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In questi giorni, un po’ a causa dell’assidua lettura di questo blog, un po’ per via della crisi finanziaria, sono stato colto da un dubbio a cui non riesco a dare risposta.
Mi riferisco al perché dell’alleanza tra potere politico ed élite privata.
La maggior parte degli stati opera in combutta e a beneficio di una élite privata – banchieri, imprenditori, mafia, intellettuali etc. Ma perché? Perché gli stati non accumulano semplicemente tutte le risorse che possono a beneficio del re/presidente/dittatore e dei suoi più stretti accoliti?

I progressisti e certi conservatori ritengono che le élites private siano il risultato naturale di uno stato che non comanda e non controlla a sufficienza. Il problema, per loro, è costituito esclusivamente da malvagi imprenditori che corrompono politici innocenti facendo loro annusare il profumo dei bigliettoni.

I cospirazionisti dicono che alcune organizzazioni segrete tengono in scacco sia lo stato che le élites private. Per molti aspetti, le opinioni di illustri libertari avallano questa teoria. Inoltre, la teoria del complotto spiega alcune cose che diversamente non sarebbero dimostrabili attraverso i soli dati empirici.

Mi chiedo, dato per scontato che la favola progressista non ha senso (per il semplice fatto che le eccezioni non confermano la regola, ma casomai la smentiscono), volendo dare una spiegazione che segua il principio del rasoio di Occam, è possibile descrivere questo fenomeno senza ricorrere alla teoria del complotto – che non escludo aprioristicamente, ma al momento non sono in grado di sostenere – ?

Secondo James Buchanan, ciò avverrebbe perché i tre agenti coinvolti nel processo decisionale e gestionale (elettori, politici e burocrati), al fine di perseguire obiettivi personali, inneggeranno sempre al potere statale, finché  lo stato non fallirà. Sembrerebbe plausibile, ma non spiega perché i funzionari statali scelgono di assecondare gli interessi di alcuni privati, anziché mantenere il mal tolto per se stessi.

Sappiamo che i funzionari statali non potrebbero facilmente trattenere per se stessi l’intero frutto del saccheggio senza dar luogo a una rivolta. Lo sanno anche i funzionari stessi, tant’è che restituiscono parte del bottino ad una vasta porzione della popolazione. Questo spiega perché gli stati creano i sistemi di welfare per i più poveri (dei cui “benefici”, però, godono anche i ricchi), ma non spiega il motivo per cui consentono ad un’ esclusiva élite privata di spartirsi una quota spropositata del malloppo.

Ciò detto, ecco tre considerazioni che ho fatto nel tentativo di capire meglio il perché dell’alleanza tra l’élite dei privati e lo stato:

1) Un sistema economico con grande concentrazione della ricchezza è più facile da controllare per lo stato rispetto a quello di una società dove la ricchezza è decentrata e diffusa (ciò che i proudhoniani ritengono sia il naturale risultato di un libero mercato);

2) In realtà l’élite privata non esiste – la classe dominante si divide in “civile” e “governativa” (con un mandato politico istituzionale); la prima può nascondersi dietro a concetti sostanzialmente giusti e condivisi come proprietà e scambio volontario e agire con la sostanziale approvazione di tutti. La seconda può ammantarsi con il velo dell’imparzialità e presentarsi come istituzione deputata a protegge le persone dagli appetiti della prima. (Ma, chiaramente, questa ipotesi sebbene spieghi il paradigma della propaganda democratica e getti le basi per l’elaborazione di una teoria della cospirazione, non dice nulla riguardo a come il sistema sia nato originariamente).

3) Ci troviamo in una fase intermedia della naturale progressione che porta stati relativamente piccoli a diventare supergoverni via via sempre più invasivi. Gli Stati Uniti, ad esempio, sono nati con forti limitazioni del potere, ma in questi giorni, casomai fosse stata necessaria una conferma, abbiamo avuto la dimostrazione di un ulteriore oltraggio lo spirito dei Founding Fathers.

Sappiamo inoltre che gli stati nel tempo tendono naturalmente ad aumentare il loro potere, ma, al fine di espanderlo, prima devono creare concentrazione di potere e di ricchezza privata, probabilmente a causa del punto 1.
Alla fine, però, il governo assorbe gradualmente (o elimina) la classe dirigente privata e controlla più direttamente la società.
È anche evidente che non sono questioni meritocratiche il criterio con cui le attuali élites vengono selezionate, perché è ovvio che il loro principale vantaggio è proprio quello di sottrarsi alla competizione, strumento di meritocrazia per definizione.

Ma allora perché la classe politica dominante è disposta a rinunciare a parte del gruzzolo in favore di un manipolo di soggetti che non appartengono alla sua cerchia?



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La pace è la teoria sociale del liberalismo.
— Ludwig von Mises 

L’unica cosa buona di Marx è che non era keynesiano.
— Murray Newton Rothbard

Se è vero che la politica estera è indissolubilmente legata ai problemi politici ed economici interni, è difficile escludere l’ipotesi che il delirio di onnipotenza della classe dominante non possa portare l’attuale crisi economica a trovare il suo tragico epilogo in un’altra devastante guerra, la cui imminenza, secondo la teoria keynesiana, funzionerebbe da propulsore per una ripresa dalla depressione.
Come buona parte del sistema dell’economista britannico, anche questo teorema però è irreparabilmente sbagliato.
Al contrario, come dimostra Robert Higgs attraverso un’analisi della ripresa economica post bellica nell’articolo che segue, è esattamente nei periodi di pace – il cui apice, per definizione, è la fine di un conflitto – che l’economia riprende il suo trend basato sul risparmio e sugli investimenti di lungo termine, reali indicatori di un sano sistema economico.

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La Grande Fuga
dalla Grande Depressione

 

Le domande riguardanti la Grande Depressione possono essere utilmente inquadrate come appartenenti a tre distinte categorie:

la Grande Contrazione – il grave e straordinario declino economico che andò 1929 al 1933;
la Grande Durata – la persistenza di prestazioni economiche sotto al pareggio per più di un decennio;
la Grande Fuga – l’ultimo recupero da questa eccezionalmente profonda e durevole depressione;

anche se gli economisti continuano a discutere le cause della Grande Contrazione e della Grande Durata, un accenno di consenso è emerso sul fatto che i grandi errori della politica di ogni specie meritano la maggior parte del biasimo per questi disastri.
Per quanto riguarda la Grande Fuga, gli economisti hanno anche raggiunto un sostanziale accordo, ma purtroppo concordano su un’interpretazione che è quasi completamente sbagliata.
È sbagliata perché, di fatto, colloca la Grande Fuga nei primi anni ‘40, all’incirca nel momento in cui gli Stati Uniti entrarono ufficialmente nella Seconda Guerra Mondiale, laddove l’economia non ha restituito ciò che si può correttamente descrivere come prosperità fino al dopoguerra.
Gli economisti hanno erroneamente concepito la speciosa “prosperità di guerra”, come una cosa reale, ma deviare quasi il 40 per cento della forza-lavoro nell’impiego connesso ad attività militari e produrre montagne di armi e munizioni non creano un’autentica e durevole prosperità, come le persone scoprirebbero se provassero ad operare su una base economica come questa per più di un breve periodo.
La vera Grande Fuga non si è verificata fino al 1946.
Gli economisti in genere riconoscono, ovviamente, la normale e tranquilla ripresa del benessere del dopoguerra, ma le loro spiegazioni su questo genere di ripresa posano su errori empirici e teorici e non riescono a tener conto di alcuni fattori che sono stati fondamentali per il successo della transizione dall’economia comandata e controllata della guerra ad un’economia di pace orientata al mercato.

Forse il principale motivo per cui gli economisti hanno frainteso questa transizione eccezionalmente pacifica è che hanno frainteso l’economia di guerra stessa. Essi hanno visto il “boom” della guerra in semplici termini keynesiani:
la spesa pubblica, finanziata dall’enorme deficit di bilancio e aggiustata da un rapido aumento del prezzo delle scorte, spinge l’economia dalla costante depressione ad altezze senza precedenti – anzi, durante il picco degli anni della produzione bellica l’economia sembrava operare ben oltre la sua “capacità di produrre”, anche se dal 1945 più di 16 milioni di giovani uomini ad un certo punto vennero presi dalla forza lavoro e sostituiti da adolescenti, donne con poca o nessuna esperienza nel lavoro retribuito e uomini anziani.
In verità, comunque, questo apparente “miracolo keynesiano della produzione”, durante il quale il tasso di disoccupazione era stato spinto a un minimo del meno 2 per cento, non si adagiò su una brillante politica fiscale e monetaria, ma sulla massiccia coscrizione militare, che aveva tirato direttamente più di 10 milioni di uomini fuori dalla forza lavoro e, indirettamente, ha indotto milioni di altri ad arruolarsi nella speranza di evitare il servizio nella temuta fanteria.

Dopo il conflitto, la maggior parte dei controlli economici del tempo di guerra furono sospesi, più di 10 milioni di uomini erano stati arruolati nelle forze armate, i soldati in congedo e i lavoratori civili operanti in attività belliche trovarono rapidamente occupazione nel privato o lasciarono la forza lavoro per la casa o la scuola.

Nel 1947, a transizione quasi completa, il tasso di disoccupazione era inferiore al 4 per cento.

L’interpretazione standard della transizione dopo il 1945, sottolinea che durante la guerra la gente aveva accumulato enormi quantità di obbligazioni e depositi bancari e conseguentemente questi patrimoni finanziari furono “svincolati” per finanziare la spesa dei consumatori, soprattutto per i beni durevoli la cui produzione era stata vietata o notevolmente diminuita durante la guerra.
Questa interpretazione, tuttavia, non ha senso: le obbligazioni che un uomo ha venduto un altro le ha acquistate, lasciando l’economia globale degli averi invariata. Allo stesso modo, il denaro speso da un uomo per la stesura del suo conto bancario, è riapparso alla voce vendite nei conti della banca, lasciando l’economia globale dei depositi bancari immutata. Infatti, la liquidità disponibile non era diminuita del tutto nel dopo guerra. Le persone finanziavano la spesa dei generi di consumo riducendo il loro tasso di risparmio.

Né le persone tentarono di ridurre la loro disponibilità di liquidi diminuendo la domanda di contante – parimenti, tramite l’abbassamento delle preferenze temporali, rialzatesi lievemente durante gli anni dell’immediato dopoguerra (in quanto, secondo alcuni economisti, le persone aspettavano ancora la deflazione di fine guerra).

Né i consumatori ridussero le loro partecipazioni nei titoli di Stato. Anche se l’ammontare del debito pubblico diminuì tra il 1945 e il 1948, ciò avvenne quasi esclusivamente a causa della riduzione degli averi delle banche commerciali e delle società diverse da banche e compagnie di assicurazione.

L’espansione economica del dopoguerra

Mentre i consumatori finanziavano gli sfizi del dopoguerra semplicemente attraverso la riduzione del loro tasso di risparmio – salito straordinariamente durante la guerra – le imprese finanziarono l’aumento degli investimenti post bellici con la vendita dei titoli acquisiti durante la guerra, trattenendo più del loro guadagno effettivo – in parte perché le tasse sull’impresa erano state notevolmente ridotte dopo il 1945 – ed entrando nei mercati finanziari, dove stock e bond potevano essere venduti a condizioni molto allettanti.

Una maggiore espansione degli affari fu impedita principalmente dalla mancanza di materiali, piuttosto che dalla mancanza di desiderio di investire o di risorse finanziarie – con grande sorpresa dell’élite degli economisti keynesiani, i quali avevano previsto che una dura depressione si sarebbe verificata nel dopoguerra qualora il governo avesse ridotto le proprie forniture di beni e servizi a fini bellici.

Il keynesiani avevano fallito completamente nel comprendere che la depressione anteguerra era continuata in gran parte perché, durante il seconda New Deal (1935-38), l’amministrazione Roosevelt aveva creato estrema apprensione tra imprenditori e investitori riguardo la certezza dei diritti di proprietà privata, scoraggiandoli dall’ingrandire il volume degli investimenti a lungo termine necessario per il pieno recupero dell’economia e per una sua sostenuta e durevole crescita.
Durante la guerra, il benevolo uomo d’affari che investiva nei servizi temporanei dello stato amministrava ampiamente i vertici dell’economia, ma la concentrazione sulla vittoria della guerra aveva mantenuto l’economia civile affamata di risorse.

Entro la fine del conflitto, tuttavia, Franklin D. Roosevelt era morto, i più zelanti consiglieri e amministratori del secondo New Deal avevano lasciato il governo, o erano stati destinati a posizioni meno influenti, e quindi il futuro della certezza dei diritti di proprietà era visto in modo notevolmente più favorevole di quanto lo si vedesse prima della guerra – un cambiamento di prospettive sufficiente a indurre un grande aumento degli investimenti privati di lungo termine, per la prima volta dal 1929.
A causa del “regime di incertezza” che aveva dominato il finire degli anni ‘30, un’ombra da tempo mai espressasi in modo così oscuro sulle attività commerciali e sugli investimenti, l’economia finalmente si riprese dalla Grande Depressione e dalle difficoltà economiche degli anni di guerra, anche perché contemporaneamente fu riassegnato a mansioni civili circa il 40 per cento della forza lavoro impiegato in attività correlate guerra.

Il 1946, quando la produzione civile aumentò di circa il 30 per cento, fu l’anno più glorioso di tutta la storia dell’economia statunitense. Dal 1948, la produzione reale tornò al suo trend di crescita di lungo termine, e nel corso dei decenni che seguirono l’economia venne risparmiata da quel tipo di profonda e duratura disfatta che una congiura di errate politiche statali avevano causato nel corso degli anni ‘30.

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La disinformazione, si sa, è l’arma preferita dai potenti. E’ così che questi loschi figuri sono riusciti a far passare per “libero mercato”, “liberismo” o “capitalismo”, quello che in realtà è sempre stato un modello economico sostanzialmente socialista (o fascista, vedete voi). Tutto ciò è servito alle élites di potere per giustificare l’intervento statale nell’economia, imputando le responsabilità delle così dette “distorsioni del mercato” alla presunta voracia degli imprenditori privati. La realtà è invece che l’interventismo statale è sempre servito a correggere le distorsioni che esso stesso generava, ciò nonostante quella che a molti è pervenuta è l’immagine di un modello poltico-economico che non può funzionare e che quindi necessita di essere sorvegliato e corretto. Il giochetto ha funzionato ancora una volta, e a perdere, al solito, sono state le persone e la loro libertà, come spiega l’economista libertario Sheldon Richman.

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Il passaggio al Senato del bailout di Wall Street da 700 miliardi di dollari, e la sua presumibile accettazione da parte della Camera, rivela una volta per tutte la vera natura del sistema politico-economico americano. Un sistema basato sulla libera impresa solo a parole. Di fatto, specialmente per le grandi compagnie collegate fra loro, non è niente di tutto ciò.
Molte sono le definizioni che sono state affibbiate al sistema sotto cui lavoriamo: socialismo statalista, capitalismo di stato, corporativismo, fascismo. Quale che sia quella che scegliamo, nessuna dice nulla riguardo all’economia di libero mercato americana.
Per generazioni non c’è stato il libero mercato negli Stati Uniti. Questo fatto è stato oscurato con la retorica e con altri mezzi, ma la nostra visione dovrebbe essere chiara adesso. Non c’è separazione fra stato ed economia.
Molti sedicenti difensori del libero mercato fraintendono il sistema americano. Essi ritengono che sotto ad un sottile livello di interventismo statale sia possibile ritrovare il sistema in cui credono. Tutto ciò che serve è grattare quella patina ed un virtuoso capitalismo risorgerà.
Niente di più sbagliato. Non c’è nessun sottile livello di interventismo. Lo stato è profondamente intromesso nell’attività economica sin dagli inizi, più in particolare nel sistema bancario e finanziario, i quali, per loro natura, sono il fulcro di ogni sistema economico. La rete di controlli e privilegi è pervasiva e tocca ogni ambito dell’economia.

Inoltre, tale intromissione non è mai stata imposta a banchieri, finanzieri e al resto dell’élite del business; da loro è stata accolta con favore, per essere più precisi, è stata richiesta e sponsorizzata. Libera impresa, rischio, e perdite erano per i pesci piccoli. La pertnership con lo Stato era riservata alle élites; laddove partnership significa favoritismi e protezione dalla concorrenza. Significa esenzione dalla disciplina del mercato e sfruttamento dei contribuenti, dei consumatori e dei lavoratori.

Qualcuno oggi può forse mettere in discussione questa questione adesso? Wall Street e lo stato per molti decenni sono stati co-cospiratori in un massiccio dirottamento del sistema economico al fine, tra le altre cose, di dirottare, attraverso la politica, denaro verso le società finanziarie e immobiliari. Ciò è stato proficuo per i settori chiave dell’economia e buono per i politici, che potrebbero vantarsi di aver esteso il sogno americano a tutti attraverso la proprietà della casa, indipendentemente dalla capacità delle persone di pagare. Ma le leggi della realtà – economia inclusa – non possono essere ignorate nell’impunità. Lo stato e Wall Street hanno costruito le loro società immobiliari su fondamenta di sabbia, che ora stanno franando.

La reazione di quelli con tanto denaro in gioco era prevedibile. Sono passati da Washington, che ha sempre qualche asso nella manica: il potere di creare debito, di stampare denaro e di tassare.

I difensori del bailout hanno ordinato che ogni mezzo sia impiegato per vendere il loro progetto al pubblico americano. Tutte le figure prestigiose – cominciando dal segretario al Tesoro Henry Paulson (ex di Goldman Sachs) e Ben Bernanke, presidente della Fed – hanno sfilato sui media.
La leadership del congresso si è alzata con loro. Praticamente, ogni autore opinionista o editoriale “serio” – conservatore o progressista – è diventato difensore “riluttante” di Wall Street.
Il loro messaggio era identico: se questo progetto non verrà adottato, sarà la catastrofe. L’economia crollerà, perderemo il nostro lavoro, i nostri risparmi, tutto.

La mini-rivolta alla Casa Bianca era incoraggiante, ma ovviamente troppo inconsistente per essere portata avanti. L’élite di potere ha capito che lanciando sconnessi progetti di statalizzazione nel pacchetto di salvataggio significherebbe una notevole perdita di consensi. Quelli che avevano votato contro il bailout la prima volta, hanno comunque perso subito l’entusiasmo dopo il crollo del mercato finanziario – come se i legislatori dovessero consultare momento per momento le oscillazioni dell’indice Dow prima di votare sui bilanci.

Ora i “saggi” hanno prevalso, e a Paulson sarà dato il potere quasi dittatoriale di prendere in prestito 700 miliardi di dollari per acquistare crediti inesigibili dalle grandi banche.

Le potenzialità dei patti governativi e della speculazione viziata non possono essere sovrastimati. La promessa che i contribuenti pareggeranno i conti o addirittura realizzeranno un profitto è ridicola. Chi può seriamente credere che i burocrati che spendono soldi di altre persone sono più capaci degli imprenditori che rischiano i propri capitali di comprare a basso costo e vendere ad alto prezzo?
Questo è il privilegio corporativo, puro e semplice.
Cosa otterrà la gente in cambio? Tasse più elevate, perdita del potere d’acquisto e la perpetuazione dell’economia distorta, che il bailout non mancherà di adeguare alla realtà. L’élite del potere vince. Gli individui perdono.

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Vi siete mai chiesti perché la mediocrità, la slealtà e l’ipocrisia, a dispetto degli sforzi dei migliori individui della società, riescono sempre a raggiungere i vertici del potere?
In un articolo del febbraio del 1998, Lawrence W. Reed, economista e scrittore presidente della Mackinac Center for Public Policy, ce lo spiega analizzando due fatti di cronaca politica internazionale dell’epoca, interpretandoli secondo la lettura del libro di F.A. von Hayek La via della schiavitù.

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Nonostante la considerevole libertà e il progresso globale degli ultimi anni – dal crollo dell’impero sovietico all’aumento delle “privatizzazioni”-, non vi è ancora alcun segnale di una diminuzione di statisti a capo di regimi stupidi e distruttivi. La migliore spiegazione del perché e del per come tali persone ottengono posizioni di potere è ancora presente in “Perché emergono i peggiori”, che è il capitolo 10 del capolavoro di Frederick von Hayek, La via della schiavitù”.
Quando Hayek nel 1944 scrisse il suo libro più famoso, il mondo era affascinato dal concetto socialista della pianificazione centralizzata. Mentre quasi tutti in Europa e in America deprecavano la brutalità del nazismo, del fascismo e del comunismo, l’opinione pubblica era plasmata e modellata da un’intellighenzia che dichiarava che questi “eccessi” del socialismo erano evitabili eccezioni. Se solo ci assicurassimo di mettere in carica le persone giuste, dicevano gli intellettuali statalisti, il pugno di ferro si trasformerebbe in guanto di velluto.

Quelli che, seguendo Hayek, “pensano che non è il sistema ciò di cui dobbiamo aver paura, ma il pericolo che esso possa essere gestito da uomini cattivi”, sono ingenui utopisti che rimarranno sempre delusi dagli esiti del socialismo.

In effetti, questa è la storia dello statalismo del ventesimo secolo: l’infinita ricerca di un luogo in cui poter realizzare il sogno, stabilendo un posto fino a che il disastro non sarà vergognosamente palese a tutti, quindi accusando le persone, piuttosto che il sistema, e infine svolazzando via, alla prossima inevitabile delusione.

Forse un giorno, nella definizione di “statista” dei dizionari potremo leggere: “Colui che non impara nulla dalla natura umana, dall’economia o dall’esperienza, e ripete continuamente gli stessi errori senza mai preoccuparsi dei diritti e della vita delle persone che calpesta con le sue buone intenzioni”.

Anche le peggiori caratteristiche della realtà statalista, ha dimostrato Hayek, “non sono sottoprodotti accidentali”, ma fenomeni che fanno parte integrante dello statalismo stesso.
Con grande lungimiranza egli ha sostenuto che “i privi di scrupoli e i disinibiti saranno probabilmente quelli di maggior successo” in ogni società in cui lo stato è visto come la risposta alla maggior parte dei problemi.
Essi sono precisamente il tipo di persone che più elevano il potere della persuasione, della forza contro la cooperazione. Lo stato, per definizione possessore del monopolio legale e politico dell’uso della forza, li attira come lo sterco attira le mosche. In ultima analisi, è l’apparato di governo che consente loro di generare devastazione attorno a noi.
Mezzo secolo dopo che Hayek ne ha scritto, difficilmente passa giorno che i giornali non riescano a fornire nuovi esempi di “peggiori che emergono”.
Due recenti esempi dai due estremi del globo mi permetteranno di illustrare la saggezza Hayek.
In Francia il 10 ottobre 1997, il primo ministro socialista Lionel Jospin propose una legge per ridurre obbligatoriamente le ore di lavoro settimanali. Entro il 2000, i datori di lavoro avrebbero dovuto ridurre le ore di lavoro dei loro dipendenti da 39 a 35, senza relativa diminuzione della retribuzione. Jospin demagogicamente promise al popolo francese che la legge avrebbe creato “un sacco di posti di lavoro”.

Ovviamente, questa non era un’amichevole richiesta ai datori di lavoro della Francia, bensì un obbligo, il che significa che i datori di lavoro che cercavano di trovare un accordo con i loro lavoratori per più di 35 ore dovevano essere multati, imprigionati, o entrambe le cose. Il primo ministro non ha fatto menzione al fatto che uno degli stati sociali più regolamentati e onerosi d’Europa aveva posto il costo del lavoro francese fuori mercato e prodotto quell’elevato tasso di disoccupazione che ora prometteva di ridurre.

In Malaysia, nel corso della stessa settimana di ottobre, il Primo Ministro Mahathir Mohamad attaccava indistintamente “disonesti”, “stolti” e “neocolonialisti” accusandoli della perdita di valore della moneta malese, il ringgit. Ricordando i potenti impazziti del recente passato, disse inoltre che i problemi economici della Malaysia erano il risultato “dell’agenda ebraica”. Egli chiese non di porre fine alla politica inflazionista del suo governo che stampava continuamente carta priva di valore, ma piuttosto di vietare lo scambio di moneta perché “inutile, improduttivo, e immorale”.

La convinzione di Jospin che si sarebbero creati posti di lavoro rendendo illegale lavorare più di 35 ore e obbligando i datori di lavoro a pagare i lavoratori per minori prestazioni, ovviamente, è ridicola. Essa era condannata fin dall’inizio a produrre più disoccupazione, non di meno, perché rendeva ciascun dipendente più costoso per il suo datore di lavoro.

Così come è ridicolo il tentativo di Mahathir di imputare colpe a tutti tranne che ai suoi precedenti interventi. Forse egli pensava a se stesso come ad un moderno Canuto il Grande, che ordina alle onde di valuta di fermarsi, per risolvere i problemi al posto suo. Certo, come fu per Canuto, le onde continueranno ad andare da Mahathir, ma molte teste potrebbero saltare in questo processo.

Questi due ottenebrati personaggi del palcoscenico politico internazionale non lo sanno, ma essi sono descritti nel libro di Hayek. Nel capitolo “Perché emergono i peggiori”, del pianificatore centrale o del “dittatore potenziale”, Hayek dice “…Potrà ottenere il sostegno di tutti gli arrendevoli e i creduloni che non hanno forti convinzioni proprie e sono predisposti ad accettare un sistema pre-costituito di valori, se solo questo viene continuamente martellato nelle loro orecchie con forza sufficiente”.
In ultima analisi, gli arrendevoli ed i creduloni sono tenuti all’angolo da Jospin e Mahathir.

Lo statista demagogo, asserisce Hayek, si appella “all’odio per un nemico” e “all’invidia per i migliori” per ottenere “la fedeltà senza riserve di masse enormi”. Per Jospin, è l’avidità dei datori di lavoro privati; per Mahathir, sono gli ebrei. Il peggiore ama servirsi dell’ipocrisia per segnare punti sulla strada dell’accumulo del potere politico.

Hayek rileva “una crescente tendenza tra gli uomini moderni a immaginare se stessi come morali perché hanno delegato i propri vizi a gruppi sempre più grandi. Agire a nome di un gruppo sembra liberi la gente da molte delle restrizioni morali che tengono a bada i comportamenti individuali all’interno del gruppo”.
Forse, entrambi i primi ministri si opporrebbero personalmente ad un individuo che costringe in punta di pistola il suo capo ad aumentargli la retribuzione, o ad un individuo che umilia pubblicamente un commerciante di valuta, ma essi non si fanno problemi a fare di queste pratiche la loro politica nazionale.

Date allo stato grande potere e le persone stupide e intolleranti della la vita e delle opinioni altrui si metteranno in fila per ottenere un posto di lavoro dal governo. Quelli che rispettano gli altri, che lasciano le altre persone in pace e desiderano essi stessi essere lasciati in pace, si dedicheranno ad altro – ossia, al lavoro produttivo nel settore privato.
Così come ci ha avvertiti Hayek nel 1944, più il governo diviene grande, più i peggiori elementi della società saliranno la sua cima.

Il francese e il malese sono solo due fra le molte persone che se in questo momento leggessero il capitolo dieci de “La via della schiavitù”, troverebbero F.A. Hayek che descrive con precisione il deplorevole corso che hanno scelto di adottare.

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Sullo stesso argomento vedi anche “La voce del Gongoro” e Tra Cielo e Terra

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