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Come sempre un ottimo articolo di Michael S. Rozeff, preso dal come sempre ottimo Panarchy.org che, informo, è tornato finalmente online.

Nota: Nel corso di questo scritto Michael Rozeff ripete in vari modi lo stesso messaggio: libertà di gestione. Il fatto che una richiesta così semplice e ragionevole (già contenuta nella dichiarazione di Indipendenza Americana: “il governo … che deriva il suo potere legittimo dal consenso dei governati”) debba essere reiterata in maniera così insistente rende perplessi in che pazzo mondo noi viviamo attualmente. Allora è sufficiente ricordarsi il famoso slogan: la Guerra è Pace, la Libertà è Schiavitù, l’Ignoranza è Forza, e capiamo immediatamente che siamo ancora nello stato di Oceania, in conflitto permanente con lo stato di Estasia e lo stato di Eurasia.
Ecco perché testi come quello che qui si presenta sono necessari, in modo da accelerare il momento in cui il Grande Fratello (lo stato territoriale monopolistico) scomparirà dalla faccia della terra e con esso avrà termine un incubo mostruoso.

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Che cosa è un governo? È uno strumento organizzativo attraverso il quale gli individui sperano di dare ordine a talune loro interazioni. Il governo è la struttura e l’insieme dei mezzi attraverso cui le persone si gestiscono. La gestione, o regolamentazione di certe interazioni, è il bene essenziale a cui mira la gente quando istituisce un governo.

La libertà nelle scelte gestionali ha le sue radici nella libertà di un essere umano di decidere il corso della sua vita. Io considero la libertà di gestione come un bene in sé stesso e come un qualcosa di strumentalmente buono sia per le persone che per i gruppi. L’idea di base della panarchia in relazione al governo è che una persona esprima il suo consenso su tutti gi aspetti gestionali che lo riguardano. L’ideale della panarchia è l’avere il tipo di gestione che ciascuno si è scelto. La libertà nella scelta della struttura di gestione è il fondamento della panarchia, il che è l’opposto della tirannia, cioè l’essere forzati a vivere sotto un governo scelto da altri.

Le idee sulla costrizione variano da persona a persona. Esiste la possibilità di una vasta serie di modi di gestione, e la storia mostra un certo numero di realizzazioni diverse. Quello che una persona considera come un obbligo potrebbe essere visto da un altro come un fattore di libertà. La panarchia accetta una varietà di differenti forme di gestione esistenti l’una accanto all’altra.

Quando una persona formula affermazioni riguardo alla natura della struttura governativa o come debba essere costituita, quella persona sta esprimendo un parere del tutto personale rispetto al quale altri potrebbero pensarla diversamente. Se John Adams dicesse che abbiamo bisogno di una costituzione e ne redigesse una per il Massachusetts, o sostenesse che dovrebbe essere approvata a maggioranza, o che dovrebbe garantire determinati diritti, o che dovrebbe valere in perpetuità, o che un particolare gruppo di persone dovrebbe votare al riguardo, e così via, ciò significherebbe che egli sta limitando i possibili schemi organizzativi e anche la loro evoluzione nel tempo. Così facendo egli sta decidendo a priori chi sono le persone di rilievo che faranno parte del gruppo che prenderà le decisioni e persino che peso avranno i loro voti. Ciò è contrario alla panarchia.

Il panarchico non cerca di imporre una forma di governo agli altri, sebbene egli possa di certo sostenere che alcune forme sono preferibili ad altre, non solo per sé stesso ma anche per altri. Io mi definisco un anarchico (come pure un panarchico) perché la mie preferenza personale è per nessun-governo-come-lo-conosciamo-attualmente. Ciò che io voglio è la libera gestione. Io penso che non si possa fare a meno della gestione organizzativa in tutti i casi in cui le persone vivono assieme. La forma della gestione, a mio avviso, dovrebbe essere talmente decentralizzata e aperta alla scelta personale che molto difficilmente si potrebbe qualificare col nome di governo. Le mie opinioni anarchiche non coincidono con la mia posizione panarchica. La concezione panarchica svolge una funzione più elevata in quanto è una teoria sociale generale. Logicamente essa precede la scelta di una particolare forma di gestione.

Parlando da anarchico, ho criticato frequentemente il governo-come-lo-conosciamo-attualmente. E continuo a criticarlo. In questo sono come uno che vuole la libertà e cerca di persuadere altri a volerla. Ma desidero distinguere chiaramente le mie preferenze rispetto a coloro che sono favorevoli all’attuale forma di governo. Il fatto di essere obbligato a vivere sotto un potere che mi domina, mi porta a non considerarlo affatto come un governo. Io non ho alcuna intenzione di farmi manipolare dalle parole. Per cui quello che al giorno d’oggi si chiama “governo” io non lo nobilito con l’uso di tale termine in quanto si tratta di una tirannia. Sono le persone consapevoli di vivere sotto una tirannia che sono impedite dallo scegliere la loro forma di governo. Per esse, il “governo” non è affatto un governo: è una frusta, una catena, una prigione. È un potere che li deruba della loro umanità. Io definisco governo solamente quello che è reso legittimo dal consenso dei governati. Essere “governato” da una banda di delinquenti o da un dittatore o da un tiranno, senza il consenso personale, non ha nulla in comune con un governo legittimo. È una contraddizione terminologica affermare si è governati da un tiranno. Una persona non è governata da un tiranno, è comandata. Certi affari sociali possono essere gestiti da una organizzazione senza essere dominati da un potere sovrano. Essere controllati dalla forza bruta non è lo stesso che essere gestiti da una forma legittima di governo. Nel primo caso si tratta di un affare criminale, nell’altro di un sistema pacifico basato sul consenso. Fare confusione tra questi due tipi di relazioni ottunde il senso morale e pone sullo stesso piano aspetti del tutto distinti. Questo modo di pensare lo abbiamo ereditato da Aristotele e lo abbiamo perpetuato fino ai giorni nostri. È tempo di seppellirlo.

In che cosa la panarchia si differenzia dall’anarco-capitalismo? Dal momento che l’anarco-capitalismo è una forma di anarchismo, esso esprime una preferenza personale per una particolare forma di gestione e di governo. Sarebbe una digressione e un compito troppo grandi discutere che cosa sia l’anarco-capitalismo. Per convenienza, utilizzo una citazione da Wikipedia: “L’anarco-capitalismo (conosciuto anche come anarchia del libero mercato) è una filosofia politica individualista e anarchica che si prefigge l’eliminazione dello stato e la promozione dell’individuo sovrano nell’ambito di un mercato libero.”

Se lo stato fosse solo una tirannia, come credo lo vedano e lo qualifichino alcuni sostenitori di rilievo dell’anarco-capitalismo, allora ci sarebbe, a questo riguardo, concordanza di vedute tra la panarchia e l’anarco-capitalismo. Ma, lo stato non è solo tirannia. Molte persone sono a favore dello stato. Molti votano a sostegno dello stato e dei suoi programmi. Esiste un certo ammontare di consenso e di appoggio per lo stato e per quello che esso fa. Esiste una domanda di vari tipi di stato, come appare chiaro da una ricognizione geografia e storica. La varietà stessa degli stati indica una serie diversa di richieste. Osserviamo questa varietà di richieste nel fatto che alcuni di coloro che sono insoddisfatti degli attuali governi mastodontici vorrebbero ritornare ai governi più snelli del passato. Prefiggersi l’eliminazione dello stato, come indicato dalla citazione precedente sull’anarco-capitalismo, equivale a sostenere l’imposizione su altri delle proprie preferenze riguardo alla forma di gestione. Non tutti vogliono il libero mercato applicato a qualsiasi transazione o l’eliminazione totale dello stato. Un panarchico non ha come obiettivo l’eliminazione dello stato come sua preoccupazione generale, anche se come anarchico quella rappresenta la sua preferenza personale o anche se egli cerca di persuadere altri a preferire di vivere con uno stato notevolmente ridotto o addirittura senza alcun apparato statale.

Il panarchico non si propone di rendere qualsiasi individuo sovrano nell’ambito di un libero mercato. Personalmente uno potrebbe volere una società con relazioni sociali di un certo tipo, come potrei volere anche io, ma un panarchico non si prefigge che i cambiamenti coinvolgano anche altri, ma solo lui assieme ad altri che hanno gli stessi suoi desideri.

La finalità del panarchico è la libertà di gestione.

Fin qui non ho mai menzionato la parola territorio. È implicito nell’idea della panarchia che i confini territoriali che sono stati eretti dagli uomini, in maniera più o meno arbitraria o con la forza delle armi o con altri simili mezzi e non in maniera legittima quale potrebbe essere l’avere coltivato un pezzo di terra, non possono costituire una base per raggruppare assieme le persone contro la loro volontà o senza il loro consenso. In realtà, non si può imporre dall’esterno un criterio arbitrario e conservare al tempo stesso la libertà di gestione. Il territorio costituisce un esempio di simili criteri ma ce ne sono altri quali la tribù, il colore della pelle, la religione, l’etnia, la classe, la densità di popolazione, l’età, il sesso e così via.

L’anarco-capitalista che si prefigge la scomparsa dello stato assume implicitamente che tutte le persone che vivono in un dato territorio che lo stato ha proclamato come suo formino un popolo che dovrebbe essere liberato dalla presenza dello stato e di tutti i suoi interventi e programmi. Il libertario che vuole la libertà nell’uso delle droghe si immagina implicitamente una giurisdizione territoriale dove godere di questa libertà. L’esperto di problemi monetari che propone l’introduzione del gold standard dà implicitamente per scontata l’esistenza di un territorio in cui esso è operativo. Allo stesso modo, quando John Adams propone una costituzione per il Massachusetts, egli ha in mente tutte le persone che vivono all’interno di un determinato confine. In tutti questi casi e in altri ancora, il difensore della libertà sta introducendo le sue personali preferenze. Questa persona sta in realtà indicando come vorrebbe vivere e come pensa che altri dovrebbero vivere, e le sue preferenze sono definite con il termine libertà. Com’è naturale, questo approccio è rifiutato da coloro che vogliono che siano in vigore alcuni aspetti dello stato. Ci sono quelli che vogliono che le droghe siano vietate o che l’aborto sia vietato o che il governo assicuri l’assistenza sociale. Dal loro punto di vista la “libertà” sostenuta da un libertario o da un anarchico costituisce una imposizione. Essa minaccia lo stile di vita da loro preferito.

Cercando di conseguire la libertà per tutti, il libertario o anarchico ne diventa il nemico peggiore. Egli allontana tutti coloro che si sentono minacciati da alcuni aspetti del suo programma di libertà che essi non approvano. Per di più, l’anarchico libertario discute continuamente con altri libertari e anarchici sul 25 per cento di questioni su cui non vi è accordo.

Il panarchico, sostenendo la libertà di gestione, implicitamente non basa la gestione che riguarda gli altri su nulla che abbia a che fare con il territorio, con la religione, con l’etnia o con altri criteri simili. Coloro che danno vita alla loro forma di gestione potrebbero scegliere uno di questi criteri per sé stessi, ma l’idea panarchica non li include tra i suoi presupposti.

Se coloro che sono a favore della libertà conseguiranno successi significativi nel conseguimento di un grado di libertà più elevato, essi non possono lasciare che le loro preferenze personali riguardo ad una esistenza libera li portino a ignorare che la panarchia è la sola idea logica che è in sintonia con qualsiasi tipo e colore di preferenze personali.

Non ci sarà mai un movimento capace di lottare con successo per la libertà se non quando ci sarà un accordo comune su un ideale singolo di alto livello; l’essere divisi equivale all’essere sconfitti. La libertà di gestione è tale ideale. Il tema unificatore deve avere a che fare con il significato della libertà. I libertari, gli anarchici e i panarchici non possono conseguire il successo se non si uniscono sotto uno striscione o una richiesta comune che è, a mio avviso: Libertà di Gestione. Ciò significa libertà di formare un gruppo o di associarsi dappertutto sulla terra, incluso il fatto di disperdersi sulla superficie terrestre; significa inoltre che all’interno di quel gruppo esiste il consenso volontario dei governati al tipo di gestione prescelto.

Ci sono parecchi libertari in America, forse la maggioranza, che vogliono cambiare la costituzione o ritornare alla sua natura originaria o altre cose simili, oppure che vogliono cambiare la legge sotto la quale noi viviamo. Nel perseguire tali cambiamenti, danno per scontato che miglioreranno la condizione degli altri dando loro la libertà. A quel punto però si scontrano con una enorme resistenza, per il fatto che esiste una pluralità notevole di preferenze personali che non possono essere risolte sotto nessuna forma di governo, inclusa la forma libertaria che vuole portare a tutti la sua versione di libertà. L’insieme di questo sforzo tende a realizzare i nostri destini collettivi all’interno di un unico schema di gestione uguale per tutti. La qual cosa può essere solamente tirannica in quanto molti si oppongono a quello schema e rifiutano di dare il loro assenso.

Se la strategia per conseguire la libertà fosse mirata al raggiungimento di un fine generale di livello superiore – la libertà di gestione – queste difficoltà si scioglierebbero come neve al sole. Se tutti coloro che cercano la libertà facessero chiarezza sul fatto che essi vogliono solo governare sé stessi in maniera volontaria, essi sarebbero più prossimi alla concezione espressa dai coloni americani quando si separarono dalla Gran Bretagna. In tal modo coloro che vogliono la libertà si unirebbero e avrebbero una probabilità di successo di gran lunga maggiore nello sviluppo della libertà. Essi non costituirebbero più una minaccia per lo stile di vita degli altri, e la resistenza da parte di questi non avrebbe più senso e ragione di esistere. Essi si porrebbero inoltre su un piano morale più elevato; infatti chi potrebbe validamente criticare qualcuno che vuole per sé la libertà di gestione? Chi potrebbe muovere obiezioni al fatto che il governo dovrebbe avere il consenso dei governati? Se questi principi sono accettati, allora le sole riserve e critiche riguardano la pratica. Le persone si domandano come tutto ciò potrebbe essere realizzato. Come funzionerebbe in realtà. Questi problemi possono essere sempre risolti un volta che si è d’accordo sulla questione di principio, che è l’aspetto più importante. E il principio è il seguente: Libertà di gestione. Libertà nella scelta di chi gestisce senza introdurre restrizioni territoriali o qualsiasi altro criterio imposto, e promuovendo la libertà delle persone di associarsi in gruppi, o di rimanere separati, il tutto sulla base di libere scelte personali.

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2008-11-14timeobamaQuesta è la home page di Barack Obama, neo Presidente Eletto degli Stati Uniti, ormai divenuto icona liberal globale che attira trasversalmente le simpatie di tutto il mondo politico internazionale. L’ultimo rigurgito di razzismo politicamente corretto che impone di elogiare Obama per lo stesso motivo per cui altri lo disprezzano, semplicemente perché è nero.

Questa invece, benché a prima vista si potrebbe pensare trattarsi della versione ebraica dello stesso sito, la home page di Benjamin Netanyahu, candidato alla carica di Primo Ministro per il Likud, il partito della destra conservatrice israeliana.

Idealmente siamo, o dovremmo essere, agli antipodi e l’esperienza mi insegna che idee ed emozioni opposte si comunicano attraverso codici opposti. Eppure i siti sono chiaramente l’uno la copia dell’altro: stessi colori, stesse funzionalità, contenuti multimediali, sistema delle donazioni, mood grafico e integrazione con le piattaforme di social network. È un plagio, ovvio, talmente sfacciato che è impossibile negarlo. Ed infatti nessuno lo nega:

L’imitazione è la più grande forma di adulazione. Siamo tutti impegnati nello stesso campo, quindi abbiamo dato un’occhiata molto attenta a quello che ha fatto l’uomo che ha avuto il successo maggiore e abbiamo cercato di trarre insegnamento da lui.”

È quanto ha affermato Ron Dermer, uno dei consiglieri per la campagna di Netanyahu.

Certo è un mondo strano quello in cui il Likud, il partito dei falchi israeliani, la destra amica di Bush e dei neocons, quello della guerra all’Irak, all’Iran e a chiunque osi mettere in discussione l’operato del governo israeliano, adora Barack Obama, il messia buono, l’uomo della pace e del cambiamento.

Ancora più strano se si pensa che oltreoceano qualcuno è spaventato perché ora gli USA “hanno un presidente musulmano”, quando invece tutti sanno che è cristiano.

Poi uno pensa al video di Al-Zawahiri dell’altro giorno, quello in cui il portavoce di al Qaida ha definito Obama il domestico negro a servizio degli ebrei, e le cose iniziano a farsi più chiare.

Bisogna compattare i ranghi per la prossima impresa di espansione statalista che, com’è noto, riesce molto meglio se ci si coalizza contro un nemico comune che minaccia la nostra tranquillità. Meglio ancora se ci scappa una guerra, specie in un difficile momento economico come quello che questa crisi offre, guardacaso, all’uopo. 

E all’adunata per “l’armiamoci e partite” mancava l’altra metà del cielo, quella dei buoni e dei puri, dei progressisti e dei democratici che possono credere nel cambiamento. Pazienza se poi l’unico cambiamento è quello del direttore d’orchestra, mentre la musica rimane la stessa.

Magari la storia non si ripeterà, certo è che in mancanza di upcomings ha l’abitudine di mandare in onda i soliti vecchi film.

 

 

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Se è uno sporco lavoro e qualcuno lo deve pur fare, allora che lo faccia in tutta comodità. Giusto?

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Quando persone affamate trovano cibo tendono a inghiottirlo avidamente quasi senza masticarlo. L’abbiamo provato tutti: quando siamo molto affamati e finalmente otteniamo il desiderato pasto il battito cardiaco sale, ci sentiamo euforici e stremati (cioè stressati), e mangiamo il più rapidamente possibile, senza sapere davvero perché. In un certo senso, liberiamo l’animale che è in noi, il cavernicolo che pensa solo alla sopravvivenza e alla riproduzione. Quando il cibo è scarso, che è ciò che per noi comporta la fame, esso divora tutto il possibile per “salvare la pelle”.

Ovviamente, nella nostra moderna società civile e almeno nel così detto Occidente, non c’è quasi nessuna ragione per ingurgitare così avidamente. Non manca né il cibo né il tempo per mangiarlo, e mangiare troppo veloce, come insegnano i talebani del salutismo, non è bene.
Ma non è facile tenere a bada l’istinto. E per fortuna, dato che è stata la cosa che praticamente ci ha mantenuti vivi per tre milioni di anni.

Quindi, quando siamo davvero affamati e troviamo di che alimentarci sostanzialmente cediamo ad istinti primitivi – dimenticando tutto ciò che è civile solo per ottenere quelle calorie di cui i nostri corpi hanno bisogno per continuare a funzionare.

Lo stesso sembra essere stato per la politica di questo secolo. Proprio come le persone abituate a mangiare con regolarità accusano più facilmente i morsi della fame, i politici nel ventesimo secolo hanno imparato che avevano un sacco di potere alla loro portata. I loro poteri sono notevolmente aumentati nel corso dell’ultimo secolo, spesso come conseguenza di inutili (la propaganda in qualche modo è riuscita a far cadere le prime due lettere della parola) guerre combattute solo per accrescere i poteri dello stato. Con un simile appetito costruito dalla classe politica, non ci siamo accorti della sua veloce crescita e quindi neanche che la nostra libertà è stata rapidamente indebolita e presa in ostaggio.

Alla crisi degli anni ‘70 e seguirono i “gloriosi” anni ‘80, e con essi avvenne un cambiamento di cui i pundits statalisti paralno ancora: la cosiddetta rivoluzione della Thatcher nel Regno Unito e la dottrina Reagan negli USA.
Tali regimi, checché ne dicano gli statalisti di destra, non hanno rappresentato affatto grandi momenti di libertà individuale; tuttavia si deve riconoscere che costrinsero lo stato a rientrare entro certi limiti (in quei paesi). In altre parole: il potere politico diminuì con la forza – principalmente quella retorica e in parte quella reale. Un nuovo trend per l’Occidente: lo stato che indietreggia per far spazio all’enorme potenziale della ricchezza prodotta dal mercato.

I politici di sinistra, hanno spesso lamentato le ingiustizie (vere o presunte) causate dalle nuove politiche dell’economia supply-side (che si potrebbe definire correttamente anche come corporativismo fascista). E la cosiddetta globalizzazione che ne deriva da allora è diventata l’incubo degli statalisti di sinistra.

I politici di destra ebbero il loro momento di gloria, poiché, retoricamente, erano sostenitori di un’ economia meno limitata e, pertanto, nell’immaginario delle persone furono recepiti come i creatori della nuova economia e della grande prosperità da essa generata. (Come i politici possano essere concepiti come creatori di qualcosa di buono nel senso letterale del termine rimane un mistero dato che, nella migliore delle ipotesi, essi non sono altro che parassiti). Ma la destra scoprì ben presto che persone un po’ più libere e un’economia meno regolata sono molto più difficili da comandare; difatti, guadagnavano potere grazie alla popolarità garantita dal boom economico e parimenti lo perdevano man mano che le persone si arricchivano.

In un certo senso, e forse anche in termini generali, i poteri dello stato furono un po’ più limitati rispetto a prima. Ma, come abbiamo visto, con l’abitudine a consumare grandi quantità di ricchezza arriva invariabilmente una gran fame. Questo appetito, però, non poteva essere soddisfatto, e così i politici soffrivano.
Purtroppo però la tendenza non si è potuta invertire fino alla tragedia dell’11/09.
Bush e i suoi affamati lacché colsero rapidamente l’occasione e giocarono con la paura della gente per ottenere l’approvazione necessaria a strappare agli americani diritti e libertà senza troppi clamori. Nel frattempo le guerre iniziavano e persone all’oscuro di tutto davano il loro consenso a sostenere “temporaneamente” campi di tortura, dimenticando migliaia di soldati morti, l’aumento delle imposte (soprattutto indirettamente, attraverso il debito pubblico) e accettavano implicitamente la “necessità” per il governo attribuirsi poteri totalitari a livello nazionale.

Bush e la sua cricca di parassiti affamati e assetati di potere approfittò della situazione e fece ciò che qualunque cavernicolo affamato farebbe davanti ad un tavolo traboccante di cibo: divorò qualunque cosa su cui riuscì a mettere le mani, e lo fece in fretta, probabilmente (si spera) più in fretta di quanto avrebbe dovuto.

Non appena i cavernicoli di tutto il mondo appresero di questa opportunità si attivarono presto per fare la stessa cosa. E così tutti i paesi del mondo hanno adottato misure “anti-terrorismo”, fondamentalmente leggi che limitano la libertà della popolazione e lasciano gli individui inermi dinanzi allo strapotere dello stato. Queste leggi non hanno come obiettivo i “terroristi” – e neanche le persone che lo stato considera tali – ma riguardano esclusivamente la popolazione.

La sorveglianza e il controllo assiduo quasi mai puntano a dei credibili obiettivi terroristi (lo stato è una bestia acefala, priva di immaginazione), ma solo ad “obiettivi” che riguardano la maggior parte delle persone. Così ci ritroviamo con i telefoni e le e-mail sotto controllo, la videosorveglianza ad ogni angolo e un gran numero autorità che devono valutare e, casomai, approvare le nostre intenzioni di fare determinate cose. Possiamo convincerci che politici credano sinceramente di contrastare il “terrorismo” (ammesso e non concesso che esista) attraverso l’ascolto della telefonata con la zia o spiandoci mentre guidiamo, passeggiamo o facciamo la spesa al supermercato?

Questi nuovi poteri stabiliti da e per lo stato sono tanto più ridicoli quanto più si prende in considerazione il motivo per cui certe misure sono state approntate. Per esempio, la Svezia presto consentirà alla polizia di salvare e catalogare regolarmente tutte le e-mail ed il traffico telefonico provenienti da qualunque luogo oltre i confini nazionali.

Chi dovrebbe credere che un paese come la Svezia, vile e defilato al punto da non riuscire nemmeno a prendere una posizione quando gli “alleati” stavano per vincere la WWII, potrebbe essere un plausibile obiettivo di Al-Qaida?

Il fatto che tutti i partiti e tutti i politici sostengano senza riserve la sorveglianza su larga scala, dovrebbe dirci qualcosa. È così ovvio nell’interesse del potere avere solide strutture di sorveglianza che i politici nemmeno si preoccupano di fare notare le differenze tra partiti: a noi questa elementare realtà viene spacciata per “coesione davanti al pericolo”, “unità delle istituzioni” e altre puttanate simili.

Quello che stiamo vedendo è semplicemente la fame dei politici che divora tutto ciò che può.
E così sarà finché le persone – più o meno coscientemente – vorranno dato che non esistono reali restrizioni al potere degli stati. I politici sono al potere e fanno le regole; essi possono in qualunque momento abrogare o ignorare queste regole, dipende dai loro interessi.

Io, mi auguro che divorino la nostra libertà così velocemente da morire soffocati, o quantomeno al punto di farsi venire qualche serio problema di stomaco.

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Questo articolo ha dell’incredibile. Per chi non avesse tempo e voglia di leggerselo integralmente, lo riassumo brevemente. Un bambino del Wisconsin di 8 anni, un virtuoso della chitarra elettrica, da qualche tempo ha fatto il botto nella sua zona, riempendo i cartelloni di club e festival blues con le date dei concerti. A qualcuno la cosa non è piaciuta e, anonimamente, ha pensato di informare l’agenzia statale “Equal Rights Dvision” che si occupa di far rispettare le leggi sull’età di ingaggio dei lavoratori.

La parti del pezzo che mi sono sembrate più significative :

«Quando il padre di Tallan gli ha letto la lettera in cui si diceva che non avrebbe più potuto suonare nei club (può comunque suonare ai festival), la risposta del ragazzo – come la sua musica – andò ben oltre quella che ci si aspetta da uno della sua età».

«Non conta quante volte vieni messo al tappeto, conta quante volte ti sei rialzato per continuare ad andare avanti. E suo padre Carl gli ha risposto “è esattamente questo il caso e se non altro questa lettera ti ha insegnato una lezione di vita».

«La lezione può essere dura: ogni volta che si esibisce, chi gli dà l’incarico può essere multato con una somma che va dai 25 ai 1000 dollari e i genitori con una che va da 10 a 250».

«Jennifer Ortiz dell’agenzia statale Equal Rights Division ha detto che il suo ufficio ha l’obbligo di fare rispettare la legge ogni qual volta venga a conoscenza di una violazione».

Quale “lezione di vita” può imparare il bambino da questo episodio?

Che musicisti meno capaci possono sempre lamentarsi con lo stato se un bambino più talentuoso gli sta “rubando” i concerti?

Che nella terra della “vita, libertà, e ricerca della felicità” lo stato può negare sistematicamente a qualcuno la libertà e la ricerca della felicità?

Che nella “terra delle opportunità,” lo stato può negare a qualcuno la sua opportunità?

Che tutti gli uomini sono stati creati uguali, ma alcuni esseri umani (adulti) sono più uguali degli altri?

Ottime lezioni da imparare in età così precoce.

Non si capisce poi perché ai bambini che vogliono lavorare dovrebbe essere negata la possibilità di farlo, sia che si tratti di prodigi delle cinque corde, o di bambini “normali” disposti a fare qualsiasi lavoro che “potrebbe fare anche un bambino”.

Se un bambino può svolgere i lavori più semplici, e li vuole veramente fare, non è un ostacolo alla produttività impedirglielo e pretendere invece che sia un adulto a farlo, il quale potrebbe semmai svolgere mansioni più avanzate?

Infatti, un bambino otterrebbe una formazione migliore se acquisendo nuove capacità e conoscenze fosse messo subito a svolgere lavori più avanzati ad una retribuzione più alta.
Un mio amico da giovane faceva il “liceo rustico” come chiamavamo noi all’epoca l’istituto di agraria. C’era finito perché il padre aveva una piccola azienda agricola dove chiaramente lui sarebbe entrato a lavorare finita la scuola. Tuttavia, quando l’unica ricompensa era un semplice voto sulla pagella di fine anno, non aveva alcun interesse per le scienze, anzi le detestava, e fini con il diplomarsi giusto per prendere il famigerato pezzo di carta. Poi iniziò a lavorare e ad appassionarsi a quel che faceva, si interessò ai mangimi per le bestie che allevava e cominciò a prepararne alcuni per conto proprio. Per farla breve, dopo un paio d’anni si iscrisse a biologia, si laureò ed oggi ha una sua azienda zootecnica che produce alimenti per animali particolarmente innovativi e che gli fanno guadagnare una discreta quantità di soldi.

È lo stesso che avviene alle persone che durante la lezione di matematica o chimica si addormentavano in classe, inspiegabilmente diventano geni dell’aritmetica prima di entrare al casinò.

Ad ogni modo, se lo stato esistesse veramente per proteggere i nostri diritti, quel bambino americano dovrebbe poter suonare come e dove vuole. Ma poiché diventa sempre più incredibilmente chiaro, nella pratica come pure nella teoria, che non è così dobbiamo necessariamente pensare che esso esiste per violare i diritti di qualcuno per beneficiare qualcun altro.

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