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Posts Tagged ‘libero mercato’

Qualche giorno fa riportavo la notizia del Das Kapital revival cui sta assistendo la Germania.
I tedeschi, evidentemente, sono un popolo che non si accontenta delle pure teorie e sente l’impellente bisogno di passare all’azione, previe abbondanti abluzioni nelle acque della propaganda.
Così, poiché secondo loro la causa della crisi è il fallimento del mercato, la cosa più logica che gli è parso di fare è stato invocare il socialismo. Ma, dal momento che ovunque nella storia il socialismo ha fallito, la richiesta di maggior socialismo, pensandoci, rimane una cosa ben strana. Ci sarà un nome clinico per questo atteggiamento?

Accade quindi che mentre gli americani si apprestano a decidere quale variante del socialismo implementare nella propria politica economica nei prossimi quattro anni (perché è giusto ricordare che entrambi i candidati sono socialisti), i tedeschi sembrano determinati a voler dare nuova vita ad una dottrina in realtà mai morta.

Dal Finacial Times, apprendiamo infatti che la maggiornaza dei tedeschi è oggi a favore della nazionalizzazione:

La stragrande maggioranza dei tedeschi sarebbe favorevole alla nazionalizzazione di grandi segmenti dell’economia, compresa l’energia, i trasporti e le infrastrutture finanziarie, secondo un nuovo sondaggio d’opinione che evidenzia la forza dell’opposizione popolare al liberalismo di libero mercato nella più grande potenza economica europea.

Non per fare il profeta di sventura, ma mi chiedo qual’è la parte dell’ultima lezione di storia che i tedeschi non hanno appreso.


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Nel forum di Finanza Online ho trovato questo interessante articolo di Fabio Gardel
che descrive con estrema chiarezza il percorso del declino morale, culturale e sociale della civiltà segnato dal’élite della falsificazione per mezzo della creazione di moneta dal nulla.
La chiave di volta di un sistema che può crollare in venti minuti. E un sistema del genere, converrete, non è un buon sistema. L’articolo è un po’ lungo, ma… worth the reading guys.

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Note sulla moneta e sulla civil

Nel lungo periodo ogni cosa tende verso la disgregazione. Le cose vive congiurano verso una pienezza, la fioritura, e poi decadono. La civilizzazione statunitense è stata una civilizzazione breve. Apparentemente era iniziata nel migliore dei modi: l’uguaglianza degli uomini nel diritto, la difesa della proprietà, che è la definizione della libertà politica. Già allora erano più che altro parole vuote: degli ambiziosi trascinarono le colonie in una rivolta sanguinosa che impose il Continental e i sequestri forzosi. Una moneta per decreto è già piena tirannia, restano libertà di dettaglio: scegliere in quale ristorante cenare, andare in vacanza al mare o in montagna, come vestirsi. In generale il vuoto orizzonte di scelta di un individuo che vive nella società di oggi.

Il mio conterraneo Filippo Mazzei comprese e lo disse a Jefferson: non c’è libertà se c’è monopolio del diritto. Questo è terribilmente evidente nel sistema monetario. La separazione tra Stato e Moneta è essenziale alla libertà. La mancanza di questa separazione ha gelato in boccio la civilizzazione americana che avrebbe dovuto basarsi sulla cancellazione di classi privilegiate. Monopolio del diritto e controllo della moneta segnano la netta separazione tra i tiranni e gli schiavi. Lo sfruttamento intensivo degli schiavi pone un limite al sistema.
Negli ultimi 30 anni di sganciamento della moneta dall’oro, a fronte di un miglioramento delle tecniche produttive, l’americano medio dispone di un reddito costante in termini reali solo al costo di un aumento del venti per cento del tempo lavorato. L’impressione di prosperità, se c’è, deriva solo dal ricorso al debito. Il socialismo europeo ha consentito la riduzione del tempo lavorato; è stato più untuosamente compassionevole delle masse. L’impressione di prosperità deriva qui dalla creazione di debito pubblico e di un sistema di assegnazioni economicamente insostenibile.

Questo socialismo delle regolamentazioni della vita sociale, così come il socialismo americano per via finanziaria, hanno i giorni contati. Naturalmente i due sistemi hanno numerose sovrapposizioni e somiglianze. Si sommano così dissesti di varia natura. Tale destino infausto riserva il futuro alle nazioni più privilegiate del pianeta. Il diritto di signoraggio imposto dal Dollar Standard avvantaggia una ristrettissima elite nel mondo (finanza anglo-americana, esportatori asiatici, esportatori di materie prime) a discapito innanzitutto delle masse dei paesi del cosiddetto terzo mondo, ma anche, nel medio/lungo periodo, delle nazioni del cosiddetto Occidente.
L’evidenza del male fa nascere la credenza superstiziosa e invidiosa che l’origine di esso sia l’impresa capitalista e il commercio internazionale. In realtà esse produrrebbero l’ottimizzazione dei processi produttivi e la divisione internazionale del lavoro nei termini di maggiore efficienza economica e giustizia morale, se non fosse per la perversione della struttura economica creata dal sistema di monete per decreto gestite monopolisticamente dallo stato attraverso la banca centrale e il controllo del sistema bancario.
Se la vera motivazione all’indignazione no-global non fosse l’invidia, ma la sete di giustizia, già da tempo moneta e banca sarebbero al centro della discussione. Come scrisse John Adams a Jefferson: “All the perplexities, confusion and distresses in America arise not from defects in the constitution or confederation, nor from want of honour or virtue, as much from downright ignorance of the nature of coin, credit, and circulation.”

Esiste una correlazione perfetta nel medio/lungo periodo tra la decadenza di una civilizzazione e lo svilimento della sua moneta. L’ottimo fiorino precede e fonda la società in cui viene creata la Commedia, che rende omaggio a questa legge culturale registrando l’orrida pena secolare di Mastro Adamo e la sua dannazione eterna. Per soli tre carati di mondiglia su ventiquattro: quale infinita punizione stanno scontando o accumulando i falsari istituzionali dei tempi moderni?
L’attuale dominazione angloamericana crollerà a causa della sua sovraesposizione imperiale. Gli imperi minano la loro potenza concedendo elargizioni eccessive per garantirsi il consenso interno e avventurandosi in guerre dissipatorie. Viene diffusa l’idea che il potere possa far nascere valore economico con una atto di volontà, il cui esempio paradigmatico è il fiat sovrano che conferisce potere d’acquisto a carta o a registrazioni elettroniche. A ciò si collega l’idea che questo “benessere” debba essere difeso dall’attacco dei “nemici”. Tradizionalmente viene associata a queste operazioni la giustificazione etica della protezione e dell’esportazione di una forma “superiore” di civiltà.
L’elite della falsificazione è portatrice di un progetto culturale? Non è necessaria una intenzionalità progettuale per dare forma a una cultura. In una maniera complessa e di non immediata comprensione, il sistema moneta per decreto/banca centrale è un sistema basato sul furto e sulla truffa. Intorno a questo nucleo si strutturano le scelte individuali che si coagulano in istituzioni. Ad esempio, finché un sistema siffatto sta in piedi, l’attività finanziaria è molto più remunerativa della produzione manifatturiera, che diventa appannaggio della periferia svantaggiata del sistema.
Il diavolo si trova comunque alle prese con il suo annoso problema con i coperchi: se le banche centrali asiatiche vendessero i titoli del tesoro USA in loro possesso, il sistema crollerebbe in venti minuti. Non possiamo dubitare che sulle sponde del Pacifico ci sia una comprensione del sistema e quindi la fantasia di un simile scenario. È probabile che le autorità cinesi non considerino un vantaggio netto gli attivi in dollari derivanti dalle esportazioni, ma piuttosto la nascita di una cultura d’impresa, lo sviluppo di tecnologia, la creazione di impianti produttivi e infrastrutture, ovverosia la base di una vera ricchezza. È inoltre cruciale per l’attività portuale in Cina il controllo del canale di Taiwan. È impossibile che la riapproprazione di Taiwan non sia una priorità del governo cinese. Costretto ad un attacco proditorio dalle macchinazioni roosveltiane, nel maggio del ’42 il Giappone controllava le Filippine, la Malesia, l’Indonesia e l’Indocina; il mare che bagna quelle terre potrebbe a prima vista sembrare una porzione di oceano: in realtà è un oleodotto che serve persone, a miliardi.
L’elite della falsificazione è impegnata in progetti culturali espliciti. Ne vediamo un esempio nell’agenda sinistra dell’UNESCO. Diffusione dell’aborto, controllo della popolazione, distruzione della tradizione, controllo di una educazione globalista, cancellazione delle religioni, subordinazione della famiglia al potere politico, venerazione delle componenti non umane della natura. Sembra la vendetta di Lucifero contro l’uomo. Strappato dalla fredda gloria narcisistica da una creatura goffa, animale, sventurata, (ma che introduceva nel creato una possibilità, incerta, fragile, spesso perdente, ma nondimeno reale: la possibilità dell’amore), Lucifero piombava con le sue ali livide a Threadneedle Street e si presentava al terrorizzato Montagu Norman.

Non è possibile una società del disordine. Nessun ordo ab chao, se per questo si intende la pianificazione di un ordine massonico sulle ceneri di una civiltà. Deriva ordine in una società solo dal lento sedimentarsi di istituzioni funzionali che proteggono la proprietà di individui uguali di fronte alla legge e legati da contratti e da vincoli naturali di affetto. L’ordine e la prosperità sono quindi essenzialmente morali. Tirannie autocratiche, socialismo sovietico, fabianesimo, e quant’altro possono durare solo finché non abbiano esaurito le potenzialità produttive della società attraverso il loro sfruttamento estensivo. L’attuale fiat-dollar socialism sembra prossimo all’implosione.

Fabio Gardel



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Vi siete mai chiesti perché la mediocrità, la slealtà e l’ipocrisia, a dispetto degli sforzi dei migliori individui della società, riescono sempre a raggiungere i vertici del potere?
In un articolo del febbraio del 1998, Lawrence W. Reed, economista e scrittore presidente della Mackinac Center for Public Policy, ce lo spiega analizzando due fatti di cronaca politica internazionale dell’epoca, interpretandoli secondo la lettura del libro di F.A. von Hayek La via della schiavitù.

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Nonostante la considerevole libertà e il progresso globale degli ultimi anni – dal crollo dell’impero sovietico all’aumento delle “privatizzazioni”-, non vi è ancora alcun segnale di una diminuzione di statisti a capo di regimi stupidi e distruttivi. La migliore spiegazione del perché e del per come tali persone ottengono posizioni di potere è ancora presente in “Perché emergono i peggiori”, che è il capitolo 10 del capolavoro di Frederick von Hayek, La via della schiavitù”.
Quando Hayek nel 1944 scrisse il suo libro più famoso, il mondo era affascinato dal concetto socialista della pianificazione centralizzata. Mentre quasi tutti in Europa e in America deprecavano la brutalità del nazismo, del fascismo e del comunismo, l’opinione pubblica era plasmata e modellata da un’intellighenzia che dichiarava che questi “eccessi” del socialismo erano evitabili eccezioni. Se solo ci assicurassimo di mettere in carica le persone giuste, dicevano gli intellettuali statalisti, il pugno di ferro si trasformerebbe in guanto di velluto.

Quelli che, seguendo Hayek, “pensano che non è il sistema ciò di cui dobbiamo aver paura, ma il pericolo che esso possa essere gestito da uomini cattivi”, sono ingenui utopisti che rimarranno sempre delusi dagli esiti del socialismo.

In effetti, questa è la storia dello statalismo del ventesimo secolo: l’infinita ricerca di un luogo in cui poter realizzare il sogno, stabilendo un posto fino a che il disastro non sarà vergognosamente palese a tutti, quindi accusando le persone, piuttosto che il sistema, e infine svolazzando via, alla prossima inevitabile delusione.

Forse un giorno, nella definizione di “statista” dei dizionari potremo leggere: “Colui che non impara nulla dalla natura umana, dall’economia o dall’esperienza, e ripete continuamente gli stessi errori senza mai preoccuparsi dei diritti e della vita delle persone che calpesta con le sue buone intenzioni”.

Anche le peggiori caratteristiche della realtà statalista, ha dimostrato Hayek, “non sono sottoprodotti accidentali”, ma fenomeni che fanno parte integrante dello statalismo stesso.
Con grande lungimiranza egli ha sostenuto che “i privi di scrupoli e i disinibiti saranno probabilmente quelli di maggior successo” in ogni società in cui lo stato è visto come la risposta alla maggior parte dei problemi.
Essi sono precisamente il tipo di persone che più elevano il potere della persuasione, della forza contro la cooperazione. Lo stato, per definizione possessore del monopolio legale e politico dell’uso della forza, li attira come lo sterco attira le mosche. In ultima analisi, è l’apparato di governo che consente loro di generare devastazione attorno a noi.
Mezzo secolo dopo che Hayek ne ha scritto, difficilmente passa giorno che i giornali non riescano a fornire nuovi esempi di “peggiori che emergono”.
Due recenti esempi dai due estremi del globo mi permetteranno di illustrare la saggezza Hayek.
In Francia il 10 ottobre 1997, il primo ministro socialista Lionel Jospin propose una legge per ridurre obbligatoriamente le ore di lavoro settimanali. Entro il 2000, i datori di lavoro avrebbero dovuto ridurre le ore di lavoro dei loro dipendenti da 39 a 35, senza relativa diminuzione della retribuzione. Jospin demagogicamente promise al popolo francese che la legge avrebbe creato “un sacco di posti di lavoro”.

Ovviamente, questa non era un’amichevole richiesta ai datori di lavoro della Francia, bensì un obbligo, il che significa che i datori di lavoro che cercavano di trovare un accordo con i loro lavoratori per più di 35 ore dovevano essere multati, imprigionati, o entrambe le cose. Il primo ministro non ha fatto menzione al fatto che uno degli stati sociali più regolamentati e onerosi d’Europa aveva posto il costo del lavoro francese fuori mercato e prodotto quell’elevato tasso di disoccupazione che ora prometteva di ridurre.

In Malaysia, nel corso della stessa settimana di ottobre, il Primo Ministro Mahathir Mohamad attaccava indistintamente “disonesti”, “stolti” e “neocolonialisti” accusandoli della perdita di valore della moneta malese, il ringgit. Ricordando i potenti impazziti del recente passato, disse inoltre che i problemi economici della Malaysia erano il risultato “dell’agenda ebraica”. Egli chiese non di porre fine alla politica inflazionista del suo governo che stampava continuamente carta priva di valore, ma piuttosto di vietare lo scambio di moneta perché “inutile, improduttivo, e immorale”.

La convinzione di Jospin che si sarebbero creati posti di lavoro rendendo illegale lavorare più di 35 ore e obbligando i datori di lavoro a pagare i lavoratori per minori prestazioni, ovviamente, è ridicola. Essa era condannata fin dall’inizio a produrre più disoccupazione, non di meno, perché rendeva ciascun dipendente più costoso per il suo datore di lavoro.

Così come è ridicolo il tentativo di Mahathir di imputare colpe a tutti tranne che ai suoi precedenti interventi. Forse egli pensava a se stesso come ad un moderno Canuto il Grande, che ordina alle onde di valuta di fermarsi, per risolvere i problemi al posto suo. Certo, come fu per Canuto, le onde continueranno ad andare da Mahathir, ma molte teste potrebbero saltare in questo processo.

Questi due ottenebrati personaggi del palcoscenico politico internazionale non lo sanno, ma essi sono descritti nel libro di Hayek. Nel capitolo “Perché emergono i peggiori”, del pianificatore centrale o del “dittatore potenziale”, Hayek dice “…Potrà ottenere il sostegno di tutti gli arrendevoli e i creduloni che non hanno forti convinzioni proprie e sono predisposti ad accettare un sistema pre-costituito di valori, se solo questo viene continuamente martellato nelle loro orecchie con forza sufficiente”.
In ultima analisi, gli arrendevoli ed i creduloni sono tenuti all’angolo da Jospin e Mahathir.

Lo statista demagogo, asserisce Hayek, si appella “all’odio per un nemico” e “all’invidia per i migliori” per ottenere “la fedeltà senza riserve di masse enormi”. Per Jospin, è l’avidità dei datori di lavoro privati; per Mahathir, sono gli ebrei. Il peggiore ama servirsi dell’ipocrisia per segnare punti sulla strada dell’accumulo del potere politico.

Hayek rileva “una crescente tendenza tra gli uomini moderni a immaginare se stessi come morali perché hanno delegato i propri vizi a gruppi sempre più grandi. Agire a nome di un gruppo sembra liberi la gente da molte delle restrizioni morali che tengono a bada i comportamenti individuali all’interno del gruppo”.
Forse, entrambi i primi ministri si opporrebbero personalmente ad un individuo che costringe in punta di pistola il suo capo ad aumentargli la retribuzione, o ad un individuo che umilia pubblicamente un commerciante di valuta, ma essi non si fanno problemi a fare di queste pratiche la loro politica nazionale.

Date allo stato grande potere e le persone stupide e intolleranti della la vita e delle opinioni altrui si metteranno in fila per ottenere un posto di lavoro dal governo. Quelli che rispettano gli altri, che lasciano le altre persone in pace e desiderano essi stessi essere lasciati in pace, si dedicheranno ad altro – ossia, al lavoro produttivo nel settore privato.
Così come ci ha avvertiti Hayek nel 1944, più il governo diviene grande, più i peggiori elementi della società saliranno la sua cima.

Il francese e il malese sono solo due fra le molte persone che se in questo momento leggessero il capitolo dieci de “La via della schiavitù”, troverebbero F.A. Hayek che descrive con precisione il deplorevole corso che hanno scelto di adottare.

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Sullo stesso argomento vedi anche “La voce del Gongoro” e Tra Cielo e Terra

Link all’articolo originale



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Economia sociale di mercatoè questa la formula usata dal ministro dell’economia Tremonti per indicare la strategia politico-economica del governo italiano. Ma cos’è l’economia sociale di mercato?
Solo una formuletta dialettica dietro cui nascondere la regressione della civiltà ai tempi delle caverne.

Ce lo spiega Frank Chodorov, oramai ospite fisso di questo blog, in un articolo tratto da The Freeman del maggio 1940 tuttora di sorprendente attualità.

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Civiltà o economia da cavernicoli?

di Frank Chodorov

 

 

Mi è stato chiesto di parlare di commercio internazionale. Comincerò parlando di civiltà, quella cosa che, ci viene detto, è alla vigilia della sua distruzione. Perché io credo che ci sia un preciso rapporto tra i processi della civiltà e le modalità di scambio chiamate commercio internazionale.

 

Che cos’è la civiltà? Ci sono state molte definizioni di questo concetto, da quelle puramente materiali a quelle che sono esclusivamente culturali. Per definire questa parola correttamente, dobbiamo esaminare il modo in cui utilizziamo. In linea generale, consideriamo civiltà cose come le dogane, l’istruzione, i metodi politici, la religione, le conoscenze tecniche etc., prevalenti in ogni periodo della storia, o in qualche parte del mondo abitato. Ma, forse, tutti questi attributi possono rientrare nell’ordine delle “usanze”.

 

Se parliamo di civiltà greca evochiamo il concetto di un certo sviluppo nelle arti e nella filosofia per il contributo dei primi Greci. Si parla di civiltà egiziana e richiamiamo l’idea delle piramidi e delle forme angolari, di magnifici tribunali e relativa schiavitù. La civiltà Giapponese del XVIII secolo presenta qualcosa di diverso da quella del ventesimo secolo.

 

Ma ci deve essere qualcosa di originario in ogni civiltà, e l’unico modo con cui siamo in grado di isolare questo comune denominatore è un processo di eliminazione, immaginando una completa mancanza di civiltà.

 

Supponiamo che i nostri antenati pre-civilizzati, gli uomini delle caverne, provvedessero a soddisfare tutte le loro esigenze con il singolo impegno; cioè a dire, pescavano il pesce che mangiavano, cacciavano in modo tale da procurarsi carne e vestiti, vivevano da soli in una grotta che non condividevano con nessuno, eccetto una donna. Se avessero avuto un qualsiasi desiderio di intrattenimento, sarebbe stato necessario arrangiarsi in qualche modo. Il primo impulso dell’uomo è di cercare di soddisfare i bisogni che gli consentono di vivere, e poiché il nostro cavernicolo non scambia alcuno dei suoi prodotti con i suoi simili, è solo attraverso il suo lavoro che egli può mantenersi in vita.

 

I bisogni di questo uomo delle caverne devono essere stati molto semplici. Egli non poteva soddisfare necessità che richiedevano un certa complessità di sforzi. In altre parole, era un tuttofare maestro in nulla.

 

A tempo debito, deve avere realizzato che se lui era concentrato su uno di questi lavori, diciamo la pesca, mentre il cavernicolo suo vicino era impegnato a confezionare vestiti che entrambi indossavano, i due avrebbero potuto diventare più abili nei rispettivi lavori e ciascuno avrebbe potuto produrre di più. Ma affinché tale specializzazione fosse possibile, era necessario per questi due uomini delle caverne accordarsi per qualche metodo di scambio. Con ogni probabilità, era fondamentale per questi due curiosi individui avere fiducia reciproca. Il cavernicolo pescatore che portava il suo pesce in eccesso al vicino sarto doveva concordare nel dargli il pesce sulla promessa  che quando questi avrebbe finito il gonnellino richiesto, glielo avrebbe consegnato.

 

Vediamo, quindi, che sia i mercati che il credito sono necessari per la specializzazione. Che non si può avere divisione del lavoro produttivo senza che le specializzazioni possano essere scambiate; se un uomo che fa scarpe constata che non c’è modo di scambiarle, morirà di fame se non cambia occupazione e non va a lavorare nella produzione alimentare.

 

La civiltà, in fondo, è solo un modo di vivere insieme. La ragione per cui gli uomini vivono insieme in comunità è che ognuno, cercando di soddisfare i propri desideri con il minimo sforzo, ritiene che in una comunità, non solo vi è una maggiore produzione grazie alla divisione del lavoro, ma, ancor più importante, che essa rappresenta di per sé un mercato per gli scambi.

 

L’essere gregari può anche avere un’interpretazione psicologica, ma economicamente è solo l’espressione dei singoli desideri di trovare soddisfazione. Maggiore è il numero delle persone in una comunità, più grande sarà il mercato, più il commercio diventa facile, e, di conseguenza, maggiore sarà il numero di specializzazioni.

 

Per esempio, è solo in una grande città che una star dell’opera trova un mercato per i suoi servizi.

Una così avanzata macchina da intrattenimento come il Yankee baseball club non poteva svilupparsi, per dire, a Broken Bow in Oklahoma.

 

Non può esserci una fabbrica automobilistica che produce un migliaio di macchine al giorno se non ci sono un migliaio di acquirenti al giorno. Vediamo che dove le specializzazioni si sono altamente sviluppate, vi è un maggior numero di persone e, di conseguenza, un mercato più promettente.

 

Credo che si possa tranquillamente affermare, quindi, che la civiltà è iniziata quando l’arte del commercio è stata scoperta. Prima le specializzazioni erano necessariamente limitate alle necessità immediate, come cibo, riparo e indumenti. Ma con i suoi desideri immediati soddisfatti, l’uomo ha cercato ulteriori soddisfazioni e presto il sistema di mercato ha consentito agli individui di diventare sacerdoti, esploratori, intrattenitori di viaggio e guaritori.

 

Quindi, lo scambio delle merci con cui inizia la civiltà si sviluppa in uno scambio di servizi e di idee. Senza un mercato il medico non avrebbe potuto sviluppare e scambiare la sua abilità in cambio di beni vitali. Senza un mercato, non ci sarebbero stati avvocati, attori, professori; noi tutti dovremmo essere auto-sufficienti come l’uomo delle caverne.

 

Ogni incremento delle strutture commerciali aiuta la diffusione di valori culturali e, al contrario, ad ogni interferenza con gli scambi risulta un corrispondente “ritardo del progresso culturale”. In altre parole, più libero è il commercio, maggiore è l’anticipo della civiltà, e più restrizioni ci sono sul commercio, più sicura sarà la regressione della civiltà.

 

Non abbiamo mai avuto il libero commercio, e uso questo termine non solo nel senso degli scambi commerciali tra i popoli di vari paesi, ma anche degli scambi commerciali tra i popoli dello stesso paese. Non abbiamo mai assolutamente consentito il libero scambio delle specializzazioni produttive, il libero scambio di politiche regolamentari, senza tasse, senza privilegi. Pertanto, non siamo mai stati completamente civili.

 

E, dato che il commercio non è mai stato realmente libero, neanche la produzione non lo è mai stata. Perché l’interferenza con il mercato è l’interferenza con la produzione. Quando il mercato è limitato dal controllo governativo, governo di privilegi o di monopolio, il risultato relativo allo scambio è lo stesso. Quando vado al mercato con il mio sacco di cipolle e vengo fermato per strada da un esattore delle tasse che mi prende una parte delle mie cipolle, e poi da qualcun altro che a causa di un privilegio legale mi priva anch’esso di parte delle mie cipolle, non possono sperare di ottenere un maggior numero di patate in cambio della mia scorta esaurita di cipolle. Non c’è compassione per me e mi daranno lo stesso numero di patate, anche se io do un minor numero di cipolle; semplicemente non ho i beni per pagare le patate e torno a casa con meno di quanto sono partito.

 

E, poiché qualcuno non avrà venduto tutte le sue patate, si terrà le scorte in eccedenza in casa, e la prossima stagione non crescerà; in breve, si perde lavoro. Le interferenze con il mercato, regolamentazioni o privilegi, hanno quindi la tendenza a ridurre la produzione e l’occupazione.

 

Ogni difficoltà posta sulla via della produzione ha un effetto su quei valori culturali che sono i segni della civiltà avanzata. Per questo si deve ricordare che finché i bisogni materiali non saranno soddisfatti, tali valori culturali non faranno la loro apparizione. Quando l’uomo è in lotta per sopravvivere, non sviluppa particolari apprezzamenti per l’arte, e come questa lotta si fa più intensa e più generale, l’interesse del pensiero diminuisce in proporzione. Ciò dimostra che limitazioni alla produzione e agli scambi ritardano il progresso della civiltà.

 

La guerra rappresenta la totale negazione della libertà di scambio. In primo luogo, i militari non producono. La loro specialità consiste nella distruzione. I beni che essi distruggono sono prodotti da lavoratori che non ottengono nulla in cambio, tranne la promessa di essere pagati un po’ più avanti nel tempo. Questo pagamento può essere riconosciuto ai loro figli, o ai figli dei loro figli, attraverso la produzione futura. In ultima analisi, la regola per tutti è che i debiti possono essere saldati con prodotti o servizi. Ora, se i militari distruggono la produzione senza portare nulla in cambio sul mercato, è ovvio che chi produce avrà meno beni per se stesso e i processi e di libero mercato saranno quindi impediti. Ogni volta che – con qualunque mezzo – vengo privato della mia produzione, il mio potere di scambio è limitato nella stessa misura.

 

Embarghi, blocchi, dazi, quote, inflazione, affondamento di navi; tutti gli strumenti di guerra, hanno come scopo l’interferenza con lo scambio delle merci. Essi sono dichiaratamente la negazione degli scambi commerciali, e gli scambi commerciali, come abbiamo visto, sono sinonimo di civiltà.

 

Più importante dal punto di vista dell’umanità, è che la più distruttiva attività della guerra è la tendenza ad isolare completamente i popoli gli uni dagli altri, mentalmente e spiritualmente. La tecnica della guerra moderna è il completo isolamento, sia prima sia durante il conflitto.

 

È l’attività dello stato che vi prepara alla guerra insegnandovi ad odiare. È l’attività dello stato che vi prepara alla guerra insegnandovi a non fare scambi commerciali con alcuni popoli perché portatori di “cattive ideologie”. È l’attività dello stato che vi prepara alla guerra impedendo che le informazioni vi arrivino perché potrebbero meglio predisporvi nei confronti delle persone che siete chiamati ad uccidere. È l’attività della guerra spezzare il libero scambio di beni, servizi, idee che è connaturato a tutte le civiltà di ogni epoca.

 

Avrete certamente notato che nel trattare le questioni interconnesse al commercio e alla civiltà non ho fatto distinzioni tra commercio internazionale e commercio interno. Non ve n’è alcuna. Qual è la differenza, in sostanza, nello scambio di merci tra un newyorkese e uno del Vermont e lo scambio di merci tra un newyorkese e un canadese? Una frontiera politica rende di per sé un uomo un cattivo cliente? Quando Detroit vende un’auto al Minnesota, il debito viene saldato eventualmente con una spedizione di farina, e se l’auto è venduta in Brasile, con una spedizione di caffè. Nazionalità, colore, razza o religione non hanno alcuna importanza in uno qualsiasi di questi scambi. Questi aspetti diventano rilevanti solo nel caso in cui la tecnica di guerra è diventata parte integrante del nostro sistema politico.

 

Il commercio, interno o internazionale, è foriero di disponibilità tra gli uomini e di pace in terra.
Il contrario del commercio è l’isolamento, e l’isolamento è un segno di decadenza, di un ritorno ad un’economia da cavernicoli. Se economicamente e culturalmente è bene per l’America isolarsi dagli altri paesi, è un bene per New York isolarsi dal Connecticut, per Manhattan isolarsi dal Bronx, per ogni uomo isolare se stesso dal proprio prossimo. Proprio come gli individui si specializzano nelle professioni, così fanno le nazioni e, di solito, le specializzazioni sono determinate da migliori risorse naturali o dallo sviluppo di competenze specifiche. Non ha riflessi sugli Stati Uniti il fatto che lana australiana ha un fiocco più lungo di quello ottenuto dalle pecore americane; li ha però sulla capacità intellettuale americana se essa rende difficile agli americani ottenere questo miglior tipo di lana, così come li ha sulla capacità intellettuale australiana se essa impedisce agli australiani di godere della superiorità delle nostre automobili.

 

Isolamento e autarchia sono tecniche di guerra. Idee entrambe derivanti dallo stupido concetto di guerra come motivo e obiettivo dell’esistenza nazionale. Ambedue, quindi, sono tendenze verso la de-civilizzazione. In sostanza, isolamento e autarchia sono semplicemente i segni di un’economia nazionale cavernicola.

 

In conclusione, desidero ricordare a voi uomini d’affari che è vostro dovere sottolineare la dignità e l’importanza del commercio nella nostra vita nazionale. Agli inizi della scienza dell’economia politica, è stato insegnato che il commercio è un male necessario – che non è produttivo. Questa teoria erronea, in primo luogo enunciata dai fisiocrati francesi e successivamente sviluppata dai marxisti, al punto in cui, pontificando, dichiararono che tutte le occupazioni nel processo dello scambio sono parassitarie, non è stata ancora del tutto eliminata dai nostri libri di economia; ultimamente il nostro pensiero politico ha dimostrato di portarne alcune tracce.

 

Uno dei contributi al pensiero economico sviluppati dall’importante economista americano Henry George è stato affermare che lo scambio fa parte della produzione – che il venditore e il banchiere hanno a che fare con la produzione tanto quanto l’uomo alle macchine. Infatti, disse George, l’obiettivo della produzione è il consumo, e una cosa non è prodotta fino a che non raggiunge il consumatore. Pertanto, qualsiasi soggetto specializzato che contribuisce alla distribuzione delle cose, è altresì un produttore di cose. Più il numero delle nostre specializzazioni aumenta, più si rende necessario un grande esercito di distributori. Il mercato diventa più importante e il lavoratore, il rivenditore, l’inserzionista pubblicitario, e il vettore comune crescono e diventano maggiormente importanti nel nostro ingranaggio produttivo.

 

E la dimensione e la libertà del mercato sono il metro di misura della civiltà.

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Sentiamo cosa dice Tucker in merito alla proprietà intellettuale. No, non Benjamin R. Tucker sul cui pensiero riguardo al copyright Mingardi e Piombini hanno pubblicato un libro dall’esaustivo titolo “Copia pure”. Mi riferisco a Jeffrey Tucker, il vice direttore editoriale del Mises Institute:

“Qualcuno potrebbe obiettare che proteggere la proprietà intellettuale non sia diverso da proteggere la proprietà privata in generale. Non è cosí. La proprietà privata è scarsa. La proprietà intellettuale invece non lo è, come spiega Stephan Kinsella. Immagini, idee, suoni e la disposizione dei caratteri su una pagina: questi soggetti possono essere riprodotti infinitamente. Per tale ragione non si può pensare che essi possano essere posseduti. Non consentire di fare qualcosa in un mercato libero significa usare la violenza nel tentativo di creare scarsità artificiali.”

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