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facesIl professor Thomas Szasz, è docente di psichiatria presso la SUNY – Upstate Medical University di Syracuse, NY. In qualità di insider, porta avanti da anni una battaglia di sensibilizzazione sui pericoli legati all’esercizio della professione psichiatrica, la quale, potendo vantare di un presunto status di disciplina scientifica garantito dalle leggi, in realtà si muove senza una bussola, disponendo arbitrariamente della vita e della libertà delle persone. Spesso, gli psichiatri, svolgono per lo stato la funzione di controllo della società, rimuovendo o neutralizzando con la forza e con la pretesa di saperne prevedere il comportamento futuro, quei soggetti che semplicemente dimostrano di avere comportamenti insoliti rispetto agli altri. Tutto ciò è chiaramente l’aberrazione di una professione che, sostiene Szasz, è di fatto una pseudoscienza il cui compito è la “cura dell’anima” degli individui, i cui comportamenti, per definizione, non sono prevedibili né classificabili. Ecco il suo ultimo affondo.

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In risposta al mio articolo del 2009, il professore di economia della George Mason University, Bryan Caplan, ha commentato: “Negli ultimi due decenni, un sacco di persone hanno chiesto scusa per i crimini del passato commessi dai gruppi con i quali esse si identificano: gli Stati Uniti per l’internamento giapponese, la Chiesa per Galileo, i banchieri svizzeri per il riciclaggio del denaro sporco nazista e anche i giapponesi (alcuni giapponesi) per i loro crimini di guerra. Mi piacerebbe vedere gli psichiatri fare lo stesso e riconoscere che gli atteggiamenti inusuali delle persone non sono “malattia”, affermare che è sbagliato sottoporre a trattamenti le persone contro la loro volontà e girare le spalle ai “grandi” della loro professione che hanno creduto e praticato terapie coercitive”.

Sono grato a Caplan per aver richiamato l’attenzione su un problema che la maggior parte delle persone preferisce ignorare. La sua speranza, tuttavia, non può essere soddisfatta, ed è importante capire il perché. La rivendicazione di possedere competenze astronomiche e facoltà di incarcerare gli eretici non è parte integrante dell’identità della Chiesa cattolica. Al contrario, sostenere di avere competenze nella previsione della “pericolosità” e la facoltà di incarcerare individui che si presume siano così a causa di una “malattia mentale” è parte integrante dell’impresa psichiatrica. Wikipedia definisce il ricovero coatto (TSO in Italia N.d.t.) come “la pratica di utilizzare mezzi o procedure legali come applicazione di una legge sulla salute mentale, internando una persona in un ospedale psichiatrico, in un manicomio o in un reparto psichiatrico contro la sua volontà e/o proteste… Un motivo comune per cui si ricorre al ricovero coatto è quello di evitare situazioni di pericolo per l’individuo o la società”.

A fasi alterne, gli psichiatri negano e apprezzano il fatto di essere in possesso di particolari competenze professionali con cui possono individuare la “pericolosità” futura e che conferiscono loro il diritto allo speciale potere di incarcerare persone che condannano al carcere mascherato da ospedale. Il sistema giuridico americano fa un uso pesante delle perizie psichiatriche sulla pericolosità, a causa del quale un gran numero di americani sono privati della libertà e, allo stesso tempo, della possibilità di dimostrare l’ingiustizia della loro detenzione. Gli esempi abbondano.

Kafka in tribunale

Nel marzo 2004 Susan Lindauer è stata arrestata nel Maryland, e accusata di “agire come un agente non riconosciuto di un governo straniero”. È stata condannata a 25 anni di detenzione. Anziché processarla, gli psichiatri del governo hanno dichiarato la Lindauer mentalmente inadeguata a stare in aula e l’hanno incarcerata al Carswell Federal Medical Center in Texas, una struttura definita “di servizi medici per la salute mentale di criminali femmine”. Ma la Lindauer non era una criminale. Era un’americana innocente.

Dopo aver “ospedalizzato” la Lindauer per diciotto mesi, i suoi torturatori “medici” conclusero che, benché fosse ancora mentalmente malata e inadeguata a subire un processo, non aveva più bisogno di “cure” psichiatriche. Revocato l’arresto, rientrò nel Maryland dove il tribunale federale la segnalò ad una struttura privata per una perizia. Secondo la mozione presentata dal suo avvocato e tutore, il Dott. Bruke Tadessah disse: “Il referto diagnostica un disturbo da stress post traumatico dovuto all’esperienza di Carswell”. Lo scorso gennaio il governo federale ha chiuso il caso contro la Lindauer “in quanto non più di interesse per la giustizia legale”, il che implica che la sua è stata un persecuzione nell’interesse della giustizia.

Incarcerazione a tempo indeterminato

Quando Donald Schmidt aveva 16 anni, molestò ed annegò una bimba di 3 anni. Ai sensi della legge della California sui reati minorili, chi commette gravi delitti può essere detenuto nel sistema carcerario solo fino ai 25 anni. Ma la detenzione di Schmidt venne estesa in conformità al codice statale che consente “di continuare la detenzione se una giuria ritiene che il soggetto soffre di un disturbo mentale o presenta deviazioni e anomalie che gli creano serie difficoltà a controllare i suoi comportamenti pericolosi”.

Cosa dovrebbe fare Schmidt per ottenere il divorzio dai suoi “medici” e riguadagnare la libertà? Ogni due anni può presentare una richiesta di rilascio e sperare che un giudice indica un “processo” incaricando i giurati di decidere se egli rappresenta ancora un pericolo per la società.

Avanzando un’altra ipotesi, il procuratore distrettuale di Santa Cruz County Bob Lee ha dichiarato “Noi crediamo sia uno psicopatico”. Richard A. Starrett, un medico psicologo, convenne sul fatto che Schmidt fosse ancora un pericolo, anche se “non uno psicopatico”. Krisberg Barry, presidente del Consiglio Nazionale sulla Criminalità e la Delinquenza di Oakland, California, ha definì invece il caso Schmidt “uno su un milione”

L’affermazione secondo cui la sentenza psichiatrica a tempo indeterminato di Schmidt è insolita, è tipica della falsità e della depravazione intrinseca alla psichiatria forense. John Hinckley, Jr., non è mai stato condannato per un crimine, ma sconta la sua pena a 28 anni di reclusione psichiatrica. Evidentemente i più grandi psichiatri del governo hanno bisogno di più tempo per la cura della sua pericolosità.

La psichiatria è la legittimazione politica della detenzione di persone innocenti sulla base pronostici psichiatrici, una pratica che sembra godere dell’approvazione quasi universale delle persone nella società moderna. Il riconoscimento del fatto che la psichiatria non coercitiva è un ossimoro, è oscurato dalla concomitante pratica apparentemente consensuale della “terapia”. Dico “apparentemente”, perché il professionista della salute mentale detiene l’obbligo e il privilegio di privare della libertà il suo paziente, se costui “rappresenta un pericolo per se stesso o gli altri”.
Di conseguenza, gli psichiatri e la stampa, regolarmente invocano “riforme” della psichiatria, mentre i “medici” impegnano se stessi in sempre più raffinate forme di depravazione psichiatrica, con il sostegno della indiscussa e indiscutibile premessa che la “pericolosità” giustifica la reclusione chiamata “ospedalizzazione”.

Nella relazione pubblicata di un seminario del 1981 intitolato Scienza Comportamentale e Servizi Segreti, sponsorizzato dal prestigioso Institute of Medicine, Robert Michels, professore di medicina e psichiatria al Weill Cornell Medical College di New York, ha affermato che “la maggior parte dei professionisti della salute mentale ritiene che non vi sia un grande dilemma etico se è nell’interesse del paziente violare la sua riservatezza, e che è in generale del paziente (così come della società) interesse di evitare una grave violenza”. L’affermazione che “la maggior parte dei professionisti della salute mentale ritiene” che la violazione del diritto dell’imputato ad un processo garantito dal Sesto Emendamento serve al suo interesse, è la prova della depravazione psichiatrica, non moralità.

Per peggiorare le cose, poche pagine dopo, il relatore del seminario ci informa che “Alcuni congressisti, compresi gli psichiatri Robert Michels e Loren Roth [un’importante psichiatra forense e docente presso l’Università di Pittsburgh], hanno messo in dubbio l’utilità di determinare definitivamente la pericolosità di qualcuno, in quanto tali decisioni in qualsiasi momento possono rivelarsi altamente inaffidabili e quindi non valide… I professionisti della salute mentale, in generale, non hanno dimostrato di essere meglio di chiunque altro a fare previsioni circa il comportamento che potrebbe verificarsi in un futuro lontano sotto mutevoli condizioni”.

Nessuna di queste evidenze intacca la pretesa della professione psichiatrica di essere una disciplina medica etica e scientifica. La psichiatria è così profondamente radicata nel controllo sociale e così fortemente sostenuta dalla magia pseudoscientifica e dal pregiudizio che gli psichiatri devono serrare i ranghi e giustificare in qualche modo le misure coercitive a cui ricorrono, o ripudiare e abolire la loro professione così come ora la conosciamo.

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krugman1A cosa è dovuto il fatto che, ormai da tempi immemori e con un’imbarazzante regolarità, ogni previsione proveniente dagli economisti mainstream (keynesiani a cui non disdegnano di unirsi, talvolta, i monetaristi à la Chicago Boys, forse troppo sbrigativamente annoverati tra i liberisti) si è rivelata puntualmente sbagliata?
Sostanzialmente ad una profonda ignoranza riguardo l’essere umano, a cui si somma un fatale errore metodologico di cui ci parla Per Bylund in questo articolo.

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Al momento, la conclusione a cui più o meno tutti sono giunti, sembra essere che vi sia la necessità di un nuovo insieme di teorie economiche, di teorie del mercato – di teorie della “crisi economica”. La ragione di questa esigenza è il fatto che “nessuno” aveva previsto la recessione e la crisi attuali e che le previsioni fatte, comunque, si sono rivelate sbagliate, proprio come c’era da aspettarsi.
In effetti, mentre molti economisti prevedevano un continuo aumento della crescita e della ricchezza, il futuro reale si rifletteva in un’economia in caduta libera con un certo numero di imprese ed interi settori ormai al collasso.

In un editoriale del National Post l’ovvia questione è stata posta: A cosa servono gli economisti? Domanda quanto mai opportuna, soprattutto perché non vi è stato alcun tentativo di trovare dei responsabili, nessun vero dibattito pubblico sulle ragioni per cui tutte le previsioni si sono rivelate errate e nessuna conseguenza per i professionisti dell’economia autori di quelle previsioni. Dopo tutto, gli economisti mettono spesso in evidenza il fatto che certi provvedimenti vengono presi sulla base delle ipotesi razionali riguardanti le loro conseguenze e che tutti i provvedimenti hanno conseguenze di qualche tipo. L’esercito degli economisti previdenti dev’essere chiaramente un’eccezione a questa regola.

Tra i professori di sociologia è frequente una battuta: dite ciò che volete agli economisti, tanto vi sarà data sempre una risposta lineare e precisa – che sappiamo sarà sempre sbagliata. Pertanto, la domanda dell’opinionista del National Post dovrebbe essere ben inquadrata, perché è una domanda importante: perché esistono gli economisti?

C’è tuttavia una domanda ancor più importante, soprattutto per gli economisti che fanno tutte queste previsioni “sempre sbagliate”, e riguarda cosa rende tali previsioni sempre sbagliate. La risposta risiede nell’errore contenuto in un famoso (o infame?) articolo di Milton Friedman dal titolo “Metodologia dell’Economia Positiva” (invito i lettori a inserire in Google: “The Methodology of Positive Economics”, Friedman per scoprire quale sito lo propone per primo, N.d.t.) e nell’operato di quelle persone che ne hanno seguito gli insegnamenti o che tuttora li seguono.

L’economia confida sul fatto di essere una scienza deduttiva, vale a dire che le nuove conoscenze vengono dedotte direttamente e logicamente da premesse ed ipotesi autoevidenti. Friedman sosteneva che non importa se le ipotesi sono sbagliate finché è possibile ricavarne regole generali che consentano di fare previsioni sufficientemente affidabili e abbastanza vicine alla verità. Egli si riferiva ad una teoria economica che mira ad essere una scienza naturale, in cui l’esattezza sia nel contempo fondamentale e possibile.
In economia, però, dobbiamo imparare che la precisione non è né possibile né fondamentale.

Al fine di disporre di una scienza positiva e rigorosa, in grado di fornire previsioni precise, si dovrebbe disporre della comprensione (nel senso weberiano del termine – verstehen) e basarsi esclusivamente sui freddi dati. Non è possibile fare previsioni senza che l’oggetto di studio sia perfettamente osservabile e chiaramente definibile. Ma cosa avviene se si applica questo metodo all’azione umana, che è il cuore di quanto viene studiato in economia? Sono le cause, la natura e le conseguenze delle azioni umane perfettamente osservabili e chiaramente definibili? Come si fa a misurare la causa delle azioni di un individuo? La sua scelta di agire? L’azione stessa? Le sue conseguenze?

Quest’ultima si avvicina alla prima, ma non possiede neanche lontanamente le proprietà degli oggetti studiati nel campo delle scienze naturali. Mescolando x grammi di A con y grammi di B creeremo sempre la sostanza C, ed esponendo D ad E o F si può sempre dimostrare esattamente che otterremo Z – ma sottoporre ad M un individuo non significa necessariamente che otterremo lo stesso effetto come se sottoponessimo ad M un altro. Le persone, semplicemente, non rispondono sempre ciecamente allo stesso modo alle influenze esogene, c’è tutta una serie di altre cose che sono importanti almeno tanto quanto lo sono alcune influenze. Alcuni lo chiamano “libero arbitrio”, ma non è necessario arrivare alla metafisica o alla meditazione religiosa per rendersi conto che le persone non sono né pietre né (semplici) animali.

Il problema della previsione economica è proprio l’ipotesi basilare che si possa “facilmente” predire il risultato dell’azione di numerose persone innestandovi delle variabili che influenzano le scelte di alcune persone. Non si tratta semplicemente del caso che diversi individui scelgono di agire allo stesso modo, quando esposti a (o influenzati da) gli stessi stimoli. I nostri corpi possono – possono – reagire allo stesso modo, ma non le nostre menti.

A questo alcuni potrebbero replicare: grazie alla legge dei grandi numeri, malgrado gli individui non siano tutti uguali, è possibile approssimare il risultato delle nostre conclusioni. Quando la legge dei grandi numeri è applicabile, si può tranquillamente supporre che, se disponiamo di un campione sufficientemente ampio, anche i dati asimmetrici o potenzialmente non rappresentativi verranno fuori e scopriremo così la Verità sugli esseri umani. Ma questo non cambia il problema pratico, ovvero il fatto che stiamo ancora approssimando, solo con una maggiore quantità di dati ed individui.

Anche se si accetta la legge dei grandi numeri come motivo sufficiente per confidare sulle statistiche al fine di comprendere le persone, dobbiamo affrontare il problema del loro non essere uguali. Quelle persone che, essendo limitatamente razionali, preferiranno sempre il più al meno (conseguenza diretta della definizione scegliere) non indicano che si sceglie un risultato particolare rispetto ad un altro in ogni situazione. Ogni persona potrà effettuare una valutazione soggettiva delle proprie preferenze stabilendo un ordine di priorità, quindi fare una scelta sulla base di ciò che egli conosce in merito a tale ordine (questo è il processo decisionale, sia che esso venga effettuato riflessivamente e consapevolmente oppure no). Tuttavia, tale scala di priorità potrebbe variare a seconda delle circostanze, nonché in base a ciò che l’individuo nel frattempo ha appreso.

Fare pronostici perfetti alla maniera proposta da Friedman significa dover sottrarre le peculiarità dell’essere umano ad ogni individuo, al limite l’individuo stesso, allo scopo di fare calcoli precisi. Che cosa abbiamo da imparare, sapendo che persone senza personalità e senza “profondità interiore” (ciò che alcuni chiamano anima) dovrebbero necessariamente agire in base alle nostre previsioni? Probabilmente non molto.

Inoltre, le previsioni si basano sull’estrapolazione che va ben al di là di quanto possa considerarsi ragionevole. Stabilire la valutazione dei rischi quotidiani di una persona ed i costi di cui essa è disposta a farsi carico per evitare tali rischi, e di tradurli in un importo monetario, non necessariamente ci fornirà la conoscenza univoca delle scelte preferite da un individuo. Non ne consegue, insomma, che accetterebbe l’elevato rischio di perdere la vita, se fosse stato pagato un multiplo del costo che era disposto ad assumersi per rischi più piccoli.

Previsioni di questo tipo sono banalmente impossibili. Allora, a cosa servono gli economisti?

La risposta a questa domanda è che non abbiamo bisogno della maggior parte degli economisti, ma, al tempo stesso, che abbiamo bisogno più che mai di economisti. Il motivo di questa affermazione è che l’esatta previsione degli economisti circa il risultato delle scelte di centinaia o migliaia (o milioni o miliardi) di individui simultaneamente, è priva di valore, la loro metodologia è profondamente sbagliata ed essi non sono nient’altro che impostori che dovrebbero essere trattati come tali.

Ma, mentre pensiamo a cosa farne delle previsioni degli economisti, abbiamo anche bisogno di trovare veri economisti capaci di capire il mercato e di spiegare alle persone come esso funziona e ciò di cui abbisogna affinché possa funzionare nel migliore dei modi. Sono veramente pochi gli economisti che capiscono cos’è il mercato, come emerge l’ordine spontaneo, come sussiste e cosa produce. Questi economisti erano in grado di prevedere molto tempo fa che ci stavamo dirigendo verso il disastro, e in effetti lo hanno fatto. Hanno anche pubblicato i loro moniti, ma nessuno si è preso la briga di starli a sentire. E con “nessuno” qui si intendono gli economisti previdenti e l’élite politica che generalmente li assume.

Gli economisti devono fare ciò che le imprese hanno fatto molto tempo fa: tornare alle basi. Non c’è bisogno di eserciti di economisti che tentano di prevedere con esattezza i risultati delle politiche pubbliche, della variazione dei tassi di interesse, o delle politiche monetaria. Il ruolo degli economisti previdenti non è quello di conoscere il futuro o la politica, ma, come “utili idioti”, di mascherare tentativi ciechi, naive ed ignoranti di condizionare le scelte delle persone attribuendo al controllo della società una parvenza di scientificità. E fungono ottimamente anche come capri espiatori quando le loro previsioni si rivelano sbagliate e dinanzi alle persone coinvolte nei loro calcoli, possono nascondersi dietro al paravento delle loro “buone intenzioni”.

Ciò di cui abbiamo bisogno è di economisti reali che non si impegnano nel futile tentativo di fare previsioni “scientificamente” esatte circa le scelte future delle persone. Abbiamo bisogno di persone che ci dicano come funziona il mercato, in modo da poter cogliere pienamente i frutti del nostro duro lavoro e di trarre profitto dai rischi che ci assumiamo.

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Sulla vicenda di Michael Phelps, campione olimpico di nuoto immortalato mentre, con la disinvoltura di chi sa esattamente quel che sta facendo, fumava erba da un bong, temo di non essere per nulla d’accordo con la campagna di solidarietà nei suoi confronti che ha preso il via, anche grazie a militanti libertari d’oltreoceano, nei vari circuiti di social networking.

Edmund Burke sosteneva che tutto ciò che è necessario affinché il male si affermi è che gli uomini buoni non facciano nulla. E difatti, il campione olimpico, che in qualità di personaggio pubblico può influenzare la cultura popolare in modo positivo o negativo, ha scelto la seconda opzione. E non perché ha fumato marijuana, inteso, ma perché ha chiesto scusa pubblicamente.

Patty Pravo, ai suoi tempi, fermata con un po’ d’hashish all’aeroporto Marco Polo di Venezia, dando prova della proverbiale assholeinsofferenza dei veneti verso le inutili procedure burocratiche statali, alla domanda dei ligi compilatori di verbali in divisa se l’artista avesse qualcosa da dichiarare in sua difesa, ebbe almeno il coraggio di rispondere: “Quanto casino che fate per un tocco di fumo”.

Phelps non stava facendo nulla di male, stava semplicemente usando il proprio corpo ed il proprio tempo in un’innocua attività che non lede minimamente la libertà altrui di fare altrettanto. Insomma, i vizi non sono crimini. Allora perché chiedere scusa per qualcosa che nemmeno al diretto interessato – dato che evidentemente non era la prima volta – ha impedito di vincere ben 14 medaglie olimpiche? Perché piegarsi dinanzi alla cultura della criminalizzazione di comportamenti che di criminoso hanno nulla?

Le idee idiote vanno demolite, le leggi cattive devono essere spazzate via e le istituzioni sfidate fino a quando chi le occupa non capirà che le altre persone non sono di loro proprietà. Phelps probabilmente temeva più per la sua reputazione che per eventuali grane giudiziarie. Ma alla sua reputazione avrebbe sicuramente giovato di più una reazione a testa alta, con argomentazioni chiare e logiche che spiegassero come il biasimo generale per il suo gesto sia infondato come sono infondati tutti i tabù.

Michael Phelps dovrebbe vergognarsi non per quello che ha fatto, ma per quello che non ha fatto: cioè sfruttare la sua immagine per tentare di far capire quante risorse preziose si buttano inutilmente -dato che  risultati, ad oggi, non se ne vedono – nel perseguire legalmente comportamenti del tutto innocui o che comunque non ledono i diritti di nessuno.

Per quelli invece che ancora pensano all’erba come a qualcosa di pericoloso e dannoso, il consiglio è di farsi una canna, rilassarsi e fare un po’ di stetching finché non si diventa sufficientemente agili da tirare fuori la testa dal buco del culo.

Sì, perché se la “War on drugs” da punto di vista giudiziario ha fatto più danno che altro, dal punto di vista culturale rischia di fare anche peggio a causa dell’emarginazione di persone normalissime che di tanto in tanto si concedono una breve vacanza orientale e poi riprendono a sgobbare la maggior parte del loro tempo, è bene ricordarlo, per i parassiti dello stato che  le criminalizza.

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Nel brano di Ignazio Silone che riprendo da Panarchy.org, traspare un’insistenza anticlericale a tratti decisamente pleonastica. Si trovano però anche osservazioni dissacranti riguardo la grettezza e il sostanziale razzismo di una cultura, o un culto, che ha elevato i tabù statalisti al rango della volontà di un Ente Supremo, creando così l’illusione che non sia più necessario prestare attenzione al vero significato delle cose. Allo statalista basta una ferrea condotta consacrata a rituali sfacciatamente mondani e materiali per sentirsi autorizzato a disprezzare e ostracizzare qualunque forma di dissenso, specie quando rivolto alle più assurde simbologie leviataniche. In fondo, cos’è questa se non la peggiore delle religioni, quella dell’uomo che vuole sbarazzarsi di Dio per prendere il suo posto?

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Prof. Pickup. Vorreste far violenza alla natura umana, signor Cinico? Non dimenticate, vi prego, che la libertà di coscienza è stata sempre l’appannaggio d’una ristretta élite e presuppone una ricchezza di pensiero quale le masse non potranno mai possedere. Le masse possono ricevere il loro nutrimento spirituale solo sotto forma di pillole da inghiottire a occhi chiusi.

Tommaso il Cinico. La storia prova caso mai il contrario. Prova che non v’è stato progresso politico e sociale d’una qualche importanza che non sia dovuto alle lotte delle classi cosiddette inferiori. Ma per non allontanarci troppo dal tema, voglio ora particolarmente insistere sul fatto che l’istruzione, anche l’istruzione superiore, non è affatto incompatibile con la credulità e la superstizione. Conosco un famoso professore di matematiche il quale trema, se, andando all’università, incontra un gatto nero. Le superstizioni più pericolose sono quelle abituali, che noi non avvertiamo nemmeno come tali. A molte di esse neppur avrei fatto caso, se un mio amico papuasiano non me le avesse additate. Permettetemi di raccontarvi la sua storia.

Egli aveva avuto la ventura di essere raccolto da un missionario presso una delle tribù più arretrate della Nuova Guinea olandese e condotto a Roma in un collegio della Propaganda Fide per esservi liberato dalle native superstizioni e istruito cristianamente. Benché d’ingegno vivace, egli non aveva mai mosso obiezioni di sorta alle verità del Vangelo, e sembrava già maturo per essere rispedito come missionario indigeno presso la sua antica tribù, quando il caso, o la Provvidenza, volle ch’egli incontrasse, in una visita al giardino zoologico della Città Eterna, un magnifico vecchio canguro. Il canguro era ed è l’animale totemico del clan d’origine di quel giovane, e non potete immaginarvi quale fosse la sua emozione nel ritrovare il suo sacro antenato nella città straniera. Nessun dubbio ch’esso vi fosse arrivato per via soprannaturale e per ammonirlo a non dimenticare le sue origini, restando fedele agli avi. Inutilmente i maestri cattolici cercarono di distogliere il giovane convertito da quel postumo accesso di superstizione, ricorrendo a tutte le risorse dell’apologetica cristiana. Per finire essi misero l’impenitente pagano alla porta del collegio, in cui era diventato motivo di scandalo. Egli vagò triste e sconsolato per varie città e alcun tempo dopo venne in Svizzera. Io ho avuto occasione d’incontrarlo per caso e di fare la sua conoscenza nel giardino zoologico di Zurigo, mentre egli si aggirava eccitatissimo attorno al reparto dei canguri. Avendogli mostrato d’avere qualche conoscenza degli studi apparsi negli ultimi anni sul mondo mitico delle tribù australiane e papuasiane, egli se ne è uscito in iscandescenze. Codesti vostri scienziati che anch’io ho letto, si è messo a protestare, sono dei cretini. Nelle loro scritture pretenziose essi dissertano sui nostri alchera, ungud, Kugi, dema, come se si trattasse di oggetti inanimati di laboratorio. Nel colmo dell’agitazione egli ha estratto un quaderno da una tasca e m’ha imposto di leggerlo. Qui è la mia vendetta, m’ha detto. Il quaderno recava scritto sulla copertina a guisa di titolo:

Le incredibili superstizioni delle tribù europee”.

Vi confesso d’aver letto il quaderno d’un fiato. Il giovane papuasiano è riuscito a scoprire, con i suoi vergini occhi, una quantità inimmaginabile di feticci idoli totem e tabù che dominano gli atti più importanti della nostra vita civile, direi quasi, senza che noi ce ne accorgiamo. Il quaderno era redatto in forma aneddotica, rendendo conto delle scoperte nella successione in cui esse erano avvenute. Come voi potete immaginare, tutta la liturgia cattolica, coi suoi incensi ceri lampade oli ceneri reliquie vi prendeva il posto d’onore. Ma non mancavano osservazioni bizzarre sulla nostra vita privata. Ricordo particolarmente una discussione tra il papuasiano e una donna romana che traeva all’anulare un cerchietto d’oro, la fede matrimoniale. Dalle domande sulle funzioni di quella fede aurea, il giovane era passato ai rapporti tra l’anello e la fedeltà coniugale, l’istituto di Propaganda Fide e l’offerta delle fedi alla patria fascista. A un certo punto la donna non aveva più saputo rispondere.

Un giorno il giovane papuasiano fu condotto, assieme ai chierici del suo collegio, a piazza Venezia, a rendere omaggio alla tomba del milite ignoto, situata ai piedi dell'”altare della patria”. La patria è anche una madonna? egli domandò a un suo superiore. No, gli rispose quello. Perché dunque c’è un altare della patria? Tu non puoi capire. Perché? Accorsero due carabinieri che imposero silenzio. Se devo tacere, vuol dire ch’è una madonna, continuò il papuasiano a borbottare.

Un altro giorno egli aveva notato nel suo quaderno: Ho letto in un giornale che in Abissinia la lupa romana ha scacciato il leone di Giuda. Sembra che il leone britannico abbia tradito quello di Giuda. Dunque, come da noi, ogni grande tribù europea venera un suo antenato totemico: la Francia ha il gallo, la Germania l’aquila, l’Italia anche un’aquila, Roma una lupa con due bambini, l’Olanda, il Belgio, la Svezia e altri paesi il leone, che sembra l’animale più frequente in Europa.

Un’altra volta, a Genova, egli assisté al varo d’una nave. Una signora ruppe una bottiglia contro lo scafo. Gli spiegarono che era una bottiglia di champagne. Peccato, egli disse, sarebbe stato meglio bere lo champagne e rompere una bottiglia d’acqua. Il battesimo non sarebbe stato valido, gli fu risposto. Gesù, lui replicò, non fu battezzato con acqua? Sei stupido, gli replicarono. La discussione continuò. La nave ha un’anima? egli domandò. No, gli fu risposto. Che cosa dunque è stato battezzato? Sei stupido, gli fu risposto di nuovo.

Un altro giorno egli aveva assistito alla sfilata di molti uomini, vestiti tutti alla stessa maniera; davanti camminava uno con un palo al quale era attaccata della tela colorata. Al passaggio del palo tutti salutavano con rispetto. Un vecchio che non si tolse il cappello, venne subito aggredito e bastonato. Perché? domandò il papuasiano. Non ha salutato la bandiera, gli fu spiegato. Ma è solo un palo con un pezzo di tela, egli osservò. La bandiera, gli gridò un energumeno mostrandogli i pugni, è l’immagine sacra della patria. È la patria stessa, gli gridò un altro, è il sangue, l’anima della patria. La patria ha un’anima? domandò il papuasiano. Volevano portarlo in prigione.

Numerosi altri episodi riferiti nel quaderno riguardavano il potere magico dei timbri, delle uniformi, dei distintivi. Sono cose che noi tutti conosciamo, ma, a causa dell’abitudine, finiamo col non farvi più attenzione.


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In questi giorni, un po’ a causa dell’assidua lettura di questo blog, un po’ per via della crisi finanziaria, sono stato colto da un dubbio a cui non riesco a dare risposta.
Mi riferisco al perché dell’alleanza tra potere politico ed élite privata.
La maggior parte degli stati opera in combutta e a beneficio di una élite privata – banchieri, imprenditori, mafia, intellettuali etc. Ma perché? Perché gli stati non accumulano semplicemente tutte le risorse che possono a beneficio del re/presidente/dittatore e dei suoi più stretti accoliti?

I progressisti e certi conservatori ritengono che le élites private siano il risultato naturale di uno stato che non comanda e non controlla a sufficienza. Il problema, per loro, è costituito esclusivamente da malvagi imprenditori che corrompono politici innocenti facendo loro annusare il profumo dei bigliettoni.

I cospirazionisti dicono che alcune organizzazioni segrete tengono in scacco sia lo stato che le élites private. Per molti aspetti, le opinioni di illustri libertari avallano questa teoria. Inoltre, la teoria del complotto spiega alcune cose che diversamente non sarebbero dimostrabili attraverso i soli dati empirici.

Mi chiedo, dato per scontato che la favola progressista non ha senso (per il semplice fatto che le eccezioni non confermano la regola, ma casomai la smentiscono), volendo dare una spiegazione che segua il principio del rasoio di Occam, è possibile descrivere questo fenomeno senza ricorrere alla teoria del complotto – che non escludo aprioristicamente, ma al momento non sono in grado di sostenere – ?

Secondo James Buchanan, ciò avverrebbe perché i tre agenti coinvolti nel processo decisionale e gestionale (elettori, politici e burocrati), al fine di perseguire obiettivi personali, inneggeranno sempre al potere statale, finché  lo stato non fallirà. Sembrerebbe plausibile, ma non spiega perché i funzionari statali scelgono di assecondare gli interessi di alcuni privati, anziché mantenere il mal tolto per se stessi.

Sappiamo che i funzionari statali non potrebbero facilmente trattenere per se stessi l’intero frutto del saccheggio senza dar luogo a una rivolta. Lo sanno anche i funzionari stessi, tant’è che restituiscono parte del bottino ad una vasta porzione della popolazione. Questo spiega perché gli stati creano i sistemi di welfare per i più poveri (dei cui “benefici”, però, godono anche i ricchi), ma non spiega il motivo per cui consentono ad un’ esclusiva élite privata di spartirsi una quota spropositata del malloppo.

Ciò detto, ecco tre considerazioni che ho fatto nel tentativo di capire meglio il perché dell’alleanza tra l’élite dei privati e lo stato:

1) Un sistema economico con grande concentrazione della ricchezza è più facile da controllare per lo stato rispetto a quello di una società dove la ricchezza è decentrata e diffusa (ciò che i proudhoniani ritengono sia il naturale risultato di un libero mercato);

2) In realtà l’élite privata non esiste – la classe dominante si divide in “civile” e “governativa” (con un mandato politico istituzionale); la prima può nascondersi dietro a concetti sostanzialmente giusti e condivisi come proprietà e scambio volontario e agire con la sostanziale approvazione di tutti. La seconda può ammantarsi con il velo dell’imparzialità e presentarsi come istituzione deputata a protegge le persone dagli appetiti della prima. (Ma, chiaramente, questa ipotesi sebbene spieghi il paradigma della propaganda democratica e getti le basi per l’elaborazione di una teoria della cospirazione, non dice nulla riguardo a come il sistema sia nato originariamente).

3) Ci troviamo in una fase intermedia della naturale progressione che porta stati relativamente piccoli a diventare supergoverni via via sempre più invasivi. Gli Stati Uniti, ad esempio, sono nati con forti limitazioni del potere, ma in questi giorni, casomai fosse stata necessaria una conferma, abbiamo avuto la dimostrazione di un ulteriore oltraggio lo spirito dei Founding Fathers.

Sappiamo inoltre che gli stati nel tempo tendono naturalmente ad aumentare il loro potere, ma, al fine di espanderlo, prima devono creare concentrazione di potere e di ricchezza privata, probabilmente a causa del punto 1.
Alla fine, però, il governo assorbe gradualmente (o elimina) la classe dirigente privata e controlla più direttamente la società.
È anche evidente che non sono questioni meritocratiche il criterio con cui le attuali élites vengono selezionate, perché è ovvio che il loro principale vantaggio è proprio quello di sottrarsi alla competizione, strumento di meritocrazia per definizione.

Ma allora perché la classe politica dominante è disposta a rinunciare a parte del gruzzolo in favore di un manipolo di soggetti che non appartengono alla sua cerchia?



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Roderick T. Long, è professore associato di filosofia presso l’università di Auburn, Alabama; è presidente dell’Istituto Molinari; redattore della Libertarian Nation Foundation newsletter Formulations e adjunt scholar presso il Ludwig von Mises Institute.
Tra i suoi libri più famosi, “Reason and Value: Aristotle Vs Rand”, “Wittgenstein, Austrian Economics, and the Logic of Action” e “Anarchism/Minarchism” scritto assieme a Tibor Machan.
Libertario, giusnaturalista, agorista, tra i più vivaci market-anarchist contemporanei è autore del blog Austro-Athenian Empire.
Di seguito un suo vecchio articolo sull’uso e la natura del linguaggio politico.

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Radical Geek ci ricorda una meravigliosa citazione del saggio “Politics an the English language” di George Orwell del 1946.

Nella nostra epoca, discorsi e letteratura politica rappresentano in gran parte la difesa dell’indifendibile. Cose come la continuazione del dominio britannico in India, le purghe e le deportazioni russe, il lancio delle bombe atomiche in Giappone, possono essere difese, ma solo con argomenti troppo brutali da affrontare per la maggior parte delle persone, e che non rientrano negli obiettivi professati dai partiti politici. Così linguaggio politico deve consistere in gran parte di eufemismi, di suppliche e di fumosa vaghezza. Villaggi inermi vengono bombardati dagli aerei, gli abitanti cacciati nelle campagna, il bestiame passato alla mitraliatrice, le capanne date a fuoco con proiettili incendiari: questa viene chiamata pacificazione.
Milioni di contadini vengono confiscate delle loro aziende agricole e spediti a camminare faticosamente lungo le strade con nient’altro in più di ciò che essi riescono portare: questo viene definito trasferimento della popolazione o rettifica delle frontiere.
Le persone stanno in carcere per anni senza processo, vengono fucilate alla nuca, o mandate a morire di scorbuto nei campi di legname nell’Artico: questa la chiamano eliminazione degli elementi pericolosi. Tale fraseologia è necessaria se si vuole definire le cose senza evocare le loro immagini mentali. Si consideri, ad esempio, un qualunque agiato professore inglese che intenda difendere il totalitarismo russo. Egli non può dire esplicitamente, “Credo nell’ uccisione dei vostri oppositori qualora si possono ottenere buoni risultati ricorrendo a questi metodi”. Probabilmente, invece, egli userà un’espressione simile a questa:

Mentre si può tranquillamente concedere che il regime sovietico mostra certi aspetti che chi ha a cuore gli aspetti umanitari potrebbe essere propenso a deplorare, penso dobbiamo convenire che una certa riduzione del diritto di opposizione politica è un inevitabile concomitanza dei periodi transitori, e che i rigorosi provvedimenti che il popolo russo è stato chiamato ad accettare siano stati ampiamente giustificati nella sfera del concreto conseguimento del fine.

Il mio solo appunto su ciò che dice Orwell riguarda la definizione “Nella nostra epoca”.
Sebbene la dichiaratamente vaga e sdolcinata scrittura che Orwell critica sia prettamente contemporanea, eufemismi di qualche sorta sono la caratteristica imperante e universale dell’oratoria politica (non libertaria) – e non è un caso che sia così. Il governo, nella sua natura di monopolio coercitivo, viola necessariamente le norme di cooperazione pacifica e la reciprocità la cui sostanziale osservanza è precondizione per l’esistenza sociale.

Come ha scritto Ludwig von Mises in Azione Umana

È importante ricordare che l’interferenza del governo significa sempre ‘azione violenta o minaccia di tale azione. I fondi che un governo spende per un qualunque scopo sono ottenuti con la tassazione. E le tasse sono pagate perché i contribuenti hanno paura di opporre resistenza agli esattori delle tasse. Sanno che qualunque disobbedienza o resistenza è senza speranza. Finché questo è lo stato delle cose, il governo può raccogliere tutto il denaro che vuole spendere. Il governo, in ultima analisi, è l’occupazione degli uomini armati, dei poliziotti, dei gendarmi, dei soldati, delle guardie carcerarie e dei boia. La caratteristica essenziale del governo è l’imposizione dei suoi decreti picchiando, uccidendo, ed imprigionando. Quelli che chiedono intervento del governo chiedono in definitiva più costrizione e meno libertà.

Questo è il motivo per cui nel discorso politico è sempre necessario “definire le cose senza evocare le loro immagini mentali”. È vero, tuttavia, che la diffusione dell’ideologia democratica e egualitaria ha reso la necessità di un oscuro linguaggio di stato più urgente, perché tali ideologie hanno in gran parte interrotto i tradizionali appelli alle naturali gerarchie sociali. Il moderno Stato democratico, ancora meno dei suoi predecessori, può permettersi di riconoscere il suo ruolo essenziale di strumento della classe dominante.

Ma, alla fine, non è negli interessi del potere statale per il proprio fondamento nella violenza e nello sfruttamento essere totalmente oscuro. Dopo tutto, per lo stato essere riconosciuto per prima cosa come a comando dei mezzi coercitivi è di fondamentale importanza per la sua influenza. Da qui la necessità di un linguaggio che mistifichi la violenza dello Stato.
Come ho scritto in Uguaglianza: l’ideale sconosciuto:

Da un lato, l’ideologia statalista deve rendere la violenza dello stato invisibile, al fine di mascherare l’affronto all’uguaglianza che esso rappresenta. Gli statalisi, pertanto, tendono a esporre gli editti governativi come se si trattasse di incantesimi, che passano direttamente dal decreto al risultato, senza l’inconveniente dei mezzi; poiché nel mondo reale i mezzi principali impiegati dallo stato è la violenza, intimata o reale, ammantare i decreti statali e la loro implementazione violenta con le vesti dell’incantesimo maschera sia l’immoralità che l’inefficienza dello statalismo fingendo di non vedere il disordinato percorso dal decreto al risultato.

Tuttavia, dall’altra parte, l’efficacia degli editti governativi dipende esattamente dalle persone tutte fin troppo consapevoli della forza che sostiene quegli editti. Quindi, lo statalismo può mantenere la sua plausibilità solo postulando implicitamente una sorta di parodia grottesca della transustanziazione cattolica: proprio come il pane ed il vino devono essere trasformati nella loro essenza nel corpo e nel sangue di Cristo per giocare il loro necessario ruolo spirituale (sebbene allo stesso tempo essi debbano mantenere le caratteristiche esterne di pane e vino per giocare il loro necessario ruolo pratico), così la violenza dello stato, per essere giustificata, deve essere transustata nella sua essenza in incantesimo pacifico e, tuttavia, allo stesso tempo, per essere efficace deve mantenere le caratteristiche esterne della violenza. (Questa sacralizzazione della violenza dello stato spiega come mai chi propone una restrizione dell’uso delle armi, per esempio, possa considerare se stesso come contrario alla violenza sebbene allo stesso tempo minacci violenza massiccia e sistematica contro cittadini pacifici).

Ma mascherare o fingere di non vedere la violenza su cui legislazione socioeconomica necessariamente si fonda, significa acconsentire alla subordinazione incondizionata e alla
sottomissione che tale violenza comporta. Significa trattare quegli individui subordinati e assoggettati come semplici mezzi per i fini di quelli li sottomettono, e presupporre così l’ineguaglianza legittima nel potere e nella giurisdizione tra i due gruppi.



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Quando il ministro Gelmini ha dichiarato che la scuola fa schifo e che va riformata indicando tra i suoi principali problemi la scarsa preparazione degli insegnanti del sud ed un più generale “divario” fra istituti, in molti si sono destati dal torpore ritrovandosi ad applaudire vigorosamente la sortita come si trattasse di un riflesso incondizionato. Un po’ come nella famosa scena di Jack Nicholson ne “Le Streghe di Eastwick” che, assopitosi per un non troppo avvincente concerto, al suo termine si risveglia e tra una platea di persone educatamente costernate, improvvisamente si mette ad urlare in modo scomposto e del tutto inopportuno  “BENEEEE! BRAVAAA! BRAVEEEE!!”.

La Gelmini è di Brescia e prima della politica ha tentato la carriera forense.
Leggetevi come e dove ha fatto l’esame di stato per diventare avvocato.



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