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Posts Tagged ‘superiorità antropologica’

Se, come dici, fai un festino per stare un po’ insieme, poi non somministri ai malcapitati ospiti biscotti allo zenzero e fieno e té caldo alla vaniglia del Senegal senza zucchero. Bensì birra, vino, acqua, coca-cola e aranciata e pizzette e acciughe. Cazzo. Altrimenti significa che non vuoi affatto “stare insieme”, ma intendi solo sfruttare l’occasione per rimarcare la tua dozzinale originalità.

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Nel brano di Ignazio Silone che riprendo da Panarchy.org, traspare un’insistenza anticlericale a tratti decisamente pleonastica. Si trovano però anche osservazioni dissacranti riguardo la grettezza e il sostanziale razzismo di una cultura, o un culto, che ha elevato i tabù statalisti al rango della volontà di un Ente Supremo, creando così l’illusione che non sia più necessario prestare attenzione al vero significato delle cose. Allo statalista basta una ferrea condotta consacrata a rituali sfacciatamente mondani e materiali per sentirsi autorizzato a disprezzare e ostracizzare qualunque forma di dissenso, specie quando rivolto alle più assurde simbologie leviataniche. In fondo, cos’è questa se non la peggiore delle religioni, quella dell’uomo che vuole sbarazzarsi di Dio per prendere il suo posto?

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Prof. Pickup. Vorreste far violenza alla natura umana, signor Cinico? Non dimenticate, vi prego, che la libertà di coscienza è stata sempre l’appannaggio d’una ristretta élite e presuppone una ricchezza di pensiero quale le masse non potranno mai possedere. Le masse possono ricevere il loro nutrimento spirituale solo sotto forma di pillole da inghiottire a occhi chiusi.

Tommaso il Cinico. La storia prova caso mai il contrario. Prova che non v’è stato progresso politico e sociale d’una qualche importanza che non sia dovuto alle lotte delle classi cosiddette inferiori. Ma per non allontanarci troppo dal tema, voglio ora particolarmente insistere sul fatto che l’istruzione, anche l’istruzione superiore, non è affatto incompatibile con la credulità e la superstizione. Conosco un famoso professore di matematiche il quale trema, se, andando all’università, incontra un gatto nero. Le superstizioni più pericolose sono quelle abituali, che noi non avvertiamo nemmeno come tali. A molte di esse neppur avrei fatto caso, se un mio amico papuasiano non me le avesse additate. Permettetemi di raccontarvi la sua storia.

Egli aveva avuto la ventura di essere raccolto da un missionario presso una delle tribù più arretrate della Nuova Guinea olandese e condotto a Roma in un collegio della Propaganda Fide per esservi liberato dalle native superstizioni e istruito cristianamente. Benché d’ingegno vivace, egli non aveva mai mosso obiezioni di sorta alle verità del Vangelo, e sembrava già maturo per essere rispedito come missionario indigeno presso la sua antica tribù, quando il caso, o la Provvidenza, volle ch’egli incontrasse, in una visita al giardino zoologico della Città Eterna, un magnifico vecchio canguro. Il canguro era ed è l’animale totemico del clan d’origine di quel giovane, e non potete immaginarvi quale fosse la sua emozione nel ritrovare il suo sacro antenato nella città straniera. Nessun dubbio ch’esso vi fosse arrivato per via soprannaturale e per ammonirlo a non dimenticare le sue origini, restando fedele agli avi. Inutilmente i maestri cattolici cercarono di distogliere il giovane convertito da quel postumo accesso di superstizione, ricorrendo a tutte le risorse dell’apologetica cristiana. Per finire essi misero l’impenitente pagano alla porta del collegio, in cui era diventato motivo di scandalo. Egli vagò triste e sconsolato per varie città e alcun tempo dopo venne in Svizzera. Io ho avuto occasione d’incontrarlo per caso e di fare la sua conoscenza nel giardino zoologico di Zurigo, mentre egli si aggirava eccitatissimo attorno al reparto dei canguri. Avendogli mostrato d’avere qualche conoscenza degli studi apparsi negli ultimi anni sul mondo mitico delle tribù australiane e papuasiane, egli se ne è uscito in iscandescenze. Codesti vostri scienziati che anch’io ho letto, si è messo a protestare, sono dei cretini. Nelle loro scritture pretenziose essi dissertano sui nostri alchera, ungud, Kugi, dema, come se si trattasse di oggetti inanimati di laboratorio. Nel colmo dell’agitazione egli ha estratto un quaderno da una tasca e m’ha imposto di leggerlo. Qui è la mia vendetta, m’ha detto. Il quaderno recava scritto sulla copertina a guisa di titolo:

Le incredibili superstizioni delle tribù europee”.

Vi confesso d’aver letto il quaderno d’un fiato. Il giovane papuasiano è riuscito a scoprire, con i suoi vergini occhi, una quantità inimmaginabile di feticci idoli totem e tabù che dominano gli atti più importanti della nostra vita civile, direi quasi, senza che noi ce ne accorgiamo. Il quaderno era redatto in forma aneddotica, rendendo conto delle scoperte nella successione in cui esse erano avvenute. Come voi potete immaginare, tutta la liturgia cattolica, coi suoi incensi ceri lampade oli ceneri reliquie vi prendeva il posto d’onore. Ma non mancavano osservazioni bizzarre sulla nostra vita privata. Ricordo particolarmente una discussione tra il papuasiano e una donna romana che traeva all’anulare un cerchietto d’oro, la fede matrimoniale. Dalle domande sulle funzioni di quella fede aurea, il giovane era passato ai rapporti tra l’anello e la fedeltà coniugale, l’istituto di Propaganda Fide e l’offerta delle fedi alla patria fascista. A un certo punto la donna non aveva più saputo rispondere.

Un giorno il giovane papuasiano fu condotto, assieme ai chierici del suo collegio, a piazza Venezia, a rendere omaggio alla tomba del milite ignoto, situata ai piedi dell'”altare della patria”. La patria è anche una madonna? egli domandò a un suo superiore. No, gli rispose quello. Perché dunque c’è un altare della patria? Tu non puoi capire. Perché? Accorsero due carabinieri che imposero silenzio. Se devo tacere, vuol dire ch’è una madonna, continuò il papuasiano a borbottare.

Un altro giorno egli aveva notato nel suo quaderno: Ho letto in un giornale che in Abissinia la lupa romana ha scacciato il leone di Giuda. Sembra che il leone britannico abbia tradito quello di Giuda. Dunque, come da noi, ogni grande tribù europea venera un suo antenato totemico: la Francia ha il gallo, la Germania l’aquila, l’Italia anche un’aquila, Roma una lupa con due bambini, l’Olanda, il Belgio, la Svezia e altri paesi il leone, che sembra l’animale più frequente in Europa.

Un’altra volta, a Genova, egli assisté al varo d’una nave. Una signora ruppe una bottiglia contro lo scafo. Gli spiegarono che era una bottiglia di champagne. Peccato, egli disse, sarebbe stato meglio bere lo champagne e rompere una bottiglia d’acqua. Il battesimo non sarebbe stato valido, gli fu risposto. Gesù, lui replicò, non fu battezzato con acqua? Sei stupido, gli replicarono. La discussione continuò. La nave ha un’anima? egli domandò. No, gli fu risposto. Che cosa dunque è stato battezzato? Sei stupido, gli fu risposto di nuovo.

Un altro giorno egli aveva assistito alla sfilata di molti uomini, vestiti tutti alla stessa maniera; davanti camminava uno con un palo al quale era attaccata della tela colorata. Al passaggio del palo tutti salutavano con rispetto. Un vecchio che non si tolse il cappello, venne subito aggredito e bastonato. Perché? domandò il papuasiano. Non ha salutato la bandiera, gli fu spiegato. Ma è solo un palo con un pezzo di tela, egli osservò. La bandiera, gli gridò un energumeno mostrandogli i pugni, è l’immagine sacra della patria. È la patria stessa, gli gridò un altro, è il sangue, l’anima della patria. La patria ha un’anima? domandò il papuasiano. Volevano portarlo in prigione.

Numerosi altri episodi riferiti nel quaderno riguardavano il potere magico dei timbri, delle uniformi, dei distintivi. Sono cose che noi tutti conosciamo, ma, a causa dell’abitudine, finiamo col non farvi più attenzione.


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Quando il ministro Gelmini ha dichiarato che la scuola fa schifo e che va riformata indicando tra i suoi principali problemi la scarsa preparazione degli insegnanti del sud ed un più generale “divario” fra istituti, in molti si sono destati dal torpore ritrovandosi ad applaudire vigorosamente la sortita come si trattasse di un riflesso incondizionato. Un po’ come nella famosa scena di Jack Nicholson ne “Le Streghe di Eastwick” che, assopitosi per un non troppo avvincente concerto, al suo termine si risveglia e tra una platea di persone educatamente costernate, improvvisamente si mette ad urlare in modo scomposto e del tutto inopportuno  “BENEEEE! BRAVAAA! BRAVEEEE!!”.

La Gelmini è di Brescia e prima della politica ha tentato la carriera forense.
Leggetevi come e dove ha fatto l’esame di stato per diventare avvocato.



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Sul Corriere della Serva del 15 giugno c’era un’intervista a Renato Brunetta che nonostante mi sia parso per certi versi irritante, ha avuto se non altro il merito di confermare la mia convinzione che un liberale non può votare PDL. La chiusura del pezzo dice tutto e di più:

Quanto costa costruire 50 centrali di quarta generazione? «Sei, sette miliardi di euro l’ una. Moltiplicato per 50, fanno 350 miliardi di euro». Dove li troviamo? «Lanciando gli eurobond. Titoli europei, garantiti con le eccedenze auree e valutarie della Bce. Enorme risparmio, enorme investimento nella ricerca, enormi risorse per la sicurezza e le infrastrutture dal Baltico al Mediterraneo, da far impallidire il tunnel sotto la Manica e il ponte sullo Stretto: l’ Europa ripartirà. È l’ idea keynesiana che ho in comune con Tremonti e Delors». Brunetta cita di continuo Tremonti. Eppure la vulgata vuole che il rapporto tra i due sia teso, al limite dell’ incompatibilità. «Con Tremonti ci conosciamo da 28 anni, quando lui era un brillante giovane professore a Venezia e io ero un giovane incaricato. Tra noi c’ è sempre stata una sfida a vedere chi è più bravo. Tremonti è fantasioso, io sono fantasioso. Giulio ha grandi visioni, io ho grandi visioni. Lui è geniale, io sono geniale. Ecco, il nostro è un rapporto tra due persone geniali. Tutto qui».

Tutto qui.

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