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Posts Tagged ‘Guerra’

Tempo fa mi ero appuntato questa citazione, senza però scrivere chi ne fosse l’autore. Dovrebbe essere Thoreau, ma la memoria a volte mi inganna.
Poco importa, la dedico ugualmente a tutti coloro che si oppongono alla guerra e contemporaneamente sostengono sia un imperativo civico e morale pagare le tasse.

In realtà, non è compito di un individuo consacrarsi alla eliminazione dei mali, anche se questi fossero enormi; egli può giustamente avere altre faccende che lo impegnano; ma è suo dovere, almeno, avere le mani pulite a questo riguardo, e oltre a sgomberare la mente da tali ingiustizie, ritirare anche il suo appoggio concreto a che esse vengano commesse. Se mi dedico ad altre occupazioni e contemplazioni, devo prima almeno accertarmi che non le perseguo stando seduto sul groppone di un’altra persona. Prima di tutto devo togliere il mio peso dal suo corpo, in modo che egli possa parimenti dedicarsi alle sue contemplazioni. State a sentire quale grossolana incoerenza è tollerata. Ho udito alcuni dei miei concittadini affermare: “Vorrei proprio vedere se mi ordinano di sopprimere una rivolta di schiavi, o di marciare contro il Messico – figuratevi se io ci vado”; eppure, proprio queste persone hanno fornito, ognuna di loro, un sostituto, direttamente attraverso l’obbedienza allo stato, e quanto meno indirettamente, con il pagamento delle tasse. Si applaude il soldato che si rifiuta di servire in una guerra ingiusta da coloro che non si rifiutano di sostenere il governo ingiusto che fa la guerra; il soldato che si ribella è lodato da coloro la cui azione e autorità egli disattende e ignora; come se lo Stato si pentisse talmente da incaricare qualcuno che lo fustigasse quando ha peccato, ma non fino al punto di smettere per un solo istante di commettere malefatte. Così, in nome dell’Ordine e del Governo Civile, noi tutti siamo alla fine obbligati a rendere omaggio e a sostenere la nostra propria meschinità. Dopo il primo rossore per il peccato, segue l’indifferenza per quanto si è commesso; e dall’essere immorale il comportamento diventa come al di fuori della morale, e non del tutto stonato rispetto alla vita e a come l’abbiamo organizzata.

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Onore ai refuseniks

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punch2O in cui dovremmo credere, almeno secondo Gerald Celente. L’amministratore delegato del Trends Research Institute, infatti, lo scorso mese di novembre ha reso pubblica la sua previsione secondo cui entro il 2012 gli Stati Uniti assisteranno a insurrezioni di massa per il cibo, ribellioni da parte dei senza tetto, rivolte fiscali da parte di quelli strozzati dall’erario e sacche di resistenza armata mano a mano che le condizioni economiche generali andranno peggiorando.

Volendo, si potrebbe liquidare Celente come il classico menagramo portavoce della trita visione apocalittico-destrorsa, oggi particolarmente esacerbata con l’avvicinarsi della data di insediamento alla Casa Bianca di Obama. Il suo curriculum, però, consiglia di andarci cauti.

Celente inizia a prevedere i trend economici e socio-politici nel 1987, anche se l’accuratezza delle sue previsioni è stata pressoché quasi taciuta; eppure questo simpatico sosia di Pietro Valpreda non si è mai definito un sensitivo o un profeta e il suo 2012 non ha nulla a che vedere con il Calendario Maya o l’Apocalisse bibilica. Allo stato attuale delle cose, tuttavia, la previsione appare niente affatto oscura; sì, insomma, il 2012 è un termine abbastanza realistico come epilogo del disastro finanziario in cui ci siamo infilati.  

Celente predisse il crack azionario del 1987, il collasso dell’Unione Sovietica (magari qualcuno l’avrà aiutato), il crollo dei mercati asiatici nel 1997, l’attuale crisi economica che qualcuno ha già battezzato “Panico del 2008” e, sempre con incredibile aplomb e sorprendente rigore cronologico, ha espresso valutazioni particolarmente ficcanti su molti altri dissesti finanziari avvenuti in questi ultimi vent’anni. Ha inoltre previsto una svalutazione del dollaro pari al 90%. 

Dovrebbe essere abbastanza anche per gli scettici più incalliti.

C’è di più: recentemente le tesi di Celente hanno trovato una sponda  in Tom Fitzpatrick, il principale stratega tecnico di Citibank, il gigante dai piedi d’argilla, il quale, in un memorandum interno ha predetto che l’attuale crisi potrebbe provocare “depressione, disordini civili e forse guerre”.

Magari fa più effetto se lo dice Fitzpatrick, che però non è solo. Igor Panarin, decano del dipartimento di affari internazionali presso l’Accademia di Diplomazia del Ministero degli Esteri russo, ha recentemente dichiarato a Russia Today di essere convinto da tempo che gli Stati Uniti non sopravviveranno mantenendo a lungo l’attuale assetto economico-finanziario e che ciò a cui assistiamo oggi, è solo la punta dell’iceberg di un crollo titanico. Allo stesso modo, un rapporto del Ministero della difesa britannico del 2007 afferma che “Il ceto medio mondiale potrebbe coalizzarsi e usare l’accesso alle conoscenze, alle risorse e alle competenze per plasmare i processi transnazionali nel loro interesse di classe”, e che, “La classe media potrebbe diventare la classe rivoluzionaria”.

Con la recente elezione di Obama, a dispetto della recessione montante e conseguente disoccupazione, armi e munizioni hanno raggiunto picchi di vendita da record. Certo, si può pensare che ciò sia dovuto all’ampio consenso che il fanatismo anti-guns di Obama ha raccolto con il voto, ma possiamo decifrare un quadro così complesso in maniera tanto semplicistica? C’è da riflettere.

Quanto al cibo, l’America – come il resto dell’Occidente – da tempo non è più una società prettamente agricola. I supermercati, a seguito di un momento di panico, generalmente hanno provviste per due giorni, dopodichè gli scaffali rimangono vuoti.
Già oggi, molti agricoltori incontrano grosse difficoltà ad ottenere credito e quindi a continuare a produrre.

Naturalmente, a questo possiamo aggiungere le divisioni dell’esercito americano, prima mandate a farsi le ossa in Irak, rientrate senza troppo clamore da parte dei media mainstream, per essere dislocate sul territorio nazionale in aggiunta alle ventimila unità già inviate nel sud ovest americano, apparentemente per operazioni di “pattugliamento dei confini”.

Infine, gli oramai noti centri di detenzione costruiti negli ultimi due anni in diverse località da KBR, una sussidiaria del gruppo Halliburton…

Ovviamente, ad un inquitante scenario a base di bombe, pallottole e roba da mazza sarebbe di gran lunga  preferibile una rivoluzione pacifica che parta dalla consapevolezza individuale dei mali provocati dal sistema di welfare-warfare imperante ovunque. ma non illudiamoci, più che sperare non resta molto da fare. C’è comunque da pensare che i prossimi anni saranno piuttosto interessanti dal punto di vista politico. Vorrei poter dire che la mia è solo incapacità di resistere alla suspence, purtroppo però nulla sembra accadere per caso. Spero di sbagliarmi.

Mi chiedo solo se Obama sappia realmente di ciò che parla quando continua a ripetere “Cambiamento” come un mantra.  

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Gattopardi

Certo che a Obama Tancredi Falconeri gli fa una gran pippa.

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2008-11-14timeobamaQuesta è la home page di Barack Obama, neo Presidente Eletto degli Stati Uniti, ormai divenuto icona liberal globale che attira trasversalmente le simpatie di tutto il mondo politico internazionale. L’ultimo rigurgito di razzismo politicamente corretto che impone di elogiare Obama per lo stesso motivo per cui altri lo disprezzano, semplicemente perché è nero.

Questa invece, benché a prima vista si potrebbe pensare trattarsi della versione ebraica dello stesso sito, la home page di Benjamin Netanyahu, candidato alla carica di Primo Ministro per il Likud, il partito della destra conservatrice israeliana.

Idealmente siamo, o dovremmo essere, agli antipodi e l’esperienza mi insegna che idee ed emozioni opposte si comunicano attraverso codici opposti. Eppure i siti sono chiaramente l’uno la copia dell’altro: stessi colori, stesse funzionalità, contenuti multimediali, sistema delle donazioni, mood grafico e integrazione con le piattaforme di social network. È un plagio, ovvio, talmente sfacciato che è impossibile negarlo. Ed infatti nessuno lo nega:

L’imitazione è la più grande forma di adulazione. Siamo tutti impegnati nello stesso campo, quindi abbiamo dato un’occhiata molto attenta a quello che ha fatto l’uomo che ha avuto il successo maggiore e abbiamo cercato di trarre insegnamento da lui.”

È quanto ha affermato Ron Dermer, uno dei consiglieri per la campagna di Netanyahu.

Certo è un mondo strano quello in cui il Likud, il partito dei falchi israeliani, la destra amica di Bush e dei neocons, quello della guerra all’Irak, all’Iran e a chiunque osi mettere in discussione l’operato del governo israeliano, adora Barack Obama, il messia buono, l’uomo della pace e del cambiamento.

Ancora più strano se si pensa che oltreoceano qualcuno è spaventato perché ora gli USA “hanno un presidente musulmano”, quando invece tutti sanno che è cristiano.

Poi uno pensa al video di Al-Zawahiri dell’altro giorno, quello in cui il portavoce di al Qaida ha definito Obama il domestico negro a servizio degli ebrei, e le cose iniziano a farsi più chiare.

Bisogna compattare i ranghi per la prossima impresa di espansione statalista che, com’è noto, riesce molto meglio se ci si coalizza contro un nemico comune che minaccia la nostra tranquillità. Meglio ancora se ci scappa una guerra, specie in un difficile momento economico come quello che questa crisi offre, guardacaso, all’uopo. 

E all’adunata per “l’armiamoci e partite” mancava l’altra metà del cielo, quella dei buoni e dei puri, dei progressisti e dei democratici che possono credere nel cambiamento. Pazienza se poi l’unico cambiamento è quello del direttore d’orchestra, mentre la musica rimane la stessa.

Magari la storia non si ripeterà, certo è che in mancanza di upcomings ha l’abitudine di mandare in onda i soliti vecchi film.

 

 

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La vita non è più così tranquilla a Walden

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Amo pochi film di Oliver Stone, anzi sono esattamente tre le opere del regista americano che più mi convincono: JFK, Platoon e Gli intrighi del potere (1995), di cui riporto la scena che secondo me riassume il significato dell’intero film. La paranoica ambizione di un uomo estremamente instabile, tormentato dalla convinzione di non essere accettato, e deciso a sopperire questo deficit rincorrendo con ogni mezzo il potere. Basterà, a dire il vero più a noi che a lui, la banale deduzione di una ragazzina per capire che quella é una corsa vana e che il potere di cui si crede tenutario, in realtà è un animale indomabile fuori dal suo controllo.


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