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washington-booker-tNon so se altri feticisti oltre a me hanno seguito la discussione su TakiMag, uno dei periodici di riferimento del pensiero paleo-libertario, incentrata sul tema del razzismo.

Semplificando drasticamente, Jared Taylor sostiene che il fattore razziale sia determinante nella creazione di una società volontaria, mentre i migliori paleo, come Justin Raimondo (oltre all’amico Orso che in una conversazione privata opporunamente me lo fatto notare – e che comunque rientra nella categoria), hanno ricordato come, al contrario, nella società volontaria il problema razza sia già stato abbondantemente superato, e quindi da ritenere fondamentalmente ininfluente.

In effetti, seguendo il ragionamento di Taylor, io dovrei sentirmi più affine all’Average Joe wasp dell’Arkansas che sconosce totalmente le caratteristiche del posto in cui vivo, anziché all’immigrato del Mali che vive qui da trent’anni, lavora e affronta le questioni che la comunità di cui bene o male fa parte, mano a mano gli presenta. Il discorso, ovviamente, non fila.

Così, anche per mitigare il clima inquietante dei post recenti, ho pensato di tradurre questo breve articolo di Gary Galles, in cui racconta la vicenda di Booker T. Washington, ex schiavo americano divenuto imprenditore ed educatore di chiara connotazione libertaria, un personaggio a cui ricordavo Rothbard dedica parole profonde in una delle sue opere, e la cui biografia non è dissimile da quella di Marcus Garvey, altro protagonista di quei rari fotogrammi di libertà nell’orrendo film della schiavitù. Al di là del tema, che magari ai più sembrerà scontato e demodé, si tratta di un piccolo messaggio di speranza. Fatalmente, una delle poche cose concrete su cui oggi può contare chi vorrebbe solo essere libero.

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Molti dei quotidiani che ho letto in febbraio pubblicavano articoli in onore del Black History Month. Ma tra quelli che rumorosamente invocano più stato (quindi più coercizione) come soluzione dei problemi sociali che affrontano i neri, un articolo su George Washington Carver mi ha colpito per il forte contrasto. I suoi creativi sforzi scientifici (compreso lo sviluppo di prodotti derivati dalle arachidi, dalle patate dolci e dalle noci di Pecan) beneficiarono i neri, così come molti altri, senza coercizione.
Interessatomi alla vicenda, ho iniziato una ricerca su Carver, scoprendo che il suo impegno fu decisivo per lo sviluppo economico del sud. Quasi subito però sono entrato in connessione con Booker T. Washington e il Tuskegee Institute da lui fondato e diretto (entrambi, sono sepolti l’uno accanto all’altro nel campus di Tuskegee). Nella vita ugualmente ispirata di Washington e nella sua più ampia opera scritta, ho scoperto un uomo dotato della comprensione dei mezzi di gran lunga più etici per il successo – autoemancipazione di cui hanno beneficiato anche altri attraverso accordi volontari – delle proposte stataliste che altri avanzavano allora, e ancora più avanzano oggi.

Booker T. Washington, nato schiavo, aveva setta anni quando l’Emancipation Proclamation fu annunciata. All’età di undici anni, ricevette il suo primo libro e gli fu insegnato a leggere.
Egli pensò “entrare in una scuola e studiare, sarebbe come entrare in paradiso”.
A sedici anni si iscrisse all’Hampton Insitute in Virginia – cinquecento miglia da casa – con nient’altro che un dollaro e mezzo nel portafogli, e lì seguiva le lezioni di giorno e lavorava la sera per pagarsi vitto e alloggio.
Dopo la laurea, Hampton fece di lui un insegnante. Nel 1881 fondò e poi diresse quello che oggi è il Tuskgee Institute, insistendo su come la formazione rappresenti la più solida base dell’etica del lavoro.

La più completa libertà compatibile con la libertà degli altri.
Booker T. Washington

Washington è stato un’instancabile educatore e sostenitore dell’auto emancipazione dei neri,
Al Tuskegee, insegnava agli alunni a dotarsi delle abilità tecniche necessarie a guadagnare un buon standard di vita. Premeva sui valori della responsabilità individuale, della dignità del lavoro e della perdurante necessità di un carattere etico come miglior strumento per gli ex schiavi che iniziavano con il solo sudore della fronte ad avere successo.

Sosteneva fossero il business, l’impresa e l’intraprendenza, anziché che l’agitazione politica, il più solido fondamento del successo. Diede vita alla National Negro Business Ligue. Comprese e modellò lo spirito capitalista, riconoscendo che chi sa servire meglio gli altri, otterrà egli stesso un beneficio da ciò.

Washington riconobbe, partendo da nient’altro che l’esperienza della schiavitù subita dal governo, che per i neri, al fine di progredire, ulteriore coercizione non sarebbe stata la risposta. Al contrario, che il successo non poteva essere trovato, se non attraverso l’autoemancipazioine e gli accordi volontari. Questo perché, indipendentemente dalle ingiustizie del passato, solo accordi volontari potevano prevenire che altre ingiustizie venissero commesse, e “che nessuna questione è mai definitivamente risolta fino a quando non è risolta nei principi della più alta giustizia”.

Sull’inadeguatezza della coercizione:
… ogni volta che le persone agiscono in base all’idea che lo svantaggio di un uomo è un vantaggio per un altro, lì c’è schiavitù.

Non è possibile trattenere un uomo in una fosse senza soffermarsi nella fossa con lui.

Ci sono due modi per esercitare la propria forza: uno è spingere in basso, l’altro è spingere in alto.

Accordatevi con voi stessi se ad una razza così disposta a morire per il proprio paese non dovrebbe essere conferita la piena possibilità di vivere per il proprio paese.

Non ho mai visto uno che non vuole essere libero, o uno che ritorna allo stato di schiavitù.

La schiavitù ha rappresentato un problema di distruzione; la libertà uno di costruzione.

… commetteremmo un errore fatale se cedessimo alla tentazione di credere che la mera opposizione ai nostri torti, e la semplice esternazione di denuncia, prenderanno il posto dell’azione progressiva e costruttiva, che sono il vero fondamento della civiltà.

[anziché la politica]… vorrei contribuire in modo più sostanziale contribuendo alla costruzione delle fondamenta della razza attraverso una generosa educazione della mani, della testa e del cuore.

Sull’autoemancipazione
Non ho mai avuto molta pazienza con la moltitudine di persone smpre pronte a spiegare il motivo per cui non hanno avuto successo. Ho sempre avuto grande considerazione per uomo che potrebbe rivelarmi come riuscirci.

Ciascuno dovrebbe ricordare che c’è una possibilità anche per lui.

Nessuno può degradarci tranne noi stessi.

Niente merita di essere posseduto, tranne il prodotto del duro lavoro.

Né dobbiamo consentire alle nostre rimostranze di adombrare le nostre opportunità.

Ho imparato che il successo si misura non tanto nella posizione che hai raggiunto nella vita, quanto nella quantità di ostacoli che hai dovuto superare per ottenerlo.

Poche cose aiutano un individuo come affidargli responsabilità facendogli sapere che vi fidate di lui.

Il carattere, non le circostanze, fanno l’uomo.

Solo i piccoli uomini serbano lo spirito dell’odio.

Non permetterò a nessuno uomo di ridurre e degradare la mio animo facendosi odiare.

Se vuoi elevarti, eleva qualcun altro con te.

Credo che la vita di ogni uomo si riempirà di un’inaspettata forza, se saprà tenere a mente di dover dare il meglio ogni giorno.

Il successo nella vita si fonda sull’attenzione che diamo… alle cose di tutti i giorni a noi vicine piuttosto che a quelle lontane e insolite.

… in condizioni di libertà, assieme agli elementi specifici di un determinato settore, si è avuto modo di avere a che fare con un altro elemento, che è quello dell’intelligenza, dell’istruzione.

… la libertà, nel suo senso più ampio e alto, non è mai stata una concessione, ma una conquista.
Uno sforzo costruttivo nella direzione del progresso cancella più ingiuste discriminazioni di tutti i lamenti del mondo.

Sulla libertà di accordo volontario
… il più completo miglioramento per ogni essere umano può avvenire solo attraverso il suo essere autorizzato ad esercitare la più completa libertà compatibile con la libertà degli altri.

La nostra repubblica è la conseguenza del desiderio di libertà che connaturato ad ogni uomo… libertà del corpo, della mente e dell’anima, e la più completa garanzia della sicurezza della vita e della proprietà.

… in fondo, l’interesse dell’umanità e quello dell’individuo sono gli stessi…

In condizioni di libertà e saggezza, [l’uomo] rende la più alta ed utile forma di servizio [agli altri].

Il mondo si interessa poco di quelo che un uomo sa; è quel che sa fare ciò che conta.

Nessun uomo che con costanza aggiunge qualcosa di materiale, intellettuale o morale benessere al posto in cui vive sarà lasciato a lungo senza un’adeguata ricompensa.

Nessuna razza che contribuisce con qualcosa nel mercato del mondo è a lungo ostracizzata.

L’individuo che può fare qualcosa per ciò che vuole il mondo, alla fine, troverà la sua strada indipendentemente dalla razza.

I più attenti studiosi del problema della razza iniziano ad accorgersi che il business e l’impresa costituiscono ciò che potremmo chiamare il punto strategico della sua soluzione.

… quelli che si sono resi colpevoli di critiche così dure [al ricco], non sanno quante persone sarebbero povere, e quanta sofferenza ne risalerebbe, le persone ricche avessero spartito in una sola volta la loro ricchezza smembrando e sciogliendo le grandi imprese commerciali.

Leggendo le parole di Booker T. Washington, ho trovato qualcuno che ha saputo ispirarmi sia con le azioni che con il suo carattere. L’enfasi posta sul rifiuto della coercizione sugli altri, e la fiducia invece nell’autoemancipazione e negli accordi volontari è esattamente ciò che noi, come genitori, a prescindere dalla razza, cerchiamo di insegnare ai nostri figli oggi, mentre li prepariamo a dare il meglio nella loro vita. E nonostante il fatto si tratti di un duro lavoro e di un sacrificio (come ogni vero successo), che lo rende un messaggio che molti non vogliono sentire, è vero e prezioso tanto oggi quanto lo era durante gli anni di Booker. T. Washington

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krugman1A cosa è dovuto il fatto che, ormai da tempi immemori e con un’imbarazzante regolarità, ogni previsione proveniente dagli economisti mainstream (keynesiani a cui non disdegnano di unirsi, talvolta, i monetaristi à la Chicago Boys, forse troppo sbrigativamente annoverati tra i liberisti) si è rivelata puntualmente sbagliata?
Sostanzialmente ad una profonda ignoranza riguardo l’essere umano, a cui si somma un fatale errore metodologico di cui ci parla Per Bylund in questo articolo.

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Al momento, la conclusione a cui più o meno tutti sono giunti, sembra essere che vi sia la necessità di un nuovo insieme di teorie economiche, di teorie del mercato – di teorie della “crisi economica”. La ragione di questa esigenza è il fatto che “nessuno” aveva previsto la recessione e la crisi attuali e che le previsioni fatte, comunque, si sono rivelate sbagliate, proprio come c’era da aspettarsi.
In effetti, mentre molti economisti prevedevano un continuo aumento della crescita e della ricchezza, il futuro reale si rifletteva in un’economia in caduta libera con un certo numero di imprese ed interi settori ormai al collasso.

In un editoriale del National Post l’ovvia questione è stata posta: A cosa servono gli economisti? Domanda quanto mai opportuna, soprattutto perché non vi è stato alcun tentativo di trovare dei responsabili, nessun vero dibattito pubblico sulle ragioni per cui tutte le previsioni si sono rivelate errate e nessuna conseguenza per i professionisti dell’economia autori di quelle previsioni. Dopo tutto, gli economisti mettono spesso in evidenza il fatto che certi provvedimenti vengono presi sulla base delle ipotesi razionali riguardanti le loro conseguenze e che tutti i provvedimenti hanno conseguenze di qualche tipo. L’esercito degli economisti previdenti dev’essere chiaramente un’eccezione a questa regola.

Tra i professori di sociologia è frequente una battuta: dite ciò che volete agli economisti, tanto vi sarà data sempre una risposta lineare e precisa – che sappiamo sarà sempre sbagliata. Pertanto, la domanda dell’opinionista del National Post dovrebbe essere ben inquadrata, perché è una domanda importante: perché esistono gli economisti?

C’è tuttavia una domanda ancor più importante, soprattutto per gli economisti che fanno tutte queste previsioni “sempre sbagliate”, e riguarda cosa rende tali previsioni sempre sbagliate. La risposta risiede nell’errore contenuto in un famoso (o infame?) articolo di Milton Friedman dal titolo “Metodologia dell’Economia Positiva” (invito i lettori a inserire in Google: “The Methodology of Positive Economics”, Friedman per scoprire quale sito lo propone per primo, N.d.t.) e nell’operato di quelle persone che ne hanno seguito gli insegnamenti o che tuttora li seguono.

L’economia confida sul fatto di essere una scienza deduttiva, vale a dire che le nuove conoscenze vengono dedotte direttamente e logicamente da premesse ed ipotesi autoevidenti. Friedman sosteneva che non importa se le ipotesi sono sbagliate finché è possibile ricavarne regole generali che consentano di fare previsioni sufficientemente affidabili e abbastanza vicine alla verità. Egli si riferiva ad una teoria economica che mira ad essere una scienza naturale, in cui l’esattezza sia nel contempo fondamentale e possibile.
In economia, però, dobbiamo imparare che la precisione non è né possibile né fondamentale.

Al fine di disporre di una scienza positiva e rigorosa, in grado di fornire previsioni precise, si dovrebbe disporre della comprensione (nel senso weberiano del termine – verstehen) e basarsi esclusivamente sui freddi dati. Non è possibile fare previsioni senza che l’oggetto di studio sia perfettamente osservabile e chiaramente definibile. Ma cosa avviene se si applica questo metodo all’azione umana, che è il cuore di quanto viene studiato in economia? Sono le cause, la natura e le conseguenze delle azioni umane perfettamente osservabili e chiaramente definibili? Come si fa a misurare la causa delle azioni di un individuo? La sua scelta di agire? L’azione stessa? Le sue conseguenze?

Quest’ultima si avvicina alla prima, ma non possiede neanche lontanamente le proprietà degli oggetti studiati nel campo delle scienze naturali. Mescolando x grammi di A con y grammi di B creeremo sempre la sostanza C, ed esponendo D ad E o F si può sempre dimostrare esattamente che otterremo Z – ma sottoporre ad M un individuo non significa necessariamente che otterremo lo stesso effetto come se sottoponessimo ad M un altro. Le persone, semplicemente, non rispondono sempre ciecamente allo stesso modo alle influenze esogene, c’è tutta una serie di altre cose che sono importanti almeno tanto quanto lo sono alcune influenze. Alcuni lo chiamano “libero arbitrio”, ma non è necessario arrivare alla metafisica o alla meditazione religiosa per rendersi conto che le persone non sono né pietre né (semplici) animali.

Il problema della previsione economica è proprio l’ipotesi basilare che si possa “facilmente” predire il risultato dell’azione di numerose persone innestandovi delle variabili che influenzano le scelte di alcune persone. Non si tratta semplicemente del caso che diversi individui scelgono di agire allo stesso modo, quando esposti a (o influenzati da) gli stessi stimoli. I nostri corpi possono – possono – reagire allo stesso modo, ma non le nostre menti.

A questo alcuni potrebbero replicare: grazie alla legge dei grandi numeri, malgrado gli individui non siano tutti uguali, è possibile approssimare il risultato delle nostre conclusioni. Quando la legge dei grandi numeri è applicabile, si può tranquillamente supporre che, se disponiamo di un campione sufficientemente ampio, anche i dati asimmetrici o potenzialmente non rappresentativi verranno fuori e scopriremo così la Verità sugli esseri umani. Ma questo non cambia il problema pratico, ovvero il fatto che stiamo ancora approssimando, solo con una maggiore quantità di dati ed individui.

Anche se si accetta la legge dei grandi numeri come motivo sufficiente per confidare sulle statistiche al fine di comprendere le persone, dobbiamo affrontare il problema del loro non essere uguali. Quelle persone che, essendo limitatamente razionali, preferiranno sempre il più al meno (conseguenza diretta della definizione scegliere) non indicano che si sceglie un risultato particolare rispetto ad un altro in ogni situazione. Ogni persona potrà effettuare una valutazione soggettiva delle proprie preferenze stabilendo un ordine di priorità, quindi fare una scelta sulla base di ciò che egli conosce in merito a tale ordine (questo è il processo decisionale, sia che esso venga effettuato riflessivamente e consapevolmente oppure no). Tuttavia, tale scala di priorità potrebbe variare a seconda delle circostanze, nonché in base a ciò che l’individuo nel frattempo ha appreso.

Fare pronostici perfetti alla maniera proposta da Friedman significa dover sottrarre le peculiarità dell’essere umano ad ogni individuo, al limite l’individuo stesso, allo scopo di fare calcoli precisi. Che cosa abbiamo da imparare, sapendo che persone senza personalità e senza “profondità interiore” (ciò che alcuni chiamano anima) dovrebbero necessariamente agire in base alle nostre previsioni? Probabilmente non molto.

Inoltre, le previsioni si basano sull’estrapolazione che va ben al di là di quanto possa considerarsi ragionevole. Stabilire la valutazione dei rischi quotidiani di una persona ed i costi di cui essa è disposta a farsi carico per evitare tali rischi, e di tradurli in un importo monetario, non necessariamente ci fornirà la conoscenza univoca delle scelte preferite da un individuo. Non ne consegue, insomma, che accetterebbe l’elevato rischio di perdere la vita, se fosse stato pagato un multiplo del costo che era disposto ad assumersi per rischi più piccoli.

Previsioni di questo tipo sono banalmente impossibili. Allora, a cosa servono gli economisti?

La risposta a questa domanda è che non abbiamo bisogno della maggior parte degli economisti, ma, al tempo stesso, che abbiamo bisogno più che mai di economisti. Il motivo di questa affermazione è che l’esatta previsione degli economisti circa il risultato delle scelte di centinaia o migliaia (o milioni o miliardi) di individui simultaneamente, è priva di valore, la loro metodologia è profondamente sbagliata ed essi non sono nient’altro che impostori che dovrebbero essere trattati come tali.

Ma, mentre pensiamo a cosa farne delle previsioni degli economisti, abbiamo anche bisogno di trovare veri economisti capaci di capire il mercato e di spiegare alle persone come esso funziona e ciò di cui abbisogna affinché possa funzionare nel migliore dei modi. Sono veramente pochi gli economisti che capiscono cos’è il mercato, come emerge l’ordine spontaneo, come sussiste e cosa produce. Questi economisti erano in grado di prevedere molto tempo fa che ci stavamo dirigendo verso il disastro, e in effetti lo hanno fatto. Hanno anche pubblicato i loro moniti, ma nessuno si è preso la briga di starli a sentire. E con “nessuno” qui si intendono gli economisti previdenti e l’élite politica che generalmente li assume.

Gli economisti devono fare ciò che le imprese hanno fatto molto tempo fa: tornare alle basi. Non c’è bisogno di eserciti di economisti che tentano di prevedere con esattezza i risultati delle politiche pubbliche, della variazione dei tassi di interesse, o delle politiche monetaria. Il ruolo degli economisti previdenti non è quello di conoscere il futuro o la politica, ma, come “utili idioti”, di mascherare tentativi ciechi, naive ed ignoranti di condizionare le scelte delle persone attribuendo al controllo della società una parvenza di scientificità. E fungono ottimamente anche come capri espiatori quando le loro previsioni si rivelano sbagliate e dinanzi alle persone coinvolte nei loro calcoli, possono nascondersi dietro al paravento delle loro “buone intenzioni”.

Ciò di cui abbiamo bisogno è di economisti reali che non si impegnano nel futile tentativo di fare previsioni “scientificamente” esatte circa le scelte future delle persone. Abbiamo bisogno di persone che ci dicano come funziona il mercato, in modo da poter cogliere pienamente i frutti del nostro duro lavoro e di trarre profitto dai rischi che ci assumiamo.

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strabism

È singolare come coloro che hanno riposto totalmente la fiducia nella democrazia rappresentativa, sistema spacciato come la più sopraffine forma di egualitarismo sociale, finiscano poi per attribuire alla classe dei governanti, quelli che loro chiamano “i nostri rappresentati”, facoltà e capacità di giudizio che negano a se stessi.
Non accorgendosi di delegare incondizionatamente la propria sovranità, cadono così nell’illusione di poter contare sull’occhio vigile del governo che veglierà su di loro, affrancandoli dal rischio di poter cadere tra le fauci degli avidi speculatori affamati dei loro risparmi. Come riescano a spiegarsi l’ordinario ripetersi di episodi di frode – in cui, guardacaso, le agenzie governative di riffa o di raffa compaiono sempre – rimane per me un mistero.
Potrebbe aiutarli, James L. Payne, con questo articolo comparso sull’ultimo numero di The Freeman, in cui spiega limpidamente l’infondatezza di una simile convinzione.

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Quando si tratta di regolamentazione, l’eterna speranza sboccia a Washington, DC. Non importa quanti codici e decreti riempiano già le biblioteche di legge, i legislatori sembrano ugualmente credere che poche centinaia di migliaia di pagine di regolamenti in più daranno al paese il giusto assetto.

Purtroppo, questa fiducia nella regolamentazione si basa su un errore logico. Io la chiamo “la fallacia dell’occhio vigile”, per usare la locuzione coniata dal neo-presidente. Nel suo discorso inaugurale il 20 gennaio 2009, Barack Obama ha detto, “Né la domanda che ci dobbiamo porre è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere e di ampliare la libertà è fuor di dubbio, ma la crisi ci ha ricordato che, senza un occhio vigile, il mercato può sfuggire al controllo”.

A prima vista, questo sembra un punto di vista plausibile. Nessuno può negare che alcune delle persone coinvolte nelle attività del mercato – gli investitori, i broker, i banchieri, i promotori finanziari – siano inette, miopi, o inaffidabili. A causa della loro pochezza umana, esiti disastrosi sono tutt’altro che impossibili. Ad esempio, investitori sconsiderati potrebbero farsi trascinare dall’idea che alcune particolari attività siano il business del futuro. Quando la bolla speculativa scoppia, la contrazione dell’attività economica ricade su Main Street. Oppure, per fare un altro esempio, un venditore disonesto potrebbe mettere sul mercato parti di una cattiva compagnia, lasciando le perdite agli investitori quando verrà scoperta la frode. Per evitare simili drammatiche esperienze, dice Obama, il mercato deve essere controllato e regolato “dall’occhio vigile” del governo.

La fallacia di questa convinzione risiede nel presupposto che i regolatori del governo possano salire al di sopra del limiti umani che si applicano a tutti gli altri individui. Si presuppone che, mentre l’uomo d’affari può essere miope, il senatore sarà lungimirante, o che, mentre il banchiere può essere distratto, il vice sottosegretario non lo sarà.

La stessa roba umana

L’idea che i funzionari del governo siano più capaci potrebbe essere plausibile se essi provenissero da una casta sociale distinta. Se tali funzionari fossero stati allevati sin dalla nascita da un’austera e rigorosa educatrice che ha impartito loro eccezionali standard morali ed accademici, poi affinati in esclusivi istituti di formazione specialistica, forse, vi potrebbe essere una ragione per ritenere che siano migliori rispetto a noi. Ma i funzionari del governo non possiedono una formazione dal carattere distintivo. L’uomo d’affari che, a causa di una cattiva fama viene messo in disparte nei rapporti del settore immobiliare, può diventare senatore e il banchiere che si è rivelato poco oculato nella gestione degli investimenti diventare sottosegretario al Tesoro. Questa nuova carica lo rende improvvisamente saggio?

Poiché anche loro sono fatti della nostra stessa materia umana, è irragionevole aspettarsi che i funzionari del governo possano correggere gli errori che vengono compiuti sul mercato. Uno sguardo ai fallimenti del mercato a cui Obama ha accennato nel suo intervento mette in luce questo aspetto. Prendete la bolla speculativa immobiliare. Hanno forse i senatori visto il pericolo prima di tutti noi e promulgato leggi per limitare l’acquisto di beni immobili? Naturalmente no. Al contrario, hanno concorso al boom edilizio insieme a tutti gli altri.

Un altro esempio è stato il boom dei prestiti subprime. Hanno i legislatori vietato alle banche di concedere prestiti ad acquirenti insolvibili? No, al contrario è stata la classe politica che nel 1977 passò la Community Reinvestment Act, legislazione che, alla fine, ha costretto le banche commerciali a concedere prestiti a mutuatari con basso rating creditizio. Hanno i legislatori vietato a Fannie Mae e Freddie Mac di acquistare i mutui subprime? No, hanno incoraggiato e protetto quelle istituzioni anche dopo che gli analisti li avevano avvertiti che erano pericolosamente esposte.

Ignorare l’odore delle prove

Magari i funzionari governativi non saranno abbastanza svegli da evitare i cattivi trend d’investimento che ingannano tutti noi, ma perlomeno possono fermare gli operatori fraudolenti, giusto? Non proprio. Dopotutto, coloro che si dedicano a pratiche ingannevoli appaiono come rispettabili manager e affidabili consulenti d’investimento. Non a caso, ingannano ordinariamente gli investitori. Perché dovremmo aspettarci funzionari del governo improvvisamente accorti che vanno a cercare incendi laddove nessun altro vede il fumo?

Infatti, anche quando i burocrati sentono odore di fumo, sembra siano riluttanti a sospettare del fuoco. Il famoso caso degli investimenti truffa ad opera di Bernie Madoff è particolarmente istruttivo. Pochi insiders del settore degli investimenti sapeva che qualcosa serpeggiava nella sua compagnia. Uno, Harry Markopulos, scoprì la frode nel 1999 e inviò alla Securities and Exchange Commission, una dettagliata relazione dei 29 motivi per cui, come dal titolo della sua relazione, “Il più grande fondo speculativo al mondo sarebbe stato una frode”. La SEC esaminò la questione senza trovare nulla di irregolare. Dopo che lo scandalo scoppiò nel 2008, l’imbarazzato presidente della SEC, Christopher Cox, espresse il suo rammarico per i “molteplici errori” del suo staff che indussero l’agenzia a non accorgersi della frode.

L’idea che il governo possa regolare il mercato in modo giusto e sicuro è un’illusione, un inganno radicato nella convinzione che lo stato è un ente divino che vigila costantemente sulle azioni del genere umano. Il governo, purtroppo, è formato da uomini comuni, uomini e donne con la stessa mancanza di comprensione che rende fragili tutte le istituzioni umane.

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La disinformazione, si sa, è l’arma preferita dai potenti. E’ così che questi loschi figuri sono riusciti a far passare per “libero mercato”, “liberismo” o “capitalismo”, quello che in realtà è sempre stato un modello economico sostanzialmente socialista (o fascista, vedete voi). Tutto ciò è servito alle élites di potere per giustificare l’intervento statale nell’economia, imputando le responsabilità delle così dette “distorsioni del mercato” alla presunta voracia degli imprenditori privati. La realtà è invece che l’interventismo statale è sempre servito a correggere le distorsioni che esso stesso generava, ciò nonostante quella che a molti è pervenuta è l’immagine di un modello poltico-economico che non può funzionare e che quindi necessita di essere sorvegliato e corretto. Il giochetto ha funzionato ancora una volta, e a perdere, al solito, sono state le persone e la loro libertà, come spiega l’economista libertario Sheldon Richman.

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Il passaggio al Senato del bailout di Wall Street da 700 miliardi di dollari, e la sua presumibile accettazione da parte della Camera, rivela una volta per tutte la vera natura del sistema politico-economico americano. Un sistema basato sulla libera impresa solo a parole. Di fatto, specialmente per le grandi compagnie collegate fra loro, non è niente di tutto ciò.
Molte sono le definizioni che sono state affibbiate al sistema sotto cui lavoriamo: socialismo statalista, capitalismo di stato, corporativismo, fascismo. Quale che sia quella che scegliamo, nessuna dice nulla riguardo all’economia di libero mercato americana.
Per generazioni non c’è stato il libero mercato negli Stati Uniti. Questo fatto è stato oscurato con la retorica e con altri mezzi, ma la nostra visione dovrebbe essere chiara adesso. Non c’è separazione fra stato ed economia.
Molti sedicenti difensori del libero mercato fraintendono il sistema americano. Essi ritengono che sotto ad un sottile livello di interventismo statale sia possibile ritrovare il sistema in cui credono. Tutto ciò che serve è grattare quella patina ed un virtuoso capitalismo risorgerà.
Niente di più sbagliato. Non c’è nessun sottile livello di interventismo. Lo stato è profondamente intromesso nell’attività economica sin dagli inizi, più in particolare nel sistema bancario e finanziario, i quali, per loro natura, sono il fulcro di ogni sistema economico. La rete di controlli e privilegi è pervasiva e tocca ogni ambito dell’economia.

Inoltre, tale intromissione non è mai stata imposta a banchieri, finanzieri e al resto dell’élite del business; da loro è stata accolta con favore, per essere più precisi, è stata richiesta e sponsorizzata. Libera impresa, rischio, e perdite erano per i pesci piccoli. La pertnership con lo Stato era riservata alle élites; laddove partnership significa favoritismi e protezione dalla concorrenza. Significa esenzione dalla disciplina del mercato e sfruttamento dei contribuenti, dei consumatori e dei lavoratori.

Qualcuno oggi può forse mettere in discussione questa questione adesso? Wall Street e lo stato per molti decenni sono stati co-cospiratori in un massiccio dirottamento del sistema economico al fine, tra le altre cose, di dirottare, attraverso la politica, denaro verso le società finanziarie e immobiliari. Ciò è stato proficuo per i settori chiave dell’economia e buono per i politici, che potrebbero vantarsi di aver esteso il sogno americano a tutti attraverso la proprietà della casa, indipendentemente dalla capacità delle persone di pagare. Ma le leggi della realtà – economia inclusa – non possono essere ignorate nell’impunità. Lo stato e Wall Street hanno costruito le loro società immobiliari su fondamenta di sabbia, che ora stanno franando.

La reazione di quelli con tanto denaro in gioco era prevedibile. Sono passati da Washington, che ha sempre qualche asso nella manica: il potere di creare debito, di stampare denaro e di tassare.

I difensori del bailout hanno ordinato che ogni mezzo sia impiegato per vendere il loro progetto al pubblico americano. Tutte le figure prestigiose – cominciando dal segretario al Tesoro Henry Paulson (ex di Goldman Sachs) e Ben Bernanke, presidente della Fed – hanno sfilato sui media.
La leadership del congresso si è alzata con loro. Praticamente, ogni autore opinionista o editoriale “serio” – conservatore o progressista – è diventato difensore “riluttante” di Wall Street.
Il loro messaggio era identico: se questo progetto non verrà adottato, sarà la catastrofe. L’economia crollerà, perderemo il nostro lavoro, i nostri risparmi, tutto.

La mini-rivolta alla Casa Bianca era incoraggiante, ma ovviamente troppo inconsistente per essere portata avanti. L’élite di potere ha capito che lanciando sconnessi progetti di statalizzazione nel pacchetto di salvataggio significherebbe una notevole perdita di consensi. Quelli che avevano votato contro il bailout la prima volta, hanno comunque perso subito l’entusiasmo dopo il crollo del mercato finanziario – come se i legislatori dovessero consultare momento per momento le oscillazioni dell’indice Dow prima di votare sui bilanci.

Ora i “saggi” hanno prevalso, e a Paulson sarà dato il potere quasi dittatoriale di prendere in prestito 700 miliardi di dollari per acquistare crediti inesigibili dalle grandi banche.

Le potenzialità dei patti governativi e della speculazione viziata non possono essere sovrastimati. La promessa che i contribuenti pareggeranno i conti o addirittura realizzeranno un profitto è ridicola. Chi può seriamente credere che i burocrati che spendono soldi di altre persone sono più capaci degli imprenditori che rischiano i propri capitali di comprare a basso costo e vendere ad alto prezzo?
Questo è il privilegio corporativo, puro e semplice.
Cosa otterrà la gente in cambio? Tasse più elevate, perdita del potere d’acquisto e la perpetuazione dell’economia distorta, che il bailout non mancherà di adeguare alla realtà. L’élite del potere vince. Gli individui perdono.

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Nel forum di Finanza Online ho trovato questo interessante articolo di Fabio Gardel
che descrive con estrema chiarezza il percorso del declino morale, culturale e sociale della civiltà segnato dal’élite della falsificazione per mezzo della creazione di moneta dal nulla.
La chiave di volta di un sistema che può crollare in venti minuti. E un sistema del genere, converrete, non è un buon sistema. L’articolo è un po’ lungo, ma… worth the reading guys.

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Note sulla moneta e sulla civil

Nel lungo periodo ogni cosa tende verso la disgregazione. Le cose vive congiurano verso una pienezza, la fioritura, e poi decadono. La civilizzazione statunitense è stata una civilizzazione breve. Apparentemente era iniziata nel migliore dei modi: l’uguaglianza degli uomini nel diritto, la difesa della proprietà, che è la definizione della libertà politica. Già allora erano più che altro parole vuote: degli ambiziosi trascinarono le colonie in una rivolta sanguinosa che impose il Continental e i sequestri forzosi. Una moneta per decreto è già piena tirannia, restano libertà di dettaglio: scegliere in quale ristorante cenare, andare in vacanza al mare o in montagna, come vestirsi. In generale il vuoto orizzonte di scelta di un individuo che vive nella società di oggi.

Il mio conterraneo Filippo Mazzei comprese e lo disse a Jefferson: non c’è libertà se c’è monopolio del diritto. Questo è terribilmente evidente nel sistema monetario. La separazione tra Stato e Moneta è essenziale alla libertà. La mancanza di questa separazione ha gelato in boccio la civilizzazione americana che avrebbe dovuto basarsi sulla cancellazione di classi privilegiate. Monopolio del diritto e controllo della moneta segnano la netta separazione tra i tiranni e gli schiavi. Lo sfruttamento intensivo degli schiavi pone un limite al sistema.
Negli ultimi 30 anni di sganciamento della moneta dall’oro, a fronte di un miglioramento delle tecniche produttive, l’americano medio dispone di un reddito costante in termini reali solo al costo di un aumento del venti per cento del tempo lavorato. L’impressione di prosperità, se c’è, deriva solo dal ricorso al debito. Il socialismo europeo ha consentito la riduzione del tempo lavorato; è stato più untuosamente compassionevole delle masse. L’impressione di prosperità deriva qui dalla creazione di debito pubblico e di un sistema di assegnazioni economicamente insostenibile.

Questo socialismo delle regolamentazioni della vita sociale, così come il socialismo americano per via finanziaria, hanno i giorni contati. Naturalmente i due sistemi hanno numerose sovrapposizioni e somiglianze. Si sommano così dissesti di varia natura. Tale destino infausto riserva il futuro alle nazioni più privilegiate del pianeta. Il diritto di signoraggio imposto dal Dollar Standard avvantaggia una ristrettissima elite nel mondo (finanza anglo-americana, esportatori asiatici, esportatori di materie prime) a discapito innanzitutto delle masse dei paesi del cosiddetto terzo mondo, ma anche, nel medio/lungo periodo, delle nazioni del cosiddetto Occidente.
L’evidenza del male fa nascere la credenza superstiziosa e invidiosa che l’origine di esso sia l’impresa capitalista e il commercio internazionale. In realtà esse produrrebbero l’ottimizzazione dei processi produttivi e la divisione internazionale del lavoro nei termini di maggiore efficienza economica e giustizia morale, se non fosse per la perversione della struttura economica creata dal sistema di monete per decreto gestite monopolisticamente dallo stato attraverso la banca centrale e il controllo del sistema bancario.
Se la vera motivazione all’indignazione no-global non fosse l’invidia, ma la sete di giustizia, già da tempo moneta e banca sarebbero al centro della discussione. Come scrisse John Adams a Jefferson: “All the perplexities, confusion and distresses in America arise not from defects in the constitution or confederation, nor from want of honour or virtue, as much from downright ignorance of the nature of coin, credit, and circulation.”

Esiste una correlazione perfetta nel medio/lungo periodo tra la decadenza di una civilizzazione e lo svilimento della sua moneta. L’ottimo fiorino precede e fonda la società in cui viene creata la Commedia, che rende omaggio a questa legge culturale registrando l’orrida pena secolare di Mastro Adamo e la sua dannazione eterna. Per soli tre carati di mondiglia su ventiquattro: quale infinita punizione stanno scontando o accumulando i falsari istituzionali dei tempi moderni?
L’attuale dominazione angloamericana crollerà a causa della sua sovraesposizione imperiale. Gli imperi minano la loro potenza concedendo elargizioni eccessive per garantirsi il consenso interno e avventurandosi in guerre dissipatorie. Viene diffusa l’idea che il potere possa far nascere valore economico con una atto di volontà, il cui esempio paradigmatico è il fiat sovrano che conferisce potere d’acquisto a carta o a registrazioni elettroniche. A ciò si collega l’idea che questo “benessere” debba essere difeso dall’attacco dei “nemici”. Tradizionalmente viene associata a queste operazioni la giustificazione etica della protezione e dell’esportazione di una forma “superiore” di civiltà.
L’elite della falsificazione è portatrice di un progetto culturale? Non è necessaria una intenzionalità progettuale per dare forma a una cultura. In una maniera complessa e di non immediata comprensione, il sistema moneta per decreto/banca centrale è un sistema basato sul furto e sulla truffa. Intorno a questo nucleo si strutturano le scelte individuali che si coagulano in istituzioni. Ad esempio, finché un sistema siffatto sta in piedi, l’attività finanziaria è molto più remunerativa della produzione manifatturiera, che diventa appannaggio della periferia svantaggiata del sistema.
Il diavolo si trova comunque alle prese con il suo annoso problema con i coperchi: se le banche centrali asiatiche vendessero i titoli del tesoro USA in loro possesso, il sistema crollerebbe in venti minuti. Non possiamo dubitare che sulle sponde del Pacifico ci sia una comprensione del sistema e quindi la fantasia di un simile scenario. È probabile che le autorità cinesi non considerino un vantaggio netto gli attivi in dollari derivanti dalle esportazioni, ma piuttosto la nascita di una cultura d’impresa, lo sviluppo di tecnologia, la creazione di impianti produttivi e infrastrutture, ovverosia la base di una vera ricchezza. È inoltre cruciale per l’attività portuale in Cina il controllo del canale di Taiwan. È impossibile che la riapproprazione di Taiwan non sia una priorità del governo cinese. Costretto ad un attacco proditorio dalle macchinazioni roosveltiane, nel maggio del ’42 il Giappone controllava le Filippine, la Malesia, l’Indonesia e l’Indocina; il mare che bagna quelle terre potrebbe a prima vista sembrare una porzione di oceano: in realtà è un oleodotto che serve persone, a miliardi.
L’elite della falsificazione è impegnata in progetti culturali espliciti. Ne vediamo un esempio nell’agenda sinistra dell’UNESCO. Diffusione dell’aborto, controllo della popolazione, distruzione della tradizione, controllo di una educazione globalista, cancellazione delle religioni, subordinazione della famiglia al potere politico, venerazione delle componenti non umane della natura. Sembra la vendetta di Lucifero contro l’uomo. Strappato dalla fredda gloria narcisistica da una creatura goffa, animale, sventurata, (ma che introduceva nel creato una possibilità, incerta, fragile, spesso perdente, ma nondimeno reale: la possibilità dell’amore), Lucifero piombava con le sue ali livide a Threadneedle Street e si presentava al terrorizzato Montagu Norman.

Non è possibile una società del disordine. Nessun ordo ab chao, se per questo si intende la pianificazione di un ordine massonico sulle ceneri di una civiltà. Deriva ordine in una società solo dal lento sedimentarsi di istituzioni funzionali che proteggono la proprietà di individui uguali di fronte alla legge e legati da contratti e da vincoli naturali di affetto. L’ordine e la prosperità sono quindi essenzialmente morali. Tirannie autocratiche, socialismo sovietico, fabianesimo, e quant’altro possono durare solo finché non abbiano esaurito le potenzialità produttive della società attraverso il loro sfruttamento estensivo. L’attuale fiat-dollar socialism sembra prossimo all’implosione.

Fabio Gardel



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Economia sociale di mercatoè questa la formula usata dal ministro dell’economia Tremonti per indicare la strategia politico-economica del governo italiano. Ma cos’è l’economia sociale di mercato?
Solo una formuletta dialettica dietro cui nascondere la regressione della civiltà ai tempi delle caverne.

Ce lo spiega Frank Chodorov, oramai ospite fisso di questo blog, in un articolo tratto da The Freeman del maggio 1940 tuttora di sorprendente attualità.

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Civiltà o economia da cavernicoli?

di Frank Chodorov

 

 

Mi è stato chiesto di parlare di commercio internazionale. Comincerò parlando di civiltà, quella cosa che, ci viene detto, è alla vigilia della sua distruzione. Perché io credo che ci sia un preciso rapporto tra i processi della civiltà e le modalità di scambio chiamate commercio internazionale.

 

Che cos’è la civiltà? Ci sono state molte definizioni di questo concetto, da quelle puramente materiali a quelle che sono esclusivamente culturali. Per definire questa parola correttamente, dobbiamo esaminare il modo in cui utilizziamo. In linea generale, consideriamo civiltà cose come le dogane, l’istruzione, i metodi politici, la religione, le conoscenze tecniche etc., prevalenti in ogni periodo della storia, o in qualche parte del mondo abitato. Ma, forse, tutti questi attributi possono rientrare nell’ordine delle “usanze”.

 

Se parliamo di civiltà greca evochiamo il concetto di un certo sviluppo nelle arti e nella filosofia per il contributo dei primi Greci. Si parla di civiltà egiziana e richiamiamo l’idea delle piramidi e delle forme angolari, di magnifici tribunali e relativa schiavitù. La civiltà Giapponese del XVIII secolo presenta qualcosa di diverso da quella del ventesimo secolo.

 

Ma ci deve essere qualcosa di originario in ogni civiltà, e l’unico modo con cui siamo in grado di isolare questo comune denominatore è un processo di eliminazione, immaginando una completa mancanza di civiltà.

 

Supponiamo che i nostri antenati pre-civilizzati, gli uomini delle caverne, provvedessero a soddisfare tutte le loro esigenze con il singolo impegno; cioè a dire, pescavano il pesce che mangiavano, cacciavano in modo tale da procurarsi carne e vestiti, vivevano da soli in una grotta che non condividevano con nessuno, eccetto una donna. Se avessero avuto un qualsiasi desiderio di intrattenimento, sarebbe stato necessario arrangiarsi in qualche modo. Il primo impulso dell’uomo è di cercare di soddisfare i bisogni che gli consentono di vivere, e poiché il nostro cavernicolo non scambia alcuno dei suoi prodotti con i suoi simili, è solo attraverso il suo lavoro che egli può mantenersi in vita.

 

I bisogni di questo uomo delle caverne devono essere stati molto semplici. Egli non poteva soddisfare necessità che richiedevano un certa complessità di sforzi. In altre parole, era un tuttofare maestro in nulla.

 

A tempo debito, deve avere realizzato che se lui era concentrato su uno di questi lavori, diciamo la pesca, mentre il cavernicolo suo vicino era impegnato a confezionare vestiti che entrambi indossavano, i due avrebbero potuto diventare più abili nei rispettivi lavori e ciascuno avrebbe potuto produrre di più. Ma affinché tale specializzazione fosse possibile, era necessario per questi due uomini delle caverne accordarsi per qualche metodo di scambio. Con ogni probabilità, era fondamentale per questi due curiosi individui avere fiducia reciproca. Il cavernicolo pescatore che portava il suo pesce in eccesso al vicino sarto doveva concordare nel dargli il pesce sulla promessa  che quando questi avrebbe finito il gonnellino richiesto, glielo avrebbe consegnato.

 

Vediamo, quindi, che sia i mercati che il credito sono necessari per la specializzazione. Che non si può avere divisione del lavoro produttivo senza che le specializzazioni possano essere scambiate; se un uomo che fa scarpe constata che non c’è modo di scambiarle, morirà di fame se non cambia occupazione e non va a lavorare nella produzione alimentare.

 

La civiltà, in fondo, è solo un modo di vivere insieme. La ragione per cui gli uomini vivono insieme in comunità è che ognuno, cercando di soddisfare i propri desideri con il minimo sforzo, ritiene che in una comunità, non solo vi è una maggiore produzione grazie alla divisione del lavoro, ma, ancor più importante, che essa rappresenta di per sé un mercato per gli scambi.

 

L’essere gregari può anche avere un’interpretazione psicologica, ma economicamente è solo l’espressione dei singoli desideri di trovare soddisfazione. Maggiore è il numero delle persone in una comunità, più grande sarà il mercato, più il commercio diventa facile, e, di conseguenza, maggiore sarà il numero di specializzazioni.

 

Per esempio, è solo in una grande città che una star dell’opera trova un mercato per i suoi servizi.

Una così avanzata macchina da intrattenimento come il Yankee baseball club non poteva svilupparsi, per dire, a Broken Bow in Oklahoma.

 

Non può esserci una fabbrica automobilistica che produce un migliaio di macchine al giorno se non ci sono un migliaio di acquirenti al giorno. Vediamo che dove le specializzazioni si sono altamente sviluppate, vi è un maggior numero di persone e, di conseguenza, un mercato più promettente.

 

Credo che si possa tranquillamente affermare, quindi, che la civiltà è iniziata quando l’arte del commercio è stata scoperta. Prima le specializzazioni erano necessariamente limitate alle necessità immediate, come cibo, riparo e indumenti. Ma con i suoi desideri immediati soddisfatti, l’uomo ha cercato ulteriori soddisfazioni e presto il sistema di mercato ha consentito agli individui di diventare sacerdoti, esploratori, intrattenitori di viaggio e guaritori.

 

Quindi, lo scambio delle merci con cui inizia la civiltà si sviluppa in uno scambio di servizi e di idee. Senza un mercato il medico non avrebbe potuto sviluppare e scambiare la sua abilità in cambio di beni vitali. Senza un mercato, non ci sarebbero stati avvocati, attori, professori; noi tutti dovremmo essere auto-sufficienti come l’uomo delle caverne.

 

Ogni incremento delle strutture commerciali aiuta la diffusione di valori culturali e, al contrario, ad ogni interferenza con gli scambi risulta un corrispondente “ritardo del progresso culturale”. In altre parole, più libero è il commercio, maggiore è l’anticipo della civiltà, e più restrizioni ci sono sul commercio, più sicura sarà la regressione della civiltà.

 

Non abbiamo mai avuto il libero commercio, e uso questo termine non solo nel senso degli scambi commerciali tra i popoli di vari paesi, ma anche degli scambi commerciali tra i popoli dello stesso paese. Non abbiamo mai assolutamente consentito il libero scambio delle specializzazioni produttive, il libero scambio di politiche regolamentari, senza tasse, senza privilegi. Pertanto, non siamo mai stati completamente civili.

 

E, dato che il commercio non è mai stato realmente libero, neanche la produzione non lo è mai stata. Perché l’interferenza con il mercato è l’interferenza con la produzione. Quando il mercato è limitato dal controllo governativo, governo di privilegi o di monopolio, il risultato relativo allo scambio è lo stesso. Quando vado al mercato con il mio sacco di cipolle e vengo fermato per strada da un esattore delle tasse che mi prende una parte delle mie cipolle, e poi da qualcun altro che a causa di un privilegio legale mi priva anch’esso di parte delle mie cipolle, non possono sperare di ottenere un maggior numero di patate in cambio della mia scorta esaurita di cipolle. Non c’è compassione per me e mi daranno lo stesso numero di patate, anche se io do un minor numero di cipolle; semplicemente non ho i beni per pagare le patate e torno a casa con meno di quanto sono partito.

 

E, poiché qualcuno non avrà venduto tutte le sue patate, si terrà le scorte in eccedenza in casa, e la prossima stagione non crescerà; in breve, si perde lavoro. Le interferenze con il mercato, regolamentazioni o privilegi, hanno quindi la tendenza a ridurre la produzione e l’occupazione.

 

Ogni difficoltà posta sulla via della produzione ha un effetto su quei valori culturali che sono i segni della civiltà avanzata. Per questo si deve ricordare che finché i bisogni materiali non saranno soddisfatti, tali valori culturali non faranno la loro apparizione. Quando l’uomo è in lotta per sopravvivere, non sviluppa particolari apprezzamenti per l’arte, e come questa lotta si fa più intensa e più generale, l’interesse del pensiero diminuisce in proporzione. Ciò dimostra che limitazioni alla produzione e agli scambi ritardano il progresso della civiltà.

 

La guerra rappresenta la totale negazione della libertà di scambio. In primo luogo, i militari non producono. La loro specialità consiste nella distruzione. I beni che essi distruggono sono prodotti da lavoratori che non ottengono nulla in cambio, tranne la promessa di essere pagati un po’ più avanti nel tempo. Questo pagamento può essere riconosciuto ai loro figli, o ai figli dei loro figli, attraverso la produzione futura. In ultima analisi, la regola per tutti è che i debiti possono essere saldati con prodotti o servizi. Ora, se i militari distruggono la produzione senza portare nulla in cambio sul mercato, è ovvio che chi produce avrà meno beni per se stesso e i processi e di libero mercato saranno quindi impediti. Ogni volta che – con qualunque mezzo – vengo privato della mia produzione, il mio potere di scambio è limitato nella stessa misura.

 

Embarghi, blocchi, dazi, quote, inflazione, affondamento di navi; tutti gli strumenti di guerra, hanno come scopo l’interferenza con lo scambio delle merci. Essi sono dichiaratamente la negazione degli scambi commerciali, e gli scambi commerciali, come abbiamo visto, sono sinonimo di civiltà.

 

Più importante dal punto di vista dell’umanità, è che la più distruttiva attività della guerra è la tendenza ad isolare completamente i popoli gli uni dagli altri, mentalmente e spiritualmente. La tecnica della guerra moderna è il completo isolamento, sia prima sia durante il conflitto.

 

È l’attività dello stato che vi prepara alla guerra insegnandovi ad odiare. È l’attività dello stato che vi prepara alla guerra insegnandovi a non fare scambi commerciali con alcuni popoli perché portatori di “cattive ideologie”. È l’attività dello stato che vi prepara alla guerra impedendo che le informazioni vi arrivino perché potrebbero meglio predisporvi nei confronti delle persone che siete chiamati ad uccidere. È l’attività della guerra spezzare il libero scambio di beni, servizi, idee che è connaturato a tutte le civiltà di ogni epoca.

 

Avrete certamente notato che nel trattare le questioni interconnesse al commercio e alla civiltà non ho fatto distinzioni tra commercio internazionale e commercio interno. Non ve n’è alcuna. Qual è la differenza, in sostanza, nello scambio di merci tra un newyorkese e uno del Vermont e lo scambio di merci tra un newyorkese e un canadese? Una frontiera politica rende di per sé un uomo un cattivo cliente? Quando Detroit vende un’auto al Minnesota, il debito viene saldato eventualmente con una spedizione di farina, e se l’auto è venduta in Brasile, con una spedizione di caffè. Nazionalità, colore, razza o religione non hanno alcuna importanza in uno qualsiasi di questi scambi. Questi aspetti diventano rilevanti solo nel caso in cui la tecnica di guerra è diventata parte integrante del nostro sistema politico.

 

Il commercio, interno o internazionale, è foriero di disponibilità tra gli uomini e di pace in terra.
Il contrario del commercio è l’isolamento, e l’isolamento è un segno di decadenza, di un ritorno ad un’economia da cavernicoli. Se economicamente e culturalmente è bene per l’America isolarsi dagli altri paesi, è un bene per New York isolarsi dal Connecticut, per Manhattan isolarsi dal Bronx, per ogni uomo isolare se stesso dal proprio prossimo. Proprio come gli individui si specializzano nelle professioni, così fanno le nazioni e, di solito, le specializzazioni sono determinate da migliori risorse naturali o dallo sviluppo di competenze specifiche. Non ha riflessi sugli Stati Uniti il fatto che lana australiana ha un fiocco più lungo di quello ottenuto dalle pecore americane; li ha però sulla capacità intellettuale americana se essa rende difficile agli americani ottenere questo miglior tipo di lana, così come li ha sulla capacità intellettuale australiana se essa impedisce agli australiani di godere della superiorità delle nostre automobili.

 

Isolamento e autarchia sono tecniche di guerra. Idee entrambe derivanti dallo stupido concetto di guerra come motivo e obiettivo dell’esistenza nazionale. Ambedue, quindi, sono tendenze verso la de-civilizzazione. In sostanza, isolamento e autarchia sono semplicemente i segni di un’economia nazionale cavernicola.

 

In conclusione, desidero ricordare a voi uomini d’affari che è vostro dovere sottolineare la dignità e l’importanza del commercio nella nostra vita nazionale. Agli inizi della scienza dell’economia politica, è stato insegnato che il commercio è un male necessario – che non è produttivo. Questa teoria erronea, in primo luogo enunciata dai fisiocrati francesi e successivamente sviluppata dai marxisti, al punto in cui, pontificando, dichiararono che tutte le occupazioni nel processo dello scambio sono parassitarie, non è stata ancora del tutto eliminata dai nostri libri di economia; ultimamente il nostro pensiero politico ha dimostrato di portarne alcune tracce.

 

Uno dei contributi al pensiero economico sviluppati dall’importante economista americano Henry George è stato affermare che lo scambio fa parte della produzione – che il venditore e il banchiere hanno a che fare con la produzione tanto quanto l’uomo alle macchine. Infatti, disse George, l’obiettivo della produzione è il consumo, e una cosa non è prodotta fino a che non raggiunge il consumatore. Pertanto, qualsiasi soggetto specializzato che contribuisce alla distribuzione delle cose, è altresì un produttore di cose. Più il numero delle nostre specializzazioni aumenta, più si rende necessario un grande esercito di distributori. Il mercato diventa più importante e il lavoratore, il rivenditore, l’inserzionista pubblicitario, e il vettore comune crescono e diventano maggiormente importanti nel nostro ingranaggio produttivo.

 

E la dimensione e la libertà del mercato sono il metro di misura della civiltà.

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Un eccezionale articolo di Marco Calamari su Punto-Informatico

 

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Cassandra Crossing/ Leggi, logica, finti roghi e vere manipolazioni.

Caro lettore, non so se frequentando luoghi di dibattito, dalla sala di attesa del dottore ai forum di Punto Informatico, ti sei mai soffermato a pensare quante conversazioni apparentemente logiche e consequenziali siano in realtà strumenti dialettici di manipolazione, e quante persone (dovrei forse dire quanti “Infolabili”) ne rimangano acriticamente vittime.

Usare i roghi per esibire potere, distrarre la popolazione dai veri problemi e soddisfarla con spettacoli gratuiti a cui portare anche i bambini, è stato nel corso dell’ultimo paio di millenni un metodo efficace.
I roghi funzionano anche adesso. Non c’è più bisogno di approntare eventi eccezionali e sprecare mucchi di legna imbevuta con olio, costosa ed inquinante. Basta convincere la gente a sedersi in silenzio e stare ad ascoltare chi urla più forte.

La propagandatissima caccia al pedofilo in Rete, invece che nel mondo reale, ne è un recente chiaro esempio.
Ci sono i mezzi di comunicazione passiva di massa, come la televisione o i giornali, che permettono di manipolare il pensiero sfruttando anche il sovraccarico di informazioni che ci investe quotidianamente.

Con questi mezzi il legislatore che propone o vara una norma iniqua passa per essere semplicemente un ignorante, e tutti concordano che l’errore compiuto nella fretta verrà prontamente rimediato. Che la norma ad-personam è un caso. Che la norma incostituzionale è comunque transitoria.
Lo disse Urbani anni fa per il suo decreto. Ed oggi è ancora li.

È stato detto cinque anni fa per il decreto Pisanu, decreto d’emergenza provocato dalla necessità di lottare contro il terrorismo e recepire la “direttiva europea”.
Ed oggi è ancora li, prorogato (sempre nella fretta) di anno in anno, a renderci un paese incivile rispetto alla maggior parte dei paesi europei, ed inadempiente anche rispetto alla famosa “direttiva”.

Ma davvero c’è qualcuno che pensa che le norme “pasticciate”, “errate”, “transitorie” esistano davvero? Che siano infortuni, errori, casi isolati?
Non esistono. Sono nella maggior parte dei casi progettate così da fini tessitori di testi legali. Che in separata sede magari ti confidano: “Questa frase non si capisce perché non si deve capire”.

Le norme “pasticciate”, “errate”, “transitorie” sono uno dei mezzi con cui lo Stato (con la “S” maiuscola) rinnega il suo dovere di tutelare il benessere ed i diritti dei suoi cittadini.
Queste norme sono il mezzo in cui lo stato (con la “s” minuscola) tenta, con ogni mezzo a sua disposizione, di mantenere ed aumentare il controllo sui cittadini, con l’obbiettivo finale di renderli sudditi.

Non è cattiveria, è una tendenza naturale, che la separazione dei poteri serve a contrastare. Ma in Italia la separazione dei poteri, la dialettica maggioranza-opposizione sono dettagli. La concertazione e l’emergenza sono invece la regola.
Lo “Stato” e lo “stato” coincidono e convivono negli stessi organismi, e sono in lotta tra di loro.

Caro lettore, non credi che la capacità di accettare l’assurdo o l’arbitrario solo perché lo dice la tv, perché lo ripete tante volte, perché lo fa ripetere da personaggi popolari, debba comunque avere un limite?
L’uso della logica è piuttosto impopolare, d’accordo, ma tutti coloro che la applicano quotidianamente facendo la spesa perché non possono farlo anche per una proposta di legge o una riforma annunciata?

Andando al supermercato per comprare, diciamo, delle ciliegie, io per prima cosa guardo se ce ne sono tipi o marche diverse. Una veloce occhiata alla data di confezionamento ed al prezzo apre le valutazioni. Quelle apparentemente migliori vengono valutate anche in relazione all’aspetto, all’odore ed al luogo di produzione.
Infine una veloce occhiata al fondo della confezione per vedere se ce ne sono di marce, messe lì a bella posta. Alla fine la decisione: compro quelle, compro queste, non compro niente. Tempo necessario, al massimo due minuti. Fatica necessaria, praticamente nessuna.

Ho fatto un bilancio costi/benefici. Ho cercato se c’è onestà o fregatura. Poi ho scelto. Lo fai tutti i giorni anche tu.

La prossima legge ad personam, la prossima legge sulla sicurezza, la prossima legge elettorale, la prossima operazione finanziaria di salvataggio, valutala con la stessa attenzione che meritano due etti di ciliege. E spendi almeno lo stesso tempo per cercare di capire.

Marco Calamari

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