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Posts Tagged ‘società’

Reality Chec_qjpreviewthOggi ho fatto due incontri interessanti, il primo, un albergatore, ex dipendente di Poste Italiane, il quale nel 2005, licenziatosi dalla società, ha riconsegnato il tesserino di promotore finanziario perché “ormai mi vergognavo per le truffe rifilate alla gente”.
Nel pomeriggio, l’ex direttore marketing di un grosso gruppo italiano della grande distribuzione organizzata che invece ha lasciato la professione in quanto “disgustato da un marketing che tende sempre più alla sociologia disumanizzante delle multinazionali”.
Quest’ultimo, ad un certo punto della conversazione, ha aggiunto: “non si può negare l’evidenza”.
Ho pensato: “Vero, però neanche la si deve accettare a scatola chiusa. Molte delle cose che la maggior parte delle persone danno per scontate, nella realtà non sono affatto evidenti, ma solo il frutto di cattive informazioni, pigrizia, conformismo”.

Siamo una società ultra informata, ma moriremo di ignoranza, come direbbe Rubén Blades.

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envyL’invidia, osservava brillantemente Joseph Epstein, è l’unico fra i sette vizi capitali a non offrire alcun aspetto piacevole a chi la prova, inaridisce il cuore e ottenebra la ragione. In essa calcificano i peggiori sentimenti umani, dal rancore all’ostilità verso il prossimo, fino alla mera malvagità. Insomma, una vera minaccia per la cooperazione fra individui. Ma la cosa curiosa è che l’invidia, come rilevò Soren Kierkegaard che ne fece oggetto di studio, sembra essere ancora più diffusa e potente proprio in quelle organizzazioni sociali il cui scopo dichiarato è l’uguaglianza. E difatti:

 

“Ai tempi dell’Unione Sovietica” mi ha detto un uomo dell’attuale Tajikistan, “vivevamo peggio di oggi. Però eravamo tutti uguali. Oggi viviamo meglio, ma siamo costretti a guardare gli stronzi ricchi che passano con le loro Mercedes.” Quale epoca sceglierebbe fra le due? Nessuna esitazione: “I tempi dell’Unione Sovietica”.

 

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Parliamo di musica. Anzi, non ne parliamo e lasciamo che parli da sola.  

 

You gotta be crazy, you gotta have a real need.
You gotta sleep on your toes, and when you’re on the street,
You gotta be able to pick out the easy meat with your eyes closed.
And then moving in silently, down wind and out of sight,
You gotta strike when the moment is right without thinking.

And after a while, you can work on points for style.
Like the club tie, and the firm handshake,
A certain look in the eye and an easy smile.
You have to be trusted by the people that you lie to,
So that when they turn their backs on you,
You’ll get the chance to put the knife in.

You gotta keep one eye looking over your shoulder.
You know it’s going to get harder, and harder, and harder as you
get older.
And in the end you’ll pack up and fly down south,
Hide your head in the sand,
Just another sad old man,
All alone and dying of cancer.

And when you loose control, you’ll reap the harvest you have sown.
And as the fear grows, the bad blood slows and turns to stone.
And it’s too late to lose the weight you used to need to throw
around.
So have a good drown, as you go down, all alone,
Dragged down by the stone.

I gotta admit that I’m a little bit confused.
Sometimes it seems to me as if I’m just being used.
Gotta stay awake, gotta try and shake off this creeping malaise.
If I don’t stand my own ground, how can I find my way out of this
maze?

Deaf, dumb, and blind, you just keep on pretending
That everyone’s expendable and no-one has a real friend.
And it seems to you the thing to do would be to isolate the winner
And everything’s done under the sun,
And you believe at heart, everyone’s a killer.

Who was born in a house full of pain.
Who was trained not to spit in the fan.
Who was told what to do by the man.
Who was broken by trained personnel.
Who was fitted with collar and chain.
Who was given a pat on the back.
Who was breaking away from the pack.
Who was only a stranger at home.
Who was ground down in the end.
Who was found dead on the phone.
Who was dragged down by the stone.

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Nel brano di Ignazio Silone che riprendo da Panarchy.org, traspare un’insistenza anticlericale a tratti decisamente pleonastica. Si trovano però anche osservazioni dissacranti riguardo la grettezza e il sostanziale razzismo di una cultura, o un culto, che ha elevato i tabù statalisti al rango della volontà di un Ente Supremo, creando così l’illusione che non sia più necessario prestare attenzione al vero significato delle cose. Allo statalista basta una ferrea condotta consacrata a rituali sfacciatamente mondani e materiali per sentirsi autorizzato a disprezzare e ostracizzare qualunque forma di dissenso, specie quando rivolto alle più assurde simbologie leviataniche. In fondo, cos’è questa se non la peggiore delle religioni, quella dell’uomo che vuole sbarazzarsi di Dio per prendere il suo posto?

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Prof. Pickup. Vorreste far violenza alla natura umana, signor Cinico? Non dimenticate, vi prego, che la libertà di coscienza è stata sempre l’appannaggio d’una ristretta élite e presuppone una ricchezza di pensiero quale le masse non potranno mai possedere. Le masse possono ricevere il loro nutrimento spirituale solo sotto forma di pillole da inghiottire a occhi chiusi.

Tommaso il Cinico. La storia prova caso mai il contrario. Prova che non v’è stato progresso politico e sociale d’una qualche importanza che non sia dovuto alle lotte delle classi cosiddette inferiori. Ma per non allontanarci troppo dal tema, voglio ora particolarmente insistere sul fatto che l’istruzione, anche l’istruzione superiore, non è affatto incompatibile con la credulità e la superstizione. Conosco un famoso professore di matematiche il quale trema, se, andando all’università, incontra un gatto nero. Le superstizioni più pericolose sono quelle abituali, che noi non avvertiamo nemmeno come tali. A molte di esse neppur avrei fatto caso, se un mio amico papuasiano non me le avesse additate. Permettetemi di raccontarvi la sua storia.

Egli aveva avuto la ventura di essere raccolto da un missionario presso una delle tribù più arretrate della Nuova Guinea olandese e condotto a Roma in un collegio della Propaganda Fide per esservi liberato dalle native superstizioni e istruito cristianamente. Benché d’ingegno vivace, egli non aveva mai mosso obiezioni di sorta alle verità del Vangelo, e sembrava già maturo per essere rispedito come missionario indigeno presso la sua antica tribù, quando il caso, o la Provvidenza, volle ch’egli incontrasse, in una visita al giardino zoologico della Città Eterna, un magnifico vecchio canguro. Il canguro era ed è l’animale totemico del clan d’origine di quel giovane, e non potete immaginarvi quale fosse la sua emozione nel ritrovare il suo sacro antenato nella città straniera. Nessun dubbio ch’esso vi fosse arrivato per via soprannaturale e per ammonirlo a non dimenticare le sue origini, restando fedele agli avi. Inutilmente i maestri cattolici cercarono di distogliere il giovane convertito da quel postumo accesso di superstizione, ricorrendo a tutte le risorse dell’apologetica cristiana. Per finire essi misero l’impenitente pagano alla porta del collegio, in cui era diventato motivo di scandalo. Egli vagò triste e sconsolato per varie città e alcun tempo dopo venne in Svizzera. Io ho avuto occasione d’incontrarlo per caso e di fare la sua conoscenza nel giardino zoologico di Zurigo, mentre egli si aggirava eccitatissimo attorno al reparto dei canguri. Avendogli mostrato d’avere qualche conoscenza degli studi apparsi negli ultimi anni sul mondo mitico delle tribù australiane e papuasiane, egli se ne è uscito in iscandescenze. Codesti vostri scienziati che anch’io ho letto, si è messo a protestare, sono dei cretini. Nelle loro scritture pretenziose essi dissertano sui nostri alchera, ungud, Kugi, dema, come se si trattasse di oggetti inanimati di laboratorio. Nel colmo dell’agitazione egli ha estratto un quaderno da una tasca e m’ha imposto di leggerlo. Qui è la mia vendetta, m’ha detto. Il quaderno recava scritto sulla copertina a guisa di titolo:

Le incredibili superstizioni delle tribù europee”.

Vi confesso d’aver letto il quaderno d’un fiato. Il giovane papuasiano è riuscito a scoprire, con i suoi vergini occhi, una quantità inimmaginabile di feticci idoli totem e tabù che dominano gli atti più importanti della nostra vita civile, direi quasi, senza che noi ce ne accorgiamo. Il quaderno era redatto in forma aneddotica, rendendo conto delle scoperte nella successione in cui esse erano avvenute. Come voi potete immaginare, tutta la liturgia cattolica, coi suoi incensi ceri lampade oli ceneri reliquie vi prendeva il posto d’onore. Ma non mancavano osservazioni bizzarre sulla nostra vita privata. Ricordo particolarmente una discussione tra il papuasiano e una donna romana che traeva all’anulare un cerchietto d’oro, la fede matrimoniale. Dalle domande sulle funzioni di quella fede aurea, il giovane era passato ai rapporti tra l’anello e la fedeltà coniugale, l’istituto di Propaganda Fide e l’offerta delle fedi alla patria fascista. A un certo punto la donna non aveva più saputo rispondere.

Un giorno il giovane papuasiano fu condotto, assieme ai chierici del suo collegio, a piazza Venezia, a rendere omaggio alla tomba del milite ignoto, situata ai piedi dell'”altare della patria”. La patria è anche una madonna? egli domandò a un suo superiore. No, gli rispose quello. Perché dunque c’è un altare della patria? Tu non puoi capire. Perché? Accorsero due carabinieri che imposero silenzio. Se devo tacere, vuol dire ch’è una madonna, continuò il papuasiano a borbottare.

Un altro giorno egli aveva notato nel suo quaderno: Ho letto in un giornale che in Abissinia la lupa romana ha scacciato il leone di Giuda. Sembra che il leone britannico abbia tradito quello di Giuda. Dunque, come da noi, ogni grande tribù europea venera un suo antenato totemico: la Francia ha il gallo, la Germania l’aquila, l’Italia anche un’aquila, Roma una lupa con due bambini, l’Olanda, il Belgio, la Svezia e altri paesi il leone, che sembra l’animale più frequente in Europa.

Un’altra volta, a Genova, egli assisté al varo d’una nave. Una signora ruppe una bottiglia contro lo scafo. Gli spiegarono che era una bottiglia di champagne. Peccato, egli disse, sarebbe stato meglio bere lo champagne e rompere una bottiglia d’acqua. Il battesimo non sarebbe stato valido, gli fu risposto. Gesù, lui replicò, non fu battezzato con acqua? Sei stupido, gli replicarono. La discussione continuò. La nave ha un’anima? egli domandò. No, gli fu risposto. Che cosa dunque è stato battezzato? Sei stupido, gli fu risposto di nuovo.

Un altro giorno egli aveva assistito alla sfilata di molti uomini, vestiti tutti alla stessa maniera; davanti camminava uno con un palo al quale era attaccata della tela colorata. Al passaggio del palo tutti salutavano con rispetto. Un vecchio che non si tolse il cappello, venne subito aggredito e bastonato. Perché? domandò il papuasiano. Non ha salutato la bandiera, gli fu spiegato. Ma è solo un palo con un pezzo di tela, egli osservò. La bandiera, gli gridò un energumeno mostrandogli i pugni, è l’immagine sacra della patria. È la patria stessa, gli gridò un altro, è il sangue, l’anima della patria. La patria ha un’anima? domandò il papuasiano. Volevano portarlo in prigione.

Numerosi altri episodi riferiti nel quaderno riguardavano il potere magico dei timbri, delle uniformi, dei distintivi. Sono cose che noi tutti conosciamo, ma, a causa dell’abitudine, finiamo col non farvi più attenzione.


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Nel forum di Finanza Online ho trovato questo interessante articolo di Fabio Gardel
che descrive con estrema chiarezza il percorso del declino morale, culturale e sociale della civiltà segnato dal’élite della falsificazione per mezzo della creazione di moneta dal nulla.
La chiave di volta di un sistema che può crollare in venti minuti. E un sistema del genere, converrete, non è un buon sistema. L’articolo è un po’ lungo, ma… worth the reading guys.

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Note sulla moneta e sulla civil

Nel lungo periodo ogni cosa tende verso la disgregazione. Le cose vive congiurano verso una pienezza, la fioritura, e poi decadono. La civilizzazione statunitense è stata una civilizzazione breve. Apparentemente era iniziata nel migliore dei modi: l’uguaglianza degli uomini nel diritto, la difesa della proprietà, che è la definizione della libertà politica. Già allora erano più che altro parole vuote: degli ambiziosi trascinarono le colonie in una rivolta sanguinosa che impose il Continental e i sequestri forzosi. Una moneta per decreto è già piena tirannia, restano libertà di dettaglio: scegliere in quale ristorante cenare, andare in vacanza al mare o in montagna, come vestirsi. In generale il vuoto orizzonte di scelta di un individuo che vive nella società di oggi.

Il mio conterraneo Filippo Mazzei comprese e lo disse a Jefferson: non c’è libertà se c’è monopolio del diritto. Questo è terribilmente evidente nel sistema monetario. La separazione tra Stato e Moneta è essenziale alla libertà. La mancanza di questa separazione ha gelato in boccio la civilizzazione americana che avrebbe dovuto basarsi sulla cancellazione di classi privilegiate. Monopolio del diritto e controllo della moneta segnano la netta separazione tra i tiranni e gli schiavi. Lo sfruttamento intensivo degli schiavi pone un limite al sistema.
Negli ultimi 30 anni di sganciamento della moneta dall’oro, a fronte di un miglioramento delle tecniche produttive, l’americano medio dispone di un reddito costante in termini reali solo al costo di un aumento del venti per cento del tempo lavorato. L’impressione di prosperità, se c’è, deriva solo dal ricorso al debito. Il socialismo europeo ha consentito la riduzione del tempo lavorato; è stato più untuosamente compassionevole delle masse. L’impressione di prosperità deriva qui dalla creazione di debito pubblico e di un sistema di assegnazioni economicamente insostenibile.

Questo socialismo delle regolamentazioni della vita sociale, così come il socialismo americano per via finanziaria, hanno i giorni contati. Naturalmente i due sistemi hanno numerose sovrapposizioni e somiglianze. Si sommano così dissesti di varia natura. Tale destino infausto riserva il futuro alle nazioni più privilegiate del pianeta. Il diritto di signoraggio imposto dal Dollar Standard avvantaggia una ristrettissima elite nel mondo (finanza anglo-americana, esportatori asiatici, esportatori di materie prime) a discapito innanzitutto delle masse dei paesi del cosiddetto terzo mondo, ma anche, nel medio/lungo periodo, delle nazioni del cosiddetto Occidente.
L’evidenza del male fa nascere la credenza superstiziosa e invidiosa che l’origine di esso sia l’impresa capitalista e il commercio internazionale. In realtà esse produrrebbero l’ottimizzazione dei processi produttivi e la divisione internazionale del lavoro nei termini di maggiore efficienza economica e giustizia morale, se non fosse per la perversione della struttura economica creata dal sistema di monete per decreto gestite monopolisticamente dallo stato attraverso la banca centrale e il controllo del sistema bancario.
Se la vera motivazione all’indignazione no-global non fosse l’invidia, ma la sete di giustizia, già da tempo moneta e banca sarebbero al centro della discussione. Come scrisse John Adams a Jefferson: “All the perplexities, confusion and distresses in America arise not from defects in the constitution or confederation, nor from want of honour or virtue, as much from downright ignorance of the nature of coin, credit, and circulation.”

Esiste una correlazione perfetta nel medio/lungo periodo tra la decadenza di una civilizzazione e lo svilimento della sua moneta. L’ottimo fiorino precede e fonda la società in cui viene creata la Commedia, che rende omaggio a questa legge culturale registrando l’orrida pena secolare di Mastro Adamo e la sua dannazione eterna. Per soli tre carati di mondiglia su ventiquattro: quale infinita punizione stanno scontando o accumulando i falsari istituzionali dei tempi moderni?
L’attuale dominazione angloamericana crollerà a causa della sua sovraesposizione imperiale. Gli imperi minano la loro potenza concedendo elargizioni eccessive per garantirsi il consenso interno e avventurandosi in guerre dissipatorie. Viene diffusa l’idea che il potere possa far nascere valore economico con una atto di volontà, il cui esempio paradigmatico è il fiat sovrano che conferisce potere d’acquisto a carta o a registrazioni elettroniche. A ciò si collega l’idea che questo “benessere” debba essere difeso dall’attacco dei “nemici”. Tradizionalmente viene associata a queste operazioni la giustificazione etica della protezione e dell’esportazione di una forma “superiore” di civiltà.
L’elite della falsificazione è portatrice di un progetto culturale? Non è necessaria una intenzionalità progettuale per dare forma a una cultura. In una maniera complessa e di non immediata comprensione, il sistema moneta per decreto/banca centrale è un sistema basato sul furto e sulla truffa. Intorno a questo nucleo si strutturano le scelte individuali che si coagulano in istituzioni. Ad esempio, finché un sistema siffatto sta in piedi, l’attività finanziaria è molto più remunerativa della produzione manifatturiera, che diventa appannaggio della periferia svantaggiata del sistema.
Il diavolo si trova comunque alle prese con il suo annoso problema con i coperchi: se le banche centrali asiatiche vendessero i titoli del tesoro USA in loro possesso, il sistema crollerebbe in venti minuti. Non possiamo dubitare che sulle sponde del Pacifico ci sia una comprensione del sistema e quindi la fantasia di un simile scenario. È probabile che le autorità cinesi non considerino un vantaggio netto gli attivi in dollari derivanti dalle esportazioni, ma piuttosto la nascita di una cultura d’impresa, lo sviluppo di tecnologia, la creazione di impianti produttivi e infrastrutture, ovverosia la base di una vera ricchezza. È inoltre cruciale per l’attività portuale in Cina il controllo del canale di Taiwan. È impossibile che la riapproprazione di Taiwan non sia una priorità del governo cinese. Costretto ad un attacco proditorio dalle macchinazioni roosveltiane, nel maggio del ’42 il Giappone controllava le Filippine, la Malesia, l’Indonesia e l’Indocina; il mare che bagna quelle terre potrebbe a prima vista sembrare una porzione di oceano: in realtà è un oleodotto che serve persone, a miliardi.
L’elite della falsificazione è impegnata in progetti culturali espliciti. Ne vediamo un esempio nell’agenda sinistra dell’UNESCO. Diffusione dell’aborto, controllo della popolazione, distruzione della tradizione, controllo di una educazione globalista, cancellazione delle religioni, subordinazione della famiglia al potere politico, venerazione delle componenti non umane della natura. Sembra la vendetta di Lucifero contro l’uomo. Strappato dalla fredda gloria narcisistica da una creatura goffa, animale, sventurata, (ma che introduceva nel creato una possibilità, incerta, fragile, spesso perdente, ma nondimeno reale: la possibilità dell’amore), Lucifero piombava con le sue ali livide a Threadneedle Street e si presentava al terrorizzato Montagu Norman.

Non è possibile una società del disordine. Nessun ordo ab chao, se per questo si intende la pianificazione di un ordine massonico sulle ceneri di una civiltà. Deriva ordine in una società solo dal lento sedimentarsi di istituzioni funzionali che proteggono la proprietà di individui uguali di fronte alla legge e legati da contratti e da vincoli naturali di affetto. L’ordine e la prosperità sono quindi essenzialmente morali. Tirannie autocratiche, socialismo sovietico, fabianesimo, e quant’altro possono durare solo finché non abbiano esaurito le potenzialità produttive della società attraverso il loro sfruttamento estensivo. L’attuale fiat-dollar socialism sembra prossimo all’implosione.

Fabio Gardel



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Iniziata la stagione delle piogge iniziano anche i miei sabato sera ai fornelli. Sono serate in cui mi dedico a proporre menu tipicamente veneti ad ospiti in genere provenienti dai posti più disparati. L’occasione per mangiare bene – dicono che sia un cuoco particolarmente capace – e dar vita a simpatiche conversazioni sui massimi sistemi e altre amenità. Inutile star qui a elencare gli argomenti di cui abbiamo parlato ieri sera, sono effettivamente troppi. E poi due bottiglie di vino, un paio di bicchieri di Torcolato e due grappine renderebbero la cronaca quasi surreale. Butto giù soltanto le impressioni che ho ricevuto dalla discussione che è seguita alla cena e a cui ha partecipato una persona con cui non concordo quasi su nulla, ma che ugualmente mi stimola sempre a riflettere, con conseguenze su di lui a volte benevole, a volte meno.

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Tecnologia, istruzione tecnico-scientifica e alcuni sistemi di valori hanno prodotto una categoria di persone che ragionano in termini di bit e megabyte. A sua volta, questa supposta razionalità scientifica ha dato vita ad una serie di proposte matematico-meccaniche che dovrebbero servire all’organizzazione sociale, politica ed economica degli individui.
Buona parte di queste intricate idee sembrano ispirate ad un’eccessiva adesione al motto cartesiano “penso quindi sono” e spesso se ne fanno portavoce persone la cui attitudine – benché magari nel mondo reale si occupino di tutt’altro – è quella del pigro programmatore di software. Ma, proprio a causa della loro natura empirica, tali sistemi, oltre che astrusi, appaiono come irreparabilmente disconnessi dalla realtà e dalla natura umana.

Essi sono costruiti su dati statistici e matematici i quali, se possono rivelarsi utili per la progettazione di un programma di elaborazione dati o per un esperimento scientifico, non lo sono affatto per descrivere l’umanità, né quindi per l’organizzazione della società. Le chimere sono una cosa seducente e dilettevole, ma non hanno a che fare con il mondo reale e con gli esseri umani più di quanto ce l’abbiano le finzioni romantiche.

Assistendo all’incessante aumento dell’estasi razionalista (nel mondo accademico definita empirismo) viene davvero voglia di implorare l’umanità affinché smetta di essere razionale ed inizi invece ad usare il senso comune – che io continuerei a chiamare ragione, non fosse che facendolo, qui, rischierei di creare inutile confusione.

Gli individui umani sono precisamente definiti come esseri dotati della capacità di pensiero razionale; questo, in definitiva, è il tratto caratteristico che li distingue dagli altri esseri viventi. Tale caratteristica non impedisce la capacità di amare, di provare paura, orgoglio, coraggio, rispetto, dolore, amicizia, invidia o felicità. Al contrario, queste molteplici e multiformi attitudini possono essere comprese ed integrate nel quadro dell’umano senso comune.
È esplicitamente a causa della capacità della ragione di integrare e assimilare facoltà umane altrimenti sconnesse, che il pensiero razionale diventa la nostra caratteristica definitiva e il nostro coronamento. Si tratta di un valore che fa parte del contesto, il contesto dell’umanità.

Se il processo razionale viene avviato meccanicamente e pedissequamente fuori “dal contesto”, per puro amore dell’ordine e della precisione, a seconda della prospettiva su cui uno fonda lo spirito e l’impegno nell’impresa, esso può dar origine a una sorta di nevrosi compulsiva.

La maggior parte delle persone dotate di “mentalità scientifica” riconosce che c’è un punto in cui le loro fantasie razionali si sconrtano con la realtà umana, ma, probabilmente a causa delle priorità educative e culturali attribuite alla saggezza scientifica, tende ugualmente a formulare complessi sistemi meccanici (politici, medici, sociali, economici e architettonici) come soluzione al problema della coesistenza umana.

Tuttavia, io penso che la vera razionalità non abbandona il contesto umano solo per l’apparizione di un sillogismo. La priorità della razionalità è capire – ed accettare – la natura umana, non progettare e rendere noi stessi più concilianti con l’idea di non essere altro che unità da inserire in un sistema di scatole costruite “razionalmente”.
Una simile visione per compartimenti stagni si basa quasi sempre sulla scarsa comprensione o sul deliberato disinteresse – spesso causato dalla convinzione di poter vantare conoscenze superiori – dell’essere umano. Talvolta si dimostrano come il rifiuto di comprendere la condizione umana e quindi a cosa serva realmente la razionalità. Uno sottosviluppo intenzionale delle proprie capacità cognitive.

È possibile usare la razionalità anche per fare il cruciverba, ma non può essere questo lo scopo principale di questo strumento e il motivo per cui lo possediamo. Non ho obiezioni contro chi fa il cruciverba o chi progetta utopie basate su intricate teorie o modelli scientifici empirici.

Immagino che questi obiettivi siano divertenti e consoni per persone così impegnatein simili attività. Mi auguro solo che esse, basandosi su una smisurata cinsiderazione della propria intelligenza, non credano che il resto della società sia tenuto per qualche motivo prenderle sul serio. Spero inoltre che non siano così arditi da cercare di costringere le altre persone ad accettare i loro piani e, nel caso, che le altre persone abbiano abbastanza ragionevolezza da considerare questi scienziati fuori contesto per gli esseri umani sottosviluppati che sono, e non credano che, solo perché non riescono a confutarne dialetticamente le teorie, allora per conclusione logica, gli si deva riconoscere anche il valore umano e “contestuale”.

Il mio non è un problema con la razionalità, ma con il modo in cui essa si applica. Non solo i metodi, i modi e mezzi, quindi, ma il contesto umano, in cui ciò che “è giusto” non può essere facilmente aggirato.

Vado a farmi una minestra.



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