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036-fdr-television-broadcastCon l’intento di arginare gli esisti dell’attuale crisi economica, l’amministrazione Obama sembra pervicacemente intenzionata a ripetere gli errori commessi da Franklin delano Roosevelt durante la Grande Depressione. Del resto, bisogna ammettere che ha buon gioco, visto che il mito della creazione dei posti di lavoro di FDR rimane ancora bene impresso nella mente di molte persone.
Purtroppo però, nella sfera economica, ogni istituzione, ogni legge, ogni intervento, non genera un solo effetto, ma molteplici effetti, molti dei quali non immediatamente visibili e va bene se si possono prevedere. Era questa la lezione del grande economista francese Frédéric Bastiat, il quale, nel suo saggio Ciò che si vede e ciò che non si vede, spiegava come il cattivo economista si limiti agli effetti visibili, mentre il buon economista considera l’effetto che si vede e quelli che invece occorre prevedere.
Alla luce di questa semplice constatazione, il New Deal di Roosevelt si rivela per ciò che realmente è stato: un mito da sfatare.

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Barack Obama dice che i circa 800 miliardi di dollari del suo Piano Americano di Recupero e Reinvestimento potrebbero salvare o creare tra i tre e i quattro milioni di posti di lavoro entro il 2010. Molti dei posti di lavoro offerti – costruzione o riparazione di strade, ponti ed edifici -, ricordano il New Deal. Vi è una svolta moderna, ovviamente, con la promessa di sviluppare le “fonti di energia alternativa”, come parchi eolici, pannelli solari, nuovi carburanti per auto eccetera.
“I di posti di lavoro che creeremo riguarderanno le grandi e le piccole imprese in una vasta gamma di settori,” ha promesso Obama “e saranno posti di lavoro che non solo daranno un impiego alle persone in breve termine, ma, sul lungo termine, posizioneranno la nostra economia alla guida del mondo”.

In primo luogo, ci si può chiedere: come possono, Obama e i suoi consulenti economici, sapere quale tipo di posti di lavoro riusciranno sul lungo termine a posizionare la nostra economia alla “guida del mondo”? Anzi, come possiamo aspettarci che chiunque possa sapere quale tipo di posti di lavoro saranno in grado di offrire una simile garanzia di ricchezza e sicurezza, considerando l’enorme complessità del mondo? Miliardi di persone prendono continuamente decisioni sulla base delle loro aspettative riguardo al futuro. I potenziali cambiamenti ideologici e gli inevitabili cambiamenti dovuti alla loro politica di finanziamento e di sostegno complica ulteriormente le cose; senza considerare i progressi tecnologici che possono trasformare il più calibrato dei piani in un enorme buco nell’acqua. Sembra un po’ poco una persona o un gruppo di persone per conoscere e prevedere il futuro, specie su così vasta scala, come nel caso di tre o quattro milioni di posti di lavoro.

Tuttavia, supponendo che Obama e i suoi consulenti abbiano ragione, che il loro piano, quindi, salvi o crei tutti quei posti di lavoro, di quali prove disporremo per poter di aver fatto un miglioramento, rispetto a se lo stesso piano non venisse applicato per niente?

Nel suo saggio “Ciò che si vede e ciò che non si vede”, l’economista liberale francese Frédéric Bastiat spiegava che si tende a riconoscere solo le conseguenze dirette di un’azione (ciò che si vede). Tuttavia, spesso, vi sono altri effetti successivi, la cui connessione con tali azioni non viene percepita (ciò che non si vede). Inoltre, gli effetti a breve termine di un’azione possono essere a volte molto diversi dalle conseguenze invisibili che si verificano a più lungo termine.

Nel caso dei lavori pubblici, Bastiat spiegava che il governo non produce nulla di indipendente dal lavoro e dalle risorse che sottrae agli utilizzi privati. Quando il governo prende in prestito denaro per creare posti di lavoro, ciò che si vede immediatamente sono persone che lavorano e i frutti di tale lavoro. Tuttavia, ciò che non viene generalmente considerato, sono tutte le altre cose che potrebbero essere state prodotte se il capitale non fosse stato inizialmente rimosso dal settore privato per finanziare i programmi del governo. Tali politiche necessariamente beneficiano alcuni (i lavoratori che ne favoriscono) a scapito di altri (coloro che avrebbero avuto i posti di lavoro che non sono stati creati) e, eventualmente, di tutti i contribuenti che dovranno ripagare il debito.

Ciò che si vede

I progetti per le opere pubbliche del New Deal forniscono numerose prove alla teoria di Bastiat. Essi, non solo fallirono nel tentativo di portare l’economia fuori dalla Grande Depressione, ma furono proprio ciò che la rese grande.

Inanzitutto, dei molti lavori creati sotto FDR ne hanno beneficiato in pochi, a parte quelli impiegati in cose come studiare la storia della spilla di sicurezza, raccogliere contributi per le campagne elettorali dei candidati del Partito Democratico, inseguendo le salsole e codificare 350 modi diversi per cucinare gli spinaci. (Vedi Lawrence Reed i Grandi Miti della Grande Depressione)

Inoltre, gran parte della “creazione dei posti di lavoro” veniva assegnata sulla base delle preferenze politiche, anziché là dove di impiego, probabilmente, ce ne sarebbe stato più bisogno.
Ad esempio, gran parte del soccorso pubblico andò agli stati ballerini dell’ovest, nella speranza di consentire a Roosevelt di ottenere voti alle elezioni future, invece che agli stati più poveri, come quelli del Sud, che erano già convintamente democratici durante quel periodo. La spesa per il soccorso ed i lavori pubblici sembrava anche aumentare paurosamente durante gli anni in cui si svolgevano le elezioni, ed è stato dimostrato che i voti andati a FDR erano strettamente correlati con i posti di lavoro ed altri speciali benefici forniti dal governo. (Vedi Folsom Burton’s New Deal or Raw Deal? How FDR’s Economic Legacy Has Damaged America).

Ciò che non si vede

I progetti per la creazione di posti di lavoro del New Deal hanno inoltre ostacolato la produttività scoraggiando le imprese private dall’adottare nuove tecnologie. L’esempio più lampante è un’azienda agricola del governo in Arizona, dove lo staff di una latteria scoprì che si poteva ottenere un maggiore profitto semplicemente utilizzando macchine mungitrici, al posto della mungitura a mano, eliminando quindi alcuni posti di lavoro. Ma ciò avrebbe violato i termini finanziamento del governo. Pertanto, le macchine non furono introdotte, e coloro che avevano fatto la proposta vennero licenziati. (Amity Shlaes racconta la storia in “The New Deal Jobs Myth”).

Roosevelt viene ancora celebrato per le sue misure sull’occupazione perché quelle persone che hanno ottenuto un impiego erano facilmente visibili. Tuttavia, ciò che non è stato (e non è) così facilmente riconoscibile è che per pagare i suoi esperimenti nel pubblico impiego, il governo ha assorbito gran parte del capitale a disposizione attraverso la vendita di obbligazioni e collezionando tasse, incluso il cinque per cento della ritenuta alla fonte in materia di dividendi corporativi, a cui si aggiungono le sempre crescenti imposte sul reddito, il cui apice raggiunse uno sconcertante 90 per cento.
In tal modo, il New Deal ha avuto come conseguenza non intenzionale di prolungare la Grande Depressione, dirottando risorse che avrebbero potuto essere utilizzate per creare ricchezza.

Barack Obama e i suoi consulenti dovrebbero far tesoro della lezione della storia. Il New Deal e suoi progetti di pubblico impiego sono stati un disastro, e sarebbe un errore pensare che dovrebbe essere fatto un altro tentativo.
Come spiegò Bastiat, il governo non crea ricchezza, ma solo deviazioni ad essa. Quando il governo controlla la ricchezza, inevitabilmente tende a servire fini politici piuttosto che gli interessi dei consumatori. Le politiche del New Deal di FDR sono una testimonianza di questo, e se verranno ripetute, come risposta alla nostra attuale crisi economica, saranno solo un ostacolo alla ripresa.

Larissa Price

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plutocracyHo tradotto il saggio con cui Keith Preston ha vinto il mese scorso il Libertarian Alliance Essay Competition. Lo reputo un testo molto interessante, benché personalmente non ne condivida per intero il contenuto, in quanto mette in luce un aspetto che a mio avviso, e chiaramente anche a parere dell’autore, molto spesso i libertari e sostenitori del libero mercato tendono a sottovalutare: il ruolo delle élites plutocratiche in quello che, erroneamente, viene definito “sistema capitalista”. Tale sistema dovrebbe infatti essere il prodotto della libera imprenditorialità in cui ogni agente investe capitali (denaro, tempo, competenze o beni) al fine di conseguire un profitto. Ciò chiaramente lo espone a dei rischi che tuttavia tendono ad essere più limitati, quanto più il mercato è sgombero da imposizioni arbitrarie che distorcono il naturale processo scaturito dall’incontro di domanda e offerta.

Stando così le cose, sembrerebbe inutile sottolineare che oggigiorno tutto siamo tranne che una società capitalista. Il sistema politico-economico in cui viviamo, perlomeno in occidente, si potrebbe infatti descrivere come fascismo-sociale o più propriamente corporativismo. Un sistema cioè dove non è la capacità di impresa a determinare il successo dell’azione economica, bensì una fitta trama di leggi e interventi statali finalizzati a favorire determinati soggetti a scapito di altri. I beneficiari di tali privilegi possono pertanto considerarsi élites plutocratiche, le quali, con il pretesto dello “sviluppo” e inseguendo la folle chimera della “crescita” ad ogni costo, si sono imposte come la vera classe dominante.

Questo saggio ha l’indubbio pregio di fornire una lettura alternativa della storia economica e politica delle società moderne, riuscendo a dimostrare come probabilmente si sarebbe potuto creare un sistema economico davvero sostenibile se non fosse stato per il flagello statalista che si è abbattuto sull’umanità.

L’obiettivo dell’autore è chiaramente quello di esortare i libertari, tutti i libertari, a riscoprire la loro originaria funzione di radicali e intransigenti oppositori allo status quo.

Degna di segnalazione è anche la ricca bibliografia, in parte reperibile in italiano, e l’accurata sezione di note al testo, in cui peraltro trovo i principali argomenti con cui non sono d’accordo.
Come dice Preston, però, non è necessario condividere in toto ogni singola proposta qui avanzata (in particolare mi riferisco alla teoria sui diritti di proprietà esplicata da K. Carson) per riconoscere la sincera vocazione libertaria di cui esse sono portatrici.  

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Un libertario politico, secondo la definizione diffusa, è colui il quale vuole ridurre drasticamente il ruolo dello Stato nella vita sociale umana, al fine di massimizzare la libertà individuale di pensiero, di azione e di associazione. Il naturale corollario dell’anti-statalismo libertario è la difesa del libero mercato in ambito economico. Molti libertari e non pochi conservatori, almeno nei paesi anglofoni, ritengono di essere convinti fautori della libera impresa. Eppure questa difesa è spesso piuttosto selettiva e timida, per non dire altro.
Libertari e conservatori per il libero mercato danno voce all’opposizione verso le imprese statalizzate, i servizi di assistenza sociale e la sanità pubblica, gli istituti educativi sovvenzionati e gestiti dallo stato, gli uffici e le agenzie di controllo, come quelli che regolano il mondo del lavoro, le relazioni tra i gruppi razziali, etnici e di genere, o quelli decidono in materia ambientale.
Tra le molte critiche libertarie, conservatrici o di libero mercato sugli interventi da parte dello Stato nella società, mancano, stranamente, quelle sulla miriade di modi in cui il governo agisce per assistere, tutelare e, quindi, imporre a titolo definitivo, un ordine economico mantenuto per il beneficio delle élites plutocratiche ad esso politicamente collegate. Naturalmente, il riconoscimento di questo fatto ha indotto alcuni a sinistra a fare facile ironia sui libertari, a cui spesso si riferiscono, non proprio affettuosamente, definendoli “repubblicani che si drogano”, o “conservatori permissivi con i gay”, e altri cliché simili.
Alcuni sostenitori della libera impresa risponderanno a tali accuse dichiarando indignatamente la loro opposizione ai tentativi dello stato di salvare dalla bancarotta le corporazioni o di sovvenzionare le imprese con l’apparente scusa della ricerca e dello sviluppo.
Tuttavia, per amore di sostenere un ordinamento economico dominato dalle corporazioni, tali difese sottostimeranno spesso il grado in cui lo stato interviene per creare deformazioni nel mercato. Tali distorsioni derivanti da una pletora di interventi includono non solo bailout e sovvenzioni, ma anche la fittizia infrastruttura giuridica del “soggetto” corporativo, la responsabilità legale limitata, i contratti collettivi, gli appalti pubblici, i prestiti, le garanzie, l’acquisto di beni, il controllo dei prezzi, i privilegi normativi, le sovvenzioni dei monopoli, le tariffe protezionistiche e le politiche commerciali, il diritto fallimentare, l’intervento militare per ottenere l’accesso ai mercati internazionali e per proteggere gli investimenti stranieri, la regolamentazione o il divieto di attività lavorative organizzate, l’esproprio per pubblica utilità, la tassazione discriminatoria, ignorando infine i reati societari e innumerevoli altre forme di favori e privilegi imposte dallo stato. [1]

Forse, il regalo decisivo dello stato all’attuale ordine corporativo è stato ciò che Kevin Carson definisce “la sovvenzione della storia”, un riferimento al processo attraverso il quale gli abitanti indigeni ed i possessori di proprietà terriere furono originariamente espropriati durante il corso della costruzione delle società tradizionali feudali e la successiva trasformazione del feudalesimo in ciò che è ora viene chiamato “capitalismo”, ovvero le società corporativiste e plutocratiche che ci ritroviamo oggi.
Contrariamente ai miti a cui alcuni credono, inclusi molti libertari, l’evoluzione del capitalismo a partire del vecchio ordine feudale non è stata quella in cui la libertà ha prevalso sul privilegio, bensì quella in cui il privilegio si è affermato in nuove e sofisticate forme. Come spiega Carson:

Ci sono due modi in cui il Parlamento potrebbe avere abolito il feudalesimo e riformato i titoli di proprietà. Potrebbe aver trattato i diritti correnti al possesso dei contadini come veri e propri titoli di proprietà nel senso moderno, e quindi abolito le loro rendite. Ma ciò che fece realmente, fu invece trattare i “diritti di proprietà” artificiali delle aristocrazie terriere, nella teoria giuridica feudale, alla stregua di reali diritti di proprietà come li intendiamo oggi; le classi latifondiste ebbero pieno titolo giuridico e i contadini furono trasformati in usufruttuari a tempo determinato senza che alcuna restrizione sulle rendite potesse essere addebitata …
Nelle colonie europee in cui già viveva una vasta classe contadina, gli stati talvolta garantivano titoli quasi feudali alle élites terriere consentendo loro di accumulare rendite grazie a chi già viveva e coltivava la terra; un buon esempio è il latifondismo, che tutt’oggi prevale in America Latina. Un altro esempio è l’Africa orientale britannica. L’autorità coloniale cacciò i contadini locali e sottrasse loro la parte più fertile del Kenya, il venti per cento dell’intero paese, in modo che il terreno potesse essere utilizzato dai coloni bianchi come pagamento-coltivazione (ovviamente, utilizzando il lavoro dei contadini cacciati, obbligati a lavorare la propria ex-terra). Quanto a coloro che rimasero sulla propria terra, essi furono “incoraggiati” ad inserirsi nel mercato del lavoro a salario grazie ad una rigida tassa che doveva essere pagata in contanti. Moltiplicate questi esempi per centinaia di volte e otterrete un briciolo della rapina su grande scala avvenuta negli ultimi 500 anni.
… I proprietari delle fabbriche non erano esenti da colpe in tutto questo. Mises sosteneva che gli investimenti in capitali su cui il sistema industriale è stato costruito in gran parte provenivano dal duro e parsimonioso lavoro di operai che risparmiarono i propri guadagni come capitale d’investimento. In realtà, tuttavia, essi furono piccoli partner dell’élite terriera, con gran parte dei loro investimenti di capitale provenienti sia dall’oligarchia terriera Whig, sia dai frutti del mercantilismo praticato oltremare, dalla schiavitù e dal colonialismo.
Inoltre, i datori di lavoro dell’industria erano soggetti a severe misure autoritarie da parte del governo al fine di tenere sotto controllo i lavoratori e ridurre il loro potere contrattuale. In Inghilterra le leggi di insediamento agivano come una sorta di sistema di passaporto interno, impedendo ai lavoratori di viaggiare al di fuori della loro circoscrizione natale senza il permesso del governo. Pertanto ai lavoratori fu impedito di “votare con i piedi”, alla ricerca di posti di lavoro più remunerativi. Potreste pensare che ciò sarebbe andato a svantaggio dei datori di lavoro nelle aree meno popolate, come Manchester e altri settori industriali del nord. Ma non temete: lo Stato corse in aiuto dei datori di lavoro. Poiché ai lavoratori era vietato migrare di propria iniziativa alla ricerca di una migliore retribuzione, i datori di lavoro erano esonerati dalla necessità di offrire salari sufficientemente elevati per attirare gli agenti liberi; al contrario, furono messi nelle condizioni di “assumere” lavoratori venduti all’asta dalle autorità della Legge dei Poveri della circoscrizione nei termini stabiliti dalla collusione tra autorità e datori di lavoro. [2]

La nazione centroamericana di El Salvador fornisce un ottimo esempio del modo in cui “il capitalismo realmente esistente” è nato. Il popolo indigeno di El Salvador, conosciuto come indiani Pipil, venne sottomesso nei primi anni del sedicesimo secolo dai conquistadores spagnoli. Non fu prima del 1821 che El Salvador ottenne la propria indipendenza dalla Spagna, per poi successivamente diventare una nazione indipendente nel 1839. Il sistema della proprietà terriera nella società salvadoregna era, sul finire del diciottesimo secolo, originariamente comunitario, con diritti di proprietà relegati alle singole città e villaggi Pipil. I prodotti agricoli primari forniti dai contadini erano bovini, indigo, mais, fagioli e caffè. I Pipil essenzialmente praticavano una sorta di lavoro autonomo-collettivo.

Come il mercato internazionale del caffé si estese, alcuni fra i più ricchi e potenti dei commercianti e proprietari terrieri, iniziarono a fare pressione sul governo di El Salvador affinché intervenisse sulla struttura economica della nazione, al fine di rendere l’accumulo della ricchezza personale più rapido mediante l’istituzione di più grandi piantagioni private e attraverso una maggiore irregimentazione della forza lavoro. Di conseguenza, il governo iniziò a distruggere il sistema tradizionale dei diritti di proprietà detenuti da città e villaggi, al fine di stabilire singole piantagioni di proprietà di quelli provenienti dalle classi privilegiate che già possedevano i mezzi di acquisizione del credito. Questo cambiamento fu attuato in diverse fasi. Nel 1846, ai proprietari terrieri con più di 5.000 piante di caffé veniva concesso per sette anni l’esonero dal pagamento dei dazi sull’esportazione e dal pagamento di imposte per un periodo di dieci anni. Le piantagioni di proprietà del governo salvadoregno furono anche trasferite ad individui privati collegati politicamente. Nel 1881, i diritti terrieri comunali posseduti per secoli dai Pipil furono revocati, rendendo l’autosufficienza per gli indiani impossibile. Il governo successivamente rifiutò di concedere anche appezzamenti di sussistenza ai Pipil non appena El Salvador passò sotto il controllo dei grandi proprietari delle piantagioni.
Questa escalation di repressione economica si scontrò con la resistenza e cinque diverse ribellioni contadine si verificarono durante la fine del diciannovesimo secolo. Dalla metà del ventesimo secolo, le piantagioni di caffé salvadoregne, chiamate fincas, producevano il novantacinque per cento delle esportazioni del paese ed erano controllate da una piccola oligarchia di famiglie proprietarie terriere. [3]

La frase “mezzi l’acquisizione di credito” del precedente paragrafo è particolarmente significativa in quanto lo scopo del controllo statale sul sistema bancario e di emissione di denaro serve a limitare selettivamente la fornitura di linee di credito, e ciò a sua volta rende l’imprenditorialità inaccessibile alla maggioranza della popolazione in generale. Infatti, Murray Rothbard sosteneva che i banchieri come classe “sono intrinsecamente propensi allo statalismo” [4] in quanto essi sono generalmente coinvolti in pratiche sbagliate, come la riserva frazionaria del credito, che porterà successivamente alle richieste di assistenza da parte dello Stato, o perché derivano gran parte del loro business dal coinvolgimento diretto con lo Stato, per esempio, attraverso la sottoscrizione di titoli di Stato. Pertanto, la classe bancaria diventa il braccio finanziario dello Stato non solo per sottoscrivere specificamente le attività dello Stato, come la guerra, il saccheggio e la repressione, ma anche servendo a creare e a mantenere una plutocrazia formata da uomini d’affari, produttori, élites politicamente collegate e altri, in grado di ottenere l’accesso alla limitata fornitura di credito nel contesto delle distorsioni del mercato generate dal monopolio dello Stato sulla moneta. [5]

Il processo mediante il quale il “capitalismo”, come è effettivamente praticato nei moderni paesi sviluppati per mezzo di una partenership tra le forze satali e del capitale, piuttosto che attraverso un vero e proprio libero mercato è già stato, molto brevemente, descritto. Resta la questione del modo in cui questo rapporto è stato successivamente mantenuto nel corso degli ultimi due secoli. Il fondamentale studio di Gabriel Kolko sullo storico rapporto tra Stato e capitale fa risalire lo sviluppo di questa simbiosi dall’America del “complesso ferroviario statale” di metà del XIX secolo attraverso la presunta “riforma” della cosiddetta Progressive Era, alla cartelizzazione del lavoro, dell’industria e del governo per mezzo del New Deal [6] di Franklin Roosevelt. In ogni fase dello sviluppo di questo capitalismo di stato americano, i membri della “classe capitalista” – banchieri, industriali, costruttori, imprenditori – essendone direttamente coinvolti, spingevano inflessibilmente per la creazione di un’economia gestita dallo stato il cui effetto sarebbe stato quello di scudo verso i concorrenti più piccoli e meno collegati politicamente, di cooptare i sindacati e generare una fonte di protezione monopolistica e un’entrata libera da costi da parte dello Stato. Simili, se non identici, paralleli si possono trovare nello sviluppo del capitalismo di Stato negli altri paesi moderni. [7]

Infatti, i paralleli possono anche essere tracciati tra le strutture del capitalismo di Stato contemporaneo e il feudalesimo storico, in quanto il governo dell’Alto Medio Evo è stato trasformato dalla sua prima identificazione con una persona specifica o più persone, in un’entità corporativa dotate di una vita ed un’identità proprie oltre a quelle dei suoi singoli membri individuali. [8]

Al di là di questo processo di trasformazione da governo personale a governo societario, l’evoluzione di un sistema di privilegio di stato-capitalista che ha soppiantato il privilegio feudale, la crescente interazione e co-dipendenza tra le élites plutocratiche e i servitori dello Stato e una più ampia integrazione del lavoro organizzato, grazie alla democrazia di massa, ha generato gruppi di interesse politico e un’espansione senza precedenti del settore pubblico che fece emergere un ordine politico-economico che si potrebbe definire “nuova signoria”. Queste “nuova signoria,” è la moltitudine delle entità burocratiche che mantiene un’identità istituzionale propria, anche se gli individui al suo interno possono cambiare con il passare del tempo, ed esiste in primo luogo per il bene della propria auto-conservazione, a prescindere dalle finalità originarie per cui esse stesse furono apparentemente istituite. La “nuova signoria” può comporsi di enti istituzionali che agiscono di diritto in qualità di armi dello Stato, come gli uffici pubblici, la polizia e le altre agenzie giudiziarie, i servizi sociali statali o le strutture educative, o possono comprendere armi de facto dello Stato, come ad esempio le banche e le imprese la cui posizione di privilegio, anzi, la cui esistenza stessa, dipende da un intervento statale. [9] Oltre all’ordine interno di questo stato-capitalista è emerso un ordine superiore internazionale radicato principalmente nella classe capitalista di stato americana e nella classe dei suoi partner-junior di determinate altre nazioni sviluppate. Ecco come Hans Hermann Hoppe descrive questo accordo:

In una prospettiva globale, inoltre, l’umanità è più vicina che mai all’istituzione di un governo mondiale. Anche prima della dissoluzione dell’Impero sovietico, gli Stati Uniti avevano conquistato l’egemonia sull’Europa occidentale e sui paesi affacciati sul Pacifico, come indicato dalla presenza di truppe americane e di basi militari, dal ruolo del dollaro americano come ultima moneta di riserva internazionale e dal sistema della Federal Reserve come ultima fonte si credito per l’intero sistema bancario occidentale, nonché da istituzioni come il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio. Inoltre, sotto l’egemonia americana, l’integrazione politica dell’Europa occidentale ha compiuto costanti progressi. Con la recente istituzione di una Banca centrale europea e una moneta unica europea (EURO), l’Unione europea è prossima alla completa unità politica. Allo stesso tempo, l’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA) rappresenta un passo significativo verso l’integrazione politica del continente americano. Con la scomparsa dell’impero sovietico e della minaccia militare che rappresentava, gli Stati Uniti sono rimasti l’unica e indiscussa superpotenza militare al mondo e il suoi “migliori poliziotti”. [10]

Questo è ciò su cui il “big business” ha puntato. Un simile imperialismo è agli antipodi dei principi libertari del governo locale e della libera impresa, come poco altro potrebbe esserlo. Finora, in questa discussione, la superficie è stata graffiata solo riguardo la distorsione del naturale processo del mercato, di ciò che esso potrebbe essere stato altrimenti se non fosse intervenuto lo stato e il corrispettivo sistema di regole corporativo-plutocratiche.
Nessuna menzione è stata fatta circa privilegio monopolistico inerente alle leggi sui brevetti e al concetto giuridico di “proprietà intellettuale”. Il ruolo delle sovvenzioni al trasporto nella centralizzazione della ricchezza e la distruzione dei piccoli concorrenti del big business non è stato trattato.
Effettivamente, un esempio pertinente può essere il fatto che senza le sovvenzioni dirette o indirette a sistemi di trasporto come quello aereo, navale o di terra a lunga distanza, necessari per la coltivazione e la gestione dei mercati internazionali, il modello dominante di vendita al dettaglio odierno e i mercati dell’alimentazione commerciale praticati da entità di gargantuesche come Wal-Mart, McDonald, ‘Tesco e altri, sarebbero probabilmente impossibili. [11]

Nessuno ha osato sfidare l’opinione comune per quanto riguarda la legittimità dei titoli di proprietà sulla terra, contrapponendovi opinioni contrarie, come quelle radicate nei principi dell’usufrutto o geoisti. [12]
Non vi è stata alcuna discussione, come invece potrebbe esserci, sul ruolo dello stato nella creazione del sottoproletariato delle società contemporanee e delle patologie sociali relative – una situazione le cui radici sono ben più profonde della semplice “cultura della dipendenza” piantate dai conservatori convenzionali e da alcuni libertari. [13] Del ruolo dello Stato nella spoliazione della popolazione agricola indigena agli inizi dello sviluppo capitalista occidentale e nel Terzo mondo contemporaneo si è discusso, ma spoliazioni continuano a verificarsi anche nella società moderna. [14]

Le implicazioni di queste intuizioni per la strategia libertaria sono quindi piuttosto profonde. Se il libertarismo deve essere identificato nell’opinione pubblica come l’apologia dello status quo dominato dalle grandi corporazioni e se i libertari procedono come se i “conservatori” apologeti delle grandi imprese fossero i loro alleati naturali, insistendo sul fatto che un mondo libertario sarebbe quello governato da gente del calibro di Boeing, Halliburton, Tesco, Microsoft, o Dupont, allora il libertarismo non sarà mai nulla di più di un’appendice alla sovrastruttura ideologica che le moderne classi intellettuali usano per legittimare il dominio plutocratico. [15] Tuttavia, se il libertarismo afferma se stesso come un nuovo radicalismo, il polo opposto del “conservatorismo” filo-plutocratico, più radicale di tutto ciò che viene offerto dalla sempre più moribonda e arcaica sinistra, allora il libertarismo può, a ragione, ispirare nuove generazioni di militanti a prendere di mira lo status quo statalista. Il libertarismo può diventare il sistema di pensiero guida per i radicali e i riformatori di tutto il mondo come il liberalismo lo è stato nel diciottesimo e diciannovesimo secolo e come lo è stato il socialismo per le successive generazioni. [16]

Per quanto riguarda la questione di ciò che un’economia liberata dal dominio corporativo, plutocratico e statalista potrebbe effettivamente sembrare, ci si può aspettare che con la rimozione degli ostacoli imposti all’ottenimento del credito, l’imprenditorialità e l’autosufficienza economica (in contrapposizione alla dipendenza dalle burocrazie aziendali e per l’occupazione, le assicurazioni e i servizi sociali) sarebbero simili a quelli in cui l’idea di Colin Ward di una società di “lavoratori autonomi” verrebbe in gran parte realizzata. [17] Non più l’uomo medio sottomesso alla volontà delle varie Chase Manhattan, Home Depot, General Motors, ‘Tesco o Texaco per la propria sussistenza e sostentamento. Al contrario, egli avrà finalmente acquisito i mezzi per sostenersi economicamente e la dignità di individuo auto-sufficiente in una comunità di pari in cui il privilegio è il risultato del merito e l’uguale libertà è prerogativa inalienabile di tutti.

All’inizio del ventesimo secolo vi erano una serie di movimenti che difendevano il piccolo produttore indipendente e la gestione cooperativa delle grandi imprese, tra cui l’anarco-sindacalismo all’estrema sinistra e il distributismo della destra reazionaria cattolica. [18] Queste tendenze tuttora esistono ai margini esterni del pensiero politico-economico. Non è necessario essere d’accordo con tutti i punti dell’analisi o con ogni proposta avanzata da queste scuole di pensiero per riconoscere gli aspetti libertari della loro visione. Esistono attualmente numerose forme di accordo economico che offrono spunti riguardo cosa le istituzioni produttive post-stataliste e post-plutocratiche potrebbero essere.
Una di queste è la Cooperativa Mondragon Corporation, un gruppo industriale di proprietà dei lavoratori e da essi gestito nella regione basca della Spagna. In vigore dal 1941, le cooperative Mondragon inizialmente istituirono una “banca popolare” del tipo proposto originariamente dal padre dell’anarchismo classico, Pierre Joseph Proudhon [19], che aiutò lo sviluppo di ulteriori imprese, che oggi ammontano a più di 150 compresa L’Università privata degli Studi di Mondragon. La sua divisione supermercati è la terza della Spagna per numero di punti vendita e la più grande a proprietà spagnola. Ogni singola cooperativa ha un consiglio dei lavoratori proprio, e l’intera federazione di cooperative è disciplinata da un congresso di lavoratori provenienti da diverse imprese. [20]

Ancora, un altro esempio molto interessante è la società brasiliana Semco SA. Anche se di proprietà privata, come una struttura a conduzione familiare, la Semco pratica una radicale forma di democrazia industriale. Sotto la guida di Ricardo Semler, che ha ereditato l’azienda dal padre, Semco mantiene una struttura manageriale in cui i lavoratori si autogestiscono e fissano i propri obiettivi di produzione e di bilancio con una retribuzione basata sulla produttività, l’efficienza e sul rapporto costi-benefici. I lavoratori ricevono il 25% per cento dei profitti dalla divisione degli incassi. Il management intermedio è stato sostanzialmente eliminato. I lavoratori hanno il diritto di veto sulle spese della società. Le mansioni dei lavoratori cambiano spesso a rotazione e anche il ruolo del CEO è condiviso da sei persone, compreso il proprietario Semler, che operano sei mesi in qualità di capo esecutivo. L’azienda ora ha oltre 3000 dipendenti, un fatturato annuo di oltre 200 milioni di dollari e un tasso di crescita del quaranta per cento annuo. [21]

Un’economia organizzata sulla base di industrie di proprietà e gestite dai lavoratori, sulle banche popolari, le mutue, le cooperative di consumo, i sindacati anarco-sindacalisti, le imprese individuali e familiari, le piccole aziende agricole e le associazioni artigianali impegnate nella produzione locale per uso locale, le istituzioni caritatevoli volontarie, i land trusts, o i collettivi volontari, le comuni e kibbutzim potrebbero sembrare inverosimili per alcuni, ma non più di quanto – e probabilmente meno – lo sia un’economia industriale moderna tecnologicamente avanzata in cui la classe mercantile è la classe dominante e la classe produttiva è spesso una classe media benestante come sarebbe parsa agli abitanti della società feudale pre-moderna.

Se l’espansione dell’economia di mercato, della specializzazione, della divisione del lavoro, dell’industrializzazione e del progresso tecnologico può portare verso gli obiettivi delle società moderne riguardanti l’eliminazione delle malattie, dell’inedia, della mortalità infantile e della morte prematura, uno può solo chiedersi quale sia l’autentico sistema di libera impresa che si può perseguire e che avremmo già conseguito se non fosse stato per il flagello dello statalismo e relativa plutocrazia.

 

Bibliografia

  • Arthur, Terry, “Free Enterprise: Left or Right? Neither!”, Libertarian Alliance, 1984.
  • Belloc, Hilaire. Lo stato Servile. Liberilibri, 1980.
  • Bonner, Raymond. Weakness and Deceit: US Policy and El Salvador. New York: Times Books, 1984.
  • Bovard, James. Farm Fiasco. ICS Press, 1989.
  • Burnham, James. La Rivoluzione Manageriale, Bollati Boringhieri, 1980. 
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  • Carson, Kevin A.,“Socialist Definitional Free-for-All, Part I”, archiviato qui. 
  • Carson, Kevin A. The Iron Fist Behind the Invisible Hand: Corporate-Capitalism As a State – Guaranteed System of Privilege. Red Lion Press, 2001 – Rivisitato nel gennaio 2002.
  • Carson, Kevin A. “The Subsidy of History”, The Freeman, Vol. 58, Nr. 5, giugno 2008.
  • Carson, Kevin A., “Transportation Subsidies”, Studies in Mutualist Political Economy, 
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  • Carson, Kevin A. “Tucker’s Big Four: The Land Monopoly”, Studies in Mutualist 
Political Economy, Chapter Five: Section B. Archiviato qui. 
  • Carson, Kevin A. “Tucker’s Big Four: The Money Monopoly”, Studies in Mutualist 
Political Economy, Chapter Five: Section B. Archiviato qui. 
  • Chesterton, GK The Outline of Sanity. HIS Press, 2002.
  • Cooney, Anthony. Distributism. Third Way Movement Ltd., 1998.
  • Dyer, Joel. Raccolti di rabbia. La minaccia neonazista nell’America rurale. Fazi Editore, 2002
  • Gambone, Larry. Proudhon and Anarchism: Proudhon’s Libertarian Thought and the Anarchist Movement. Red Lion Press, 1996.
  • Gambone, Larry, “The Myth of Socialism as Statism”, Porcupine Blog, 6 maggio 2006. Archiviato qui.
  • Hoppe, Hans Hermann, “Banking, Nation-States and International Politics: A Sociological Reconstruction of the Present Economic Order, The Economics and Ethics of Private Property”. Boston/Dordrecht/London: Kluwer Academic 
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  • Hoppe, Hans Hermann. Democrazia: il Dio che ha fallito. Liberilibri, 2001.
  • Hoppe, Hans Hermann “Élites naturali, intellettuali e Stato”. Archiviato qui. 
  • Johnson, Charles, “Scratching By: How Government Creates Poverty As We Know It”, The Freeman, Vol. 57, No. 10, dicembre 2007.
  • Kolko, Gabriel. The Triumph of Conservatism. MacMillan, 1963.
  • Preston, Keith, “The Political Economy of the War on Drugs”. American Revolutionary 
Vanguard, 2001. Archiviato qui.
  • Rocker, Rudolf. Anarcho-Syndicalism. Martin Secker and Warburg, Ltd., 1938.
  • Rothbard, Murray N. Left and Right: The Prospects for Liberty. Cato Institute, 1979.
  • Rothbard, Murray N., “Wall Street, Banks and American Foreign Policy”, World Market Perspective, 1984.
  • Semler, Ricardo. Maverick. Arrow Press, 1993.
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  • Tucker, Benjamin R., “Part II: Money and Interest”, Instead Of A Book, By A Man Too Busy To Write One, 1897. Archiviato qui. 
  • Van Creveld, Martin. The Rise and Decline of the State. Cambridge University Press, 1999.
  • Ward, Colin, “A Self-Employed Society”, Anarchy In Action. London: Freedom Press, 1982.
  • Williams, Walter E. The State Against Blacks. McGraw-Hill, 1982.
  • Whyte, William. Making Mondragon: The Growth and Dynamics of the Worker Cooperative Complex. ILR Press, 1991.

 


Note al testo: 

 

[1] Kevin A. Carson, The Iron Fist Behind the Invisible Hand: Corporate-Capitalism As a State-Guaranteed System of Privilege. Red Lion Press, 2001.
[2] Kevin A. Carson, “The Subsidy of History”, The Freeman, Vol. 58, N. 5, giugno 2008.
[3] Raymond Bonner, Weakness and Deceit: U.S. Policy and El Salvador. New York: Times Books, 1984, ppgg. 19- 23.
[4] Murray N. Rothbard, “Wall Street, Banks and American Foreign Policy”. World Market Perspective, 1984.
[5] Rothbard, Ibid.; Kevin A. Carson, “Tucker’s Big Four: The Money Monopoly”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five: Section B. Archiviato qui. Hans Hermann Hoppe, “Banking, Nation-States and International Politics: A Sociological Reconstruction of the Present Economic Order” The Economics and Ethics of Private Property. Boston/Dordrecht/London: Kluwer Academic Publishers, 1993, ppgg. 61-92. Benjamin R. Tucker, “Part II: Money and Interest”, Instead Of A Book, By A Man Too Busy To Write One, 1897. Archiviato qui.
[6] Gabriel Kolko, The Triumph of Conservatism, MacMillan, 1963.
[7] Terry Arthur, “Free Enterprise: Left or Right? Neither!”, Libertarian Alliance, 1984.
[8] Martin Van Creveld, The Rise and Decline of the State. Cambridge University Press, 1999.
[9] James Burnham, La rivoluzione manageriale, Bollati Boringhieri, 1980. Questo classico della letteratura conservatrice sostiene che le società moderne non sono né “capitaliste” né “socialiste”, nel significato storicamente attribuito a tali termini. Al contrario, un nuovo tipo di ordine politico-economico è emerso in epoca moderna, in cui il dominio politico ed economico è nelle mani di una “classe manageriale” di burocrati che presiedono organizzazioni di governo delle masse ed relativi uffici ed agenzie, corporazioni e istituzioni finanziarie, eserciti, partiti politici, sindacati, università, mezzi di comunicazione, fondazioni e simili. L’appartenenza ai livelli superiori di queste entità è spesso a rotazione in modo che gli stessi individui passano di volta in volta nei vari settori della classe manageriale, per esempio, da rappresentati eletti del governo ai consigli di amministrazione delle grandi corporazioni, dai ruoli chiave nei media o nelle fondazioni dell’élite a posizioni di rilievo nella burocrazia.
[10] Hans Hermann Hoppe, Democrazia: il Dio che ha fallito. Liberilibri, ppgg. 168-169.
[11] Kevin A. Carson, “Transportation Subsidies”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five, Section E. Archiviato qui.
[12] Tra gli antistatalisti radicali, esiste un’ampia divergenza di opinioni riguardo il modo in cui i diritti di proprietà sulla terra dovrebbero essere definiti. Molti libertari “classici” sostengono una versione lockeana del diritto di proprietà mentre altri libertari più radicali (mutualisti, anarco-sindacalisti, anarco-comunisti) assieme ad alcuni distributisti ritengono che i diritti di proprietà dovrebbero essere definiti in accordo con i principi di occupazione e utilizzo. Altri ancora aderiscono alla visione di Herny George (georgismo o geolibertarismo) secondo il qualela proprietà dovrebbe essere soggetta ad un’unica tassa uguale per tutti. Per una discussione su questa controversia tra libertari, vedi Kevin A. Carson, “Tucker’s Big Four: The Land Monopoly”, Studies in Mutualist Political Economy, Chapter Five: Section B. Archiviato qui. Carson sintetizza la questione altrove: “Nel capitolo V di Mutualist Political Economy, ho incluso un’estesa argomentazione sulla teoria dei diritti di proprietà ispirata principalmente ai commenti pubblicati su “Hogeye Bill” dall’opinionista anarco-capitalista Bill Orton in varie discussioni. Secondo Orton, nessuna particolare teoria dei diritti di proprietà può essere logicamente dedotta dall’assioma di proprietà di se stessi. Piuttosto, la proprietà di se stessi può interagire con diversi modelli di diritto alla proprietà per produrre ordini economici alternativi in una società senza stato. Quindi, se la legittima proprietà di un terreno è determinata da principi lockeani, mutualisti, georgisti o sindacalisti è una questione di convenzioni locali. Questioni a riguardo della coercizione possono essere approntate solo qualora tale questione sia stata inquadrata. E poiché non c’è alcun principio a priori da cui poter dedurre un particolare sistema di regole, noi possiamo procedere attraverso di essi solo sul terreno del consequenzialismo: quali altri importanti valori vogliamo promuovere o contrastare?  Dunque, è del tutto concepibile che concepibile che parti non separabili e non negoziabili di un’impresa a proprietà collettiva potrebbero dipendere non dal contratto stipulato tra i membri, ma sulla concezione convenzionale dei diritti di proprietà della comunità locale. Dire che un tale accordo rappresenta “coercizione” significa mendicare la questione se il principio lockeano di appropriazione originaria e trasferimento della proprietà sia l’unico vero auto-evidente.” Carson, “Socialist Definitional Free-for-All, Part I”. Archiviato qui.
[13] Senza dubbio molte critiche sul welfare-state creatore di perversi incentivi per comportamenti anti-sociali, come la disgregazione famigliare, la criminalità e l’impedimento per la creazione di un’etica del lavoro, sono corrette e penetranti. Tuttavia, molte delle patologie sociali associate al sottoproletariato delle popolazioni delle città americane ed europee sono riconducibili ai dannosi interventi statali che vanno ben oltre ai tradizionali sistemi di protezione sociale. Un discreto numero di opere libertarie e non, hanno documentato il processo mediante il quale l’organico della vita sociale e culturale è stato distrutto tra queste popolazioni grazie ad una vasta gamma di interventi, la maggior parte dei quali sono stati imposti per amore di assecondare gli interessi plutocratci. Vedi Kevin A. Carson, “Reparations: Cui Bono?” Archiviato qui; Charles Johnson, “Scratching By: How Government Creates Poverty As We Know It”, The Freeman, Vol. 57, No. 10, dicembre 2007; Keith Preston, “The Political Economy of the War on Drugs”, American Revolutionary Vanguard, 2001), archiviato qui; Thomas J. Sugrue, The Origins of the Urban Crisis: Race and Inequality in Postwar Detroit, Princeton University Press, 1996, 2005; Walter E. Williams, The State Against Blacks, McGraw-Hill, 1982.
[14] Per un’illuminante dibattito sul ruolo dell’intervento statale nella spoliazione delle popolazioni rurali e agricole nel cuore dell’America negli anni ’80 e ’90, vedi James Bovard, Farm Fiasco, ICS Press, 1989 e Joel Dyer, Raccolti di rabbia. La minaccia neonazista nell’America rurale, Fazi Editore, 1980.
[15] Il ruolo della classe intellettuale intesa sia come gruppo costituente, sia come creatrice della sovrastruttura ideologica dello statalismo è affrontato da Hans Hermann Hoppe inÉlites naturali, intellettuali e lo stato”, archiviato qui. Di certo, il cocetto di una sovrastruttura ideologica usata per legittimare un particolare sistema di dominio di classe è più strettamente associato all’analisi marxista. Per un esame delle differenze come anche dei punti in comune tra marxisti e libertari, vedi “L’analisi di classe secondo Marx e secondo la Scuola Austriaca”, archiviato qui. 
[16] Murray Rothbard collocava i libertari all’estrema sinistra dello spettro politico, con i “conservatori”, vale a dire i fautori di un ordine autoritario basato sulla gerarchia, sullo status sociale e il privilegio (e giustificato con appelli alla tradizione) all’estrema destra; marxisti e altri socialisti rappresentano invece un incoerente via di mezzo. Vedi Murray N. Rothbard, Left and Right: The Prospects for Liberty, Cato Institute, 1979. L’esaustiva analisi del pensiero dei primi socialisti ad opera dell’anarchico di sinistra Larry Gambone, indica che l’obiettivo originario del socialismo non era l’economia a guida statale associata al socialismo nel dibattito politico contemporanea, ma un’economia fondata sulla base di un sistema di imprese cooperative e decentralizzate. Larry Gambone, “The Myth of Socialism as Statism”, Porcupine Blog, 6 maggio 2006. Archiviato qui.
[17] Colin Ward, “A Self-Employed Society”, Anarchy In Action, London: Freedom Press, 1982, ppgg. 95-109.
[18] Rudolf Rocker, Anarcho-Syndicalism, Martin Secker and Warburg, Ltd., 1938; Hilaire Belloc, Lo Stato servile, Liberilibri, 1980; G. K. Chesterton, The Outline of Sanity, HIS Press, 2002; Anthony Cooney, Distributism, Third Way Movement Ltd., 1998). 
[19] Larry Gambone, Proudhon and Anarchism: Proudhon’s Libertarian Thought and the Anarchist Movement, Red Lion Press, 1996.
[20] William Whyte, Making Mondragon: The Growth and Dynamics of the Worker Cooperative Complex, ILR Press, 1991.
[21] Ricardo Semler, Maverick, Arrow Press, 1993.

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In questi giorni, un po’ a causa dell’assidua lettura di questo blog, un po’ per via della crisi finanziaria, sono stato colto da un dubbio a cui non riesco a dare risposta.
Mi riferisco al perché dell’alleanza tra potere politico ed élite privata.
La maggior parte degli stati opera in combutta e a beneficio di una élite privata – banchieri, imprenditori, mafia, intellettuali etc. Ma perché? Perché gli stati non accumulano semplicemente tutte le risorse che possono a beneficio del re/presidente/dittatore e dei suoi più stretti accoliti?

I progressisti e certi conservatori ritengono che le élites private siano il risultato naturale di uno stato che non comanda e non controlla a sufficienza. Il problema, per loro, è costituito esclusivamente da malvagi imprenditori che corrompono politici innocenti facendo loro annusare il profumo dei bigliettoni.

I cospirazionisti dicono che alcune organizzazioni segrete tengono in scacco sia lo stato che le élites private. Per molti aspetti, le opinioni di illustri libertari avallano questa teoria. Inoltre, la teoria del complotto spiega alcune cose che diversamente non sarebbero dimostrabili attraverso i soli dati empirici.

Mi chiedo, dato per scontato che la favola progressista non ha senso (per il semplice fatto che le eccezioni non confermano la regola, ma casomai la smentiscono), volendo dare una spiegazione che segua il principio del rasoio di Occam, è possibile descrivere questo fenomeno senza ricorrere alla teoria del complotto – che non escludo aprioristicamente, ma al momento non sono in grado di sostenere – ?

Secondo James Buchanan, ciò avverrebbe perché i tre agenti coinvolti nel processo decisionale e gestionale (elettori, politici e burocrati), al fine di perseguire obiettivi personali, inneggeranno sempre al potere statale, finché  lo stato non fallirà. Sembrerebbe plausibile, ma non spiega perché i funzionari statali scelgono di assecondare gli interessi di alcuni privati, anziché mantenere il mal tolto per se stessi.

Sappiamo che i funzionari statali non potrebbero facilmente trattenere per se stessi l’intero frutto del saccheggio senza dar luogo a una rivolta. Lo sanno anche i funzionari stessi, tant’è che restituiscono parte del bottino ad una vasta porzione della popolazione. Questo spiega perché gli stati creano i sistemi di welfare per i più poveri (dei cui “benefici”, però, godono anche i ricchi), ma non spiega il motivo per cui consentono ad un’ esclusiva élite privata di spartirsi una quota spropositata del malloppo.

Ciò detto, ecco tre considerazioni che ho fatto nel tentativo di capire meglio il perché dell’alleanza tra l’élite dei privati e lo stato:

1) Un sistema economico con grande concentrazione della ricchezza è più facile da controllare per lo stato rispetto a quello di una società dove la ricchezza è decentrata e diffusa (ciò che i proudhoniani ritengono sia il naturale risultato di un libero mercato);

2) In realtà l’élite privata non esiste – la classe dominante si divide in “civile” e “governativa” (con un mandato politico istituzionale); la prima può nascondersi dietro a concetti sostanzialmente giusti e condivisi come proprietà e scambio volontario e agire con la sostanziale approvazione di tutti. La seconda può ammantarsi con il velo dell’imparzialità e presentarsi come istituzione deputata a protegge le persone dagli appetiti della prima. (Ma, chiaramente, questa ipotesi sebbene spieghi il paradigma della propaganda democratica e getti le basi per l’elaborazione di una teoria della cospirazione, non dice nulla riguardo a come il sistema sia nato originariamente).

3) Ci troviamo in una fase intermedia della naturale progressione che porta stati relativamente piccoli a diventare supergoverni via via sempre più invasivi. Gli Stati Uniti, ad esempio, sono nati con forti limitazioni del potere, ma in questi giorni, casomai fosse stata necessaria una conferma, abbiamo avuto la dimostrazione di un ulteriore oltraggio lo spirito dei Founding Fathers.

Sappiamo inoltre che gli stati nel tempo tendono naturalmente ad aumentare il loro potere, ma, al fine di espanderlo, prima devono creare concentrazione di potere e di ricchezza privata, probabilmente a causa del punto 1.
Alla fine, però, il governo assorbe gradualmente (o elimina) la classe dirigente privata e controlla più direttamente la società.
È anche evidente che non sono questioni meritocratiche il criterio con cui le attuali élites vengono selezionate, perché è ovvio che il loro principale vantaggio è proprio quello di sottrarsi alla competizione, strumento di meritocrazia per definizione.

Ma allora perché la classe politica dominante è disposta a rinunciare a parte del gruzzolo in favore di un manipolo di soggetti che non appartengono alla sua cerchia?



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Ho trovato l’intero archivio di “This Modern World”, famose ed esilaranti strisce satiriche ad opera di Tom Tomorrow.

La prima che propongo riguarda l’argomento tasse, ma viste “in prospettiva” (che nella dialettica statalista è un espediente cui ricorrono i devoti del Leviatano per giustificare l’ingiustificabile).
Nota per gli italiani: nel caso non lo sapeste, noi a differenza di Mr. Friendly, lavoriamo non tre ma sette mesi l’anno per lo stato (l’anno scorso il Tax Freedom Day è caduto precisamente il 19 di luglio).



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Vi siete mai chiesti perché la mediocrità, la slealtà e l’ipocrisia, a dispetto degli sforzi dei migliori individui della società, riescono sempre a raggiungere i vertici del potere?
In un articolo del febbraio del 1998, Lawrence W. Reed, economista e scrittore presidente della Mackinac Center for Public Policy, ce lo spiega analizzando due fatti di cronaca politica internazionale dell’epoca, interpretandoli secondo la lettura del libro di F.A. von Hayek La via della schiavitù.

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Nonostante la considerevole libertà e il progresso globale degli ultimi anni – dal crollo dell’impero sovietico all’aumento delle “privatizzazioni”-, non vi è ancora alcun segnale di una diminuzione di statisti a capo di regimi stupidi e distruttivi. La migliore spiegazione del perché e del per come tali persone ottengono posizioni di potere è ancora presente in “Perché emergono i peggiori”, che è il capitolo 10 del capolavoro di Frederick von Hayek, La via della schiavitù”.
Quando Hayek nel 1944 scrisse il suo libro più famoso, il mondo era affascinato dal concetto socialista della pianificazione centralizzata. Mentre quasi tutti in Europa e in America deprecavano la brutalità del nazismo, del fascismo e del comunismo, l’opinione pubblica era plasmata e modellata da un’intellighenzia che dichiarava che questi “eccessi” del socialismo erano evitabili eccezioni. Se solo ci assicurassimo di mettere in carica le persone giuste, dicevano gli intellettuali statalisti, il pugno di ferro si trasformerebbe in guanto di velluto.

Quelli che, seguendo Hayek, “pensano che non è il sistema ciò di cui dobbiamo aver paura, ma il pericolo che esso possa essere gestito da uomini cattivi”, sono ingenui utopisti che rimarranno sempre delusi dagli esiti del socialismo.

In effetti, questa è la storia dello statalismo del ventesimo secolo: l’infinita ricerca di un luogo in cui poter realizzare il sogno, stabilendo un posto fino a che il disastro non sarà vergognosamente palese a tutti, quindi accusando le persone, piuttosto che il sistema, e infine svolazzando via, alla prossima inevitabile delusione.

Forse un giorno, nella definizione di “statista” dei dizionari potremo leggere: “Colui che non impara nulla dalla natura umana, dall’economia o dall’esperienza, e ripete continuamente gli stessi errori senza mai preoccuparsi dei diritti e della vita delle persone che calpesta con le sue buone intenzioni”.

Anche le peggiori caratteristiche della realtà statalista, ha dimostrato Hayek, “non sono sottoprodotti accidentali”, ma fenomeni che fanno parte integrante dello statalismo stesso.
Con grande lungimiranza egli ha sostenuto che “i privi di scrupoli e i disinibiti saranno probabilmente quelli di maggior successo” in ogni società in cui lo stato è visto come la risposta alla maggior parte dei problemi.
Essi sono precisamente il tipo di persone che più elevano il potere della persuasione, della forza contro la cooperazione. Lo stato, per definizione possessore del monopolio legale e politico dell’uso della forza, li attira come lo sterco attira le mosche. In ultima analisi, è l’apparato di governo che consente loro di generare devastazione attorno a noi.
Mezzo secolo dopo che Hayek ne ha scritto, difficilmente passa giorno che i giornali non riescano a fornire nuovi esempi di “peggiori che emergono”.
Due recenti esempi dai due estremi del globo mi permetteranno di illustrare la saggezza Hayek.
In Francia il 10 ottobre 1997, il primo ministro socialista Lionel Jospin propose una legge per ridurre obbligatoriamente le ore di lavoro settimanali. Entro il 2000, i datori di lavoro avrebbero dovuto ridurre le ore di lavoro dei loro dipendenti da 39 a 35, senza relativa diminuzione della retribuzione. Jospin demagogicamente promise al popolo francese che la legge avrebbe creato “un sacco di posti di lavoro”.

Ovviamente, questa non era un’amichevole richiesta ai datori di lavoro della Francia, bensì un obbligo, il che significa che i datori di lavoro che cercavano di trovare un accordo con i loro lavoratori per più di 35 ore dovevano essere multati, imprigionati, o entrambe le cose. Il primo ministro non ha fatto menzione al fatto che uno degli stati sociali più regolamentati e onerosi d’Europa aveva posto il costo del lavoro francese fuori mercato e prodotto quell’elevato tasso di disoccupazione che ora prometteva di ridurre.

In Malaysia, nel corso della stessa settimana di ottobre, il Primo Ministro Mahathir Mohamad attaccava indistintamente “disonesti”, “stolti” e “neocolonialisti” accusandoli della perdita di valore della moneta malese, il ringgit. Ricordando i potenti impazziti del recente passato, disse inoltre che i problemi economici della Malaysia erano il risultato “dell’agenda ebraica”. Egli chiese non di porre fine alla politica inflazionista del suo governo che stampava continuamente carta priva di valore, ma piuttosto di vietare lo scambio di moneta perché “inutile, improduttivo, e immorale”.

La convinzione di Jospin che si sarebbero creati posti di lavoro rendendo illegale lavorare più di 35 ore e obbligando i datori di lavoro a pagare i lavoratori per minori prestazioni, ovviamente, è ridicola. Essa era condannata fin dall’inizio a produrre più disoccupazione, non di meno, perché rendeva ciascun dipendente più costoso per il suo datore di lavoro.

Così come è ridicolo il tentativo di Mahathir di imputare colpe a tutti tranne che ai suoi precedenti interventi. Forse egli pensava a se stesso come ad un moderno Canuto il Grande, che ordina alle onde di valuta di fermarsi, per risolvere i problemi al posto suo. Certo, come fu per Canuto, le onde continueranno ad andare da Mahathir, ma molte teste potrebbero saltare in questo processo.

Questi due ottenebrati personaggi del palcoscenico politico internazionale non lo sanno, ma essi sono descritti nel libro di Hayek. Nel capitolo “Perché emergono i peggiori”, del pianificatore centrale o del “dittatore potenziale”, Hayek dice “…Potrà ottenere il sostegno di tutti gli arrendevoli e i creduloni che non hanno forti convinzioni proprie e sono predisposti ad accettare un sistema pre-costituito di valori, se solo questo viene continuamente martellato nelle loro orecchie con forza sufficiente”.
In ultima analisi, gli arrendevoli ed i creduloni sono tenuti all’angolo da Jospin e Mahathir.

Lo statista demagogo, asserisce Hayek, si appella “all’odio per un nemico” e “all’invidia per i migliori” per ottenere “la fedeltà senza riserve di masse enormi”. Per Jospin, è l’avidità dei datori di lavoro privati; per Mahathir, sono gli ebrei. Il peggiore ama servirsi dell’ipocrisia per segnare punti sulla strada dell’accumulo del potere politico.

Hayek rileva “una crescente tendenza tra gli uomini moderni a immaginare se stessi come morali perché hanno delegato i propri vizi a gruppi sempre più grandi. Agire a nome di un gruppo sembra liberi la gente da molte delle restrizioni morali che tengono a bada i comportamenti individuali all’interno del gruppo”.
Forse, entrambi i primi ministri si opporrebbero personalmente ad un individuo che costringe in punta di pistola il suo capo ad aumentargli la retribuzione, o ad un individuo che umilia pubblicamente un commerciante di valuta, ma essi non si fanno problemi a fare di queste pratiche la loro politica nazionale.

Date allo stato grande potere e le persone stupide e intolleranti della la vita e delle opinioni altrui si metteranno in fila per ottenere un posto di lavoro dal governo. Quelli che rispettano gli altri, che lasciano le altre persone in pace e desiderano essi stessi essere lasciati in pace, si dedicheranno ad altro – ossia, al lavoro produttivo nel settore privato.
Così come ci ha avvertiti Hayek nel 1944, più il governo diviene grande, più i peggiori elementi della società saliranno la sua cima.

Il francese e il malese sono solo due fra le molte persone che se in questo momento leggessero il capitolo dieci de “La via della schiavitù”, troverebbero F.A. Hayek che descrive con precisione il deplorevole corso che hanno scelto di adottare.

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Sullo stesso argomento vedi anche “La voce del Gongoro” e Tra Cielo e Terra

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