedente “governo” – trasrormatosi in agenzia che opera sul mercato – avrebbe naturalmente il diritto di ritorsione contro gli individui responsabili di tali azioni. Ma allo stesso modo, anche la nuova istituzione potrebbe rispondere con la forza al precedente “governo”, se questo dovesse usare per primo la forza.

Affronterò ora alcune delle sue principali “giustiricazioni” del governo, sottolineandone i vizi logici, ma mettendo subito una cosa in chiaro: a quanto mi sembra, ho appena dimostrato in maniera assoluta e irrefutabile che un governo non può esistere senza dare inizio all’uso della forza, o quanto meno minacciandola, contro i dissenzienti. Se questo è vero, e se approvare una qualsiasi istituzione aggressiva è moralmente sbagliato, allora lei ha il dovere morale di ritirare ogni approvazione morale al go­verno statunitense, e al concetto stesso di governo. Nessuno ha l’obbligo di opporsi a tutti i mali del mondo, dato che la vita razionale consiste nel cercare le cose positive, e non solo rifiutare quelle negative. Ma credo che si abbia il dovere morale di op­porsi ad un male così grande come il governo, specialmente quando in precedenza ci si è dichiarati a favore di questo male.

Noti inoltre che la questione di come l’anarchismo di mer­cato funzionerebbe è secondaria rispetto alla questione del ma­le intrinseco del governo. Se un governo limitato, cioè un governo non-sratale, è una contraddizione in termini, allora non lo si può sostenere: punto e basta. Ma poiché non c’è alcun conflitto tra la morale e la pratica, mi sento in obbligo di accennare brevemente ai motivi per cui le sue obiezioni all’anarchismo di mercato sono sbagliate.

Non intendo descrivere nei dettagli il “modello” di una società anarchica di mercato, perché come lei non tratto gli argomenti in questo modo, né sono un pianificatore sociale, né intendo impiegare il mio tempo inventando delle utopie. Parlo so­lo di principi la cui applicazione pratica dovrebbe essere chiara. In ogni caso una discussione molto più completa degli aspetti tecnici delle operazioni che si svolgerebbero in una società interamente volontaria e priva di stato uscirà prossimamente, nel primo capitolo di Power and Market di Murray N. Rothbard, il seguito del suo magistrale trattato economico in due volumi Man, Economy, and State e nel libro di Morris e Linda Tannehill, The Market for Liberty, che si spera verrà pubblicato al più pre­sto. Quest’ultimo affronta il problema partendo dal punto in cui lo lascia Rothbard, discutendo in dettaglio tutte le possibilità. Un capitolo di questo libro, intitolato “Warring Defense Agencies and Organized Crime”, apparirà sul numero 5 di Libertarian Connection, e una breve esposizione della posizione dcgli autori e presentata nel pamphlet Liberty via the Market.
Per affrontare più facilmente i suoi errori, li elencherò nel modo in cui li ha presentati nel suo saggio La natura del governo, aggiungendo le possibili repliche ai punti più importanti e quindi essenziali.

1. «Se una società non fornisse alcuna protezione organizzata contro la forza, essa obbligherebbe ciascun cittadino ad aggirarsi armato per le strade, a trasformare la propria casa in un fortilizio, a sparare ad ogni estraneo che si avvicinasse alla sua porta». 
Questo è un cattivo argomento. Allo stesso modo uno potrebbe affermare che se la “società” (comprendente chi?) non fornisse alcuna produzione organizzata di cibo, obbligherebbe ciascun cittadino ad uscire e coltivare ortaggi nel proprio giardino o a morire di fame. Ma questo è illogico. L’alternativa non è tra l’avere un unico programma monopolistico governativo di produzione del cibo oppure la gente che se lo produce da sola per non morire di fame. Esiste una cosa che si chiama divisione del lavoro, o libero mercaro, che può fornire tutto il cibo di cui c’è bisogno. E anche la protezione dalle aggressioni.

 

2. «Limpiego della forza fisica, anche a scopo di rappresaglia, non può essere lasciato alla discrezione dei singoli cittadini».
Questo argomento contraddice la sua posizione epistemologica ed etica. La mente dell’uomo, cioè dell’individuo, è in grado di comprendere la realtà, e l’uomo può pervenire a delle conclusioni sulla base del suo giudizio razionale e agendo in ba­se al suo auto-interesse razionale. Lei sostiene implicitamenre, senza dichiararlo, che la decisione di un individuo di agire in ritorsione sia in qualche modo soggettiva e arbitraria. L’individuo dovrebbe lasciare allora una tale decisione al governo che è… cosa
? Collettivo e quindi oggettivo? Questo e illogico. Se l’uomo non è in grado di prendere queste decisioni, allora non è in gra­do di prenderle, e neppure un govemo composto da uomini sarà in grado di prenderle. In base a quale criterio epistemologico si può classificare un’azione individuale come “arbitraria”, e quella di un gruppo di individui “oggettiva”?
lo sostengo piuttosto che un individuo deve giudicare e valutare i fatti della realtà in accordo con la logica e il proprio interesse razionale. Lei sta forse dicendo che la mente umana non è in grado di conoscere la realtà? Che gli uomini non dovrebbero giudicare né agire in base al proprio interesse razionale e alla percezione dei fatti della realtà? Affermare questo significherebbe distruggere la radice della filosofia oggettivista; la validità della ragione, la capacità e il diritto dell’uomo di pensare e giudicare con la propria testa.
Naturalmente non sto dicendo che un uomo debba sempre rispondere personalmente
agli aggressori, ma che ha il diritto, benché non l’obbligo, di delegare quel diritto a qualsiasi agenzia legittima. Sto solo criticando il suo errore logico.

3. «L’uso della forza a fini di rappresaglia ha bisogno di norme oggettive sulle prove per stabilire che è stato commesso un delitto e per provare la colpevolezza di chi lo ha commesso, così co­me di norme oggettive per definire la pena e le procedure per applicarla».
Nessuno nega il bisogno di regole oggettive. Ma guardiamo il problema in questo modo: c’è bisogno di regole oggettive anche per produrre una tonnellata di acciaio, un’automobile, un acro di grano. Tutte queste attività dovrebbero allora essere organizzate in un monopolio coercitivo? Penso di no. In base a quale contorcimento logico lei sta suggerendo che il mercato, a differenza del governo coercitivo, non sarebbe in grade di pro­durre queste regole oggettive? Mi sembra ovvio che l’uomo abbia bisogno di regole oggettive in ogni attività della sua vita, e non solamente in relazione all’uso della ritorsione. Il mercato, per quanto strano possa sembrare, è comunque in grado di pro­durre tali regole. Mi pare che lei stia superficialmente dando per scontato che le agenzie private di proteztone non seguirebbero regole oggettive, etc., ma questo è indimostrato. Quale pratica epistemologica ha introdotto nella sua coscienza, se crede che le cose stiano in questo modo senza aver alcun fondamento razionale?

4. «Tutte le leggi devono essere oggettive (e oggettivamente giustificabili): prima di intraprendere una qualsiasi azione gli uomini devono conoscere chiaramente ciò che la legge proibisce (e per quale motivo), cosa costituisca un delitto e in quale pena incorrerebbero qualora lo commettessero».
Questa non è, propriamente parlando, un’obiezione all’anarchismo. La risposta a questo problema di “leggi oggettive” è molto facile: in ogni società volontaria sarebbe vietato solo dar inizio alla forza fisica, o ottenere un vantaggio attraverso sostituti della forza come la frode. Se una persona decide di ottenere un vantaggio usando per prima la forza, allora questo atto ag­gressivo genera l’obbligo di riparare il danno alla vittima e di risarcire gli ulteriori danni. Non c’è nulla di particolarmente dif­ficile in tutto questo, e non c’è ragione di pensare che il libero mercato non possa sviluppare delle istituzioni attorno a questo concetto di giustizia.                        

5. Arriviamo all’aspetto principale della sua critica verso I’anarchismo di mercato, contenuta nello stesso saggio. Non citerò i paragrafi per intero. 
È sufficiente dire che non ha dimostrato che l’anarchia è un’ingenua astrazione, né che una società priva di governo sarebbe alla mercé del primo criminale di passaggio (questo è fal­so, perché con tutta probabilità le agenzie private di protezione svolgerebbero più efficientemente lo stesso servizio che si suppone sia fornito dal “governo”), né che le regole oggettive non potrebbero essere osservate da queste agenzie. Non ha mai detto che il governo dovrebbe avocare a sé la produzione dell’acciaio, dato che questa attività necessita di regole oggettive. Perché allora lo sostiene a proposiro dell’attività di protezione, difesa e ritorsione? Se è solo la necessità di avere leggi oggettive che rende necessario il governo, possiamo concludere che se un mercato di agenzie protettive può osservare tali regole proprio come il mercato dei produttori di acciaio, allora non c’è alcun bisogno del governo.

Noi «giovani sostenitori della libertà», per inciso, non ci siamo “confusi” con la nostra teoria anarchica. Noi non sosteniamo la teoria dei «governi in concorrenza», dato che un governo è un monopolio coercitivo. Siamo invece a favore della concorrenza fra agenzie di protezione, difesa e ritorsione; in breve, riteniamo che il libero mercato possa venire incontro a tutti i bisogni dell’uomo, inclusi la protezione e la difesa dei suoi beni. Noi non accettiamo, nella maniera più risoluta, le premesse fondamentali dei moderni statalisti, e non confondiamo la forza con la produzione. Riconosciamo la protezione, la difesa e la ritorsione solamente per quello che sono: servizi scarsi che, proprio perché scarsi, possono essere offerti sul mercato ad un certo prezzo. Consideriamo immorale usare la forza contro qualcuno per impedirgli di scegliere il proprio sistema di tribunali, e così via. Le sue restanti osservazioni su questo argomento sono indegne di lei. Lei travisa gli argomenti di Murray Rothbard e di altri, senza neanche nominarli per impedire a coloro che sono interessati alla questione di giudicare direttamente dalle fonti. Poichè comprendiamo la natura del governo, non vogliamo governi in concorrenza; desideriamo piuttosto la distruzione e l’abolizione dello stato, il quale, dando regolarmente inizio all’uso della forza, è un’organizzazione criminale. Tra l’altro, la con­correnza tra tribunali e polizie e già stata concretamente teorizzata dall’anarchico individualista Benjamin Tucker circa 80 anni fa, da Murray Rothbard e da una schiera di studiosi meno inportanti.
Prendiamo il suo esempio che spiegherebbe perché un si­stema di tribunali e polizie in competiztone non potrebbe funzionare:

Immaginate che il signor Smith, cliente del governo A, sospetti di essere stato derubato dal suo vicino di casa, il signor Jones, cliente del governo B. Una squadra della polizia A si presenta presso l’abitazione del signor Jones, ma incontra sulla porta di casa una squadra della polizia B, che dichiara di non accettare la validità dell’accusa del signor Smith e di non riconoscere l’autorità del governo A. Cosa può accadere in tal caso? Potete immaginarvelo da soli.

Sfortunatamente, benché sembri un argomento convincente, si tratta di una caricatura del sistema anarchico di libero mer­cato; sarebbe come se io usassi la Germania nazista come esem­pio storico di una società oggettivista.

La questione principale cui rispondere a questo punto è: pensa che sarebbe nell’auto-interesse razionale di entrambe le agenzie permettere che avvenga questo conflitto nelle strade, come lei sembra implicare? No? E allora quale concezione della natura umana la porta a presupporre che si verifichi sempre un tale esito? Una legittima risposta alla sua affermazione é questa: dato che lei si sta in effetti chiedendo «cosa accade quando le agenzie di protezione decidono di agire irrazionalmente?», mi permetta di porle una domanda molto più importante: «cosa acca­de quando il suo governo agisce irrazionalmente?» – evento quantomeno possibile. In aggiunta, cosa è più probabile; la violazione dei diritti da parte di un burocrate o un politico che ha ottenuto l’impiego imbrogliando la gente alle elezioni, vere e proprie gare a spacciare falsità tra il pubblico (non c’è che dire: una maniera molto oggettiva e razionale di scegliere la persona più adatta per un certo lavoro), oppure la violazione di diritti da parte di uno scaltro uomo d’affari, che ha dovuto guadagnarsi la sua posizione? La sua obiezione contro le agenzie in competizione è quindi molto più valida nei confronti del suo “governo limitato”.

Esistono naturalmeme un gran numero di modi con cui questi scontri feroci possono essere evitati da degli imprenditori razionali: contratti o “trattati” tra le agenzie concorrenti finalizzati alla risoluzione pacifica delle dispute, per fare un semplice esempio. Crede che le persone siano così cieche da non comportarsi in questo modo?

Un altro interessante argomento contro la sua posizione è il seguente: già oggi c’è anarchia tra cittadini di paesi differenti, ad esempio tra un canadese è un americano sui due lati del confine canadese-americano. Non c’è infatti nessun governo che presieda su entrambi. Se, come lei afferma, c’è bisogno di un governo per risolvere le dispute tra gli individui, dovrebbe allora valutare le conseguenze logiche di questo argomento: non c’è dunque bisogno di un super-governo per risolvere le dispute tra governi? Naturalmente l’implicazione è ovvia: in teoria, il risultato ul­timo di questo processo di sovraordinazione di un governo all’altro è un governo per l’intero universo. E l’effetto pratico, per il momento, è quantomeno un governo mondiale.

Dovrebbe inoltre rendersi conto che così come potrebbero verificarsi dei contlitti tra le agenzie di mercato, allo stesso mo­do potrebbero scoppiare dei conflitti tra i governi: ciò si chiama GUERRA, ed e mille volte più terribile. Attribuire ad un’agenzia di protezioone il monopolio in una certa area non riduce per nulla questi conflitti, ma li rende solo più terrificanti e distruttivi, aumentando il numero delle vittime innocenti.
È desiderabile tutto questo?

È sufficiente dire che tutti i suoi argomenti contro l’anarchismo di mercato non sono validi; e che dunque ha l’obbligo morale di accoglierlo, essendole stato dimostrato che un governo non può esistere se non iniziando l’uso della forza. I quesiti riguardanti il funzionamento di un sistema di tribunali in concorrenza sono di natura tecnica, non morale. La rimando quindi agli scritti di Murray Rothbard e Morris G. Tannehill, che hanno entrambi risolto il problema. In futuro, se è interessata, solleverò diverse altre questioni in ordine alla sua filosofia politica, come una discussione sui problemi epistemologici di definizione e formazione dei con­cetti riguardanti lo stato; una discussione sulla natura della Costituzione degli Stati Uniti, da un punto di vista etico e storico; e una discussione sulla natura della Guerra Fredda. Credo che la sua incomprensione storica di questi ultimi due aspetti sia responsabile di molti errori di giudizio, sempre più evidenti nei suoi commenti sulle questioni d’attualità. Infine vorrei sollevare una questione cruciale: perché dovrebbe abbracciare l’anarchismo di libero mercato dopo aver sostenuto lo stato per tanti anni? Fondamentalmente, per la stessa ragione per cui su The Objectivist ha ritirato il suo appoggio a Nathaniel Branden: lei cioè non falsifica la realtà né lo farà mai. Se la sua reputazione dovesse soffrirne per la conversione al volontarismo integrale dell’anarchismo di mercato, cosa sarà in confronto all’orgoglio di essere coerente – di aver correttamente identificato i fatti della realtà e di aver agito di conseguenza? La via degli espedienti è psicologicamente distruttiva per una persona dotata di autostima; questa rischierà di perdere il proprio orgoglio, oppure di commettere quell’autentico tradimento filosofico e suicidio psicologico che è la rimozione: il deliberato rifiuto di prendere in considerazione una questione, o di integrare le proprie conoscenze. Lei dice che l’oggettivismo è un sistema filosofico del tutto coerente, e io concordo che porenzialmente lo sia: ma solo un oggettivismo senza lo stato.

 

Consideri inoltre la questione basilare della distruttività dello stato in sé. Nessuno può negare che, storicamente, lo stato sia un mostro assetato di sangue, responsabile di più violenze, spargimento di sangue e odio di ogni altra istituzione conosciuta dall’uomo. II suo approccio alla questione finora non è  stato radicale: è l’esistenza stessa dello stato che dev’essere sfidata dai nuovi radicali. Occorre comprendere che lo stato è un ma­le non necessario, che regolarmente usa per primo la forza e che di fatto tenta di conquistare quello che razionalmente può essere definito come monopolio del crimine in un dato territorio. Dunque il governo non è mai stato niente di più e niente di meno che una banda di criminali di professione. Se dunque il go­verno è stato la causa più tangibile della maggior parte della crudeltà dell’uomo verso i suoi simili, allora, come ha detto Morris Tannehill, «identifichiamolo per quello che è invece di tentare di cancellare le sue macchie. Impedendo che venga riconosciuta da tutti l’idea che il govemo è intrinsecamente un male faremo so­lo un regalo agli statalisti […]. La “vacca sacra” del rispetto verso il governo (che molte persone hanno) deve essere distrutta. Quello strumento di sofisticata ferocia non possiede alcuna qualità redentrice.
Il libero mercato invece sì, per questo lo dobbiamo riscattare identificando il suo più grande nemico: l’idea stessa di governo (con tutte le sue ramificazioni)».

Questa e l’unica alternativa a secoli di continuo statalismo e a tutti i cavilli sui gradi di male che siamo disposti a tollerare. Io credo che questi mali non debbano essere tollerati, punto e basta. In realtà ci sono solo due alternative: il potere politico, o archia, che significa: la condizione d’esistenza sociale in cui alcuni uomini usano l’aggressione per dominare o comandare gli altri; o l’anarchia, cioè l’assenza di inizio dell’uso della forza, l’assenza del dominio politico, l’assenza dello stato. Dobbiamo sostituire lo stato con il libero mercato, e gli uomini per la prima volta nella loro storia sarebbero in grado di vivere senza temere in ogni momento che qualcuno scateni la violenza su larga scala contro di loro – specialmente l’oscena distruzione provocata da un aggressore armato di armi nucleari e gas nervini.
Dobbiamo sostituire lo statalismo con il volontarismo, cioè con una società dove tutte le relazioni umane siano volontarie e non costrittive. E dove gli uomini siano liberi di agire secondo il loro razionale interesse personale, perfino se questo dovesse significare la presenza di agenzie di protezione concorrenti.
Mi lasci concludere la lettera ripetendole quelle sue gloriose parole, con le quali John Galt si indirizzava al suo mondo morente: «Questo è il futuro che potete conquistarvi. Richiede una lotta, come tutti i valori umani. Tutta la vita è una lotta con uno scopo, e l’unica scelta che vi resta è la scelta dello scopo. Volete continuare la battaglia del vostro presente o volete combattere per il mio mondo? […]. Questa è la scelta che vi attende. Fate che a decidere siano la vostra mente e il vostro amore per la vita».

Andiamo avanti alla luce del sole, signora Rand. Lei è dei nostri.

Suo, nella libertà

R.A. Childs, Jr.

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