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Posts Tagged ‘Secessione’

Un altro breve saggio di El Ray tratto dalla raccolta Vonu: The Search For Personal Freedom.

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I libertari che cercano di ottenere la propria libertà individuale, si ritrovano spesso ad essere accusati di “anti-intellettualismo” da altri libertari. L’accusa è:

«Lo statalismo è principalmente un problema intellettuale che richiede una soluzione intellettuale: la libertà non può essere raggiunta finché il comportamento delle persone non diventa compatibile con la libertà. La via per ottenere la libertà non è quella di “uscire” dalla società, ma quella di seminare idee razionali dentro la società».

Questa critica è piuttosto ingannevole perché è una mezza verità: lo statalismo è sicuramente un problema intellettuale e come tale richiede una soluzione intellettuale. Ma esso non è esclusivamente un problema intellettuale; è invece la simbiosi fra l’inganno filosofico e la violenza istituzionalizzata che si sostengono vicendevolmente. Né è solo la causa dell’oppressione, ma entrambe: causa ed effetto.

I governi coercitivi controllano ampiamente i mezzi di comunicazione di massa; direttamente, attraverso la gestione della scuola pubblica e, indirettamente, attraverso le radio e le tv autorizzate per mezzo delle intimidazioni fatte agli editori sotto la minaccia delle tasse e delle leggi che regolano il settore. I mezzi di comunicazione controllati, infine, inoculano disinformazione e predisposizione alla coercizione istituzionalizzata.

Ugualmente importante, ma non altrettanto ben compreso, è il fatto che la maggior parte delle persone non accetta la propaganda statalista semplicemente perché ha subito il lavaggio del cervello, ma perché vuole credere.
Le persone si sentono impotenti ed incapaci di cambiare la società da sole ed anche di liberarsi esse stesse dalla massa – “Non puoi lottare contro la comunità”- e, quindi, preferiscono credere che comportandosi in modo conforme agli altri tutto andrà per il meglio. E più il sistema è dispotico, più grande è la loro ingenuità. La maggior parte degli internati nei campi di concentramento tedeschi era pateticamente propensa a credere alle “spiegazioni” dei nazisti contro ogni evidenza del contrario.
La maggior parte degli schiavi dei regimi comunisti credevano che le violazioni della loro libertà fossero necessarie; l’opposizione, se c’era, era riservata ai dettagli nella realizzazione dei cambiamenti che sapevano già essere possibili.

Ognuno può constatarlo da sé; la maggior parte delle persone che incontriamo non è semplicemente ingannata, essa vuole essere ingannata e si risente amaramente di fronte ad un qualsiasi tentativo di demolire la loro razionalizzazione dello status quo. Certamente la libertà non può essere conseguita uniformemente per tutta la società finché il comportamento popolare non diventa compatibile con la libertà. Ma è ugualmente vero il contrario; cambiare il comportamento popolare è impossibile fintanto che la libertà non è realizzata o appare perlomeno imminente. Insieme queste due constatazioni conducono alla conclusione: un sistema filosofico e politico-economico non può essere radicalmente cambiato dal suo interno con nessun mezzo.
Le istituzioni possono evolversi, ma principalmente in risposta agli sviluppi esterni al sistema.

Sono dell’avviso che la liberazione sia possibile soltanto a partire dal piano individuale e soltanto cambiando contemporaneamente comportamento e modello di vita. Il rifiuto della propaganda statalista e l’uscita dalla società devono andare di pari passo. Cercare l’auto-liberazione non è essere “anti-intellettuali”. È, piuttosto, l’integrazione dell’intelletto con la realtà e il tentativo di far seguire l’azione al pensiero.



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Ascolto Radio Radicale perché: a) lavoro troppo vicino a casa per potermi godere anche una sola canzone dal lettore CD; b) gli scatasci mattutini di Bordin mi mettono il buon umore; c) l’ascolto frammentato mi consente di cogliere perle di informazione che altrimenti, nel diluvio di parole “always on” su Radio Pannella, si perderebbero come gocce nell’oceano.
Oggi, da quel che ho capito, si è parlato molto di Tibet e se lo zeitgeist è quello che alimenta le due mostruosità che sono riuscito a carpire non è permesso pensare nulla di buono per il futuro del disgraziato popolo del Dalai Lama.
La prima, detta da non so chi e non so dove è più o meno questa: da qualche parte in Europa un manipolo di burocrati sta mettendo a punto una proposta da rivolgere al governo cinese per dirimere la questione della regione himalayana.

In buona sostanza si tratta di proporre ai cinesi il modello di autonomia dell’Alto Adige “perfetto esempio di rispetto delle minoranze etniche e linguistiche che da solo ha messo fine all’esperienza terroristica degli anni ’60 e ‘70”. Quel che l’ignoto oratore dimentica di dire è che l’autonomia trentina è finanziata dai contribuenti italiani, cioè da quelle persone, tra l’altro, da cui i trentini volevano (ed in parte ancora vogliono) separarsi. Bella l’autonomia!

A conferma di quanto siano lontani i politici dal comprendere la realtà cinese (e non solo quella) ricordo che non molto tempo fa ho letto da qualche parte che ad una mummia comunista italiana in visita in Cina, un caporione del partito, chiese come intendono affrontare la questione delle pensioni le sinistre europee. Sarebbe inutile dire che l’italiano si prodigò in una minuziosa descrizione delle “meraviglie” del (attuale) sistema a ripartizione, se non fosse che nella domanda era omessa, probabilmente per questioni di ovvietà, la seconda parte del quesito: “visto che il sistema a ripartizione è ‘na ciofeca”. Il cinese lo lasciò parlare, ed alla fine rispose lapidario “un ferrovecchio comunista”.
Ora, ve lo immaginate il governo cinese che si mette a finanziare il Tibet pur di concedergli l’autonomia, facendone, de facto, una regione economicamente privilegiata?

La seconda boiata, meno ingenua e quindi più vile, l’ho sentita poco fa al ritorno, sempre da voce ignota. Uno con l’aria di saperla lunghissima, dopo una dotta disquisizione sugli errori commessi dai due precedenti capi di governo italiani e da papa Ratzinger che, rifiutando di ricevere il Dalai Lama in visita in Italia ne avrebbero indebolito l’autorità spirituale e politica, ha aggiunto che “bisogna fare attenzione” a legittimare le spinte indipendentiste e secessioniste tibetane, perché, appunto, anche un simile atteggiamento va tutto a sfavore della figura del Dalai.
È un ragionamento subdolo, oltreché profondamente contraddittorio che ad una lettura attenta dà tutta l’impressione di voler andare a parare altrove.
E dove, di grazia? Beh, io un’idea ce l’avrei. Ad esempio, con il Kosovo a fare da apripista, il Belgio oramai avviato alla secessione consensuale fra Fiamminghi e Valloni e la mai sopita questione basca a turbare i sonni del pacificatore sociale Zapatero, i politici europei, come dice il mio saggio amico Pota “cagano spago” (hanno lo sfintere talmente stretto che le feci escono a filo N.d.RT).
Brandire l’effige del Dalai Lama, notoriamente destinataria di simpatie politicamente e globalmente trasversali, paventandone una sua delegittimazione nel caso in cui vengano assecondati i desiderata dei tibetani più intrasigenti può rivelarsi un buon sistema per infierire un altro duro colpo alle istanze indipendentiste che percorrono, da sempre, tutti i popoli oppressi. Il Dalai non è i tibetani, certo, ma rimane indegno strumentalizzane la figura per così bassi fini con la solita lagna pietistica.

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