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È singolare come coloro che hanno riposto totalmente la fiducia nella democrazia rappresentativa, sistema spacciato come la più sopraffine forma di egualitarismo sociale, finiscano poi per attribuire alla classe dei governanti, quelli che loro chiamano “i nostri rappresentati”, facoltà e capacità di giudizio che negano a se stessi.
Non accorgendosi di delegare incondizionatamente la propria sovranità, cadono così nell’illusione di poter contare sull’occhio vigile del governo che veglierà su di loro, affrancandoli dal rischio di poter cadere tra le fauci degli avidi speculatori affamati dei loro risparmi. Come riescano a spiegarsi l’ordinario ripetersi di episodi di frode – in cui, guardacaso, le agenzie governative di riffa o di raffa compaiono sempre – rimane per me un mistero.
Potrebbe aiutarli, James L. Payne, con questo articolo comparso sull’ultimo numero di The Freeman, in cui spiega limpidamente l’infondatezza di una simile convinzione.

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Quando si tratta di regolamentazione, l’eterna speranza sboccia a Washington, DC. Non importa quanti codici e decreti riempiano già le biblioteche di legge, i legislatori sembrano ugualmente credere che poche centinaia di migliaia di pagine di regolamenti in più daranno al paese il giusto assetto.

Purtroppo, questa fiducia nella regolamentazione si basa su un errore logico. Io la chiamo “la fallacia dell’occhio vigile”, per usare la locuzione coniata dal neo-presidente. Nel suo discorso inaugurale il 20 gennaio 2009, Barack Obama ha detto, “Né la domanda che ci dobbiamo porre è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere e di ampliare la libertà è fuor di dubbio, ma la crisi ci ha ricordato che, senza un occhio vigile, il mercato può sfuggire al controllo”.

A prima vista, questo sembra un punto di vista plausibile. Nessuno può negare che alcune delle persone coinvolte nelle attività del mercato – gli investitori, i broker, i banchieri, i promotori finanziari – siano inette, miopi, o inaffidabili. A causa della loro pochezza umana, esiti disastrosi sono tutt’altro che impossibili. Ad esempio, investitori sconsiderati potrebbero farsi trascinare dall’idea che alcune particolari attività siano il business del futuro. Quando la bolla speculativa scoppia, la contrazione dell’attività economica ricade su Main Street. Oppure, per fare un altro esempio, un venditore disonesto potrebbe mettere sul mercato parti di una cattiva compagnia, lasciando le perdite agli investitori quando verrà scoperta la frode. Per evitare simili drammatiche esperienze, dice Obama, il mercato deve essere controllato e regolato “dall’occhio vigile” del governo.

La fallacia di questa convinzione risiede nel presupposto che i regolatori del governo possano salire al di sopra del limiti umani che si applicano a tutti gli altri individui. Si presuppone che, mentre l’uomo d’affari può essere miope, il senatore sarà lungimirante, o che, mentre il banchiere può essere distratto, il vice sottosegretario non lo sarà.

La stessa roba umana

L’idea che i funzionari del governo siano più capaci potrebbe essere plausibile se essi provenissero da una casta sociale distinta. Se tali funzionari fossero stati allevati sin dalla nascita da un’austera e rigorosa educatrice che ha impartito loro eccezionali standard morali ed accademici, poi affinati in esclusivi istituti di formazione specialistica, forse, vi potrebbe essere una ragione per ritenere che siano migliori rispetto a noi. Ma i funzionari del governo non possiedono una formazione dal carattere distintivo. L’uomo d’affari che, a causa di una cattiva fama viene messo in disparte nei rapporti del settore immobiliare, può diventare senatore e il banchiere che si è rivelato poco oculato nella gestione degli investimenti diventare sottosegretario al Tesoro. Questa nuova carica lo rende improvvisamente saggio?

Poiché anche loro sono fatti della nostra stessa materia umana, è irragionevole aspettarsi che i funzionari del governo possano correggere gli errori che vengono compiuti sul mercato. Uno sguardo ai fallimenti del mercato a cui Obama ha accennato nel suo intervento mette in luce questo aspetto. Prendete la bolla speculativa immobiliare. Hanno forse i senatori visto il pericolo prima di tutti noi e promulgato leggi per limitare l’acquisto di beni immobili? Naturalmente no. Al contrario, hanno concorso al boom edilizio insieme a tutti gli altri.

Un altro esempio è stato il boom dei prestiti subprime. Hanno i legislatori vietato alle banche di concedere prestiti ad acquirenti insolvibili? No, al contrario è stata la classe politica che nel 1977 passò la Community Reinvestment Act, legislazione che, alla fine, ha costretto le banche commerciali a concedere prestiti a mutuatari con basso rating creditizio. Hanno i legislatori vietato a Fannie Mae e Freddie Mac di acquistare i mutui subprime? No, hanno incoraggiato e protetto quelle istituzioni anche dopo che gli analisti li avevano avvertiti che erano pericolosamente esposte.

Ignorare l’odore delle prove

Magari i funzionari governativi non saranno abbastanza svegli da evitare i cattivi trend d’investimento che ingannano tutti noi, ma perlomeno possono fermare gli operatori fraudolenti, giusto? Non proprio. Dopotutto, coloro che si dedicano a pratiche ingannevoli appaiono come rispettabili manager e affidabili consulenti d’investimento. Non a caso, ingannano ordinariamente gli investitori. Perché dovremmo aspettarci funzionari del governo improvvisamente accorti che vanno a cercare incendi laddove nessun altro vede il fumo?

Infatti, anche quando i burocrati sentono odore di fumo, sembra siano riluttanti a sospettare del fuoco. Il famoso caso degli investimenti truffa ad opera di Bernie Madoff è particolarmente istruttivo. Pochi insiders del settore degli investimenti sapeva che qualcosa serpeggiava nella sua compagnia. Uno, Harry Markopulos, scoprì la frode nel 1999 e inviò alla Securities and Exchange Commission, una dettagliata relazione dei 29 motivi per cui, come dal titolo della sua relazione, “Il più grande fondo speculativo al mondo sarebbe stato una frode”. La SEC esaminò la questione senza trovare nulla di irregolare. Dopo che lo scandalo scoppiò nel 2008, l’imbarazzato presidente della SEC, Christopher Cox, espresse il suo rammarico per i “molteplici errori” del suo staff che indussero l’agenzia a non accorgersi della frode.

L’idea che il governo possa regolare il mercato in modo giusto e sicuro è un’illusione, un inganno radicato nella convinzione che lo stato è un ente divino che vigila costantemente sulle azioni del genere umano. Il governo, purtroppo, è formato da uomini comuni, uomini e donne con la stessa mancanza di comprensione che rende fragili tutte le istituzioni umane.

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79c64df0786550cc88fc74409c63b326c409362d_mRicorreva qualche giorno fa il ventesimo triste anniversario dei fatti di Tiennammen; un clamoroso atto di falsificazione e strumentalizzazione delle notizie da parte dei criminali alla guida dello stato comunista cinese, i quali, spacciando per “rivolte studentesche” quelle che in realtà erano, almeno inizialmente, dimostrazioni di cordoglio per un politico riformatore appena morto e particolarmente apprezzato tra studenti, intellettuali e operai, sfruttarono l’occasione come monito per scoraggiare qualsiasi forma di dissidenza o anche solo di malriposta fiducia in un possibile cambiamento o apertura da parte del governo. Ok, il finale con bagno di sangue è un must per ogni bel film in cui il protagonista sia lo stato, tuttavia, tanto per non smentire il copione, è opportuno ricordare che il solito libertario guastafeste, cent’anni prima, aveva già previsto tutto.

Benjamin Tucker, nel saggio State Socialism and Anarchism: How Far They Agree, and Wherin They Differ del 1888, così descriveva l’epilogo del socialismo di stato:

La nazione deve essere trasformata in una grande burocrazia e ogni individuo in un funzionario dello Stato. Tutto dovrà essere fatto in base al principio di costo e gli individui non avranno motivo di ottenere profitti per se stessi. Le persone non saranno autorizzate a possedere capitali propri, non potranno dare lavoro ad un dipendente e neanche crearlo per sé. Ogni uomo sarà un ricevitore di salario, e lo Stato l’unico elargitore di salari. Chi non è conforme alle regole dello Stato deve morire di fame, o, più probabilmente, andare in prigione. La libertà di scambio deve scomparire. La concorrenza deve essere completamente spazzata via. Tutte le attività industriali e commerciali devono essere accentrate in un grande, enorme, totalizzante monopolio. Il rimedio per monopoli è l’assoluto monopolio. Questo è il programma economico del socialismo di Stato adottato da Karl Marx.

[…]

Quali altre applicazioni, una volta adottato in campo economico, questo principio di autorità svilupperà è molto evidente. Esso implica il controllo assoluto da parte della maggioranza di tutte le azioni individuali. Il diritto di esercitare tale controllo viene già ammesso dai Socialisti di Stato, benché essi sostengano che, di fatto, all’individuo sarebbe garantita maggiore libertà rispetto a quella di cui gode ora.
Ma tale libertà, potrà essere solo concessa, non rivendicata come propria. Non vi sarebbe alcun fondamento della società garantendo il più ampio margine di libertà possibile.

Lo stato esiste per sottrarre risorse da una classe di persone a beneficio di altre. Quando esso pretende di disporre arbitrariamente di tali risorse, e le persone contestano la legittimità di quel gesto, di fatto, viviamo in uno stato di “conflitto sociale”. Quando invece le persone sono sufficientemente soggiogate attraverso la propaganda e la violenza, assistiamo a ciò che comunemente viene definita “pace sociale”.

Ma siamo al ribaltamento della realtà, in quanto non può esservi vera pace in condizioni di statalismo dal momento che lo stato sussiste grazie al furto e alla coercizione e i suoi funzionari sono autorizzati a chiudere in gabbia (o uccidere) chi si oppone.
Questa è l’unica verità, a prescindere da quanto siano ispirati alla “Giustizia”, alla “Democrazia” e alla “Libertà” i valori che lo stato decide di volta in volta di voler difendere.

Il fatto che alcuni stati siano significativamente meno brutali di altri non fornisce alcuna prova a favore dello statalismo. Casomai dimostra che è necessario opporsi maggiormente alla loro autorità.

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Sulla vicenda di Michael Phelps, campione olimpico di nuoto immortalato mentre, con la disinvoltura di chi sa esattamente quel che sta facendo, fumava erba da un bong, temo di non essere per nulla d’accordo con la campagna di solidarietà nei suoi confronti che ha preso il via, anche grazie a militanti libertari d’oltreoceano, nei vari circuiti di social networking.

Edmund Burke sosteneva che tutto ciò che è necessario affinché il male si affermi è che gli uomini buoni non facciano nulla. E difatti, il campione olimpico, che in qualità di personaggio pubblico può influenzare la cultura popolare in modo positivo o negativo, ha scelto la seconda opzione. E non perché ha fumato marijuana, inteso, ma perché ha chiesto scusa pubblicamente.

Patty Pravo, ai suoi tempi, fermata con un po’ d’hashish all’aeroporto Marco Polo di Venezia, dando prova della proverbiale assholeinsofferenza dei veneti verso le inutili procedure burocratiche statali, alla domanda dei ligi compilatori di verbali in divisa se l’artista avesse qualcosa da dichiarare in sua difesa, ebbe almeno il coraggio di rispondere: “Quanto casino che fate per un tocco di fumo”.

Phelps non stava facendo nulla di male, stava semplicemente usando il proprio corpo ed il proprio tempo in un’innocua attività che non lede minimamente la libertà altrui di fare altrettanto. Insomma, i vizi non sono crimini. Allora perché chiedere scusa per qualcosa che nemmeno al diretto interessato – dato che evidentemente non era la prima volta – ha impedito di vincere ben 14 medaglie olimpiche? Perché piegarsi dinanzi alla cultura della criminalizzazione di comportamenti che di criminoso hanno nulla?

Le idee idiote vanno demolite, le leggi cattive devono essere spazzate via e le istituzioni sfidate fino a quando chi le occupa non capirà che le altre persone non sono di loro proprietà. Phelps probabilmente temeva più per la sua reputazione che per eventuali grane giudiziarie. Ma alla sua reputazione avrebbe sicuramente giovato di più una reazione a testa alta, con argomentazioni chiare e logiche che spiegassero come il biasimo generale per il suo gesto sia infondato come sono infondati tutti i tabù.

Michael Phelps dovrebbe vergognarsi non per quello che ha fatto, ma per quello che non ha fatto: cioè sfruttare la sua immagine per tentare di far capire quante risorse preziose si buttano inutilmente -dato che  risultati, ad oggi, non se ne vedono – nel perseguire legalmente comportamenti del tutto innocui o che comunque non ledono i diritti di nessuno.

Per quelli invece che ancora pensano all’erba come a qualcosa di pericoloso e dannoso, il consiglio è di farsi una canna, rilassarsi e fare un po’ di stetching finché non si diventa sufficientemente agili da tirare fuori la testa dal buco del culo.

Sì, perché se la “War on drugs” da punto di vista giudiziario ha fatto più danno che altro, dal punto di vista culturale rischia di fare anche peggio a causa dell’emarginazione di persone normalissime che di tanto in tanto si concedono una breve vacanza orientale e poi riprendono a sgobbare la maggior parte del loro tempo, è bene ricordarlo, per i parassiti dello stato che  le criminalizza.

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Le vedete queste mani? Così sottili, le dita lunghe, le unghie ben curate e la pelle compatta, senza imperfezioni. Bene, appartengono a chi ha chiesto sforzi, sacrificio e impegno al proprio paese pur di superare la crisi.

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Ma un solo giorno di duro lavoro lo avranno mai visto?

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kidsNegli USA, molte persone non conoscono la vera storia del New Deal semplicemente perché nessuno gliel’ha raccontata.
E se nelle scuole e nelle università nessuno racconta la storia del New Deal è perché essa è scomparsa dai libri di storia. O, per meglio dire, perché ne compare una versione che non ammette critiche.

“Il New Deal funzionò e questo è quanto!”

Figuriamoci cosa se ne può sapere in Italia dove FDR, per molti, rimane tutt’oggi l’icona del buon presidente.  

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“Il New Deal funzionò”: perché così tante persone accettano quest’affermazione come un fatto?

di Jonathan Bean

La maggior parte delle persone, giornalisti compresi, accetta l’idea che il New Deal funzionò nell’abbreviare gli effetti della depressione. Molti economisti e, in misura minore, gli storici, non sono d’accordo. Perché allora criticando il New Deal si viene guardati come se si fosse affermato che il mondo è piatto? Recentemente, un pundit di Salon.com ha dichiarato che il successo del New Deal è un fatto, anzi, un fatto incontrovertibile. Sostenere altrimenti, è una “spregevole follia”. Solo ottusi conservatori credono a simili sciocchezze.

A rischio di essere etichettato come “folle”, eccomi qua.

Nel 1995, lo storico dell’economia Robert Whaples pubblicò un sondaggio nel Journal of Economic History in cui si chiedeva “Dov’è il consenso fra gli storici dell’economoia americani? (Vol. 55, marzo 1995). La metà degli economisti e più di un quarto degli storici è convenuta, interamente o parzialmente, sul fatto che il New Deal prolungò la Grande Depressione.

Gli esperti del periodo possono anche giungere a tale conclusione, ma la magior parte delle persone apprende la storia dai libri di testo. Una ricerca del 1998 riporta come le critiche al new Deal è stata cancellata dalla maggior parte delle letture americane:

“solo circa la metà degli economisti e tre quarti degli storici è completamente in disaccordo con l’affermazione che il New Deal ha prolungato e reso più profonda la Grande Depressione.
Non un accenno di ciò compare nei libri di testo, i quali riportano come critiche solo affermazioni da fonti come il Presidente Hoover, la Liberty League, o gli interessi privati, che ad orecchi moderni suonano come altamente ideologici, naif, o strumentali. Ovviamente, quelle critiche furono fatte e il loro livello, probabilmente, rappresenta con accuratezza il massimo delle critiche contemporanee. Tutte uguali. Uno potrebbe desiderare che i libri di testo discutessero anche di teorie più sofisticate, o almeno che evitassero valutazioni definitive data la complessità del problema. (Thomas F. Cargill and Thomas Mayer, “The Great Depression and History Textbooks,” The History Teacher (agosto 1998).

Fra i critici contemporanei del New Deal compaiono John Maynard Keynes (si, quel Keynes). Keynes criticò ripetutamente Franklin Delano Roosevelt per aver scoraggiato gli investimenti privati con le tasse, i regolamenti e la retorica infuocata (la Casa Bianca stabilì che gli oppositori erano fascisti del Big Business). Lo storico radicale Howard Zinn (sì, quel Zinn) pubblicò le critiche di Keynes nel suo New Deal Thought reader (1966).

Come insegnante di storia economica e commerciale degli Stati Uniti, posso dire che questa subdisciplina è un’orfana nella professione storica in generale. La maggior parte della storia economica è relegata ai dipartimenti di Economia, anziché a Storia, dove le tendenze di moda nel campo sociale la fanno da padrone. Cercate studi specialistici sulla storia della Grande Depressione e li troverete scritti da economisti. Questa è una buona cosa, ma la maggior parte degli americani apprende la storia economica del passato da insegnanti di storia, al liceo e all’univeristà. E con essa la falsa convinzione che nessuno può seriamente criticare il New Deal.

Se questo paese sta per avere il suo “Nuovo New Deal” è necessaria una comprensione del New Deal originale più ricca di sfumature. Nel sostenere un dibattito aperto, si potrebbe prendere la pagina del newdealer Harry S. Truman, in cui, com’è noto, dichiarò che “l’unica cosa nuova al mondo è la storia che non conoscete”.

Link all’articolo originale.

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