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Posts Tagged ‘politica’

036-fdr-television-broadcastCon l’intento di arginare gli esisti dell’attuale crisi economica, l’amministrazione Obama sembra pervicacemente intenzionata a ripetere gli errori commessi da Franklin delano Roosevelt durante la Grande Depressione. Del resto, bisogna ammettere che ha buon gioco, visto che il mito della creazione dei posti di lavoro di FDR rimane ancora bene impresso nella mente di molte persone.
Purtroppo però, nella sfera economica, ogni istituzione, ogni legge, ogni intervento, non genera un solo effetto, ma molteplici effetti, molti dei quali non immediatamente visibili e va bene se si possono prevedere. Era questa la lezione del grande economista francese Frédéric Bastiat, il quale, nel suo saggio Ciò che si vede e ciò che non si vede, spiegava come il cattivo economista si limiti agli effetti visibili, mentre il buon economista considera l’effetto che si vede e quelli che invece occorre prevedere.
Alla luce di questa semplice constatazione, il New Deal di Roosevelt si rivela per ciò che realmente è stato: un mito da sfatare.

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Barack Obama dice che i circa 800 miliardi di dollari del suo Piano Americano di Recupero e Reinvestimento potrebbero salvare o creare tra i tre e i quattro milioni di posti di lavoro entro il 2010. Molti dei posti di lavoro offerti – costruzione o riparazione di strade, ponti ed edifici -, ricordano il New Deal. Vi è una svolta moderna, ovviamente, con la promessa di sviluppare le “fonti di energia alternativa”, come parchi eolici, pannelli solari, nuovi carburanti per auto eccetera.
“I di posti di lavoro che creeremo riguarderanno le grandi e le piccole imprese in una vasta gamma di settori,” ha promesso Obama “e saranno posti di lavoro che non solo daranno un impiego alle persone in breve termine, ma, sul lungo termine, posizioneranno la nostra economia alla guida del mondo”.

In primo luogo, ci si può chiedere: come possono, Obama e i suoi consulenti economici, sapere quale tipo di posti di lavoro riusciranno sul lungo termine a posizionare la nostra economia alla “guida del mondo”? Anzi, come possiamo aspettarci che chiunque possa sapere quale tipo di posti di lavoro saranno in grado di offrire una simile garanzia di ricchezza e sicurezza, considerando l’enorme complessità del mondo? Miliardi di persone prendono continuamente decisioni sulla base delle loro aspettative riguardo al futuro. I potenziali cambiamenti ideologici e gli inevitabili cambiamenti dovuti alla loro politica di finanziamento e di sostegno complica ulteriormente le cose; senza considerare i progressi tecnologici che possono trasformare il più calibrato dei piani in un enorme buco nell’acqua. Sembra un po’ poco una persona o un gruppo di persone per conoscere e prevedere il futuro, specie su così vasta scala, come nel caso di tre o quattro milioni di posti di lavoro.

Tuttavia, supponendo che Obama e i suoi consulenti abbiano ragione, che il loro piano, quindi, salvi o crei tutti quei posti di lavoro, di quali prove disporremo per poter di aver fatto un miglioramento, rispetto a se lo stesso piano non venisse applicato per niente?

Nel suo saggio “Ciò che si vede e ciò che non si vede”, l’economista liberale francese Frédéric Bastiat spiegava che si tende a riconoscere solo le conseguenze dirette di un’azione (ciò che si vede). Tuttavia, spesso, vi sono altri effetti successivi, la cui connessione con tali azioni non viene percepita (ciò che non si vede). Inoltre, gli effetti a breve termine di un’azione possono essere a volte molto diversi dalle conseguenze invisibili che si verificano a più lungo termine.

Nel caso dei lavori pubblici, Bastiat spiegava che il governo non produce nulla di indipendente dal lavoro e dalle risorse che sottrae agli utilizzi privati. Quando il governo prende in prestito denaro per creare posti di lavoro, ciò che si vede immediatamente sono persone che lavorano e i frutti di tale lavoro. Tuttavia, ciò che non viene generalmente considerato, sono tutte le altre cose che potrebbero essere state prodotte se il capitale non fosse stato inizialmente rimosso dal settore privato per finanziare i programmi del governo. Tali politiche necessariamente beneficiano alcuni (i lavoratori che ne favoriscono) a scapito di altri (coloro che avrebbero avuto i posti di lavoro che non sono stati creati) e, eventualmente, di tutti i contribuenti che dovranno ripagare il debito.

Ciò che si vede

I progetti per le opere pubbliche del New Deal forniscono numerose prove alla teoria di Bastiat. Essi, non solo fallirono nel tentativo di portare l’economia fuori dalla Grande Depressione, ma furono proprio ciò che la rese grande.

Inanzitutto, dei molti lavori creati sotto FDR ne hanno beneficiato in pochi, a parte quelli impiegati in cose come studiare la storia della spilla di sicurezza, raccogliere contributi per le campagne elettorali dei candidati del Partito Democratico, inseguendo le salsole e codificare 350 modi diversi per cucinare gli spinaci. (Vedi Lawrence Reed i Grandi Miti della Grande Depressione)

Inoltre, gran parte della “creazione dei posti di lavoro” veniva assegnata sulla base delle preferenze politiche, anziché là dove di impiego, probabilmente, ce ne sarebbe stato più bisogno.
Ad esempio, gran parte del soccorso pubblico andò agli stati ballerini dell’ovest, nella speranza di consentire a Roosevelt di ottenere voti alle elezioni future, invece che agli stati più poveri, come quelli del Sud, che erano già convintamente democratici durante quel periodo. La spesa per il soccorso ed i lavori pubblici sembrava anche aumentare paurosamente durante gli anni in cui si svolgevano le elezioni, ed è stato dimostrato che i voti andati a FDR erano strettamente correlati con i posti di lavoro ed altri speciali benefici forniti dal governo. (Vedi Folsom Burton’s New Deal or Raw Deal? How FDR’s Economic Legacy Has Damaged America).

Ciò che non si vede

I progetti per la creazione di posti di lavoro del New Deal hanno inoltre ostacolato la produttività scoraggiando le imprese private dall’adottare nuove tecnologie. L’esempio più lampante è un’azienda agricola del governo in Arizona, dove lo staff di una latteria scoprì che si poteva ottenere un maggiore profitto semplicemente utilizzando macchine mungitrici, al posto della mungitura a mano, eliminando quindi alcuni posti di lavoro. Ma ciò avrebbe violato i termini finanziamento del governo. Pertanto, le macchine non furono introdotte, e coloro che avevano fatto la proposta vennero licenziati. (Amity Shlaes racconta la storia in “The New Deal Jobs Myth”).

Roosevelt viene ancora celebrato per le sue misure sull’occupazione perché quelle persone che hanno ottenuto un impiego erano facilmente visibili. Tuttavia, ciò che non è stato (e non è) così facilmente riconoscibile è che per pagare i suoi esperimenti nel pubblico impiego, il governo ha assorbito gran parte del capitale a disposizione attraverso la vendita di obbligazioni e collezionando tasse, incluso il cinque per cento della ritenuta alla fonte in materia di dividendi corporativi, a cui si aggiungono le sempre crescenti imposte sul reddito, il cui apice raggiunse uno sconcertante 90 per cento.
In tal modo, il New Deal ha avuto come conseguenza non intenzionale di prolungare la Grande Depressione, dirottando risorse che avrebbero potuto essere utilizzate per creare ricchezza.

Barack Obama e i suoi consulenti dovrebbero far tesoro della lezione della storia. Il New Deal e suoi progetti di pubblico impiego sono stati un disastro, e sarebbe un errore pensare che dovrebbe essere fatto un altro tentativo.
Come spiegò Bastiat, il governo non crea ricchezza, ma solo deviazioni ad essa. Quando il governo controlla la ricchezza, inevitabilmente tende a servire fini politici piuttosto che gli interessi dei consumatori. Le politiche del New Deal di FDR sono una testimonianza di questo, e se verranno ripetute, come risposta alla nostra attuale crisi economica, saranno solo un ostacolo alla ripresa.

Larissa Price

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Del parapiglia ad opera dei fasciocomunisti svizzeri che hanno impedito all’economista Jose Pinera di tenere una conferenza, almeno nell’ambiente libertario, se n’è parlato diffusamente, quindi non mi dilungherò.

Soprattutto perché, dal paese della cioccolata, giungono anche alcune delizie misteriosamente snobbate dai palati sopraffini della stampa nazionale. Eppure la ciccia c’è, ma non se ne parla.

Per farla breve, il mese scorso, all’aeroporto di Agno in Svizzera è stata fermata, ed arrestata, Simona Patrignani segretaria della Lega Nord a Roma che, assieme ad un altro uomo, nascondeva tra i bagagli 8 kg di cocaina. Provenivano dal Brasile. Saudade.

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Gattopardi

Certo che a Obama Tancredi Falconeri gli fa una gran pippa.

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2008-11-14timeobamaQuesta è la home page di Barack Obama, neo Presidente Eletto degli Stati Uniti, ormai divenuto icona liberal globale che attira trasversalmente le simpatie di tutto il mondo politico internazionale. L’ultimo rigurgito di razzismo politicamente corretto che impone di elogiare Obama per lo stesso motivo per cui altri lo disprezzano, semplicemente perché è nero.

Questa invece, benché a prima vista si potrebbe pensare trattarsi della versione ebraica dello stesso sito, la home page di Benjamin Netanyahu, candidato alla carica di Primo Ministro per il Likud, il partito della destra conservatrice israeliana.

Idealmente siamo, o dovremmo essere, agli antipodi e l’esperienza mi insegna che idee ed emozioni opposte si comunicano attraverso codici opposti. Eppure i siti sono chiaramente l’uno la copia dell’altro: stessi colori, stesse funzionalità, contenuti multimediali, sistema delle donazioni, mood grafico e integrazione con le piattaforme di social network. È un plagio, ovvio, talmente sfacciato che è impossibile negarlo. Ed infatti nessuno lo nega:

L’imitazione è la più grande forma di adulazione. Siamo tutti impegnati nello stesso campo, quindi abbiamo dato un’occhiata molto attenta a quello che ha fatto l’uomo che ha avuto il successo maggiore e abbiamo cercato di trarre insegnamento da lui.”

È quanto ha affermato Ron Dermer, uno dei consiglieri per la campagna di Netanyahu.

Certo è un mondo strano quello in cui il Likud, il partito dei falchi israeliani, la destra amica di Bush e dei neocons, quello della guerra all’Irak, all’Iran e a chiunque osi mettere in discussione l’operato del governo israeliano, adora Barack Obama, il messia buono, l’uomo della pace e del cambiamento.

Ancora più strano se si pensa che oltreoceano qualcuno è spaventato perché ora gli USA “hanno un presidente musulmano”, quando invece tutti sanno che è cristiano.

Poi uno pensa al video di Al-Zawahiri dell’altro giorno, quello in cui il portavoce di al Qaida ha definito Obama il domestico negro a servizio degli ebrei, e le cose iniziano a farsi più chiare.

Bisogna compattare i ranghi per la prossima impresa di espansione statalista che, com’è noto, riesce molto meglio se ci si coalizza contro un nemico comune che minaccia la nostra tranquillità. Meglio ancora se ci scappa una guerra, specie in un difficile momento economico come quello che questa crisi offre, guardacaso, all’uopo. 

E all’adunata per “l’armiamoci e partite” mancava l’altra metà del cielo, quella dei buoni e dei puri, dei progressisti e dei democratici che possono credere nel cambiamento. Pazienza se poi l’unico cambiamento è quello del direttore d’orchestra, mentre la musica rimane la stessa.

Magari la storia non si ripeterà, certo è che in mancanza di upcomings ha l’abitudine di mandare in onda i soliti vecchi film.

 

 

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Nel brano di Ignazio Silone che riprendo da Panarchy.org, traspare un’insistenza anticlericale a tratti decisamente pleonastica. Si trovano però anche osservazioni dissacranti riguardo la grettezza e il sostanziale razzismo di una cultura, o un culto, che ha elevato i tabù statalisti al rango della volontà di un Ente Supremo, creando così l’illusione che non sia più necessario prestare attenzione al vero significato delle cose. Allo statalista basta una ferrea condotta consacrata a rituali sfacciatamente mondani e materiali per sentirsi autorizzato a disprezzare e ostracizzare qualunque forma di dissenso, specie quando rivolto alle più assurde simbologie leviataniche. In fondo, cos’è questa se non la peggiore delle religioni, quella dell’uomo che vuole sbarazzarsi di Dio per prendere il suo posto?

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Prof. Pickup. Vorreste far violenza alla natura umana, signor Cinico? Non dimenticate, vi prego, che la libertà di coscienza è stata sempre l’appannaggio d’una ristretta élite e presuppone una ricchezza di pensiero quale le masse non potranno mai possedere. Le masse possono ricevere il loro nutrimento spirituale solo sotto forma di pillole da inghiottire a occhi chiusi.

Tommaso il Cinico. La storia prova caso mai il contrario. Prova che non v’è stato progresso politico e sociale d’una qualche importanza che non sia dovuto alle lotte delle classi cosiddette inferiori. Ma per non allontanarci troppo dal tema, voglio ora particolarmente insistere sul fatto che l’istruzione, anche l’istruzione superiore, non è affatto incompatibile con la credulità e la superstizione. Conosco un famoso professore di matematiche il quale trema, se, andando all’università, incontra un gatto nero. Le superstizioni più pericolose sono quelle abituali, che noi non avvertiamo nemmeno come tali. A molte di esse neppur avrei fatto caso, se un mio amico papuasiano non me le avesse additate. Permettetemi di raccontarvi la sua storia.

Egli aveva avuto la ventura di essere raccolto da un missionario presso una delle tribù più arretrate della Nuova Guinea olandese e condotto a Roma in un collegio della Propaganda Fide per esservi liberato dalle native superstizioni e istruito cristianamente. Benché d’ingegno vivace, egli non aveva mai mosso obiezioni di sorta alle verità del Vangelo, e sembrava già maturo per essere rispedito come missionario indigeno presso la sua antica tribù, quando il caso, o la Provvidenza, volle ch’egli incontrasse, in una visita al giardino zoologico della Città Eterna, un magnifico vecchio canguro. Il canguro era ed è l’animale totemico del clan d’origine di quel giovane, e non potete immaginarvi quale fosse la sua emozione nel ritrovare il suo sacro antenato nella città straniera. Nessun dubbio ch’esso vi fosse arrivato per via soprannaturale e per ammonirlo a non dimenticare le sue origini, restando fedele agli avi. Inutilmente i maestri cattolici cercarono di distogliere il giovane convertito da quel postumo accesso di superstizione, ricorrendo a tutte le risorse dell’apologetica cristiana. Per finire essi misero l’impenitente pagano alla porta del collegio, in cui era diventato motivo di scandalo. Egli vagò triste e sconsolato per varie città e alcun tempo dopo venne in Svizzera. Io ho avuto occasione d’incontrarlo per caso e di fare la sua conoscenza nel giardino zoologico di Zurigo, mentre egli si aggirava eccitatissimo attorno al reparto dei canguri. Avendogli mostrato d’avere qualche conoscenza degli studi apparsi negli ultimi anni sul mondo mitico delle tribù australiane e papuasiane, egli se ne è uscito in iscandescenze. Codesti vostri scienziati che anch’io ho letto, si è messo a protestare, sono dei cretini. Nelle loro scritture pretenziose essi dissertano sui nostri alchera, ungud, Kugi, dema, come se si trattasse di oggetti inanimati di laboratorio. Nel colmo dell’agitazione egli ha estratto un quaderno da una tasca e m’ha imposto di leggerlo. Qui è la mia vendetta, m’ha detto. Il quaderno recava scritto sulla copertina a guisa di titolo:

Le incredibili superstizioni delle tribù europee”.

Vi confesso d’aver letto il quaderno d’un fiato. Il giovane papuasiano è riuscito a scoprire, con i suoi vergini occhi, una quantità inimmaginabile di feticci idoli totem e tabù che dominano gli atti più importanti della nostra vita civile, direi quasi, senza che noi ce ne accorgiamo. Il quaderno era redatto in forma aneddotica, rendendo conto delle scoperte nella successione in cui esse erano avvenute. Come voi potete immaginare, tutta la liturgia cattolica, coi suoi incensi ceri lampade oli ceneri reliquie vi prendeva il posto d’onore. Ma non mancavano osservazioni bizzarre sulla nostra vita privata. Ricordo particolarmente una discussione tra il papuasiano e una donna romana che traeva all’anulare un cerchietto d’oro, la fede matrimoniale. Dalle domande sulle funzioni di quella fede aurea, il giovane era passato ai rapporti tra l’anello e la fedeltà coniugale, l’istituto di Propaganda Fide e l’offerta delle fedi alla patria fascista. A un certo punto la donna non aveva più saputo rispondere.

Un giorno il giovane papuasiano fu condotto, assieme ai chierici del suo collegio, a piazza Venezia, a rendere omaggio alla tomba del milite ignoto, situata ai piedi dell'”altare della patria”. La patria è anche una madonna? egli domandò a un suo superiore. No, gli rispose quello. Perché dunque c’è un altare della patria? Tu non puoi capire. Perché? Accorsero due carabinieri che imposero silenzio. Se devo tacere, vuol dire ch’è una madonna, continuò il papuasiano a borbottare.

Un altro giorno egli aveva notato nel suo quaderno: Ho letto in un giornale che in Abissinia la lupa romana ha scacciato il leone di Giuda. Sembra che il leone britannico abbia tradito quello di Giuda. Dunque, come da noi, ogni grande tribù europea venera un suo antenato totemico: la Francia ha il gallo, la Germania l’aquila, l’Italia anche un’aquila, Roma una lupa con due bambini, l’Olanda, il Belgio, la Svezia e altri paesi il leone, che sembra l’animale più frequente in Europa.

Un’altra volta, a Genova, egli assisté al varo d’una nave. Una signora ruppe una bottiglia contro lo scafo. Gli spiegarono che era una bottiglia di champagne. Peccato, egli disse, sarebbe stato meglio bere lo champagne e rompere una bottiglia d’acqua. Il battesimo non sarebbe stato valido, gli fu risposto. Gesù, lui replicò, non fu battezzato con acqua? Sei stupido, gli replicarono. La discussione continuò. La nave ha un’anima? egli domandò. No, gli fu risposto. Che cosa dunque è stato battezzato? Sei stupido, gli fu risposto di nuovo.

Un altro giorno egli aveva assistito alla sfilata di molti uomini, vestiti tutti alla stessa maniera; davanti camminava uno con un palo al quale era attaccata della tela colorata. Al passaggio del palo tutti salutavano con rispetto. Un vecchio che non si tolse il cappello, venne subito aggredito e bastonato. Perché? domandò il papuasiano. Non ha salutato la bandiera, gli fu spiegato. Ma è solo un palo con un pezzo di tela, egli osservò. La bandiera, gli gridò un energumeno mostrandogli i pugni, è l’immagine sacra della patria. È la patria stessa, gli gridò un altro, è il sangue, l’anima della patria. La patria ha un’anima? domandò il papuasiano. Volevano portarlo in prigione.

Numerosi altri episodi riferiti nel quaderno riguardavano il potere magico dei timbri, delle uniformi, dei distintivi. Sono cose che noi tutti conosciamo, ma, a causa dell’abitudine, finiamo col non farvi più attenzione.


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Ludwig von Mises, nella sua fondamentale opera Socialismo, a pochi anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, dimostrò come quel sistema fosse destinato al fallimento a causa dell’impossibilità del calcolo economico in un contesto di socializzazione dei mezzi di produzione. Le sue furono indubbiamente parole profetiche, tuttavia, uno dei difetti della visione liberale misesiana – oltre al relativismo etico e ad una mal riposta fiducia nella possibilità di poter istituire un governo minimo liberale per via democratica –  a mio modesto parere, è che l’economista austriaco inquadrava la questione socialista secondo lo schema classico del Proletariato Vs Classe Capitalista; ovvero, pur giungendo a conclusioni diametralmente opposte, secondo la lettura fornita dallo stesso Karl Marx.

Ezra Taft Benson, al contrario, riteneva che quella fosse la versione del socialismo per gli ingenui. In realtà, strano a credersi, a volere il socialismo sono cerchie ristrette di grandi capitalisti, banchieri, finanzieri e plutocrati ed il loro obiettivo, dando per assunto che quello marxista fosse veramente la redistribuzione della ricchezza, non ha nulla a che vedere con l’eliminazione delle disuguaglianze sociali ed economiche.
Al contrario, il fine ultimo è quello del consolidamento del potere, strumento necessario a perseguire il Nuovo Ordine Mondiale.

Ezra Taft Benson, oltre a ricoprire la carica di ministro dell’agricoltura durante il governo Eisenhower (quindi un raro e ammirevole esempio di politico… illuminato), dal 1985 fino alla sua morte, fu presidente della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni; quello che segue è un discorso che egli tenne in occasione di uno degli incontri della congregazione religiosa mormonica contenuto nel libro The Teachings of Ezra Taft Benson, a cura di R. Gary Shapiro.

 

 

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Il Nuovo Ordine Mondiale – Una minaccia per la Costituzione

di Ezra Benson Taft 

 

Tutti sanno che Adolf Hitler è esistito. Nessuno lo mette in discussione. Il terrore e la distruzione che quest’uomo folle ha inflitto al mondo sono universalmente riconosciute. Hitler proveniva da una famiglia povera che non ricopriva alcun ruolo sociale. Egli abbandonò il liceo e nessuno ha mai detto fosse un uomo di cultura. Eppure quest’uomo tentò di conquistare il mondo. Durante i suoi primi anni di carriera politica, seduto in una gelida mansarda riversò sulla carta le sue ambizioni di dominio del mondo. Lo sappiamo.

Allo stesso modo sappiamo che anche un uomo di nome Vladimir Ilich Lenin è esistito. Come Hitler, Lenin non proveniva da una famiglia di alto rango sociale. Figlio di un burocrate insignificante, Lenin, il quale trascorse buona parte della sua vita in condizioni di povertà, fu responsabile della morte di decine di milioni di nostri consimili e della schiavitù di più di un miliardo di persone. Come Hitler, Lenin, seduto in una buia soffitta, progettava come avrebbe potuto conquistare il mondo. Sappiamo anche questo.

Non è teoricamente possibile che un miliardario possa essere seduto, non in una soffitta, bensì in un attico a Manhattan, Londra o Parigi a coltivare lo stesso sogno di Lenin e Hitler? Si dovrà ammettere che è teoricamente possibile. Giulio Cesare, un ricco aristocratico, lo fece. E un simile uomo non potrebbe creare un’alleanza o un’associazione con altri uomini che la pensano come lui? Cesare lo ha fatto. Questi uomini sarebbero superbamente istruiti, godrebbero di immenso prestigio sociale e sarebbero in grado di mettere in comune una sorprendente quantità di denaro per realizzare i loro scopi. Sono vantaggi che Hitler e Lenin non hanno avuto.

È difficile per l’individuo medio analizzare tale perversa bramosia per il potere. La persona comune, di qualunque nazionalità, vuole soltanto avere successo nel suo lavoro, per potersi permettere un certo tenore di vita, con svaghi viaggi e tutto il resto. Desidera poter sostenere la sua famiglia in caso di malattia e di salute e dare ai propri figli una buona educazione. La sua ambizione si ferma lì. Egli non ha alcun desiderio di esercitare il potere sugli altri, a conquistare altre terre o popoli, di essere un re. Egli vuole occuparsi dei propri affari e godersi la vita. Poiché egli non ha alcun desiderio di potere, è difficile per lui immaginare che ve ne siano altri che invece ce li hanno, altri che marciano al suono di un diverso tamburo. Ma dobbiamo renderci conto che ci sono stati gli Hitler, i Lenin, gli Stalin, i Cesare e gli Alessandro Magno nel corso della storia. Perché dovremmo convincerci che oggi non ci sono uomini con tale perversa smania di potere? E se accade che questi uomini siano miliardari non è possibile che vogliano usare uomini come Hitler e Lenin come pedine per prendere il potere per se stessi?

In effetti, per quanto difficile possa essere crederci, questa è la situazione. Come Colombo, ci troviamo ad affrontare il compito di convincere le persone che il mondo non è piatto come sono state portate a credere per tutta la vita, ma, invece, rotondo. Ci accingiamo a presentare elementi di prova che ciò che chiamiamo “comunismo” non è gestito da Mosca o Pechino, ma è il braccio di una cospirazione più grande manovrato da New York, Londra e Parigi. Gli uomini al vertice di questo movimento non sono comunisti nel senso tradizionale del termine. Non provano alcun grado di fedeltà verso Mosca o Pechino. Sono fedeli soltanto a se stessi e alla loro missione. Questi uomini certamente non credono alla trappola pseudo-filosofica del comunismo. Essi non hanno alcuna intenzione di dividere la loro ricchezza. Il socialismo è una filosofia che i cospiratori sfruttano, ma in cui solo l’ingenuo crede.

Sappiamo che nel corso della storia sono esistiti piccoli gruppi di uomini che hanno cospirato per prendere le redini del potere nelle loro mani. I libri di storia sono pieni dei loro progetti…  come Cosa Nostra in cui gli uomini cospirano per arricchirsi attraverso il crimine. La domanda è: qual è la forma più letale di cospirazione, quella criminale o quella politica?

E qual è la differenza tra un membro di Cosa Nostra e un comunista, o più propriamente, un cospiratore interno? Uomini come Lucky Luciano che hanno raggiunto i vertici della criminalità organizzata devono, necessariamente, essere diabolicamente brillanti, astuti e assolutamente spietati. Ma, quasi senza eccezioni, gli uomini nella gerarchia della criminalità organizzata non hanno avuto alcuna educazione formale. Essi sono nati in povertà e hanno imparato a trafficare nei vicoli di Napoli, New York o Chicago.

Ora, supponiamo che qualcuno con la medesima personalità amorale e rapace sia nato in una famiglia nobile e ricca, e che sia stato educato nelle migliori scuole, come Harvard, Yale o Princeton e poi possibilmente laureato ad Oxford. In tali istituzioni egli avrebbe familiarizzato con la storia, l’economia, la psicologia, la sociologia e scienze politiche. Dopo aver conseguito un titolo in tali illustri istituti di insegnamento, quante probabilità ci sono di trovare questa persona nelle strade a vendere biglietti della lotteria clandestina? Lo trovereste a spacciare marijuana ai liceali o a capo della gestione di una catena di case di prostituzione? Potrebbe trovarsi coinvolto nelle sparatorie fra gang del quartiere? Difficile. Perché, con questo tipo di istruzione, questa persona dovrebbe rendersi conto che se uno vuole il potere, potere reale, le lezioni della storia insegnano di “entrare negli affari del governo”. Diventa un politico e lavora per il potere politico o, meglio ancora, metti a tuo servizio dei politici. È lì che si trova il vero potere  –  e il vero denaro.

La cospirazione per impadronirsi del potere dello stato è vecchia come lo stato stesso. Possiamo studiare le cospirazioni dei tempi di Alcibiade in Grecia o di Giulio Cesare nell’antica Roma, ma non siamo disposti a pensare che oggi gli uomini congiurino per appropriarsi del potere politico. 

Molti individui estremamente patriottici sono caduti innocentemente nelle trame della cospirazione. Walter Trohan, cronista emerito del Chicago Tribune ed uno dei più affermati commentatori politici d’America, ha correttamente rilevato:

«È un fatto conosciuto che le politiche del governo oggi, sia esso Repubblicano o Democratico, sono più vicine alla piattaforma del Partito Comunista del 1932 di quanto lo siano ai rispettivi programmi di partito di quella critica annata».

Non vi sembra sorprendentemente strano che alcune delle persone che più tenacemente spingono per l’affermazione del socialismo abbiano un proprio patrimonio personale protetto da fidate fondazioni di famiglia esentasse? Uomini come Rockefeller, Ford e Kennedy sono a favore di ogni programma socialista noto all’uomo per l’aumento delle tasse. Eppure, essi stessi pagano poco, se non nulla, di tasse.

Di solito ci dicono che questa cricca di super-ricchi sono socialisti perché soffrono di un complesso di colpa per la ricchezza che hanno ereditato e non guadagnato. Anche in questo caso, essi potrebbero alleviare questi presunti sensi di colpa semplicemente cedendo la parte della loro ricchezza non guadagnata. Ci sono senza alcun dubbio molti ricchi filantropi che sono stato portati al senso di colpa dai loro professori universitari, ma ciò non spiega le azioni degli insiders come i Rockefeller, i Ford o i Kennedy. Tutte le loro azioni li tradiscono come cercatori di potere.

Ma i Kennedy, i Rockefeller e i loro alleati super-ricchi non sono ipocriti nel sostenere il socialismo. Sembra essere una contraddizione per i super-ricchi lavorare per il socialismo e la distruzione della libera impresa. In realtà non lo è.

Il nostro problema è che la maggior parte di noi credono che il socialismo sia ciò che i socialisti vogliono farci credere che sembri – un programma per la condivisione della ricchezza.

Se si comprende che il socialismo non è un programma per la condivisione della ricchezza, ma è in realtà un metodo per consolidare il controllo e la ricchezza, allora l’apparente paradosso di uomini super-ricchi che promuovono il socialismo cessa di essere un paradosso. Diventa invece il logico, ed anche perfetto, strumento dei megalomani in cerca di potere. Il comunismo o, più precisamente, il socialismo, non è un movimento di masse di oppressi, ma dell’élite economica. Il piano del cospiratore insider quindi è quello di socializzare gli Stati Uniti, non è di statalizzarli.

Se voi e la vostra cricca cercaste di prendere il controllo degli Stati Uniti, sarebbe impossibile conquistare ogni singolo municipio, ogni singola sede di contea e di ogni singolo governo statale. Vorreste tutto il potere assegnato al vertice del ramo esecutivo del governo federale, in modo tale che controllando un solo uomo sareste in grado di controllare l’intera baracca. Se voleste il controllo della produzione, del commercio, della finanza, dei trasporti e delle risorse naturali della nazione, sarebbe sufficiente controllare il vertice, la cima del potere di un onnipotente governo socialista.

Allora otterreste il monopolio con il quale potreste schiacciare tutti i vostri concorrenti. Se voleste un monopolio nazionale, dovreste controllare un governo socialista nazionale. Se voleste un monopolio a livello mondiale, dovreste controllare un governo mondiale socialista.

Questo è tutto ciò che riguarda il gioco. Il “Comunismo” non è un movimento di masse di oppressi, ma è un movimento creato, manipolato e utilizzato da miliardari in cerca di potere al fine di ottenere il controllo su tutto il mondo; prima istituendo governi socialisti nelle varie nazioni e poi integrandoli tutti attraverso la “Grande Unione”, in un onnipotente super-stato socialista mondiale, possibilmente sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Dopo che gli insiders hanno stabilito gli Stati Uniti Socialisti d’America (nei fatti, se non nel nome), il prossimo passo è la “Grande Unione” di tutte le nazioni del mondo in un governo mondiale autoritario.

La parola in codice degli insiders per indicare la superpotenza globale è “nuovo ordine mondiale”, un’espressione spesso usata da Richard Nixon. Il Council on Foreign Relations (CFR) dichiara nel suo Rapporto N. 7:

«Gli Stati Uniti devono sforzarsi a: “A COSTRUIRE UN NUOVO ORDINE INTERNAZIONALE»
(maiuscolo nell’originale).

Il portavoce dell’estabilishment James Reston (membro del CFR) nel suo editoriale diffuso a livello internazionale dal New York Times del 21 maggio 1971, ha dichiarato:

«Nixon, ovviamente, vorrebbe presiedere la creazione di un nuovo ordine mondiale, e ritiene di avere l’opportunità di farlo negli ultimi 20 mesi del suo primo mandato».

Per poter dare inizio alla “Grande Unione”, dovete dapprima accentrare il controllo all’interno di ogni nazione, distruggere la polizia locale e toglie le armi dalle mani dei cittadini. Dovete sostituire la nostra repubblica, una tempo libera e costituzionale, con un governo onnipotente centrale.

E questo è esattamente ciò che succede oggi. Ogni azione, di qualunque tipo, malgrado la cortina fumogena che impedisce di vedere, ha accentrato più potere in ciò che è rapidamente diventato un governo onnipotente centrale.

 

 


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Amo pochi film di Oliver Stone, anzi sono esattamente tre le opere del regista americano che più mi convincono: JFK, Platoon e Gli intrighi del potere (1995), di cui riporto la scena che secondo me riassume il significato dell’intero film. La paranoica ambizione di un uomo estremamente instabile, tormentato dalla convinzione di non essere accettato, e deciso a sopperire questo deficit rincorrendo con ogni mezzo il potere. Basterà, a dire il vero più a noi che a lui, la banale deduzione di una ragazzina per capire che quella é una corsa vana e che il potere di cui si crede tenutario, in realtà è un animale indomabile fuori dal suo controllo.


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