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Posts Tagged ‘Mina’

Degli articoli di Mina che compaiono ogni domenica su La Stampa avevo detto che ne avrei fatto una rubrica settimanale perché quelli letti fino a quel momento mi sembrava fossero portatori di chiare istanze libertarie. Poi però venivo smentito da un articolo sulle divise a scuola che di libertario aveva ben poco, sicché ho preferito sospendere. Domenica scorsa la Tigre è tornata in gran forma per dire la sua sullo scandaloso provvedimento approvato dal governo Prodi – e tacitamente accettato da quello Berlusconi – che consentirà al ministero dell’economia di confiscare i così detti conti dormienti al fine risarcire le vittime dei crac finanziari tipo Cirio e Parmalat.

Direi che anche come fertilizzanti potremmo essere a posto. Le ossa frantumate sono un grande concime. Perché non triturare ben bene tutte le ossa dei morti ai quali non sia stato portato neppure un fiore da almeno dieci anni? Così, poi, si vende questo pappone e si possono fare altri soldi. Senza, però, pensare che quella poltiglia era un uomo, tanti uomini, fratelli, madri, padri, amici. Me lo aspetto da un momento all’altro. I dormienti, quelli veri, non sarebbero lasciati in pace neppure in questo non tanto demenziale caso.

Lo Stato mi spaventa sempre di più. John Acton diceva: «I grandi uomini sono quasi sempre uomini malvagi». Ecco, malvagi forse è troppo, mi viene in mente la matrigna di Biancaneve, ma poco affettuosi sì, poco amorevoli, se vogliamo ridere. Come poco affettuoso è il provvedimento che prevede che se un conto bancario o postale non ha avuto movimentazione negli ultimi dieci anni viene espropriato, confiscato, requisito, sequestrato… scegliete voi il verbo che ritenete più appropriato.

Dove andranno a finire questi soldi, chiederanno i miei piccoli lettori? Ma vanno per un’opera di bontà, ovviamente. Verranno dirottati verso il fondo creato per risarcire le vittime dei crac finanziari, ma anche, in parte, per l’assunzione dei precari nella pubblica amministrazione.

Per questo banche, finanziarie e Poste Italiane hanno inviato lettere raccomandate ai titolari per chiedere di movimentare il conto, e chi non risponde all’invito entro sei mesi dalla data di ricevimento della lettera rischia di non poter poi reclamare più nulla. La scadenza è il 16 agosto. Quindi queste famose lettere dovrebbero essere in cammino da febbraio. Conoscete qualcuno, almeno uno, anche piccolo, anche nano che abbia ricevuto un tale avviso? Io no. Nessuno.

«Un’ingiustizia nazionale è la più sicura strada verso la decadenza di una nazione», sosteneva William Ewart Gladstone. Non voglio essere catastrofica, ma mi sembra che sul piano del rispetto del cittadino non ci siamo proprio. Perché la gente è sempre più convinta che i politici siano una razza diversa, distante, opposta? Perché, spesso, mandano avanti progetti con modalità che non si possono giustificare in alcun modo? Perché non devo poter lasciare «dormire» il mio eventuale conto finché mi pare e piace? Perché mi vogliono sfilare quei quattro soldi vigliacchi che, magari, mio nonno ha risparmiato con fatiche e privazioni inenarrabili, proprio per lasciarli ai nipoti che tanto amava, non certo per arricchirli, ma come suo affettuoso ricordo?

Qui l’articolo originale.

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Addio alla scuola

Da conservare gelosamente tra le ricevute di famiglia». Boni, il bidello, perfetto nel suo perenne, stiratissimo grembiule nero, mi porgeva una busta che doveva essere importantissima, secondo lui. Era l’ultimo giorno di scuola e io stavo già scendendo i gradini del mitico «Beltrami Istituto Tecnico Commerciale». Era l’ultimo giorno di scuola. Per me l’ultimo in tutti i sensi perché subito dopo sarei stata risucchiata, tritacarnata, vivisezionata, dolcemente, ma mica tanto, massacrata dal rutilante mondo delle sette note.

Peccato, se l’avessi saputo avrei guardato con altri occhi i sassi di quella stradina, i palazzi, il cielo stretto tra i tetti di Cremona che sono fra i più belli del mondo. Avrei guardato con altri occhi, quelli della nostalgia, i miei compagni. Non so, forse l’unica vera bellezza dell’andarsene da casa è quel sentimento romanticamente struggente che ti fa pensare che se fossi rimasto lì chissà come sarebbe stata bella la vita. Sarà che crediamo di aver nostalgia di un luogo lontano, mentre abbiamo soltanto nostalgia del tempo vissuto là, quando c’erano tutti e le cose sembravano meno insopportabili.

L’ultimo giorno di scuola, dunque. Per me non era una gran festa. I miei mi avrebbero portato via e io non volevo lasciare la mia casa.

Non volevo lasciare i miei amici per andare ad abbronzarmi in un carnaio o a raccogliere stelle alpine in una senz’altro accettabile solitudine. Tutti gli anni scongiuravo, mi attaccavo ai mobili, piangevo lacrime vere, ma mai una volta che mi abbiano accontentato.

L’ultimo giorno di scuola. Meglio non essere indifferenti al fatto. Le cadenze e le scadenze hanno significati pesanti. Se glieli concedete fate bingo nel cambiamento. Se le appiattite o le omogeneizzate, magari per non stupirvi troppo delle emozioni, non godrete della logica del tempo. Quella del vostro tempo che, tutto insieme, nei suoi ritmi e nelle sue aritmie, fa la vita. L’ultimo giorno di scuola è lo spartiacque previsto e premeditato, con tutto il diritto e il dovere di esserlo, tra due spezzoni di tempo. Cambia la curiosità, l’attenzione, lo scopo, l’impegno. La separazione tra scuola e vacanza dà valore all’una e all’altra. Se vi capitasse di urlare di gioia e liberazione, questo significherebbe che avete fatto la giusta, appropriata, adeguata fatica. Se avete la stessa faccia, di sicuro, non siete i primi della classe, non vi godrete le vacanze e, purtroppo per voi, non sorriderete tornando a scuola in autunno.

Link all’articolo originale.

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Ho deciso di riportare su questo blog tutti gli articoli di Mina che compaiono ogni domenica sul quotidiano torinese La Stampa. Quello che segue è di lunedì scorso che non so per quale motivo non si trovava sul sito del giornale. Il prossimo sarà quello di ieri.

Non toccate la tribù rossa

Fatti non foste… La sollecitazione di Ulisse alla curiosità era romantica e pleonastica nello stesso tempo. In realtà, mai l’uomo si è accontentato e, seppure con obbiettivi meno alti di “virtute e canoscenza”, ha rincorso accanitamente utili e inutili scoperte. Si è imbattuto, per impegno e serendipità, in tutto ciò che oggi ci appartiene come patrimonio con cui fare i conti. La terra continua a girare, rotonda com’è, su un asse spiegabilissimo. Abbiamo faticato a dimostrarlo e ad accettarlo. Qualche pregalileiano, anche non propriamente stupido, si era confuso sull’argomento e aveva descritto acque e terre a scalini con angoli acuti che ci fanno sorridere. Sono stati affrontati analoghi scossoni nel percorso di precisazione sull’umana biologia e sull’umano pensiero.
Come mi sembra volgare e superbo lo sforzo nella ricerca di ogni essere vivente al quale imporre prima il confronto e poi una omologazione non disinteressata! Immagini di lidi inesplorati affluiscono alla nostra vista per essere sottoposti al giudizio. Cosa ce ne faremo? Con un aereoplanino sorvoliamo una tribù di stupiti uomini che puntano frecce contro il nostro acciaio. Stanno fermi, rossi e allineati tra capanne grigie altrettanto allineate. Mi viene in mente la maglia della Cremonese e non molto di più. Fondamentalmente per discrezione e perché non voglio pensare ai disegni inopportuni che guideranno l’approccio di quei rompiballe che sconquasseranno l’equilibrio dei rossi in campo grigio. Con un sofisticato aggeggio spaziale siamo ammartati, se così si può dire, su una crosta e siamo capaci di fotografare e carotare e campionare. Ci potremmo trovare alle prese con esseri grigi in campo rosso. La mia associazione di idee tenderà ad essere identica. Valgono gli stessi motivi già espressi e quel tanto di pigrizia che non mi manca naturalmente. Le nuove scoperte non sono disponibili in un contenitore indipendente ad accesso libero. Nei nostri tempi esistono i gestori delle conoscenze. Quelli che dispensano con metodi parziali le informazioni secondo convenienza. Sono quelli che non hanno amore. Non si chiederanno se la tribù rossa o il pianeta rosso hanno bisogno di noi. Non si cureranno se il loro volere sia quello di essere lasciati in pace. Sono sicura. Non si accontenteranno di fotografare e carotare. Li bombarderanno per estrarne un tornaconto. Uccideranno il cuore di un microbo marziano o di un rossiccio amazzonico con la stessa indifferenza con cui cercano di cancellare la nostra libertà e la blaschiana gioia.

Link all’articolo originale.

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