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Stavolta le fonti non sono bizzarri urlatori nel megafono, ma più banalmente la Libera Enciclopedia. Ognuno tragga le proprie conclusioni. 1, 2, 3.

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Vademecum

PJ-AN060_pjTAXR_20080819173855Elaborate dal pool legale della LIFE e tratte da varie leggi e riprese anche dal recente libro di Leonardo Facco.

Via PIR

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Le 20 regole auree quando si ha a che fare con le Fiamme Gialle

1. Richiedere il tesserino. Loro lo esibiscono e se lo tengono in mano. Voi ricopiate i dati su un foglio.

2. Nel caso si rifiutino, chiamate subito, sempre senza aprire, il 112, denunciando che ci sono delle persone che vogliono entrare e, poiché rifiutano di identificarsi, voi pensate che siano dei truffatori.

3. Richiedere carta o foglio di servizio. Fotocopiatelo. È questo il documento basilare di tutte le ispezioni. Essi devono attenersi esclusivamente a quanto indicato sul foglio.

4. Spulciare la lista dei nomi scritta sul foglio di servizio.

5. Col foglio di servizio in mano, telefonate all’Ente che li ha inviati e chiedete che i nomi vengano confermati uno per uno.

6. Chiamare subito almeno due testimoni. I testimoni non devono mai parlare. Muti come pesci seguono da vicino i controllori.

7. Avere sempre una macchina fotografica o una telecamera. Non possono toccarvela: lo strumento di prova non può essere pignorato.

8. Se avete da fare, sia voi che i vostri dipendenti continuate a fare. Se ve lo impediscono potete sempre denunciarli per “turbativa di lavoro”.

9. Non mettete a loro disposizione scrivanie o sedie. Che se le portino o che stiano in piedi: li aiuta a crescere.

10. Non permettete loro di usare il vostro telefono o fax.

11. Non siate gentili: non serve a niente!

12. Devono attenersi esclusivamente a quanto scritto sul loro foglio di servizio.

13. Non possono rovistare fra la vostra biancheria o altri effetti personali e neppure fra quei documenti che non sono attinenti al controllo. Le vostre agende private non dategliele. A meno che ciò non sia espressamente previsto nel loro foglio di servizio.

14. Non firmate mai alcun verbale.

15. Possono ispezionarvi soltanto durante l’orario di lavoro.

16. Non possono stare tra i piedi per più di trenta giorni lavorativi.

17. Il magazzino se lo spostino loro. Non prestategli operai o muletti. Se ci sono ragnatele o topi, che si arrangino.

18. Mentre loro fanno, scrivete un vostro verbale con l’indicazione esatta dell’ora e del minuto di ogni operazione.

19. Non prendete paura perché sono solo uomini.

20. State rilassati, non succede niente: adesso cominciate a divertirvi.

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036-fdr-television-broadcastCon l’intento di arginare gli esisti dell’attuale crisi economica, l’amministrazione Obama sembra pervicacemente intenzionata a ripetere gli errori commessi da Franklin delano Roosevelt durante la Grande Depressione. Del resto, bisogna ammettere che ha buon gioco, visto che il mito della creazione dei posti di lavoro di FDR rimane ancora bene impresso nella mente di molte persone.
Purtroppo però, nella sfera economica, ogni istituzione, ogni legge, ogni intervento, non genera un solo effetto, ma molteplici effetti, molti dei quali non immediatamente visibili e va bene se si possono prevedere. Era questa la lezione del grande economista francese Frédéric Bastiat, il quale, nel suo saggio Ciò che si vede e ciò che non si vede, spiegava come il cattivo economista si limiti agli effetti visibili, mentre il buon economista considera l’effetto che si vede e quelli che invece occorre prevedere.
Alla luce di questa semplice constatazione, il New Deal di Roosevelt si rivela per ciò che realmente è stato: un mito da sfatare.

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Barack Obama dice che i circa 800 miliardi di dollari del suo Piano Americano di Recupero e Reinvestimento potrebbero salvare o creare tra i tre e i quattro milioni di posti di lavoro entro il 2010. Molti dei posti di lavoro offerti – costruzione o riparazione di strade, ponti ed edifici -, ricordano il New Deal. Vi è una svolta moderna, ovviamente, con la promessa di sviluppare le “fonti di energia alternativa”, come parchi eolici, pannelli solari, nuovi carburanti per auto eccetera.
“I di posti di lavoro che creeremo riguarderanno le grandi e le piccole imprese in una vasta gamma di settori,” ha promesso Obama “e saranno posti di lavoro che non solo daranno un impiego alle persone in breve termine, ma, sul lungo termine, posizioneranno la nostra economia alla guida del mondo”.

In primo luogo, ci si può chiedere: come possono, Obama e i suoi consulenti economici, sapere quale tipo di posti di lavoro riusciranno sul lungo termine a posizionare la nostra economia alla “guida del mondo”? Anzi, come possiamo aspettarci che chiunque possa sapere quale tipo di posti di lavoro saranno in grado di offrire una simile garanzia di ricchezza e sicurezza, considerando l’enorme complessità del mondo? Miliardi di persone prendono continuamente decisioni sulla base delle loro aspettative riguardo al futuro. I potenziali cambiamenti ideologici e gli inevitabili cambiamenti dovuti alla loro politica di finanziamento e di sostegno complica ulteriormente le cose; senza considerare i progressi tecnologici che possono trasformare il più calibrato dei piani in un enorme buco nell’acqua. Sembra un po’ poco una persona o un gruppo di persone per conoscere e prevedere il futuro, specie su così vasta scala, come nel caso di tre o quattro milioni di posti di lavoro.

Tuttavia, supponendo che Obama e i suoi consulenti abbiano ragione, che il loro piano, quindi, salvi o crei tutti quei posti di lavoro, di quali prove disporremo per poter di aver fatto un miglioramento, rispetto a se lo stesso piano non venisse applicato per niente?

Nel suo saggio “Ciò che si vede e ciò che non si vede”, l’economista liberale francese Frédéric Bastiat spiegava che si tende a riconoscere solo le conseguenze dirette di un’azione (ciò che si vede). Tuttavia, spesso, vi sono altri effetti successivi, la cui connessione con tali azioni non viene percepita (ciò che non si vede). Inoltre, gli effetti a breve termine di un’azione possono essere a volte molto diversi dalle conseguenze invisibili che si verificano a più lungo termine.

Nel caso dei lavori pubblici, Bastiat spiegava che il governo non produce nulla di indipendente dal lavoro e dalle risorse che sottrae agli utilizzi privati. Quando il governo prende in prestito denaro per creare posti di lavoro, ciò che si vede immediatamente sono persone che lavorano e i frutti di tale lavoro. Tuttavia, ciò che non viene generalmente considerato, sono tutte le altre cose che potrebbero essere state prodotte se il capitale non fosse stato inizialmente rimosso dal settore privato per finanziare i programmi del governo. Tali politiche necessariamente beneficiano alcuni (i lavoratori che ne favoriscono) a scapito di altri (coloro che avrebbero avuto i posti di lavoro che non sono stati creati) e, eventualmente, di tutti i contribuenti che dovranno ripagare il debito.

Ciò che si vede

I progetti per le opere pubbliche del New Deal forniscono numerose prove alla teoria di Bastiat. Essi, non solo fallirono nel tentativo di portare l’economia fuori dalla Grande Depressione, ma furono proprio ciò che la rese grande.

Inanzitutto, dei molti lavori creati sotto FDR ne hanno beneficiato in pochi, a parte quelli impiegati in cose come studiare la storia della spilla di sicurezza, raccogliere contributi per le campagne elettorali dei candidati del Partito Democratico, inseguendo le salsole e codificare 350 modi diversi per cucinare gli spinaci. (Vedi Lawrence Reed i Grandi Miti della Grande Depressione)

Inoltre, gran parte della “creazione dei posti di lavoro” veniva assegnata sulla base delle preferenze politiche, anziché là dove di impiego, probabilmente, ce ne sarebbe stato più bisogno.
Ad esempio, gran parte del soccorso pubblico andò agli stati ballerini dell’ovest, nella speranza di consentire a Roosevelt di ottenere voti alle elezioni future, invece che agli stati più poveri, come quelli del Sud, che erano già convintamente democratici durante quel periodo. La spesa per il soccorso ed i lavori pubblici sembrava anche aumentare paurosamente durante gli anni in cui si svolgevano le elezioni, ed è stato dimostrato che i voti andati a FDR erano strettamente correlati con i posti di lavoro ed altri speciali benefici forniti dal governo. (Vedi Folsom Burton’s New Deal or Raw Deal? How FDR’s Economic Legacy Has Damaged America).

Ciò che non si vede

I progetti per la creazione di posti di lavoro del New Deal hanno inoltre ostacolato la produttività scoraggiando le imprese private dall’adottare nuove tecnologie. L’esempio più lampante è un’azienda agricola del governo in Arizona, dove lo staff di una latteria scoprì che si poteva ottenere un maggiore profitto semplicemente utilizzando macchine mungitrici, al posto della mungitura a mano, eliminando quindi alcuni posti di lavoro. Ma ciò avrebbe violato i termini finanziamento del governo. Pertanto, le macchine non furono introdotte, e coloro che avevano fatto la proposta vennero licenziati. (Amity Shlaes racconta la storia in “The New Deal Jobs Myth”).

Roosevelt viene ancora celebrato per le sue misure sull’occupazione perché quelle persone che hanno ottenuto un impiego erano facilmente visibili. Tuttavia, ciò che non è stato (e non è) così facilmente riconoscibile è che per pagare i suoi esperimenti nel pubblico impiego, il governo ha assorbito gran parte del capitale a disposizione attraverso la vendita di obbligazioni e collezionando tasse, incluso il cinque per cento della ritenuta alla fonte in materia di dividendi corporativi, a cui si aggiungono le sempre crescenti imposte sul reddito, il cui apice raggiunse uno sconcertante 90 per cento.
In tal modo, il New Deal ha avuto come conseguenza non intenzionale di prolungare la Grande Depressione, dirottando risorse che avrebbero potuto essere utilizzate per creare ricchezza.

Barack Obama e i suoi consulenti dovrebbero far tesoro della lezione della storia. Il New Deal e suoi progetti di pubblico impiego sono stati un disastro, e sarebbe un errore pensare che dovrebbe essere fatto un altro tentativo.
Come spiegò Bastiat, il governo non crea ricchezza, ma solo deviazioni ad essa. Quando il governo controlla la ricchezza, inevitabilmente tende a servire fini politici piuttosto che gli interessi dei consumatori. Le politiche del New Deal di FDR sono una testimonianza di questo, e se verranno ripetute, come risposta alla nostra attuale crisi economica, saranno solo un ostacolo alla ripresa.

Larissa Price

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facesIl professor Thomas Szasz, è docente di psichiatria presso la SUNY – Upstate Medical University di Syracuse, NY. In qualità di insider, porta avanti da anni una battaglia di sensibilizzazione sui pericoli legati all’esercizio della professione psichiatrica, la quale, potendo vantare di un presunto status di disciplina scientifica garantito dalle leggi, in realtà si muove senza una bussola, disponendo arbitrariamente della vita e della libertà delle persone. Spesso, gli psichiatri, svolgono per lo stato la funzione di controllo della società, rimuovendo o neutralizzando con la forza e con la pretesa di saperne prevedere il comportamento futuro, quei soggetti che semplicemente dimostrano di avere comportamenti insoliti rispetto agli altri. Tutto ciò è chiaramente l’aberrazione di una professione che, sostiene Szasz, è di fatto una pseudoscienza il cui compito è la “cura dell’anima” degli individui, i cui comportamenti, per definizione, non sono prevedibili né classificabili. Ecco il suo ultimo affondo.

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In risposta al mio articolo del 2009, il professore di economia della George Mason University, Bryan Caplan, ha commentato: “Negli ultimi due decenni, un sacco di persone hanno chiesto scusa per i crimini del passato commessi dai gruppi con i quali esse si identificano: gli Stati Uniti per l’internamento giapponese, la Chiesa per Galileo, i banchieri svizzeri per il riciclaggio del denaro sporco nazista e anche i giapponesi (alcuni giapponesi) per i loro crimini di guerra. Mi piacerebbe vedere gli psichiatri fare lo stesso e riconoscere che gli atteggiamenti inusuali delle persone non sono “malattia”, affermare che è sbagliato sottoporre a trattamenti le persone contro la loro volontà e girare le spalle ai “grandi” della loro professione che hanno creduto e praticato terapie coercitive”.

Sono grato a Caplan per aver richiamato l’attenzione su un problema che la maggior parte delle persone preferisce ignorare. La sua speranza, tuttavia, non può essere soddisfatta, ed è importante capire il perché. La rivendicazione di possedere competenze astronomiche e facoltà di incarcerare gli eretici non è parte integrante dell’identità della Chiesa cattolica. Al contrario, sostenere di avere competenze nella previsione della “pericolosità” e la facoltà di incarcerare individui che si presume siano così a causa di una “malattia mentale” è parte integrante dell’impresa psichiatrica. Wikipedia definisce il ricovero coatto (TSO in Italia N.d.t.) come “la pratica di utilizzare mezzi o procedure legali come applicazione di una legge sulla salute mentale, internando una persona in un ospedale psichiatrico, in un manicomio o in un reparto psichiatrico contro la sua volontà e/o proteste… Un motivo comune per cui si ricorre al ricovero coatto è quello di evitare situazioni di pericolo per l’individuo o la società”.

A fasi alterne, gli psichiatri negano e apprezzano il fatto di essere in possesso di particolari competenze professionali con cui possono individuare la “pericolosità” futura e che conferiscono loro il diritto allo speciale potere di incarcerare persone che condannano al carcere mascherato da ospedale. Il sistema giuridico americano fa un uso pesante delle perizie psichiatriche sulla pericolosità, a causa del quale un gran numero di americani sono privati della libertà e, allo stesso tempo, della possibilità di dimostrare l’ingiustizia della loro detenzione. Gli esempi abbondano.

Kafka in tribunale

Nel marzo 2004 Susan Lindauer è stata arrestata nel Maryland, e accusata di “agire come un agente non riconosciuto di un governo straniero”. È stata condannata a 25 anni di detenzione. Anziché processarla, gli psichiatri del governo hanno dichiarato la Lindauer mentalmente inadeguata a stare in aula e l’hanno incarcerata al Carswell Federal Medical Center in Texas, una struttura definita “di servizi medici per la salute mentale di criminali femmine”. Ma la Lindauer non era una criminale. Era un’americana innocente.

Dopo aver “ospedalizzato” la Lindauer per diciotto mesi, i suoi torturatori “medici” conclusero che, benché fosse ancora mentalmente malata e inadeguata a subire un processo, non aveva più bisogno di “cure” psichiatriche. Revocato l’arresto, rientrò nel Maryland dove il tribunale federale la segnalò ad una struttura privata per una perizia. Secondo la mozione presentata dal suo avvocato e tutore, il Dott. Bruke Tadessah disse: “Il referto diagnostica un disturbo da stress post traumatico dovuto all’esperienza di Carswell”. Lo scorso gennaio il governo federale ha chiuso il caso contro la Lindauer “in quanto non più di interesse per la giustizia legale”, il che implica che la sua è stata un persecuzione nell’interesse della giustizia.

Incarcerazione a tempo indeterminato

Quando Donald Schmidt aveva 16 anni, molestò ed annegò una bimba di 3 anni. Ai sensi della legge della California sui reati minorili, chi commette gravi delitti può essere detenuto nel sistema carcerario solo fino ai 25 anni. Ma la detenzione di Schmidt venne estesa in conformità al codice statale che consente “di continuare la detenzione se una giuria ritiene che il soggetto soffre di un disturbo mentale o presenta deviazioni e anomalie che gli creano serie difficoltà a controllare i suoi comportamenti pericolosi”.

Cosa dovrebbe fare Schmidt per ottenere il divorzio dai suoi “medici” e riguadagnare la libertà? Ogni due anni può presentare una richiesta di rilascio e sperare che un giudice indica un “processo” incaricando i giurati di decidere se egli rappresenta ancora un pericolo per la società.

Avanzando un’altra ipotesi, il procuratore distrettuale di Santa Cruz County Bob Lee ha dichiarato “Noi crediamo sia uno psicopatico”. Richard A. Starrett, un medico psicologo, convenne sul fatto che Schmidt fosse ancora un pericolo, anche se “non uno psicopatico”. Krisberg Barry, presidente del Consiglio Nazionale sulla Criminalità e la Delinquenza di Oakland, California, ha definì invece il caso Schmidt “uno su un milione”

L’affermazione secondo cui la sentenza psichiatrica a tempo indeterminato di Schmidt è insolita, è tipica della falsità e della depravazione intrinseca alla psichiatria forense. John Hinckley, Jr., non è mai stato condannato per un crimine, ma sconta la sua pena a 28 anni di reclusione psichiatrica. Evidentemente i più grandi psichiatri del governo hanno bisogno di più tempo per la cura della sua pericolosità.

La psichiatria è la legittimazione politica della detenzione di persone innocenti sulla base pronostici psichiatrici, una pratica che sembra godere dell’approvazione quasi universale delle persone nella società moderna. Il riconoscimento del fatto che la psichiatria non coercitiva è un ossimoro, è oscurato dalla concomitante pratica apparentemente consensuale della “terapia”. Dico “apparentemente”, perché il professionista della salute mentale detiene l’obbligo e il privilegio di privare della libertà il suo paziente, se costui “rappresenta un pericolo per se stesso o gli altri”.
Di conseguenza, gli psichiatri e la stampa, regolarmente invocano “riforme” della psichiatria, mentre i “medici” impegnano se stessi in sempre più raffinate forme di depravazione psichiatrica, con il sostegno della indiscussa e indiscutibile premessa che la “pericolosità” giustifica la reclusione chiamata “ospedalizzazione”.

Nella relazione pubblicata di un seminario del 1981 intitolato Scienza Comportamentale e Servizi Segreti, sponsorizzato dal prestigioso Institute of Medicine, Robert Michels, professore di medicina e psichiatria al Weill Cornell Medical College di New York, ha affermato che “la maggior parte dei professionisti della salute mentale ritiene che non vi sia un grande dilemma etico se è nell’interesse del paziente violare la sua riservatezza, e che è in generale del paziente (così come della società) interesse di evitare una grave violenza”. L’affermazione che “la maggior parte dei professionisti della salute mentale ritiene” che la violazione del diritto dell’imputato ad un processo garantito dal Sesto Emendamento serve al suo interesse, è la prova della depravazione psichiatrica, non moralità.

Per peggiorare le cose, poche pagine dopo, il relatore del seminario ci informa che “Alcuni congressisti, compresi gli psichiatri Robert Michels e Loren Roth [un’importante psichiatra forense e docente presso l’Università di Pittsburgh], hanno messo in dubbio l’utilità di determinare definitivamente la pericolosità di qualcuno, in quanto tali decisioni in qualsiasi momento possono rivelarsi altamente inaffidabili e quindi non valide… I professionisti della salute mentale, in generale, non hanno dimostrato di essere meglio di chiunque altro a fare previsioni circa il comportamento che potrebbe verificarsi in un futuro lontano sotto mutevoli condizioni”.

Nessuna di queste evidenze intacca la pretesa della professione psichiatrica di essere una disciplina medica etica e scientifica. La psichiatria è così profondamente radicata nel controllo sociale e così fortemente sostenuta dalla magia pseudoscientifica e dal pregiudizio che gli psichiatri devono serrare i ranghi e giustificare in qualche modo le misure coercitive a cui ricorrono, o ripudiare e abolire la loro professione così come ora la conosciamo.

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Chi di stato ferisce

Il mio collega ‘merregano mi racconta che il suo homie, proprietario di uno sneakers store a downtown L.A., è stato denunciato dalla polizia perché… gli hanno svaligiato il negozio. Avete letto bene: perché gli hanno svaligiato il negozio.
Richard, infatti, infischiandosene del regolamento comunale, ha osato tenere ugualmete aperto il negozio durante la finale la finale championship vinta dai Lakers, al termine della quale i tifosi della squadra losangelina si sarebbero dati alla pazza gioia depredando i negozi attorno allo stadio come ai tempi di Rodney King. Ma mentre gli altri negozianti hanno potuto esporre denuncia per tentare di essere risarciti dall’assicurazione, lui di denuncia se n’è beccata una per “svolgimento abusivo di attività commerciale”. Certo che se la psicologia del tifoso che si mette a razziare e distruggere anche quando vince è strana, quella dello stato che denuncia gli aggrediti non è da meno. Come dite? Lo stato siamo noi quindi dentro ci sono anche i tifosi? Giusto, fatto bene a ricordarlo.

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Come sempre un ottimo articolo di Michael S. Rozeff, preso dal come sempre ottimo Panarchy.org che, informo, è tornato finalmente online.

Nota: Nel corso di questo scritto Michael Rozeff ripete in vari modi lo stesso messaggio: libertà di gestione. Il fatto che una richiesta così semplice e ragionevole (già contenuta nella dichiarazione di Indipendenza Americana: “il governo … che deriva il suo potere legittimo dal consenso dei governati”) debba essere reiterata in maniera così insistente rende perplessi in che pazzo mondo noi viviamo attualmente. Allora è sufficiente ricordarsi il famoso slogan: la Guerra è Pace, la Libertà è Schiavitù, l’Ignoranza è Forza, e capiamo immediatamente che siamo ancora nello stato di Oceania, in conflitto permanente con lo stato di Estasia e lo stato di Eurasia.
Ecco perché testi come quello che qui si presenta sono necessari, in modo da accelerare il momento in cui il Grande Fratello (lo stato territoriale monopolistico) scomparirà dalla faccia della terra e con esso avrà termine un incubo mostruoso.

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Che cosa è un governo? È uno strumento organizzativo attraverso il quale gli individui sperano di dare ordine a talune loro interazioni. Il governo è la struttura e l’insieme dei mezzi attraverso cui le persone si gestiscono. La gestione, o regolamentazione di certe interazioni, è il bene essenziale a cui mira la gente quando istituisce un governo.

La libertà nelle scelte gestionali ha le sue radici nella libertà di un essere umano di decidere il corso della sua vita. Io considero la libertà di gestione come un bene in sé stesso e come un qualcosa di strumentalmente buono sia per le persone che per i gruppi. L’idea di base della panarchia in relazione al governo è che una persona esprima il suo consenso su tutti gi aspetti gestionali che lo riguardano. L’ideale della panarchia è l’avere il tipo di gestione che ciascuno si è scelto. La libertà nella scelta della struttura di gestione è il fondamento della panarchia, il che è l’opposto della tirannia, cioè l’essere forzati a vivere sotto un governo scelto da altri.

Le idee sulla costrizione variano da persona a persona. Esiste la possibilità di una vasta serie di modi di gestione, e la storia mostra un certo numero di realizzazioni diverse. Quello che una persona considera come un obbligo potrebbe essere visto da un altro come un fattore di libertà. La panarchia accetta una varietà di differenti forme di gestione esistenti l’una accanto all’altra.

Quando una persona formula affermazioni riguardo alla natura della struttura governativa o come debba essere costituita, quella persona sta esprimendo un parere del tutto personale rispetto al quale altri potrebbero pensarla diversamente. Se John Adams dicesse che abbiamo bisogno di una costituzione e ne redigesse una per il Massachusetts, o sostenesse che dovrebbe essere approvata a maggioranza, o che dovrebbe garantire determinati diritti, o che dovrebbe valere in perpetuità, o che un particolare gruppo di persone dovrebbe votare al riguardo, e così via, ciò significherebbe che egli sta limitando i possibili schemi organizzativi e anche la loro evoluzione nel tempo. Così facendo egli sta decidendo a priori chi sono le persone di rilievo che faranno parte del gruppo che prenderà le decisioni e persino che peso avranno i loro voti. Ciò è contrario alla panarchia.

Il panarchico non cerca di imporre una forma di governo agli altri, sebbene egli possa di certo sostenere che alcune forme sono preferibili ad altre, non solo per sé stesso ma anche per altri. Io mi definisco un anarchico (come pure un panarchico) perché la mie preferenza personale è per nessun-governo-come-lo-conosciamo-attualmente. Ciò che io voglio è la libera gestione. Io penso che non si possa fare a meno della gestione organizzativa in tutti i casi in cui le persone vivono assieme. La forma della gestione, a mio avviso, dovrebbe essere talmente decentralizzata e aperta alla scelta personale che molto difficilmente si potrebbe qualificare col nome di governo. Le mie opinioni anarchiche non coincidono con la mia posizione panarchica. La concezione panarchica svolge una funzione più elevata in quanto è una teoria sociale generale. Logicamente essa precede la scelta di una particolare forma di gestione.

Parlando da anarchico, ho criticato frequentemente il governo-come-lo-conosciamo-attualmente. E continuo a criticarlo. In questo sono come uno che vuole la libertà e cerca di persuadere altri a volerla. Ma desidero distinguere chiaramente le mie preferenze rispetto a coloro che sono favorevoli all’attuale forma di governo. Il fatto di essere obbligato a vivere sotto un potere che mi domina, mi porta a non considerarlo affatto come un governo. Io non ho alcuna intenzione di farmi manipolare dalle parole. Per cui quello che al giorno d’oggi si chiama “governo” io non lo nobilito con l’uso di tale termine in quanto si tratta di una tirannia. Sono le persone consapevoli di vivere sotto una tirannia che sono impedite dallo scegliere la loro forma di governo. Per esse, il “governo” non è affatto un governo: è una frusta, una catena, una prigione. È un potere che li deruba della loro umanità. Io definisco governo solamente quello che è reso legittimo dal consenso dei governati. Essere “governato” da una banda di delinquenti o da un dittatore o da un tiranno, senza il consenso personale, non ha nulla in comune con un governo legittimo. È una contraddizione terminologica affermare si è governati da un tiranno. Una persona non è governata da un tiranno, è comandata. Certi affari sociali possono essere gestiti da una organizzazione senza essere dominati da un potere sovrano. Essere controllati dalla forza bruta non è lo stesso che essere gestiti da una forma legittima di governo. Nel primo caso si tratta di un affare criminale, nell’altro di un sistema pacifico basato sul consenso. Fare confusione tra questi due tipi di relazioni ottunde il senso morale e pone sullo stesso piano aspetti del tutto distinti. Questo modo di pensare lo abbiamo ereditato da Aristotele e lo abbiamo perpetuato fino ai giorni nostri. È tempo di seppellirlo.

In che cosa la panarchia si differenzia dall’anarco-capitalismo? Dal momento che l’anarco-capitalismo è una forma di anarchismo, esso esprime una preferenza personale per una particolare forma di gestione e di governo. Sarebbe una digressione e un compito troppo grandi discutere che cosa sia l’anarco-capitalismo. Per convenienza, utilizzo una citazione da Wikipedia: “L’anarco-capitalismo (conosciuto anche come anarchia del libero mercato) è una filosofia politica individualista e anarchica che si prefigge l’eliminazione dello stato e la promozione dell’individuo sovrano nell’ambito di un mercato libero.”

Se lo stato fosse solo una tirannia, come credo lo vedano e lo qualifichino alcuni sostenitori di rilievo dell’anarco-capitalismo, allora ci sarebbe, a questo riguardo, concordanza di vedute tra la panarchia e l’anarco-capitalismo. Ma, lo stato non è solo tirannia. Molte persone sono a favore dello stato. Molti votano a sostegno dello stato e dei suoi programmi. Esiste un certo ammontare di consenso e di appoggio per lo stato e per quello che esso fa. Esiste una domanda di vari tipi di stato, come appare chiaro da una ricognizione geografia e storica. La varietà stessa degli stati indica una serie diversa di richieste. Osserviamo questa varietà di richieste nel fatto che alcuni di coloro che sono insoddisfatti degli attuali governi mastodontici vorrebbero ritornare ai governi più snelli del passato. Prefiggersi l’eliminazione dello stato, come indicato dalla citazione precedente sull’anarco-capitalismo, equivale a sostenere l’imposizione su altri delle proprie preferenze riguardo alla forma di gestione. Non tutti vogliono il libero mercato applicato a qualsiasi transazione o l’eliminazione totale dello stato. Un panarchico non ha come obiettivo l’eliminazione dello stato come sua preoccupazione generale, anche se come anarchico quella rappresenta la sua preferenza personale o anche se egli cerca di persuadere altri a preferire di vivere con uno stato notevolmente ridotto o addirittura senza alcun apparato statale.

Il panarchico non si propone di rendere qualsiasi individuo sovrano nell’ambito di un libero mercato. Personalmente uno potrebbe volere una società con relazioni sociali di un certo tipo, come potrei volere anche io, ma un panarchico non si prefigge che i cambiamenti coinvolgano anche altri, ma solo lui assieme ad altri che hanno gli stessi suoi desideri.

La finalità del panarchico è la libertà di gestione.

Fin qui non ho mai menzionato la parola territorio. È implicito nell’idea della panarchia che i confini territoriali che sono stati eretti dagli uomini, in maniera più o meno arbitraria o con la forza delle armi o con altri simili mezzi e non in maniera legittima quale potrebbe essere l’avere coltivato un pezzo di terra, non possono costituire una base per raggruppare assieme le persone contro la loro volontà o senza il loro consenso. In realtà, non si può imporre dall’esterno un criterio arbitrario e conservare al tempo stesso la libertà di gestione. Il territorio costituisce un esempio di simili criteri ma ce ne sono altri quali la tribù, il colore della pelle, la religione, l’etnia, la classe, la densità di popolazione, l’età, il sesso e così via.

L’anarco-capitalista che si prefigge la scomparsa dello stato assume implicitamente che tutte le persone che vivono in un dato territorio che lo stato ha proclamato come suo formino un popolo che dovrebbe essere liberato dalla presenza dello stato e di tutti i suoi interventi e programmi. Il libertario che vuole la libertà nell’uso delle droghe si immagina implicitamente una giurisdizione territoriale dove godere di questa libertà. L’esperto di problemi monetari che propone l’introduzione del gold standard dà implicitamente per scontata l’esistenza di un territorio in cui esso è operativo. Allo stesso modo, quando John Adams propone una costituzione per il Massachusetts, egli ha in mente tutte le persone che vivono all’interno di un determinato confine. In tutti questi casi e in altri ancora, il difensore della libertà sta introducendo le sue personali preferenze. Questa persona sta in realtà indicando come vorrebbe vivere e come pensa che altri dovrebbero vivere, e le sue preferenze sono definite con il termine libertà. Com’è naturale, questo approccio è rifiutato da coloro che vogliono che siano in vigore alcuni aspetti dello stato. Ci sono quelli che vogliono che le droghe siano vietate o che l’aborto sia vietato o che il governo assicuri l’assistenza sociale. Dal loro punto di vista la “libertà” sostenuta da un libertario o da un anarchico costituisce una imposizione. Essa minaccia lo stile di vita da loro preferito.

Cercando di conseguire la libertà per tutti, il libertario o anarchico ne diventa il nemico peggiore. Egli allontana tutti coloro che si sentono minacciati da alcuni aspetti del suo programma di libertà che essi non approvano. Per di più, l’anarchico libertario discute continuamente con altri libertari e anarchici sul 25 per cento di questioni su cui non vi è accordo.

Il panarchico, sostenendo la libertà di gestione, implicitamente non basa la gestione che riguarda gli altri su nulla che abbia a che fare con il territorio, con la religione, con l’etnia o con altri criteri simili. Coloro che danno vita alla loro forma di gestione potrebbero scegliere uno di questi criteri per sé stessi, ma l’idea panarchica non li include tra i suoi presupposti.

Se coloro che sono a favore della libertà conseguiranno successi significativi nel conseguimento di un grado di libertà più elevato, essi non possono lasciare che le loro preferenze personali riguardo ad una esistenza libera li portino a ignorare che la panarchia è la sola idea logica che è in sintonia con qualsiasi tipo e colore di preferenze personali.

Non ci sarà mai un movimento capace di lottare con successo per la libertà se non quando ci sarà un accordo comune su un ideale singolo di alto livello; l’essere divisi equivale all’essere sconfitti. La libertà di gestione è tale ideale. Il tema unificatore deve avere a che fare con il significato della libertà. I libertari, gli anarchici e i panarchici non possono conseguire il successo se non si uniscono sotto uno striscione o una richiesta comune che è, a mio avviso: Libertà di Gestione. Ciò significa libertà di formare un gruppo o di associarsi dappertutto sulla terra, incluso il fatto di disperdersi sulla superficie terrestre; significa inoltre che all’interno di quel gruppo esiste il consenso volontario dei governati al tipo di gestione prescelto.

Ci sono parecchi libertari in America, forse la maggioranza, che vogliono cambiare la costituzione o ritornare alla sua natura originaria o altre cose simili, oppure che vogliono cambiare la legge sotto la quale noi viviamo. Nel perseguire tali cambiamenti, danno per scontato che miglioreranno la condizione degli altri dando loro la libertà. A quel punto però si scontrano con una enorme resistenza, per il fatto che esiste una pluralità notevole di preferenze personali che non possono essere risolte sotto nessuna forma di governo, inclusa la forma libertaria che vuole portare a tutti la sua versione di libertà. L’insieme di questo sforzo tende a realizzare i nostri destini collettivi all’interno di un unico schema di gestione uguale per tutti. La qual cosa può essere solamente tirannica in quanto molti si oppongono a quello schema e rifiutano di dare il loro assenso.

Se la strategia per conseguire la libertà fosse mirata al raggiungimento di un fine generale di livello superiore – la libertà di gestione – queste difficoltà si scioglierebbero come neve al sole. Se tutti coloro che cercano la libertà facessero chiarezza sul fatto che essi vogliono solo governare sé stessi in maniera volontaria, essi sarebbero più prossimi alla concezione espressa dai coloni americani quando si separarono dalla Gran Bretagna. In tal modo coloro che vogliono la libertà si unirebbero e avrebbero una probabilità di successo di gran lunga maggiore nello sviluppo della libertà. Essi non costituirebbero più una minaccia per lo stile di vita degli altri, e la resistenza da parte di questi non avrebbe più senso e ragione di esistere. Essi si porrebbero inoltre su un piano morale più elevato; infatti chi potrebbe validamente criticare qualcuno che vuole per sé la libertà di gestione? Chi potrebbe muovere obiezioni al fatto che il governo dovrebbe avere il consenso dei governati? Se questi principi sono accettati, allora le sole riserve e critiche riguardano la pratica. Le persone si domandano come tutto ciò potrebbe essere realizzato. Come funzionerebbe in realtà. Questi problemi possono essere sempre risolti un volta che si è d’accordo sulla questione di principio, che è l’aspetto più importante. E il principio è il seguente: Libertà di gestione. Libertà nella scelta di chi gestisce senza introdurre restrizioni territoriali o qualsiasi altro criterio imposto, e promuovendo la libertà delle persone di associarsi in gruppi, o di rimanere separati, il tutto sulla base di libere scelte personali.

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strabism

È singolare come coloro che hanno riposto totalmente la fiducia nella democrazia rappresentativa, sistema spacciato come la più sopraffine forma di egualitarismo sociale, finiscano poi per attribuire alla classe dei governanti, quelli che loro chiamano “i nostri rappresentati”, facoltà e capacità di giudizio che negano a se stessi.
Non accorgendosi di delegare incondizionatamente la propria sovranità, cadono così nell’illusione di poter contare sull’occhio vigile del governo che veglierà su di loro, affrancandoli dal rischio di poter cadere tra le fauci degli avidi speculatori affamati dei loro risparmi. Come riescano a spiegarsi l’ordinario ripetersi di episodi di frode – in cui, guardacaso, le agenzie governative di riffa o di raffa compaiono sempre – rimane per me un mistero.
Potrebbe aiutarli, James L. Payne, con questo articolo comparso sull’ultimo numero di The Freeman, in cui spiega limpidamente l’infondatezza di una simile convinzione.

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Quando si tratta di regolamentazione, l’eterna speranza sboccia a Washington, DC. Non importa quanti codici e decreti riempiano già le biblioteche di legge, i legislatori sembrano ugualmente credere che poche centinaia di migliaia di pagine di regolamenti in più daranno al paese il giusto assetto.

Purtroppo, questa fiducia nella regolamentazione si basa su un errore logico. Io la chiamo “la fallacia dell’occhio vigile”, per usare la locuzione coniata dal neo-presidente. Nel suo discorso inaugurale il 20 gennaio 2009, Barack Obama ha detto, “Né la domanda che ci dobbiamo porre è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere e di ampliare la libertà è fuor di dubbio, ma la crisi ci ha ricordato che, senza un occhio vigile, il mercato può sfuggire al controllo”.

A prima vista, questo sembra un punto di vista plausibile. Nessuno può negare che alcune delle persone coinvolte nelle attività del mercato – gli investitori, i broker, i banchieri, i promotori finanziari – siano inette, miopi, o inaffidabili. A causa della loro pochezza umana, esiti disastrosi sono tutt’altro che impossibili. Ad esempio, investitori sconsiderati potrebbero farsi trascinare dall’idea che alcune particolari attività siano il business del futuro. Quando la bolla speculativa scoppia, la contrazione dell’attività economica ricade su Main Street. Oppure, per fare un altro esempio, un venditore disonesto potrebbe mettere sul mercato parti di una cattiva compagnia, lasciando le perdite agli investitori quando verrà scoperta la frode. Per evitare simili drammatiche esperienze, dice Obama, il mercato deve essere controllato e regolato “dall’occhio vigile” del governo.

La fallacia di questa convinzione risiede nel presupposto che i regolatori del governo possano salire al di sopra del limiti umani che si applicano a tutti gli altri individui. Si presuppone che, mentre l’uomo d’affari può essere miope, il senatore sarà lungimirante, o che, mentre il banchiere può essere distratto, il vice sottosegretario non lo sarà.

La stessa roba umana

L’idea che i funzionari del governo siano più capaci potrebbe essere plausibile se essi provenissero da una casta sociale distinta. Se tali funzionari fossero stati allevati sin dalla nascita da un’austera e rigorosa educatrice che ha impartito loro eccezionali standard morali ed accademici, poi affinati in esclusivi istituti di formazione specialistica, forse, vi potrebbe essere una ragione per ritenere che siano migliori rispetto a noi. Ma i funzionari del governo non possiedono una formazione dal carattere distintivo. L’uomo d’affari che, a causa di una cattiva fama viene messo in disparte nei rapporti del settore immobiliare, può diventare senatore e il banchiere che si è rivelato poco oculato nella gestione degli investimenti diventare sottosegretario al Tesoro. Questa nuova carica lo rende improvvisamente saggio?

Poiché anche loro sono fatti della nostra stessa materia umana, è irragionevole aspettarsi che i funzionari del governo possano correggere gli errori che vengono compiuti sul mercato. Uno sguardo ai fallimenti del mercato a cui Obama ha accennato nel suo intervento mette in luce questo aspetto. Prendete la bolla speculativa immobiliare. Hanno forse i senatori visto il pericolo prima di tutti noi e promulgato leggi per limitare l’acquisto di beni immobili? Naturalmente no. Al contrario, hanno concorso al boom edilizio insieme a tutti gli altri.

Un altro esempio è stato il boom dei prestiti subprime. Hanno i legislatori vietato alle banche di concedere prestiti ad acquirenti insolvibili? No, al contrario è stata la classe politica che nel 1977 passò la Community Reinvestment Act, legislazione che, alla fine, ha costretto le banche commerciali a concedere prestiti a mutuatari con basso rating creditizio. Hanno i legislatori vietato a Fannie Mae e Freddie Mac di acquistare i mutui subprime? No, hanno incoraggiato e protetto quelle istituzioni anche dopo che gli analisti li avevano avvertiti che erano pericolosamente esposte.

Ignorare l’odore delle prove

Magari i funzionari governativi non saranno abbastanza svegli da evitare i cattivi trend d’investimento che ingannano tutti noi, ma perlomeno possono fermare gli operatori fraudolenti, giusto? Non proprio. Dopotutto, coloro che si dedicano a pratiche ingannevoli appaiono come rispettabili manager e affidabili consulenti d’investimento. Non a caso, ingannano ordinariamente gli investitori. Perché dovremmo aspettarci funzionari del governo improvvisamente accorti che vanno a cercare incendi laddove nessun altro vede il fumo?

Infatti, anche quando i burocrati sentono odore di fumo, sembra siano riluttanti a sospettare del fuoco. Il famoso caso degli investimenti truffa ad opera di Bernie Madoff è particolarmente istruttivo. Pochi insiders del settore degli investimenti sapeva che qualcosa serpeggiava nella sua compagnia. Uno, Harry Markopulos, scoprì la frode nel 1999 e inviò alla Securities and Exchange Commission, una dettagliata relazione dei 29 motivi per cui, come dal titolo della sua relazione, “Il più grande fondo speculativo al mondo sarebbe stato una frode”. La SEC esaminò la questione senza trovare nulla di irregolare. Dopo che lo scandalo scoppiò nel 2008, l’imbarazzato presidente della SEC, Christopher Cox, espresse il suo rammarico per i “molteplici errori” del suo staff che indussero l’agenzia a non accorgersi della frode.

L’idea che il governo possa regolare il mercato in modo giusto e sicuro è un’illusione, un inganno radicato nella convinzione che lo stato è un ente divino che vigila costantemente sulle azioni del genere umano. Il governo, purtroppo, è formato da uomini comuni, uomini e donne con la stessa mancanza di comprensione che rende fragili tutte le istituzioni umane.

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