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Posts Tagged ‘Lotta di classe’

covercateneHo finalmente trovato il tempo per ultimare la traduzione fatta a quattro mani con l’amico PaxTibi del libello di Wally Conger “La teoria di classe Agorista”, tratto dagli scritti incompleti di Samuel Edward Konkin III. È scaricabile gratuitamente qui e qui
Buona lettura.

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plutocracyHo tradotto il saggio con cui Keith Preston ha vinto il mese scorso il Libertarian Alliance Essay Competition. Lo reputo un testo molto interessante, benché personalmente non ne condivida per intero il contenuto, in quanto mette in luce un aspetto che a mio avviso, e chiaramente anche a parere dell’autore, molto spesso i libertari e sostenitori del libero mercato tendono a sottovalutare: il ruolo delle élites plutocratiche in quello che, erroneamente, viene definito “sistema capitalista”. Tale sistema dovrebbe infatti essere il prodotto della libera imprenditorialità in cui ogni agente investe capitali (denaro, tempo, competenze o beni) al fine di conseguire un profitto. Ciò chiaramente lo espone a dei rischi che tuttavia tendono ad essere più limitati, quanto più il mercato è sgombero da imposizioni arbitrarie che distorcono il naturale processo scaturito dall’incontro di domanda e offerta.

Stando così le cose, sembrerebbe inutile sottolineare che oggigiorno tutto siamo tranne che una società capitalista. Il sistema politico-economico in cui viviamo, perlomeno in occidente, si potrebbe infatti descrivere come fascismo-sociale o più propriamente corporativismo. Un sistema cioè dove non è la capacità di impresa a determinare il successo dell’azione economica, bensì una fitta trama di leggi e interventi statali finalizzati a favorire determinati soggetti a scapito di altri. I beneficiari di tali privilegi possono pertanto considerarsi élites plutocratiche, le quali, con il pretesto dello “sviluppo” e inseguendo la folle chimera della “crescita” ad ogni costo, si sono imposte come la vera classe dominante.

Questo saggio ha l’indubbio pregio di fornire una lettura alternativa della storia economica e politica delle società moderne, riuscendo a dimostrare come probabilmente si sarebbe potuto creare un sistema economico davvero sostenibile se non fosse stato per il flagello statalista che si è abbattuto sull’umanità.

L’obiettivo dell’autore è chiaramente quello di esortare i libertari, tutti i libertari, a riscoprire la loro originaria funzione di radicali e intransigenti oppositori allo status quo.

Degna di segnalazione è anche la ricca bibliografia, in parte reperibile in italiano, e l’accurata sezione di note al testo, in cui peraltro trovo i principali argomenti con cui non sono d’accordo.
Come dice Preston, però, non è necessario condividere in toto ogni singola proposta qui avanzata (in particolare mi riferisco alla teoria sui diritti di proprietà esplicata da K. Carson) per riconoscere la sincera vocazione libertaria di cui esse sono portatrici.  

_______________________________________________

 

 

Un libertario politico, secondo la definizione diffusa, è colui il quale vuole ridurre drasticamente il ruolo dello Stato nella vita sociale umana, al fine di massimizzare la libertà individuale di pensiero, di azione e di associazione. Il naturale corollario dell’anti-statalismo libertario è la difesa del libero mercato in ambito economico. Molti libertari e non pochi conservatori, almeno nei paesi anglofoni, ritengono di essere convinti fautori della libera impresa. Eppure questa difesa è spesso piuttosto selettiva e timida, per non dire altro.
Libertari e conservatori per il libero mercato danno voce all’opposizione verso le imprese statalizzate, i servizi di assistenza sociale e la sanità pubblica, gli istituti educativi sovvenzionati e gestiti dallo stato, gli uffici e le agenzie di controllo, come quelli che regolano il mondo del lavoro, le relazioni tra i gruppi razziali, etnici e di genere, o quelli decidono in materia ambientale.
Tra le molte critiche libertarie, conservatrici o di libero mercato sugli interventi da parte dello Stato nella società, mancano, stranamente, quelle sulla miriade di modi in cui il governo agisce per assistere, tutelare e, quindi, imporre a titolo definitivo, un ordine economico mantenuto per il beneficio delle élites plutocratiche ad esso politicamente collegate. Naturalmente, il riconoscimento di questo fatto ha indotto alcuni a sinistra a fare facile ironia sui libertari, a cui spesso si riferiscono, non proprio affettuosamente, definendoli “repubblicani che si drogano”, o “conservatori permissivi con i gay”, e altri cliché simili.
Alcuni sostenitori della libera impresa risponderanno a tali accuse dichiarando indignatamente la loro opposizione ai tentativi dello stato di salvare dalla bancarotta le corporazioni o di sovvenzionare le imprese con l’apparente scusa della ricerca e dello sviluppo.
Tuttavia, per amore di sostenere un ordinamento economico dominato dalle corporazioni, tali difese sottostimeranno spesso il grado in cui lo stato interviene per creare deformazioni nel mercato. Tali distorsioni derivanti da una pletora di interventi includono non solo bailout e sovvenzioni, ma anche la fittizia infrastruttura giuridica del “soggetto” corporativo, la responsabilità legale limitata, i contratti collettivi, gli appalti pubblici, i prestiti, le garanzie, l’acquisto di beni, il controllo dei prezzi, i privilegi normativi, le sovvenzioni dei monopoli, le tariffe protezionistiche e le politiche commerciali, il diritto fallimentare, l’intervento militare per ottenere l’accesso ai mercati internazionali e per proteggere gli investimenti stranieri, la regolamentazione o il divieto di attività lavorative organizzate, l’esproprio per pubblica utilità, la tassazione discriminatoria, ignorando infine i reati societari e innumerevoli altre forme di favori e privilegi imposte dallo stato. [1]

Forse, il regalo decisivo dello stato all’attuale ordine corporativo è stato ciò che Kevin Carson definisce “la sovvenzione della storia”, un riferimento al processo attraverso il quale gli abitanti indigeni ed i possessori di proprietà terriere furono originariamente espropriati durante il corso della costruzione delle società tradizionali feudali e la successiva trasformazione del feudalesimo in ciò che è ora viene chiamato “capitalismo”, ovvero le società corporativiste e plutocratiche che ci ritroviamo oggi.
Contrariamente ai miti a cui alcuni credono, inclusi molti libertari, l’evoluzione del capitalismo a partire del vecchio ordine feudale non è stata quella in cui la libertà ha prevalso sul privilegio, bensì quella in cui il privilegio si è affermato in nuove e sofisticate forme. Come spiega Carson:

Ci sono due modi in cui il Parlamento potrebbe avere abolito il feudalesimo e riformato i titoli di proprietà. Potrebbe aver trattato i diritti correnti al possesso dei contadini come veri e propri titoli di proprietà nel senso moderno, e quindi abolito le loro rendite. Ma ciò che fece realmente, fu invece trattare i “diritti di proprietà” artificiali delle aristocrazie terriere, nella teoria giuridica feudale, alla stregua di reali diritti di proprietà come li intendiamo oggi; le classi latifondiste ebbero pieno titolo giuridico e i contadini furono trasformati in usufruttuari a tempo determinato senza che alcuna restrizione sulle rendite potesse essere addebitata …
Nelle colonie europee in cui già viveva una vasta classe contadina, gli stati talvolta garantivano titoli quasi feudali alle élites terriere consentendo loro di accumulare rendite grazie a chi già viveva e coltivava la terra; un buon esempio è il latifondismo, che tutt’oggi prevale in America Latina. Un altro esempio è l’Africa orientale britannica. L’autorità coloniale cacciò i contadini locali e sottrasse loro la parte più fertile del Kenya, il venti per cento dell’intero paese, in modo che il terreno potesse essere utilizzato dai coloni bianchi come pagamento-coltivazione (ovviamente, utilizzando il lavoro dei contadini cacciati, obbligati a lavorare la propria ex-terra). Quanto a coloro che rimasero sulla propria terra, essi furono “incoraggiati” ad inserirsi nel mercato del lavoro a salario grazie ad una rigida tassa che doveva essere pagata in contanti. Moltiplicate questi esempi per centinaia di volte e otterrete un briciolo della rapina su grande scala avvenuta negli ultimi 500 anni.
… I proprietari delle fabbriche non erano esenti da colpe in tutto questo. Mises sosteneva che gli investimenti in capitali su cui il sistema industriale è stato costruito in gran parte provenivano dal duro e parsimonioso lavoro di operai che risparmiarono i propri guadagni come capitale d’investimento. In realtà, tuttavia, essi furono piccoli partner dell’élite terriera, con gran parte dei loro investimenti di capitale provenienti sia dall’oligarchia terriera Whig, sia dai frutti del mercantilismo praticato oltremare, dalla schiavitù e dal colonialismo.
Inoltre, i datori di lavoro dell’industria erano soggetti a severe misure autoritarie da parte del governo al fine di tenere sotto controllo i lavoratori e ridurre il loro potere contrattuale. In Inghilterra le leggi di insediamento agivano come una sorta di sistema di passaporto interno, impedendo ai lavoratori di viaggiare al di fuori della loro circoscrizione natale senza il permesso del governo. Pertanto ai lavoratori fu impedito di “votare con i piedi”, alla ricerca di posti di lavoro più remunerativi. Potreste pensare che ciò sarebbe andato a svantaggio dei datori di lavoro nelle aree meno popolate, come Manchester e altri settori industriali del nord. Ma non temete: lo Stato corse in aiuto dei datori di lavoro. Poiché ai lavoratori era vietato migrare di propria iniziativa alla ricerca di una migliore retribuzione, i datori di lavoro erano esonerati dalla necessità di offrire salari sufficientemente elevati per attirare gli agenti liberi; al contrario, furono messi nelle condizioni di “assumere” lavoratori venduti all’asta dalle autorità della Legge dei Poveri della circoscrizione nei termini stabiliti dalla collusione tra autorità e datori di lavoro. [2]

La nazione centroamericana di El Salvador fornisce un ottimo esempio del modo in cui “il capitalismo realmente esistente” è nato. Il popolo indigeno di El Salvador, conosciuto come indiani Pipil, venne sottomesso nei primi anni del sedicesimo secolo dai conquistadores spagnoli. Non fu prima del 1821 che El Salvador ottenne la propria indipendenza dalla Spagna, per poi successivamente diventare una nazione indipendente nel 1839. Il sistema della proprietà terriera nella società salvadoregna era, sul finire del diciottesimo secolo, originariamente comunitario, con diritti di proprietà relegati alle singole città e villaggi Pipil. I prodotti agricoli primari forniti dai contadini erano bovini, indigo, mais, fagioli e caffè. I Pipil essenzialmente praticavano una sorta di lavoro autonomo-collettivo.

Come il mercato internazionale del caffé si estese, alcuni fra i più ricchi e potenti dei commercianti e proprietari terrieri, iniziarono a fare pressione sul governo di El Salvador affinché intervenisse sulla struttura economica della nazione, al fine di rendere l’accumulo della ricchezza personale più rapido mediante l’istituzione di più grandi piantagioni private e attraverso una maggiore irregimentazione della forza lavoro. Di conseguenza, il governo iniziò a distruggere il sistema tradizionale dei diritti di proprietà detenuti da città e villaggi, al fine di stabilire singole piantagioni di proprietà di quelli provenienti dalle classi privilegiate che già possedevano i mezzi di acquisizione del credito. Questo cambiamento fu attuato in diverse fasi. Nel 1846, ai proprietari terrieri con più di 5.000 piante di caffé veniva concesso per sette anni l’esonero dal pagamento dei dazi sull’esportazione e dal pagamento di imposte per un periodo di dieci anni. Le piantagioni di proprietà del governo salvadoregno furono anche trasferite ad individui privati collegati politicamente. Nel 1881, i diritti terrieri comunali posseduti per secoli dai Pipil furono revocati, rendendo l’autosufficienza per gli indiani impossibile. Il governo successivamente rifiutò di concedere anche appezzamenti di sussistenza ai Pipil non appena El Salvador passò sotto il controllo dei grandi proprietari delle piantagioni.
Questa escalation di repressione economica si scontrò con la resistenza e cinque diverse ribellioni contadine si verificarono durante la fine del diciannovesimo secolo. Dalla metà del ventesimo secolo, le piantagioni di caffé salvadoregne, chiamate fincas, producevano il novantacinque per cento delle esportazioni del paese ed erano controllate da una piccola oligarchia di famiglie proprietarie terriere. [3]

La frase “mezzi l’acquisizione di credito” del precedente paragrafo è particolarmente significativa in quanto lo scopo del controllo statale sul sistema bancario e di emissione di denaro serve a limitare selettivamente la fornitura di linee di credito, e ciò a sua volta rende l’imprenditorialità inaccessibile alla maggioranza della popolazione in generale. Infatti, Murray Rothbard sosteneva che i banchieri come classe “sono intrinsecamente propensi allo statalismo” [4] in quanto essi sono generalmente coinvolti in pratiche sbagliate, come la riserva frazionaria del credito, che porterà successivamente alle richieste di assistenza da parte dello Stato, o perché derivano gran parte del loro business dal coinvolgimento diretto con lo Stato, per esempio, attraverso la sottoscrizione di titoli di Stato. Pertanto, la classe bancaria diventa il braccio finanziario dello Stato non solo per sottoscrivere specificamente le attività dello Stato, come la guerra, il saccheggio e la repressione, ma anche servendo a creare e a mantenere una plutocrazia formata da uomini d’affari, produttori, élites politicamente collegate e altri, in grado di ottenere l’accesso alla limitata fornitura di credito nel contesto delle distorsioni del mercato generate dal monopolio dello Stato sulla moneta. [5]

Il processo mediante il quale il “capitalismo”, come è effettivamente praticato nei moderni paesi sviluppati per mezzo di una partenership tra le forze satali e del capitale, piuttosto che attraverso un vero e proprio libero mercato è già stato, molto brevemente, descritto. Resta la questione del modo in cui questo rapporto è stato successivamente mantenuto nel corso degli ultimi due secoli. Il fondamentale studio di Gabriel Kolko sullo storico rapporto tra Stato e capitale fa risalire lo sviluppo di questa simbiosi dall’America del “complesso ferroviario statale” di metà del XIX secolo attraverso la presunta “riforma” della cosiddetta Progressive Era, alla cartelizzazione del lavoro, dell’industria e del governo per mezzo del New Deal [6] di Franklin Roosevelt. In ogni fase dello sviluppo di questo capitalismo di stato americano, i membri della “classe capitalista” – banchieri, industriali, costruttori, imprenditori – essendone direttamente coinvolti, spingevano inflessibilmente per la creazione di un’economia gestita dallo stato il cui effetto sarebbe stato quello di scudo verso i concorrenti più piccoli e meno collegati politicamente, di cooptare i sindacati e generare una fonte di protezione monopolistica e un’entrata libera da costi da parte dello Stato. Simili, se non identici, paralleli si possono trovare nello sviluppo del capitalismo di Stato negli altri paesi moderni. [7]

Infatti, i paralleli possono anche essere tracciati tra le strutture del capitalismo di Stato contemporaneo e il feudalesimo storico, in quanto il governo dell’Alto Medio Evo è stato trasformato dalla sua prima identificazione con una persona specifica o più persone, in un’entità corporativa dotate di una vita ed un’identità proprie oltre a quelle dei suoi singoli membri individuali. [8]

Al di là di questo processo di trasformazione da governo personale a governo societario, l’evoluzione di un sistema di privilegio di stato-capitalista che ha soppiantato il privilegio feudale, la crescente interazione e co-dipendenza tra le élites plutocratiche e i servitori dello Stato e una più ampia integrazione del lavoro organizzato, grazie alla democrazia di massa, ha generato gruppi di interesse politico e un’espansione senza precedenti del settore pubblico che fece emergere un ordine politico-economico che si potrebbe definire “nuova signoria”. Queste “nuova signoria,” è la moltitudine delle entità burocratiche che mantiene un’identità istituzionale propria, anche se gli individui al suo interno possono cambiare con il passare del tempo, ed esiste in primo luogo per il bene della propria auto-conservazione, a prescindere dalle finalità originarie per cui esse stesse furono apparentemente istituite. La “nuova signoria” può comporsi di enti istituzionali che agiscono di diritto in qualità di armi dello Stato, come gli uffici pubblici, la polizia e le altre agenzie giudiziarie, i servizi sociali statali o le strutture educative, o possono comprendere armi de facto dello Stato, come ad esempio le banche e le imprese la cui posizione di privilegio, anzi, la cui esistenza stessa, dipende da un intervento statale. [9] Oltre all’ordine interno di questo stato-capitalista è emerso un ordine superiore internazionale radicato principalmente nella classe capitalista di stato americana e nella classe dei suoi partner-junior di determinate altre nazioni sviluppate. Ecco come Hans Hermann Hoppe descrive questo accordo:

In una prospettiva globale, inoltre, l’umanità è più vicina che mai all’istituzione di un governo mondiale. Anche prima della dissoluzione dell’Impero sovietico, gli Stati Uniti avevano conquistato l’egemonia sull’Europa occidentale e sui paesi affacciati sul Pacifico, come indicato dalla presenza di truppe americane e di basi militari, dal ruolo del dollaro americano come ultima moneta di riserva internazionale e dal sistema della Federal Reserve come ultima fonte si credito per l’intero sistema bancario occidentale, nonché da istituzioni come il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio. Inoltre, sotto l’egemonia americana, l’integrazione politica dell’Europa occidentale ha compiuto costanti progressi. Con la recente istituzione di una Banca centrale europea e una moneta unica europea (EURO), l’Unione europea è prossima alla completa unità politica. Allo stesso tempo, l’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA) rappresenta un passo significativo verso l’integrazione politica del continente americano. Con la scomparsa dell’impero sovietico e della minaccia militare che rappresentava, gli Stati Uniti sono rimasti l’unica e indiscussa superpotenza militare al mondo e il suoi “migliori poliziotti”. [10]

Questo è ciò su cui il “big business” ha puntato. Un simile imperialismo è agli antipodi dei principi libertari del governo locale e della libera impresa, come poco altro potrebbe esserlo. Finora, in questa discussione, la superficie è stata graffiata solo riguardo la distorsione del naturale processo del mercato, di ciò che esso potrebbe essere stato altrimenti se non fosse intervenuto lo stato e il corrispettivo sistema di regole corporativo-plutocratiche.
Nessuna menzione è stata fatta circa privilegio monopolistico inerente alle leggi sui brevetti e al concetto giuridico di “proprietà intellettuale”. Il ruolo delle sovvenzioni al trasporto nella centralizzazione della ricchezza e la distruzione dei piccoli concorrenti del big business non è stato trattato.
Effettivamente, un esempio pertinente può essere il fatto che senza le sovvenzioni dirette o indirette a sistemi di trasporto come quello aereo, navale o di terra a lunga distanza, necessari per la coltivazione e la gestione dei mercati internazionali, il modello dominante di vendita al dettaglio odierno e i mercati dell’alimentazione commerciale praticati da entità di gargantuesche come Wal-Mart, McDonald, ‘Tesco e altri, sarebbero probabilmente impossibili. [11]

Nessuno ha osato sfidare l’opinione comune per quanto riguarda la legittimità dei titoli di proprietà sulla terra, contrapponendovi opinioni contrarie, come quelle radicate nei principi dell’usufrutto o geoisti. [12]
Non vi è stata alcuna discussione, come invece potrebbe esserci, sul ruolo dello stato nella creazione del sottoproletariato delle società contemporanee e delle patologie sociali relative – una situazione le cui radici sono ben più profonde della semplice “cultura della dipendenza” piantate dai conservatori convenzionali e da alcuni libertari. [13] Del ruolo dello Stato nella spoliazione della popolazione agricola indigena agli inizi dello sviluppo capitalista occidentale e nel Terzo mondo contemporaneo si è discusso, ma spoliazioni continuano a verificarsi anche nella società moderna. [14]

Le implicazioni di queste intuizioni per la strategia libertaria sono quindi piuttosto profonde. Se il libertarismo deve essere identificato nell’opinione pubblica come l’apologia dello status quo dominato dalle grandi corporazioni e se i libertari procedono come se i “conservatori” apologeti delle grandi imprese fossero i loro alleati naturali, insistendo sul fatto che un mondo libertario sarebbe quello governato da gente del calibro di Boeing, Halliburton, Tesco, Microsoft, o Dupont, allora il libertarismo non sarà mai nulla di più di un’appendice alla sovrastruttura ideologica che le moderne classi intellettuali usano per legittimare il dominio plutocratico. [15] Tuttavia, se il libertarismo afferma se stesso come un nuovo radicalismo, il polo opposto del “conservatorismo” filo-plutocratico, più radicale di tutto ciò che viene offerto dalla sempre più moribonda e arcaica sinistra, allora il libertarismo può, a ragione, ispirare nuove generazioni di militanti a prendere di mira lo status quo statalista. Il libertarismo può diventare il sistema di pensiero guida per i radicali e i riformatori di tutto il mondo come il liberalismo lo è stato nel diciottesimo e diciannovesimo secolo e come lo è stato il socialismo per le successive generazioni. [16]

Per quanto riguarda la questione di ciò che un’economia liberata dal dominio corporativo, plutocratico e statalista potrebbe effettivamente sembrare, ci si può aspettare che con la rimozione degli ostacoli imposti all’ottenimento del credito, l’imprenditorialità e l’autosufficienza economica (in contrapposizione alla dipendenza dalle burocrazie aziendali e per l’occupazione, le assicurazioni e i servizi sociali) sarebbero simili a quelli in cui l’idea di Colin Ward di una società di “lavoratori autonomi” verrebbe in gran parte realizzata. [17] Non più l’uomo medio sottomesso alla volontà delle varie Chase Manhattan, Home Depot, General Motors, ‘Tesco o Texaco per la propria sussistenza e sostentamento. Al contrario, egli avrà finalmente acquisito i mezzi per sostenersi economicamente e la dignità di individuo auto-sufficiente in una comunità di pari in cui il privilegio è il risultato del merito e l’uguale libertà è prerogativa inalienabile di tutti.

All’inizio del ventesimo secolo vi erano una serie di movimenti che difendevano il piccolo produttore indipendente e la gestione cooperativa delle grandi imprese, tra cui l’anarco-sindacalismo all’estrema sinistra e il distributismo della destra reazionaria cattolica. [18] Queste tendenze tuttora esistono ai margini esterni del pensiero politico-economico. Non è necessario essere d’accordo con tutti i punti dell’analisi o con ogni proposta avanzata da queste scuole di pensiero per riconoscere gli aspetti libertari della loro visione. Esistono attualmente numerose forme di accordo economico che offrono spunti riguardo cosa le istituzioni produttive post-stataliste e post-plutocratiche potrebbero essere.
Una di queste è la Cooperativa Mondragon Corporation, un gruppo industriale di proprietà dei lavoratori e da essi gestito nella regione basca della Spagna. In vigore dal 1941, le cooperative Mondragon inizialmente istituirono una “banca popolare” del tipo proposto originariamente dal padre dell’anarchismo classico, Pierre Joseph Proudhon [19], che aiutò lo sviluppo di ulteriori imprese, che oggi ammontano a più di 150 compresa L’Università privata degli Studi di Mondragon. La sua divisione supermercati è la terza della Spagna per numero di punti vendita e la più grande a proprietà spagnola. Ogni singola cooperativa ha un consiglio dei lavoratori proprio, e l’intera federazione di cooperative è disciplinata da un congresso di lavoratori provenienti da diverse imprese. [20]

Ancora, un altro esempio molto interessante è la società brasiliana Semco SA. Anche se di proprietà privata, come una struttura a conduzione familiare, la Semco pratica una radicale forma di democrazia industriale. Sotto la guida di Ricardo Semler, che ha ereditato l’azienda dal padre, Semco mantiene una struttura manageriale in cui i lavoratori si autogestiscono e fissano i propri obiettivi di produzione e di bilancio con una retribuzione basata sulla produttività, l’efficienza e sul rapporto costi-benefici. I lavoratori ricevono il 25% per cento dei profitti dalla divisione degli incassi. Il management intermedio è stato sostanzialmente eliminato. I lavoratori hanno il diritto di veto sulle spese della società. Le mansioni dei lavoratori cambiano spesso a rotazione e anche il ruolo del CEO è condiviso da sei persone, compreso il proprietario Semler, che operano sei mesi in qualità di capo esecutivo. L’azienda ora ha oltre 3000 dipendenti, un fatturato annuo di oltre 200 milioni di dollari e un tasso di crescita del quaranta per cento annuo. [21]

Un’economia organizzata sulla base di industrie di proprietà e gestite dai lavoratori, sulle banche popolari, le mutue, le cooperative di consumo, i sindacati anarco-sindacalisti, le imprese individuali e familiari, le piccole aziende agricole e le associazioni artigianali impegnate nella produzione locale per uso locale, le istituzioni caritatevoli volontarie, i land trusts, o i collettivi volontari, le comuni e kibbutzim potrebbero sembrare inverosimili per alcuni, ma non più di quanto – e probabilmente meno – lo sia un’economia industriale moderna tecnologicamente avanzata in cui la classe mercantile è la classe dominante e la classe produttiva è spesso una classe media benestante come sarebbe parsa agli abitanti della società feudale pre-moderna.

Se l’espansione dell’economia di mercato, della specializzazione, della divisione del lavoro, dell’industrializzazione e del progresso tecnologico può portare verso gli obiettivi delle società moderne riguardanti l’eliminazione delle malattie, dell’inedia, della mortalità infantile e della morte prematura, uno può solo chiedersi quale sia l’autentico sistema di libera impresa che si può perseguire e che avremmo già conseguito se non fosse stato per il flagello dello statalismo e relativa plutocrazia.

 

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Note al testo: 

 

[1] Kevin A. Carson, The Iron Fist Behind the Invisible Hand: Corporate-Capitalism As a State-Guaranteed System of Privilege. Red Lion Press, 2001.
[2] Kevin A. Carson, “The Subsidy of History”, The Freeman, Vol. 58, N. 5, giugno 2008.
[3] Raymond Bonner, Weakness and Deceit: U.S. Policy and El Salvador. New York: Times Books, 1984, ppgg. 19- 23.
[4] Murray N. Rothbard, “Wall Street, Banks and American Foreign Policy”. World Market Perspective, 1984.
[5] Rothbard, Ibid.; Kevin A. Carson, “Tucker’s Big Four: The Money Monopoly”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five: Section B. Archiviato qui. Hans Hermann Hoppe, “Banking, Nation-States and International Politics: A Sociological Reconstruction of the Present Economic Order” The Economics and Ethics of Private Property. Boston/Dordrecht/London: Kluwer Academic Publishers, 1993, ppgg. 61-92. Benjamin R. Tucker, “Part II: Money and Interest”, Instead Of A Book, By A Man Too Busy To Write One, 1897. Archiviato qui.
[6] Gabriel Kolko, The Triumph of Conservatism, MacMillan, 1963.
[7] Terry Arthur, “Free Enterprise: Left or Right? Neither!”, Libertarian Alliance, 1984.
[8] Martin Van Creveld, The Rise and Decline of the State. Cambridge University Press, 1999.
[9] James Burnham, La rivoluzione manageriale, Bollati Boringhieri, 1980. Questo classico della letteratura conservatrice sostiene che le società moderne non sono né “capitaliste” né “socialiste”, nel significato storicamente attribuito a tali termini. Al contrario, un nuovo tipo di ordine politico-economico è emerso in epoca moderna, in cui il dominio politico ed economico è nelle mani di una “classe manageriale” di burocrati che presiedono organizzazioni di governo delle masse ed relativi uffici ed agenzie, corporazioni e istituzioni finanziarie, eserciti, partiti politici, sindacati, università, mezzi di comunicazione, fondazioni e simili. L’appartenenza ai livelli superiori di queste entità è spesso a rotazione in modo che gli stessi individui passano di volta in volta nei vari settori della classe manageriale, per esempio, da rappresentati eletti del governo ai consigli di amministrazione delle grandi corporazioni, dai ruoli chiave nei media o nelle fondazioni dell’élite a posizioni di rilievo nella burocrazia.
[10] Hans Hermann Hoppe, Democrazia: il Dio che ha fallito. Liberilibri, ppgg. 168-169.
[11] Kevin A. Carson, “Transportation Subsidies”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five, Section E. Archiviato qui.
[12] Tra gli antistatalisti radicali, esiste un’ampia divergenza di opinioni riguardo il modo in cui i diritti di proprietà sulla terra dovrebbero essere definiti. Molti libertari “classici” sostengono una versione lockeana del diritto di proprietà mentre altri libertari più radicali (mutualisti, anarco-sindacalisti, anarco-comunisti) assieme ad alcuni distributisti ritengono che i diritti di proprietà dovrebbero essere definiti in accordo con i principi di occupazione e utilizzo. Altri ancora aderiscono alla visione di Herny George (georgismo o geolibertarismo) secondo il qualela proprietà dovrebbe essere soggetta ad un’unica tassa uguale per tutti. Per una discussione su questa controversia tra libertari, vedi Kevin A. Carson, “Tucker’s Big Four: The Land Monopoly”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five: Section B. Archiviato qui. Carson sintetizza la questione altrove: “Nel capitolo V di Mutualist Political Economy, ho incluso un’estesa argomentazione sulla teoria dei diritti di proprietà ispirata principalmente ai commenti pubblicati su “Hogeye Bill” dall’opinionista anarco-capitalista Bill Orton in varie discussioni. Secondo Orton, nessuna particolare teoria dei diritti di proprietà può essere logicamente dedotta dall’assioma di proprietà di se stessi. Piuttosto, la proprietà di se stessi può interagire con diversi modelli di diritto alla proprietà per produrre ordini economici alternativi in una società senza stato. Quindi, se la legittima proprietà di un terreno è determinata da principi lockeani, mutualisti, georgisti o sindacalisti è una questione di convenzioni locali. Questioni a riguardo della coercizione possono essere approntate solo qualora tale questione sia stata inquadrata. E poiché non c’è alcun principio a priori da cui poter dedurre un particolare sistema di regole, noi possiamo procedere attraverso di essi solo sul terreno del consequenzialismo: quali altri importanti valori vogliamo promuovere o contrastare?  Dunque, è del tutto concepibile che concepibile che parti non separabili e non negoziabili di un’impresa a proprietà collettiva potrebbero dipendere non dal contratto stipulato tra i membri, ma sulla concezione convenzionale dei diritti di proprietà della comunità locale. Dire che un tale accordo rappresenta “coercizione” significa mendicare la questione se il principio lockeano di appropriazione originaria e trasferimento della proprietà sia l’unico vero auto-evidente.” Carson, “Socialist Definitional Free-for-All, Part I”. Archiviato qui.
[13] Senza dubbio molte critiche sul welfare-state creatore di perversi incentivi per comportamenti anti-sociali, come la disgregazione famigliare, la criminalità e l’impedimento per la creazione di un’etica del lavoro, sono corrette e penetranti. Tuttavia, molte delle patologie sociali associate al sottoproletariato delle popolazioni delle città americane ed europee sono riconducibili ai dannosi interventi statali che vanno ben oltre ai tradizionali sistemi di protezione sociale. Un discreto numero di opere libertarie e non, hanno documentato il processo mediante il quale l’organico della vita sociale e culturale è stato distrutto tra queste popolazioni grazie ad una vasta gamma di interventi, la maggior parte dei quali sono stati imposti per amore di assecondare gli interessi plutocratci. Vedi Kevin A. Carson, “Reparations: Cui Bono?” Archiviato qui; Charles Johnson, “Scratching By: How Government Creates Poverty As We Know It”, The Freeman, Vol. 57, No. 10, dicembre 2007; Keith Preston, “The Political Economy of the War on Drugs”, American Revolutionary Vanguard, 2001), archiviato qui; Thomas J. Sugrue, The Origins of the Urban Crisis: Race and Inequality in Postwar Detroit, Princeton University Press, 1996, 2005; Walter E. Williams, The State Against Blacks, McGraw-Hill, 1982.
[14] Per un’illuminante dibattito sul ruolo dell’intervento statale nella spoliazione delle popolazioni rurali e agricole nel cuore dell’America negli anni ’80 e ’90, vedi James Bovard, Farm Fiasco, ICS Press, 1989 e Joel Dyer, Raccolti di rabbia. La minaccia neonazista nell’America rurale, Fazi Editore, 1980.
[15] Il ruolo della classe intellettuale intesa sia come gruppo costituente, sia come creatrice della sovrastruttura ideologica dello statalismo è affrontato da Hans Hermann Hoppe inÉlites naturali, intellettuali e lo stato”, archiviato qui. Di certo, il cocetto di una sovrastruttura ideologica usata per legittimare un particolare sistema di dominio di classe è più strettamente associato all’analisi marxista. Per un esame delle differenze come anche dei punti in comune tra marxisti e libertari, vedi “L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola Austriaca”, archiviato qui. 
[16] Murray Rothbard collocava i libertari all’estrema sinistra dello spettro politico, con i “conservatori”, vale a dire i fautori di un ordine autoritario basato sulla gerarchia, sullo status sociale e il privilegio (e giustificato con appelli alla tradizione) all’estrema destra; marxisti e altri socialisti rappresentano invece un incoerente via di mezzo. Vedi Murray N. Rothbard, Left and Right: The Prospects for Liberty, Cato Institute, 1979. L’esaustiva analisi del pensiero dei primi socialisti ad opera dell’anarchico di sinistra Larry Gambone, indica che l’obiettivo originario del socialismo non era l’economia a guida statale associata al socialismo nel dibattito politico contemporanea, ma un’economia fondata sulla base di un sistema di imprese cooperative e decentralizzate. Larry Gambone, “The Myth of Socialism as Statism”, Porcupine Blog, 6 maggio 2006. Archiviato qui.
[17] Colin Ward, “A Self-Employed Society”, Anarchy In Action, London: Freedom Press, 1982, ppgg. 95-109.
[18] Rudolf Rocker, Anarcho-Syndicalism, Martin Secker and Warburg, Ltd., 1938; Hilaire Belloc, Lo Stato servile, Liberilibri, 1980; G. K. Chesterton, The Outline of Sanity, HIS Press, 2002; Anthony Cooney, Distributism, Third Way Movement Ltd., 1998). 
[19] Larry Gambone, Proudhon and Anarchism: Proudhon’s Libertarian Thought and the Anarchist Movement, Red Lion Press, 1996.
[20] William Whyte, Making Mondragon: The Growth and Dynamics of the Worker Cooperative Complex, ILR Press, 1991.
[21] Ricardo Semler, Maverick, Arrow Press, 1993.

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Frank Chodorov sulla lotta di classe

Il vero conflitto che insidia il piacere della vita non è quello fra classi economiche, bensì quello tra societá – intesa come l’insieme di tutti gli individui – ed il potere politico che si impone su di essa.

La teoria della lotta di classe è un vicolo cieco. Certo, persone dagli insziabili appetiti economici è probabile si coalizzino per raggiungere i loro scopi, anche se ciò significa sfruttare altre persone per proprio tornaconto. Ma all’nterno di questi gruppi di persone, queste classi, c’è altrettanta rivalità di quanta ce ne sia tra classi differenti.

Tuttavia, quando esaminiamo il vantaggio che una classe ottiene a discapito di un’altra, troveremo anche le basi del potere politico. È impossibile per un individuo sfruttarne un altro, o per una classe sfruttarne un’altra, senza l’aiuto della legge e della forza necessaria a farla rispettare. Esaminate qualsiasi monopolio e scoprirete che esso esiste grazie allo stato. Così che le ingiustizie economiche e sociali che tutti condanniamo non sono dovute ad ineguaglianze economiche, ma ai mezzi politici che sono la vera causa di tali ineguaglianze.

Se la pace potrà essere portata nell’ordine sociale non sarà attraverso la lotta fra le classi, ma neutralizzando la causa fondamentale che dà loro origine; cioè, il potere politico.

Sul tema, consiglio la lettura del saggio di Wally Conger Agorist class theory

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